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Il Grillo (28/2/2001)

Paolo Flores D'Arcais

Le ragioni della ragione

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28 febbraio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del liceo classico "Aristofane" di Roma

STUDENTESSA: Benvenuti al Liceo "Aristofane" di Roma. Oggi parleremo del rapporto tra ragione e fede con il Direttore della rivista Micromega Paolo Flores d'Arcais, che ringraziamo per essere venuto. Prima di cominciare introduciamo l'argomento con una scheda filmata.

Conclusa l'età nefasta delle ideologie, le religioni, che dalle ideologie erano state vessate, si sono prese la rivincita. C'è da chiedersi se alla rivincita di Dio, come qualcuno ha detto, riferendosi soprattutto all'area islamica, non possa corrispondere il fatale e inesorabile declino della ragione. La Dea Ragione sembra ormai aver lasciato il campo alle informazioni della fede. È dunque la fede oggi, e quella cristiana in particolare, a dare legittimità alla nostra condizione di esseri mortali? È  una fede a rispondere alle domande, talvolta insostenibili, che vengono dalla morte temuta, dalle lacerazioni della sofferenza, dall'ingiustizia patita? La fede sa leggere nel cuore dell'uomo del XXI° secolo, più di quanto sappia fare o abbia saputo fare la ragione, dall'Illuminismo in poi? Alla loquacità delle fedi, alle sue molti parole, alla capacità di convocare grandi masse, ma anche di provocare conflitti, guerre rovinose, pare corrispondere il silenzio, la solitudine, quasi l'impotenza della ragione. Ma i pochi che oggi si trovano ad affrontare le strade più o meno abbandonate della ragione, tornando a tessere il filo della tradizione scettico- didattica, vedono in essa, nella sua etica infinita, nella sua capacità di mettere dei limiti all'esperienza umana, una reale possibilità di convivenza fra gli uomini.

STUDENTE: Vorrei farLe una domanda personale: Lei crede in Dio?

FLORES D'ARCAIS: No, io non credo in Dio. 

STUDENTESSA: Ci potrebbe almeno dire quali sono state per Lei le radici storiche e intellettuali che l'hanno portata in questa direzione?

FLORES D'ARCAIS: Lei vuole sapere perché non credo in Dio? Perché nessuno mi ha mai dato un argomento forte per crederci, nessuno mi ha dato mai un argomento perché fosse necessario ipotizzare Dio di fronte a un qualsiasi problema. C'è un grande filosofo medioevale, il francescano Guglielmo di Occam, che lavora agli inizi del Trecento, la cui idea metodologica è passata alla storia come "il rasoio di Occam". In sostanza dice: non bisogna mai ipotizzare una qualche entità per dare una spiegazione di un fenomeno, quando di questo fenomeno abbiamo già una spiegazione, o comunque una spiegazione più semplice. Il giorno che mi verrà dato un argomento per un qualsiasi problema con una spiegazione che senza Dio non funziona affronterò il problema. Ma, per ora, non l'ho trovata.

STUDENTESSA: Quali sono stati gli autori che l'hanno maggiormente influenzata?

FLORES D'ARCAIS: Naturalmente sono tanti, in diverse epoche della mia vita. Spesso sono filosofi che non vengono considerati filosofi di professione. Tra quelli della nostra epoca, gliene voglio citare due: uno è Albert Camus, che anche a Voi è noto come scrittore, e che invece ha scritto alcuni testi di filosofia straordinari. Jean Paul Sartre diceva che Camus era un filosofo dilettante. Io credo che in alcune cose sia più originale e più coerente dello stesso Sartre, nell'ambito della filosofia esistenzialistica. Un altro filosofo è una filosofa, come si dice oggi, Hannah Arendt - allieva di Heidegger ma poi in polemica con lui -  che credo abbia scritto sui problemi politici del nostro tempo alcune tra le cose più eccezionali. 

STUDENTESSA: Tuttavia sembra innegabile che vi siano degli eventi, sia interni all'uomo - come, per esempio, le relazioni che intercorrono tra emozioni, sentimenti e cervello - sia esterni - come il problema del Big-Bang e dell'origine dell'universo - che a tutt'oggi la ragione non sa spiegarsi. Lei come si pone di fronte a questi limiti?

FLORES D'ARCAIS: Che la ragione abbia dei limiti è una cosa, che vi siano fenomeni inspiegabili nel senso della metafisica e della religione a me sembra una cosa completamente diversa. È verissimo che noi sappiamo praticamente tutto della storia dell'universo, tranne quei primissimi istanti. È probabile che non ne sapremo mai nulla. Ma se di questo Big-Bang, di cui sappiamo quasi tutto, noi dicessimo che è un mistero perché non conosciamo proprio quel primissimo frammento di attimo da cui nasce, in che senso ipotizzare che l'autore di questo Big-Bang è Dio risolverebbe il mistero? Sarebbe semplicemente un mistero in più, una di quelle famose entità di cui parlava Guglielmo di Occam. E per quanto riguarda i sentimenti, in che senso sono un mistero? I nostri sentimenti sono una cosa molto complicata, contraddittoria, che possiamo affrontare da tanti punti di vista - con la psicologia, con la psicoanalisi, con la neurologia, con la bioneurologia, con le scienze cognitive che attualmente si stanno sviluppando. Ma in che senso sarebbe un mistero e in che senso dovrebbero spingerci a cercare un spiegazione metafisica o religiosa? Io credo che faccia parte di un atteggiamento razionale anche sapere i limiti della ragione. Questi limiti non li possiamo definire a priori, perché la maggior parte delle cose che oggi sappiamo, ancora un secolo fa o addirittura cinquant'anni fa - in alcuni casi trent'anni fa - sarebbero sembrate impossibili da scoprire. Invece le stiamo scoprendo. Quindi non credo che ci siano misteri a cui la ragione non dà risposta, ma la religione sì. Credo che ci siano limiti della nostra conoscenza - empirica, scientifica, razionale - che però spesso si spostano.

STUDENTESSA: In che senso si può parlare di una crisi della ragione della nostra epoca?

FLORES D'ARCAIS: Di crisi della ragione ne parla soprattutto la filosofia. Se però per ragione si intende soprattutto l'attività scientifica e lo sviluppo delle scienze, francamente noi dovremmo riconoscere uno straordinario sviluppo, da questo punto di vista. Una parte della filosofia contemporanea dice: quella delle scienze è però solo una ragione strumentale. E non sarebbe ragione in senso pieno perché non ci darebbe la spiegazione di tutta un'altra serie di questioni, le famose "questioni ultime" - il senso della vita, e così via. Allora una posizione di ragione deve sapere esattamente quello a cui può dare risposta e quello a cui non può darla. È proprio la ragione che ci dice che noi possiamo scoprire tantissimo attraverso le scienze nel campo della natura - ma anche della storia, della psiche umana, e così via - ma che non sarà mai la scienza a poterci dare risposta di fronte a problemi che esulano dalla realtà naturale o storica. Si pensi ai grandi problemi che ciascuno di noi si pone. Per esempio la domanda: "Che senso ha la mia vita?" Ecco, non è che la ragione non abbia una risposta su questo. La ragione ci dice che la vita in quanto tale non ha senso: quindi ciascuno di noi deve dare un senso alla propria esistenza, poiché nell'universo non esistono dei "cromosomi di senso", così come esistono i cromosomi dei nostri genitori in ciascuno di noi. Il senso è un problema a cui la ragione non può dare risposta perché la risposta la può dare solo ciascuno di noi con la sua esistenza.

STUDENTESSA: Ma l'uomo, al di fuori di una prospettiva religiosa, che senso può dare agli eventi fondamentali come la morte, e con essa la vita stessa?

FLORES D'ARCAIS: Se Lei, per dare un senso, intende qualche cosa che ci consoli del fatto che la vita è finita, io credo che al di fuori della religione praticamente nulla può dare questa consolazione. Ma non riesco a vedere l'identità fra dare consolazione e dare senso. Io non credo che si tratti di dare senso alla morte. Credo invece che si tratti di dare senso alla vita: di sapere, di prendere atto, anche se può essere doloroso, che la nostra vita è finita, che la nostra vita si svolge in un orizzonte. Noi non sapremo quando finirà, ma sapremo di sicuro che finirà. E tutta la nostra esistenza si gioca qui, in questo periodo finito. Questo ci dà una grandissima responsabilità, proprio perché non ci consente fughe in speranze o illusioni di un al di là. Credo che molte volte noi confondiamo tra cercare senso e cercare illusioni.

STUDENTE: Dal punto di vista di un'etica laica, quale risposta si può dare al problema del male e della sofferenza nel mondo?

FLORES D'ARCAIS: Intanto si potrebbe rovesciare il problema, perché uno dei grandi problemi che percorre tutta la storia della filosofia e della religione cristiana - ma non solo cristiana, dal momento che già gli stoici e gli epicurei se lo ponevano - è, semmai, come si possa conciliare il male nel mondo con la presenza di un dio al tempo stesso infinitamente buono e onnipotente. La questione è antica. Poiché il male e il dolore esistono - non solo il male che fanno gli uomini, ma anche quello, diciamo, senza responsabilità umana, come il famoso terremoto di Lisbona, di cui parlerà Voltarie per affrontare questo problema - o Dio non è infinitamente potente o Dio non è infinitamente buono. Se in Lui ci fossero entrambe queste caratteristiche, il male non ci sarebbe. Come affronta l'etica laica questo problema? Intanto non esiste un'etica laica. Essa consiste solo nel riconoscere che non esiste, come dicevo prima, un senso già iscritto nell'universo, o un insieme di cromosomi morali, etici, normativi. Le norme le fanno gli uomini. Noi abbiamo visto, nel corso dei secoli e dei millenni, le più diverse regole morali. Ed è proprio un pensatore cristiano, forse il più grande degli ultimi quattro o cinque secoli, Pascal, che ci ricorda proprio questo: "Non vi è mai stato nulla che sia stato considerato da tutti gli uomini morale". Non esiste una norma morale naturale. Quindi un punto di vista laico è semplicemente il riconoscimento di ciò. Noi non solo siamo responsabili quando obbediamo o non obbediamo a una norma. Questa in fondo sarebbe una piccola responsabilità. Noi siamo responsabili di qualcosa di molto più pesante, così pesante che spesso ne abbiamo paura e ci sembra intollerabile. Noi siamo responsabili della creazione della norma. Siamo noi che decidiamo che cosa è bene e che cosa è male. E questa responsabilità, da millenni, getta l'uomo nel terrore. E allora cerchiamo di convincerci che le norme esistono o nella natura o sono date da un'entità che è al di là degli esseri umani. Perciò riconoscere che la norma l'abbiamo noi non significa avere a che fare con un'etica. Significa avere a che fare con l'obbligo, il dovere di decidersi per un'etica, per alcuni valori. Quali? Ciascuno si assumerà le sue responsabilità e dovrà trarne le conseguenze. Io credo che noi dovremmo scegliere l'etica della uguale dignità, cioè credo che ciascuno di noi possa riconoscersi in quanto individuo, non in quanto dice "io", ma in quanto riconosce in ogni altro un "tu". Dunque in se stesso riconosce un "tu" per tutti gli altri. Al di fuori di questo c'è solo una forma di solipsismo o un tentativo di considerare gli altri come oggetti, ossia una guerra di tutti contro tutti.

STUDENTESSA: Nella scheda che abbiamo visto si parla di rivincita della religione. Lei cosa ne pensa? 

FLORES D'ARCAIS: È una formula che era alla moda alcuni anni fa e che ha una sua parte di verità, ma che è anche molto ambigua, perché è verissimo che c'è una esplosione di religiosità - almeno da un punto di vista anche epidermico, spettacolare, mass-mediatico - però in essa rientrano fenomeni diversissimi fra loro. Pensiamo ad alcuni fatti riportati nelle cronache in continuazione. Il fondamentalismo islamico è una forma di esplosione di religiosità. Anzi l'espressione: "la rivincita di Dio" è stata coniata proprio da un sociologo francese per parlare dei fondamentalisti islamici. Lo è il grande successo di questo Papa nei suoi viaggi, nelle sue manifestazioni mass-mediatiche e televisive. Lo è anche l'esplosione delle sette, cristiane o non cristiane, di ogni genere, o quella di fenomeni di occultismo. Sembra che l'attività più fiorente, anche da un punto di vista economico, sia quella di persone che si occupano di predire il futuro attraverso l'astrologia, i tarocchi, e così via. È un fenomeno incredibilmente diffuso. L'astrologia in fondo è la credenza religiosa che probabilmente è stata la più diffusa nella storia dell'umanità, forse più di tutte le altre religioni messe insieme. Per non parlare della New Age oppure della diffusione in forma edulcorata di alcune religioni orientali. Quindi, come vede, c'è di certo un'esplosione di religiosità, ma così differenziata, che non la si può ridurre a un fenomeno unico. È invece un fenomeno spurio, che talvolta dà l'impressione di una sorta di supermarket della religiosità, come se molte persone, deluse dalle grandi ideologie di questo secolo, fossero alla ricerca di un punto di riferimento; e allora oggi lo prendono nel Buddismo, domani nel Cristianesimo, dopodomani nella New Age. Sono cose che naturalmente dovrebbero fare insospettire chi in realtà ha uno spirito religioso più autentico e profondo.

STUDENTESSA: Secondo Lei ci sono dei punti di contatto fra filosofia e teologia o sono due percorsi completamente separati?

FLORES D'ARCAIS: Io personalmnte credo che filosofia e teologia siano non solo separati, ma radicalmente opposti. Ma naturalmente questo è il mio punto di vista di filosofo che vive oggi. Noi sappiamo abbastanza bene che cos'è la teologia. Non sappiamo  assolutamente, invece, che che cosa sia la filosofia. La teologia è un discorso razionale, attorno alla idea di Dio e dei suoi attributi. Abbiamo avuto tantissime teologie ma tutte sanno, grosso modo, di che cosa vogliono discutere. Ma che cos'è la filosofia? Essa è stata, nel corso della storia, le cose più diverse. Già con i classici greci - con Socrate, Platone, Aristotele, i primi tre grandi filosofi che rimangono un punto di riferimento - la filosofia è critica della religione del proprio tempo - una critica distruttiva. Voi ricorderete che Socrate fu messo a morte per empietà. Al tempo stesso però questa critica della religione è fatta in nome di un'altra religione. In Platone questo è molto chiaro. Platone può essere considerato il fondatore di una religione filosofica. Questa duplicità di elementi, questa critica dissacratoria delle religioni esistenti, da una parte - questa filosofia come disincanto, per usare un'espressione che poi sarà di Max Weber - e una filosofia come restaurazione di una forma "razionale" di religione, dall'altra, convivono nel corso della storia della filosofia e a tutt'oggi convivono. A me personalmente convincono di più quegli atteggiamenti filosofici che sostengono che tra filosofia e teologia - non nel corso della storia, ma oggi - vi è piena conflittualità. O si è filosofi o si è teologi.

STUDENTE: Perché Lei pensa che non si possa dimostrare razionalmente la fede?

FLORES D'ARCAIS: Bisognerebbe che qualcuno la dimostrasse razionalmente. In quel caso accetterei la dimostrazione. Siccome nessuno lo ha mai fatto e tutti i tentativi provati hanno dato luogo a incredibili contraddizioni e antinomie, questa, diciamo, è una domanda che dovrebbe fare a chi è convinto che si possa dimostrare la fede razionalmente. In quel caso poi io potrei provare a smontare questi argomenti - senza dire nulla di originale, perché questo smontaggio delle dimostrazioni dell'esistenza di Dio è stato fatto tantissime volte nel corso della storia della filosofia. Però vorrei aggiungere che la pretesa di dimostrare razionalmente le verità della religione cristiana non appartiene a tutta la storia della religione cristiana. Anzi, alle origini le prime generazioni non solo non pensano affatto che la loro religione sia dimostrabile con la ragione, ma anzi sostengono che essa è scandalo per la ragione e che è legata alla follia della croce. Usano esattamente le parole "follia" e "scandalo", intendendo "scandalo" rispetto alla ragione della filosofia greca. Chi  usa queste espressioni non è un credente qualsiasi. Si chiama Paolo di Tarso ed è in realtà il vero iniziatore della religione cristiana nella forma che poi ha assunto attraverso il costituirsi di comunità e di una Chiesa. Quindi, come vede, la pretesa di dimostrare razionalmente la religione non solo viene messa in discussione da chi credente non è , da chi è ateo, ma viene messa in discussione molte volte anche dalla stessa religione cristiana, e anzi proprio dai nuclei fondatori di questa religione.

STUDENTE: Lei non crede che ci può essere un punto di incontro tra credenti e non credenti?

FLORES D'ARCAIS: Credo che ci possano essere tantissimi punti di incontro. Per uno scettico o per un ateo non ha nessuna importanza che qualcuno creda o non creda. Cioè un ateo non vuole convertire il credente. Il credente in genere sente il bisogno, com'è ovvio, di convertire l'ateo. Ma questi, al contrario, poiché non ha una religione alternativa o un surrogato di religione, non ha nessuna intenzione di convertire il credente all'ateismo. Ateismo significa semplicemente, come accennavo prima, la consapevolezza che tutto si gioca nel periodo finito della nostra esistenza. E allora, se questo è il punto di vista dell'ateismo, all'ateo interessa quello che gli uomini fanno, come concretamente agiscono, quali valori realmente praticano, se si muovono per opprimere gli altri o per riconoscerne l'uguale dignità, ossia si pongono in un'ottica di solidarietà. Quindi, da questo punto di vista, all'ateo che uno sia credente o non credente non importa nulla. Importa quali valori dice di volere e soprattutto quali valori pratica - non solo predica, ma soprattutto pratica. Quindi da questo punto di vista un ateo trova in alcune affermazioni del Vangelo qualche cosa di assolutamente condivisibile. Pensiamo alle parole di Gesù: "Il tuo dire sia: sì o no, perché il di più viene dal maligno", che non solo è una critica radicale e devastante di ogni forma di ipocrisia, ma addirittura dice che chiunque mostri un minimo di ambiguità, che chiunque non sia radicale ogni volta nel prendere posizione, nell'esporsi con le proprie decisioni, è strumento del demonio. Ora, sarebbe da chiedersi quanti credenti sappiano essere all'altezza di questa affermazione o la prendano minimamente sul serio. Vi sono espressioni nel Vangelo che nessuno prende più sul serio, però sono scritte lì. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco vada in Paradiso. Chi ha mai potuto dire qualche cosa di più duro e definitivo contro la disuguaglianza delle ricchezze? Eppure quanti sono i cristiani che prendono sul serio questa frase, che però è nei Vangeli, tranne San Francesco e pochi altri? Come vede un terreno tra credenti e non credenti c'è eccome, e credo che sia in una serie di affermazioni che troviamo nei Vangeli. Ovviamente non quelle che riguardano la fede in un Dio crocefisso e risorto, perché è evidente che il non credente ritiene che la resurrezione sia una leggenda, ma in tantissimi precetti morali e valori che non solo offrono un punto di incontro, ma anche qualche cosa di più: un impegno comune. La difficoltà, però, nasce dal fatto che se il credente o le gerarchie della Chiesa pretendono che la fede e gli elementi essenziali della fede siano anche dimostrabili razionalmente, questo sì diventa di ostacolo. Le faccio un esempio: se il Papa dicesse soltanto: "Per i credenti l'aborto è un crimine e quindi chi crede non può abortire perché è un peccato mortale" non ci sarebbe problema. Se il papa però sostiene: "La retta ragione, cioè la razionalità usata a pieno, dimostra che l'aborto è un crimine, esattamente come l'infanticidio o l'omicidio" il Papa dice qualche cosa di più. Dice che chi sostenga un argomento contrario non usa la ragione, cioè è un pazzo, o addirittura che non obbedendo alla natura umana è addirittura contro natura, è un essere inumano. E allora, Lei capisce che a questo punto nasce un conflitto decisivo, perché il Papa a quel punto sostiene che ogni parlamento, anche democratico, che faccia una legge in difformità dalla morale cattolica non è più un parlamento democratico, ma è delegittimato. Queste sono pretese teocratiche. Purtroppo, quando si tratta di aborto, di eutanasia, di esperimenti sugli embrioni e di tutta una serie di questioni che ci riguarderanno sempre più da vicino, e che riguardano le scelte fondamentali della vita di ciascuno di noi, la pretesa da parte della religione che le sue verità siano anche le uniche razionali e umane, crea l'impossibilità di un dialogo. Laddove invece la persona di fede, pur sapendo che certe cose non sono dimostrabili razionalmente tuttavia le crede per fede e prende poi sul serio i valori del Vangelo, allora, ripeto, su questi presupposti non solo è possibile un dialogo, ma è necessario un impegno comune. A me capita di avere fra i miei più cari amici molti credenti, molti preti alle volte, magari anche qualche vescovo e cardinale - solo se però prende sul serio i valori del Vangelo, cosa che non è sempre scontata.

Puntata registrata nel dicembre 2000

Biografia di Paolo Flores D'Arcais

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