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Il Grillo (20/2/2001)

Vincenzo Caianiello

Tradizione e innovazione a scuola

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20 febbraio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Aristofane" di Roma

STUDENTE: Benvenuti al Liceo Classico "Aristofane" di Roma. Oggi parleremo di Innovazione e tradizione nella scuola con il nostro ospite, il professor Vincenzo Caianiello  giurista, che ringraziamo di essere venuto. Ma prima di iniziare la discussione, vediamo la scheda filmata che introduce al tema.

Qual'è la produttività e l'efficienza del nostro sistema scolastico? Nel corso dell'intero iter formativo su mille studenti iscritti alla Scuola Media 944 arrivano alla licenza. Si iscrivono alla Scuola Superiore 877 giovani e 701 arrivano al diploma. All'Università si immatricolano 463 e di questi solo 158 si laureano. La recente Riforma dei Cicli intende arginare questa dispersione, evidentemente preoccupante. Per quanto concerne l'università, dove la dispersione  delle risorse è più drammatica e allarmante, è stata varata una riforma che intende internazionalizzare i titoli di studio, ridurre gli abbandoni e i ritardi, introdurre il sistema dei crediti didattici offrire agli studenti una maggiore autonomia in vista dell'acquisizione di competenze professionali sempre più specializzate. In questo quadro le università italiane attiveranno cinque tipi di corsi di studi: la laurea di tre anni, la laurea specialistica di altri due anni, dottorati di ricerca, tre anni successivi alla laurea specialistica, master di primo e di secondo livello, dopo la laurea o dopo la laurea specialistica, diplomi di specializzazione, per preparare a particolari professioni. Questa Riforma dell'università così come la Riforma dei Cicli della Scuola Primaria e Secondaria pone degli interrogativi. Se, come dice Edgard Morin, riprendendo Montaigne, la finalità dell'insegnamento è "una testa ben fatta, piuttosto che una testa ben piena", cioè la capacità di collegare i saperi, di gestire la complessità e di imparare a imparare, un sistema scolastico modellato sulle esigenze della società e sulle richieste del mondo del lavoro non rischia di privilegiare il momento professionalizzante su quello propriamente formativo? Più in generale, nella nuova scuola, qual è il destino della cultura umanistica. L'innovazione può conservare aspetti positivi della tradizione?

STUDENTESSA:La scheda ci ha mostrato le novità sulla Riforma Universitaria, ma, secondo Lei, quali sono i cambiamenti più importanti a livello di principi.

CAIANIELLO: Per rispondere alla Sua domanda, innanzi tutto vorrei fare una premessa,  Di fronte al nuovo non bisogna mai porsi in un atteggiamento negativo e bisogna cercare di capire, diremmo con spirito laico, nel senso di giudicare senza pregiudizio. Pregiudizio significa "pre" trattino "giudizio", ossia un giudizio prefabbricato in base a uno schema astratto. Ora io dico qual'è la mia impressione. Non ho messo mano a nulla di questa Riforma, non mi occupo di legislazione o di ordinamenti scolastici, insegno in una università e quindi è lì che ho dovuto approfondire questa trasformazione, perché stiamo cercando di adeguare il nostro ordinamento  a questi nuovi  schemi di insegnamento universitario. Secondo me bisogna ancora mettersi in un atteggiamento di osservazione critico. Critico non in senso negativo ma di osservazione senza preconcetti, senza farsi guidare né dalle proprie intime convinzioni, dalle proprie abitudini, e cercare di capire che cosa hanno voluto fare gli altri. Capire prima di giudicare, è il primo passo dell'apprendimento. Con questa innovazione nel mondo dell'università, credo che a Voi interessi più l'università che il ciclo di studi che state completando, si è cercato di mettere insieme due esigenze. Il primo è quello dell'inserimento professionale, di coloro che si iscrivono all'università, perché ci si è accorti  che i nostri allievi arrivavano più tardi rispetto agli altri paesi. Ormai, specialmente in Europa c'è la libertà di movimento.Voi potete aspirare ad avere un'occupazione anche pubblica in uno Stato diverso da quello italiano e viceversa. Per fare un esempio: proprio nella Facoltà di Economia  dove insegno Diritto  - si rivelava che un nostro allievo, bravissimo, che aveva fatto tutto nei tempi minimi necessari per conseguire i vari titoli: laurea, dottorato di ricerca, era entrato in un'impresa inglese e il suo capoufficio aveva ventidue anni. Quindi questa è stata una delle ragioni che hanno spinto quelli che hanno studiato questa riforma di dare in più breve tempo un titolo di studio di livello universitario. Anche perchè  sembra che le lauree brevi abbiano reso poco.  Invece si è detto facciamo la laurea in tre anni. Diamo un insegnamento, più o meno compiuto, di livello universitario, in modo che chi vuole collocarsi nel mondo del lavoro non si trovi arretrato rispetto ai colleghi delle altre nazioni europee,  che arrivano più presto nel mondo  del lavoro. Poi chi vuole approfondire la cultura a un livello superiore, va a conseguire la laurea nei dei due anni successivi. Ma non è che tutto questo sia ancora stato sperimentato. Quindi si sperimenterà come dicevano i nostri antichi,  in copore viri, detto che deriva dal fatto che si sperimentava  la bontà della lama, della spada nel corpo dello schiavo, per verificare se uccidesse veramente. 
Voi sarete un po' le cavie di questa nuova idea. Qualcuno ha anche detto che in fondo  dividere in due cicli l'università è un modo per introdurre a livello surrettizio il numero chiuso.  Voi sapete che il numero chiuso o programmato - tanto poi le ipocrisie del linguaggio servono a mascherare delle realtà, quando si è insorti contro le idee del numero chiuso,  si è detto: "Beh, allora programmato". Ma programmato significa numero chiuso. Perché per conseguire questa laurea piena, che si dovrebbe avere dopo cinque anni, ci saranno certamente delle selezioni di accesso, che ancora non sono state ben individuate. Avete sentito un ministro, il quale ha dichiarato: "Si faranno poi dei test", ma non è che sia stato bene delineato questo iter. Per esempio nella mia università, che è una università libera dove gli studenti pagano, si è pensato di non prevedere alcun titolo di verifica per coloro i quali hanno conseguito la laurea nella stessa università con un voto  alto, perché sarebbe sconfessare se stessi. Quindi questo per il momento è tutto in itinere e si sta pensando come realizzare la riforma. Io Vi ho detto che cosa ne penso, ma probabilmente sto sbagliando nel dirVi queste cose, poi ciascuno valuterà criticamente quello che io dico e quello che gli verrà detto da coloro che si pongono o con un atteggiamento di esaltazione o denigrazione ad ogni costo, il che è certamente è un atteggiamento culturalmente non legittimo.

STUDENTE: Come abbiamo appena sentito nella scheda , su mille iscritti alla Prima Media, solamente 150 riescono a conseguire una laurea. Lei pensa che questa riforma in qualche maniera possa migliorare la situazione e soprattutto non pensa che questa sorta di selezione fisiologica sia benefica, dal momento che comunque una società come la nostra non ha bisogno che tutti siano laureati?

CAIANIELLO:  Noi abbiamo un po' lo status symbol della laurea nella nostra cultura. La  la laurea era una meta di alcune fasce aristocratiche della nostra società .Chi si poteva permettere il lusso di studiare conseguiva la laurea e gli altri si occupavano indipendentemente dalla laurea.  Quando si ampliò l'accesso all'università, abolendo la necessità  di avere specifici titoli di studio per accedere a determinate facoltà,   si disse che si volevano parcheggiare gli studenti perché l'occupazione non era possibile, quindi si tenevano nelle università sperando proprio poi negli abbandoni di coloro che riescono a trovare un altro posto. Ora in effetti io credo che -  sempre come mia opinione su questa Riforma - è un voler  legalizzare l'esistente. Poiché soltanto 150 arrivano al livello massimo, al livello accademico massimo, alla laurea con due elle -almeno negli schemi noi la scriviamo con una elle quella di tre anni e con due  quella  dei cinque anni - si è voluto legalizzare l'esistente. Si dice: arrivano 150 e quei 150 saranno quelli che completeranno i cinque anni. Agli altri non togliamo né la soddisfazione di dire io ho un titolo universitario compiuto, che è la laurea dei tre anni, è la laurea con una elle, e nello stesso tempo inserirli nel mondo del lavoro prima, per evitare che rimangano ancora parcheggiati in attesa poi di conseguire quel titolo superiore. Quindi Lei ha risposto alla Sua domanda quando ha detto 150. Probabilmente questo avverrà e  non si lasceranno per strada quelli che non riescono ad arrivare così in alto. Gli si dà un titolo, una qualificazione, perché guardate che poi gli ordini professionali, gli ordinamenti degli impieghi pubblici e privati si dovranno adeguare loro a questa nuova realtà e quindi dovranno ripensare loro stessi. Un ordine professionale si accontenterà del diploma della laurea di tre anni o vorrà la laurea dei cinque anni? Questo è un interrogativo che ancora non è sciolto perché loro stanno pensando come adeguarsi al nuovo ordinamento.

STUDENTESSA: L'intento della Riforma universitaria è quello di adeguarsi agli standard europei. Lei come giudica questa futura integrazione in Europa?

CAIANIELLO: Guardi, in base a quello che ho detto, la giudico positiva per coloro i quali non intendano acquisire i titoli più alti e tuttavia si possono presentare in Europa avendo una laurea. Non so se si chiameranno dottori, ma penso di sì, che quelli dei tre anni si chiameranno già dottori, quindi avranno titolo a parcheggiare la macchina in un posteggio dove si viene chiamati dottori. Saranno legittimamente chiamati dottori. Quindi questo è certamente un adeguamento. Quello dei crediti scolastici, che è  la novità che Voi già conoscete  questa trasformazione, io annetto non molta importanza a questa. Non credo che cambierà gran che. È un po' un'idea che abbiamo importato dall'America dove ci sono tutti i crediti scolastici. Ma poi, se andiamo a vedere come nei nuovi ordinamenti, almeno per l'esperienza che sto vivendo nel predisporre il nuovo ordinamento della mia università, mi  accorgo che in effetti è un modo di calcolo che non cambia gran che la realtà. Sapete che gli studenti dovranno avere 180 crediti per i tre anni, più 120 per i restanti, in tutto 300, di cui una parte è riservata al superamento degli esami relativi a materie ben individuate, e poi c'è un piccolo numero di crediti che si acquisiscono con materie, con attività informative, che sono ancora allo stato di nebuloso, che non si sa bene in che cosa dovranno consistere. Ma in sostanza servono questa della misura data dai crediti, è stata pensata con questo criterio: ogni punto di credito equivale a 25 ore di impegno, tra lezioni, acquisizione personale, in studio personale delle materie, a casa propria,  nei locali, nelle biblioteche  e esame.  Un punto di credito equivale a 25 ore di impegno e poi viene distribuito nelle varie materie. Viene attribuito il valore in credito ad ogni materia. Per esempio alla mia materia, che è Diritto pubblico, al primo anno di Economia, è stato dato il massimo, che è otto crediti. Ora lo studente deve poi farsi un piano di studio personalizzato, seguendo certi indirizzi che le varie università  impartiscono all'interno delle varie facoltà, e quindi arrivare ad una sommatoria di crediti pari a 180 e a 300. Ma diciamo questo serve a misurare la quantità dello studio dell'impegno  accademico che ciascuno studente mette, ma dal punto di vista dei contenuti io non credo che cambi gran che, perché quello che conta è una testa ben fatta, non una testa  ben quantificata, perché quella del credito fa pensare più a questo che non alla realtà dei contenuti.

STUDENTESSA: Ci potrebbe spiegare che cosa si intende per autonomia didattica ed amministrativa delle università e poi se ci sono dei vantaggi oppure degli svantaggi?

CAIANIELLO: Guardi quello delle autonomie universitarie è un problema che nel nostro sistema è stato sempre molto dibattuto, perché, quando agli inizi dell'Unità d'Italia, sulla base di quelle che erano state le esperienze delle università italiane, di cui la più antica è quella di Bologna che ha compiuto 900 anni nell'88, '89 mi pare - è la più antica università italiana. Le università erano luoghi di cultura che per loro natura erano autonome - Voi sapete che gli allievi pagavano tutti - sceglievano loro i professori perché sapevano che esisteva un grande studioso in Francia e lo chiamavano poi giudicavano loro i professori, ma li giudicavano perché  come noi giudichiamo chi chiamiamo a farci un servizio e vediamo se il servizio è fatto bene o male lo paghiamo in relazione al servizio. Quindi diciamo che il professore e il rettore erano dei dipendenti degli allievi, perché erano loro a pagare. Di questa tradizione dell'autonomia universitaria italiana si continuò a parlare dopo l'Unità d'Italia. Ci fu un grande dibattito nei parlamenti italiani di fine secolo dell'Ottocento, sul significato di autonomia. Baccelli Ministro della Pubblica Istruzione  sosteneva il principio dell'autonomia.  Ci fu un altro grande italiano, che si chiamava Silvio Spaventa, il quale contrastò questa idea dell'autonomia, perché affermava che : "Autonomia significa autosufficienza. Se l'università è un luogo che è alimentato dalle finanze pubbliche, non è autonoma, perché dipende dagli altri. Non può auto-organizzarsi". Però dal punto di vista dell'insegnamento si è sempre detto che le università sono autonome, tranne durante il periodo del regime fascista, quando fu molto attenuato il principio della libertà di insegnamento, che è stato poi sancito dalla  Costituzione. La ricerca e l'insegnamento sono liberi nella nostra Costituzione. Quindi oggi per autonomia si è voluti tornare a un concetto anche di autonomia operativa, quindi di autofinanziamento delle università, le università devono essere competitive per attirare più allievi possibile. Ora però questo suppone  un mercato, perché altrimenti non ha senso l'autonomia. Se noi diamo al titolo di studio il valore legale, per cui ogni  titolo vale come pezzo di carta, non per l'università da cui proviene, come succede in altri ordinamenti, come negli Stati Uniti, dove le università pubbliche o private sono in competizione tra di loro, i professori sono assunti a contratto, quasi tutti, salvo dopo tanti anni si stabilizzano, ma ci vogliono molti anni,  e sono pagati in relazione a un mercato. Molti professori non sanno quanto prende l'altro professore. Quindi ogni università cerca di accaparrarsi i migliori, togliendoli alle università minori, e gli studenti cercano di accedere, e c'è sempre il numero chiuso, nelle università migliori perché sanno che non ha valore legale il titolo di studio, ma vale per i contenuti che questo titolo esprime. Ora però non è che la cultura universitaria americana, a livello non di specialisti, perché quello è altissimo, infatti i nostri andrete tutti quanti negli Stati Uniti, in Germania, eccetera per conquistare i livelli più alti, ma, quando arriverete all'inizio, Voi sarete più bravi di loro. Io ho avuto una esperienza proprio in America di vedere come gli universitari italiani hanno una cultura che è più completa di quella americana, che è piuttosto povera. È povera perché non ha  molte tradizioni. Quindi tornando al discorso dell'autonomia io credo che di vera e propria autonomia si potrà parlare solo se e quando si toglierà il valore legale del titolo di studio, per cui servirà di dire: "Con chi hai studiato? ", non "Che cosa è scritto su questo diploma", ma: "Chi sono stati i tuoi professori? Che cosa hai appreso?". Quindi anche questo è un grosso interrogativo. L'autonomia, come Lei sa, porta alla competizione, a un'elevazione dei saperi, dei contenuti, ma i presupposti attuali sono ancora di una università standardizzata, che rilascia diplomi, esamifici e diplomifici, insomma, ancora la nostra realtà. Non è competitiva.

STUDENTE: Cosa pensa dei test di ammissione che sono previsti nel passaggio  dal liceo all'università, cioè del cosiddetto "filtro d"ingresso"? Non Le pare quasi una negazione del diritto allo studio che tutti dovremmo avere.

CAIANIELLO: Sì il diritto allo studio non è un diritto al non studio. Il diritto allo studio significa che chi è in grado di apprendere può accedere ai livelli più alti. La Costituzione dice che gli studenti meritevoli, anche se bisognosi, hanno diritto di accedere anche ai livelli più alti di cultura. Quindi, se noi vogliamo continuare ad attribuire all'università soltanto il valore di dare delle utilità concrete per l'inserimento del mondo del lavoro e quindi a contentarsi della frequenza di coloro ai quali non interessa nulla quello che studiano, che ottengono il diploma con il minimo dei voti in tutti gli esami, e allora probabilmente ha ragione Lei a porre la domanda. Ma, se noi intendiamo l'università come luogo di apprendimento di una cultura a livelli superiori, un tempo si chiamava Universitas studiorum . Ora può  oggi una società consentirsi di mantenere strutture di alto livello culturale soltanto per consentire a persone, che non ne hanno molta voglia di conseguire un titolo? Ecco perché io, nel rispondere alla domanda del Suo collega prima, dicevo che non è escluso che questa separazione delle lauree in due cicli, tre più due, finirà col far accantonare l'idea del titolo selettivo, per l'accesso ai primi tre anni, ma per introdurre alla laurea completa il principio del numero chiuso, perché nessuno potrà negare che le università abbiano il diritto di stabilire chi può accedere ai livelli più alti. E quindi alcune università stabiliranno che, per esempio, per accedere alla laurea ulteriore, a quella dei due anni, sarà sufficiente avere ottenuto un voto molto alto nel livello più basso. Ma per chi provenga da un'altra università e voglia conseguire il titolo dei due anni ulteriori e non abbia un voto alto allora l'università ha il diritto di dire: "Io i livelli specialistici li faccio raggiungere soltanto a coloro che siano all'altezza di questo". Ed ecco perché io penso che in sostanza si sdrammatizzerà il problema numero chiuso o numero programmato, come si dice e e limitatezza delle risorse universitarie, perché ci sarà una selezione all'interno delle università e quindi tutti potranno avere il titolo dei tre anni, ma pochi saranno quelli che potranno raggiungere i livelli più alti. E Lei non mi potrà dire che in questo modo si limita il diritto allo studio, che è un diritto ripeto non al non studio, ma allo studio.

STUDENTESSA: Noi spesso non veniamo  aiutati nella scelta della facoltà e soprattutto abbiamo paura di arrivare all'università e di trovarci quasi disorientati, possiamo dire. Non pensa che sia necessario un maggior collegamento tra la scuola superiore e l'università?

CAIANIELLO: Credo che sia una grave carenza del nostro sistema scolastico questo disancoraggio completo tra le due realtà: la realtà della scuola secondaria e quella dell'università. Voi sapete che un tentativo di omogeneizzare, tentativo  che è stato molto criticato da alcuni, non so se in base a pregiudizi o a consapevolezza della critica, è stato quello di eliminare questa questa separatezza già a livello di scuole elementari e scuole medie. Si dice quelli delle Scuole Medie devono cominciare già a frequentare le scuole  dove ci sono ancora ragazzi giovanissimi. E quindi i maestri elementari dovranno continuare a seguire, anche negli anni successivi questi allievi. Sono sperimentazioni, che sono positive se vengono fatte senza troppa autoesaltazione, ma con molta umiltà. Questo vale e non vale. Ora io personalmente ripeto non so bene come si potrà realizzare questo raccordo, ma secondo me specialmente negli ultimi anni, due anni, cioè quelli che voi frequentate, sarebbe opportuno che alcune ore di insegnamento, che potrebbero essere poi valutate come crediti nei Vostri attuali modi di valutazione del Vostro corso scolastico, cioè che  intervengano persone che vengono dall'università, per chiarire ciascuna che cosa significhi iscriversi in Scienze e che cosa significa iscriversi in Ingegneria. Io per esempio, che non avevo seguito gli studi scientifici, quando mio figlio si iscrisse in Matematica, gli dissi: "Ma perché non ti sei iscritto a Ingegneria?". Lui mi rispose, - non è che voglia offendere gli ingegneri -, mi rispose: "Puoi mettere a fabbricare pianoforti ad uno cui piace la musica? ". Ora è una risposta che mi ha sempre impressionato. Io ogni tanto la racconto. Sarebbe opportuno invece che lo studente ... - mio figlio sapeva di avere questa passione matematica e quindi ha trovato sbocco facile anche nei corsi ulteriori - ma c'è qualcuno che non sa bene se la sua attitudine alle scienze sia più utilizzabile,  iscrivendosi a Ingegneria che a Matematica
Quindi sarebbe opportuno che venga un professore delle materie per lo meno un'ora in un anno a dire: "Guardate che in Ingegneria si studiano queste materie, si potrà fare questo e questo, l'attitudine sarà questa" così ciascuno di Voi poi deciderà.  Certo che oggi c'è un'assoluta separatezza.

STUDENTESSA: Piuttosto che di  un docente universitario non ci sarebbe forse bisogno di un neolaureato o di uno studente universitario, che magari è più vicino alle nostre posizioni?

CAIANIELLO: Siamo d'accordo. Ci potrebbe essere un dibattito a due voci, un dibattito di un giovane che contesti quello che viene a dire il docente e viceversa, perché credo che dalla dialettica nasce sempre poi il pensiero critico. Se questo fosse possibile io mi auguro che siate Voi qui un giorno e possiate farle valere queste cose, inserendoVi anche  nei settori dove si debbono fabbricare, costruire gli assetti e le strutture.  Queste Sue idee sono molto interessanti.

STUDENTE: Lei pensa che la scuola deve formare dei lavoratori o comunque delle persone che possono inserirsi attivamente nella nostra società o debba sforzarsi maggiormente comunque di formare e di creare degli uomini consapevoli?

CAIANIELLO: Secondo me le due cose non sono in contrasto tra di loro. E con i limiti di tutte le cose umane probabilmente questo nuovo ordinamento universitario tende proprio a questo. Io penso che l'università e anche le scuole secondarie debbano consentire a chi concepisce la frequentazione di questi luoghi di istruzione come luoghi di formazione, luoghi di apprendimento culturale. Quindi noi non possiamo demonizzare lo studente che dice: "Ma io all'università voglio apprendere, poi me la vedrò io, quando ..." né possiamo demonizzare chi dice: "No, io vado all'università per conquistarmi un posto nella vita, poi penserò a studiare dopo". Quindi il problema è sempre al centro. Per esempio, io  mi auguro che nella nuova riforma dei cicli scolastici si mantenga un luogo come il Liceo Classico, non so come si chiamerà, se tenderà a esaurirsi.  
In America chiesi una volta in un' università di uno Stato dove si insegna il Diritto - il Diritto come il Diritto europeo, cioè non la common law, che è  che il sistema giuridico anglosassone. Siccome il Codice Civile italiano affonda le sue radici nel Diritto Romano chiesi al Preside se questa materia fosse insegnata, poiché nelle università giuridiche italiane è ancora una materia che non è stata ancora vietata o proibita. E quello mi rispose: "Non c'è mercato". Quindi questo è  il problema: deve prima venire prima l'offerta di formazione o la domanda di formazione? Il mercato nasce dalla domanda?  Se c'è qualcuno che chiede, allora c'è uno che è disposto ad offrire? Ma difficilmente viene prima il momento dell'offerta e poi quello della domanda. Ora non so se la dinamica dei processi economici sia trasponibile esattamente nel mondo universitario. 

STUDENTESSA: Fino a che punto è giusto che l'università tenga conto  del mercato del lavoro e fino a che punto è giusto che l'università mantenga invece un'autonomia propria sia dal punto di vista formativo che dal punto di vista culturale?

CAIANIELLO: Senta l'università tradizionale italiana seguiva il secondo orientamento, però con i fallimenti che sono stati posti in evidenza. Quindi lo statosi è impegnato a creare tante strutture con questa ideologia. Invece la mentalità di società pragmatiche, come quella americana, predilige l'altra cosa. Io conosco una università di altissimo livello negli Stati Uniti il cui il budget è determinato dai fondi che il  Pentagono,  il Ministero della Difesa americano, dà per far fare delle ricerche che servono alla difesa militare. E questa è una università con un livello altissimo. Ma tutto il programma è finalizzato alle ricerche che vengono richieste da chi le commissiona. E questo dà nelle scuole di specializzazione un alto livello. Quindi siamo noi preparati ad una università la quale vive soltanto sui finanziamenti che vengono dati da chi ha interesse a raggiungere certi risultati? 
Però la nostra università, che è sganciata dal mondo della produzione, ha dei livelli di ricerca bassissimi. La ricerca scientifica nel nostro paese è ai livelli più bassi di tutti gli altri paesi industrializzati. Voi lo sapete. Ci sono poi posizioni ideologiche. Sapete che c'è un ministro che in questi giorni è stato contestato, perché ha bloccato tutti i fondi di ricerca  sulle  biotecnologie, che gli altri stati stanno seguendo e noi finiremo col doverci comprare poi i brevetti altrui. Quindi anche qui bisogna avere molto buon senso e mai partire col pregiudizio. Dire no a essere foraggiati dalla produzione perché questo persegue finalità proprie, è un pregiudizio. L'altro pregiudizio è: "questo modo di fare crea  soltanto delle persone che servono al mondo della produzione". Qui insomma il problema è trovare un equilibrio fra queste due esigenze. Quindi questa diversificazione dell'università probabilmente vuole tendere proprio a questo, cioè privilegiare negli ultimi due anni l'approfondimento e privilegiare con i primi tre anni l'inserimento nel mondo del lavoro.

STUDENTESSA: Volevamo toglierci una curiosità. Secondo Lei  che rapporto c'è tra la cultura, diciamo accademica, e quella che c'è al di fuori nella società comune? È giusto dire che la cultura universitaria, schiacci quella esterna oppure è più giusto dire il contrario, e quindi servirebbe qualche altra cosa da fare nell'università?

CAIANIELLO: Vi invito a leggere quel libro di Morin, che sta qui su questo tavolo: " Una testa ben fatta". Ora io con un'idea che mi viene in questo momento, direi che mentre  nei livelli di scuola primaria e secondaria deve essere privilegiata la domanda, vale a dire che  è il professore che deve capire che cosa il soggetto, ancora intonso, chiede, di che cosa ha bisogno. Mentre invece nei livelli più alti credo che debba essere privilegiato il momento dell'offerta e quindi ciò che Lei chiama separatezza, tra mondo accademico e  mondo non accademico.  La differenza sta proprio nel fatto che il mondo accademico deve offrire dei patrimoni, quindi cercare di attirare l'attenzione su questo che mette a disposizione. Ma il compito invece di rispondere alle domande deve essere più spostato nei livelli che si concludono con la scuola secondaria. Morin proprio fa l'esempio del ragazzo che si iscrive ai primi anni delle scuole primarie e la sua realtà è la televisione, un oggetto che molti insegnanti considerano - certe volte anche soltanto per apparire intellettuali -, con un certo disprezzo, mentre invece l'insegnante si deve compenetrare nel fatto che quello studente, che quell'allievo voglio dire, anche giovanissimo, considera  quello  che vede in televisione - come quel film: Truman Show -, parte della propria realtà e quindi deve adeguarsi e deve entrare. Ma invece non credo che l'università debba fare altrettanto. L'università è offerta di cultura, invece l'altra scuola è risposta alla domanda.

STUDENTESSA: Io ho letto il libro di Edgard Morin, appunto: Una testa ben fatta, e in questo libro c'è appunto una difesa della cultura umanistica che secondo Morin non deve essere suddivisa, distinta comunque dalla formazione di tipo scientifico o tecnologico proprio perché fornisce degli strumenti di orientamento nella nostra società e nella società che si fa sempre via via più complessa. A questo punto però la scuola del futuro non rischia di perdere il valore di questa cultura umanistica, che è fondamentale appunto nella nostra società che richiede mobilità e  continuo aggiornamento?

CAIANIELLO: Qui direi che l'autore che ha letto - e mi compiaccio con Lei e con quelli che lo faranno dopo - ha questa sua filosofia della complessità. Io ho conosciuto una persona che ha agito nella sua vita, ed è  è stato un grande educatore, è scomparso qualche mese fa, era mio ..., abbiamo ..., siamo nati nello stesso paese: è stato Rettore dell'Università di Roma per undici anni e Ministro della Università per altri cinque anni, Ruberti, Antonio Ruberti. Ora lui era uno scienziato tecnico. Era laureato in Ingegneria, ha studiato i sistemi, la teoria dei sistemi, in Ingegneria, ma  nella sua infanzia  ha coltivato essenzialmente la cultura umanistica e probabilmente è riuscito nella vita ad essere uno scienziato proprio perché si alimentava continuamente della cultura umanistica, pur essendo uno specialista della cultura tecnica Quindi io credo che il pericolo della ipertecnicizzazione degli studi, quello che Morin dice l'iperspecializzazione che è diversa dalla specializzazione. La specializzazione significa conoscere approfonditamente la materia che si osserva, che si studia. L'iperspecializzazione è il voler conoscere soltanto quella materia. E la cultura europea è una cultura che anche nei suoi anfratti più tecnicistici risente della cultura umanistica.  Appunto essa, dà a livello di scuola secondaria, a livello di università, un materiale migliore di quello delle università dei paesi nei quali si è iperspecializzati, salvo poi a iperspecializzarsi anche loro, quando vanno ad apprendere in questi paesi. Però il pericolo esiste, il pericolo di un abbandono della cultura umanistica. C'era un mio studente all'università che era bravissimo, il quale era iscritto in Economia. Io gli chiesi perché avesse fatto questa scelta. Mi disse che era dovuto a esigenze contingenti, perché avrebbe voluto fare il filosofo. E mi disse solo una cosa: "Io mi auguro che non chiudano i licei classici, perché sa i licei classici per lo meno possono continuare l'opera dei ..., dei monasteri del periodo medioevale, che tramandarono la cultura classica al mondo moderno". Quindi un po' Voi, che avete ancora avuto il privilegio di frequentare i licei classici, cercate di mantenere accesa questa questa torcia che  riporta al nostro umanesimo. Perché non dimentichiamo che i grandi scienziati sono nati in Italia, in Europa, sono nati dall'Umanesimo, nell'Umanesimo. Quindi, allora non c'era la separatezza delle culture, il filosofo era matematico e il fisico era matematico e anche filosofo, e i più grandi pensatori. Einstein, ad esempio, si è collocato tra i filosofi e  tra i matematici. È difficile fare queste distinzioni quanto più la cultura è elevata.

Puntata registrata  il 14 dicembre 2000

Biografia di Vincenzo Caianiello

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