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Il Grillo (19/2/2001)

Marco Rossi Doria

A che serve la scuola?

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19 febbraio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Aristofane" di Roma

STUDENTESSA: Benvenuti. Ci troviamo nel Liceo Classico "Aristofane" di Roma per discutere della scuola , della sua funzione, dei suoi obiettivi, insieme al nostro ospite, il professor Marco Rossi Doria, che ringraziamo di essere qui. Prima di iniziare il dibattito, vediamo insieme la scheda filmata.

Quaderni colorati, aule calde ed accoglienti, l'emozione di un grembiule lindo. Il primo giorno di scuola non è per tutti così. Chi vive nella povertà o nel disagio è portatore di sospetti, di segrete sofferenze che la scuola non può ignorare. "La scuola non deve essere uguale per tutti", diceva provocatoriamente Don Milani trent'anni fa. A situazioni diverse bisogna dare risposte diverse. Per capire a che serve la scuola proviamo a interrogarci sulla realtà dei bambini e dei ragazzi che della scuola sono i destinatari ultimi. Per molti di essi è un privilegio negato o un mondo ostile. Partiamo da qualche dato. Secondo L'UNICEF nel mondo sono 93 milioni i bambini analfabeti e 130 milioni quelli che non hanno nessuna istruzione. Nel Sud d'Italia quattro ragazzi su dieci non completano le Scuole Superiori, sei giovani su dieci sono senza lavoro. Sulla base di questa amara analisi, sono nati, su mandato del Ministero della Pubblica Istruzione, i maestri di strada, che vanno incontro ai ragazzi nel loro territorio, nelle loro case, cercando di capire la loro lingua e il loro dolore, le loro emozioni e paure, per sviluppare, a partire da esse, le loro capacità. È un'esperienza innovativa, fondata su un circolo virtuoso tra territorio, volontariato e scuola. A partire da essa, possiamo farci alcune domande: come può la scuola essere vero strumento di crescita democratica, di emancipazione della persona e leva per una qualità diversa dello sviluppo? Essa deve fatalmente modellarsi sull'assetto della società? E ancora, se la scuola è un servizio sul territorio a vantaggio delle famiglie e dei ragazzi, la qualità di questo servizio non andrebbe in qualche modo misurata e valutata? E da chi?

STUDENTE: Quando i mezzi di informazione si occupano di istruzione, di scioperi, di occupazione solo riferiti all'Italia, mi sembra che questi problemi siano irrisori di fronte ai dati sulla condizione infantile che abbiamo sentito nella scheda. Perché c'è tanta disinformazione su questa situazione dell'infanzia nel mondo?

ROSSI DORIA: Ma in realtà trovo che l'informazione ci sia, però gli organi di stampa, in larga misura anche la televisione, preferiscono fermarsi sulle cose che hai detto, perché sono più vicine, fanno parte della nostra realtà limitata, ma italiana.  Quando affrontano i problemi drammatici dell'infanzia, anche nel nostro Paese si tende a prendere il caso-tipo e costruirci intorno un caso, uno scandalo, anche in termini positivi. Quando si mettono in atto delle azioni volte all'infanzia esclusa, anche in Italia, si tende a fare delle persone che se ne occupano  degli eroi, anziché delle persone normali che si rivolgono a una specifica parte della nostra infanzia. E invece, quando qualcosa non funziona,  si urla allo scandalo. Tutto il sistema di informazione va un po' per questi flash estremi. Ma i dati, anche molto accurati, sull'infanzia nel mondo, da parte delle agenzie internazionali, dell'ONU, dell'UNICEF, e tante altre - penso anche all'Organizzazione Mondiale della Sanità, all'Organizzazione Mondiale del Lavoro, non è difficile trovare questi dati, anche in Internet sono disponibili - ci sono; non c'è disinformazione. Trovo che ci sia una mancanza di attenzione all'informazione che esiste.

( vedi il percorso tematico dell'EMSF: La condizione dell'infanzia)

STUDENTESSA: Lei si è definito nel Suo libro: "maestro di strada" (Di mestiere faccio il maestro, Edizioni l'ancora del mediterraneo). Ci potrebbe parlare meglio della Sua esperienza e soprattutto del Progetto Chance, che ne è seguito, e se, soprattutto, questo progetto è un progetto volontario oppure è sovvenzionato dal Ministero.

ROSSI DORIA: Ti ringrazio per la domanda. Il libro parla di tutta la mia esperienza di insegnamento, da 24 anni a questa parte, quindi non parla del Progetto Chance. Poi la mia esperienza di "maestro di strada" ha un elemento fondante, che ci tengo a farVi capire: non è una sola persona che fa questo, ma sono dei gruppi, dei team, delle squadre di persone. Perché insisto su questo concetto? Perché è impensabile che un lavoro di recupero alla scuola di ragazzi che non ci vanno più e che hanno perso i contatti  con un percorso di formazione, lo possano fare appunto degli eroi o delle persone singole.  Per affrontare questo problema ci vogliono molte persone. Intanto ci vogliono degli insegnanti disposti a farlo e quindi a mettere in gioco le proprie sicurezze, che sono per esempio l'orario e i luoghi fissi dove si insegna. Poi ci vogliono dei soldi in più, perché - appunto è stato citato Don Milani nel filmato - non è che a situazioni diverse si può rispondere nello stesso modo, ad esempio, se abbiamo qualcuno che muore di fame e qualcuno che è molto ben nutrito, non si devono applicare le stesse norme di nutrizione sia per l' uno che per l'altro.  Non si fa giustizia così. Si fa giustizia cercando di aiutare chi sta peggio e di dare altri stimoli a chi sta già bene. Però non si può negare che si deve dare di più. Quindi oltre all'insegnante abbiamo bisogno di soldi in più. Questo è stato possibile, nel Progetto Chance, grazie alla Legge 285 del 1987, una Legge che è stata voluta dal Ministro Livia Turco, insieme a un pool di esperti, che si è posta il problema dell'esclusione di bambini e di ragazzi dal nostro sistema formativo ed educativo e dalle opportunità, più in generale, della vita. Un'altra cosa importante da notare è che questa legge va  nella direzione della difesa e dello sviluppo dei diritti dell'infanzia. Tenete presente che viene internazionalmente considerata infanzia chiunque non abbia raggiunto i diciotto anni. Quindi c'è un'idea estesa dell'infanzia. Ecco, nel mondo, per chiunque non abbia ancora diciotto anni, si devono dare delle occasioni, delle opportunità in più, soprattutto se sono persone che queste opportunità non le avrebbero. Questo lo dice una Convenzione Internazionale, sottoscritta dal nostro Paese nel '91, la Convenzione per i Diritti del Fanciullo,  firmata nel 1989, che riguarda tutti fino ai diciotto anni. Quindi ratificando un Trattato Internazionale il nostro Paese si impegna a seguire la propria infanzia, in particolare a dare importanza a quella esclusa, perché questo dicono gli Articoli della Convenzione di New York. Ed è in questo ambito che è stata fatta la legge da parte del Ministero degli Affari Sociali, una Legge che negli ultimi tre anni ha speso più di di 1300 miliardi, che, su questo fronte, è una cifra enorme per l'infanzia, l'adolescenza esclusa. Quindi noi abbiamo potuto dare di più a questi ragazzi, che da almeno due anni non andavano più a scuola, usando i soldi di questa Legge. Questa Legge funziona così: il Ministero manda i soldi o alle regioni o alle grandi città italiane. Le grandi città italiane ottengono questi soldi sulla base dei progetti. Noi eravamo un gruppo di insegnanti, che avevano fatto una serie di esperienze nella scuola pubblica e, alle volte, anche nel volontariato, e capivamo che bisognava dare una risposta un po' più sistemica a un problema che riguarda migliaia e migliaia di ragazzi tra i quattordici e i quindici anni che non vanno più a scuola. Bisognava inventarsi qualcosa di nuovo. Quindi c'erano, riepilogando,  gli insegnanti,  i fondi, così determinati, e poi ci sono altri attori che aiutano un progetto del genere: gli assistenti sociali del Comune di Napoli, i volontari, i giovani tutor, che hanno un rapporto più da sorella o fratello maggiore con i ragazzi rispetto agli insegnanti, che invece hanno un ruolo più da insegnanti, e ancora, gli psicologi, che aiutano gli insegnanti a poter stare con i ragazzi che hanno delle difficoltà e che necessariamente, diciamo, procurano delle emozioni forti, che vanno, in qualche modo, monitorate, curate, anche da parte degli insegnanti. Quindi sono insegnanti che riconoscono che un lavoro di recupero implica una messa in discussione anche propria a livello emotivo. Quindi ci sono tanti attori: naturalmente ci sono i funzionari del Comune di Napoli, che facilitano le pratiche, ci sono i dirigenti del Ministero, che seguono il lavoro; un lavoro di squadra a più livelli. Quindi richiede una complessa organizzazione. Quindi, a proposito di semplificazioni mediatiche, sui giornali risulta che ci sono dei super eroi che vanno a salvare i bambini per strada; non è così. E poi ci sono gli attori fondamentali e questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Gli attori fondamentali sono le famiglie, che sono disposte a rimettersi in discussione e a ritornare verso la scuola, e i ragazzi stessi, che vengono di nuovo a scuola, dopo, in qualche modo, esserne stati o cacciati o comunque, forse non cacciati, ma avere avuto una grossissima difficoltà ad integrarsi nel nostro sistema scolastico, e anche nelle sue rigidità, e che decidono di sottoscrivere un nuovo patto formativo - di firmarlo, letteralmente - insieme ai loro genitori, e di fare un tentativo - una nuova opportunità, una nuova chance - ad entrare in una scuola che però è disposta a mettersi - questo è un altro punto fondamentale - in discussione, cioè è disposta a cambiare le propria rigidità e a sua volta andare verso i ragazzi che fanno questo tentativo. Quindi è un lavoro di tante persone.

STUDENTE: Lei non pensa che per riuscire a strappare i bambini e i ragazzi dalle strade, anche lo Stato debba essere coinvolto ad accompagnare questo Progetto, che Lei oggi ci sta presentando? Lo Stato non dovrebbe in qualche maniera intervenire direttamente nel contesto sociale, economico e culturale delle famiglie stesse?

ROSSI DORIA: Sì lo penso e in parte avviene. Avviene perché le città hanno dei progetti in questo senso, dei progetti di riqualificazione sociale del territorio di appartenenza di questi ragazzi. Si fanno delle politiche a tal fine. Per esempio, si danno dei soldi alle famiglie, in particolare alle mamme, che sono dei "soldi minimi di cittadinanza", così vengono chiamati, che a determinate condizioni - che sono, appunto, il fare le vaccinazioni, l'aggiustare un po' la casa, per quanto, diciamo, possa essere povera -  vengono erogati. Il Comune di Napoli ha fatto queste cose negli ultimi anni, di andare verso i ragazzi anche sostenendo le mamme e le famiglie. Ci sono dei progetti europei che vanno in questo senso. C'è in particolare il Progetto URBAN, che tende a riqualificare, anche dal punto di vista sociale, il territorio. In parte si fa. Non s'è fatto nella maniera estesa, ed è vero che nel nostro paese esistono delle situazioni di nuova povertà, in cui la maggioranza della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, così com'è stata stabilita dalla Presidenza del Consiglio e quindi non in indigenza totale, come nel Terzo Mondo, ma certo, per un Paese che è una potenza economica nel mondo, in uno stato di povertà. Sì, penso che queste politiche, insieme alle politiche educative debbano essere sinergiche.Quello che è avvenuto è che sulla politica educativa il Ministero della Pubblica Istruzione insieme al Ministero della Solidarietà Sociale ha dato delle risorse, cioè dà degli insegnanti, dà delle strutture, dà dei capi di istituto, cioè dei presidi, che sono disposti a sobbarcarsi una parte importante dell'Organizzazione, atta ad aprire, diciamo, le scuole a un'utenza che a scuola non c'è andata. Cioè qua non si tratta di ragazzini che un po' hanno delle difficoltà di apprendimento a scuola. Si tratta di ragazzini che sono separati dalla scuola e che devono essere riconquistati. E quindi c'è l'urgenza di una scuola aperta, con le responsabilità del caso ovviamente. Quindi, come vediamo, si fanno delle cose. Noi siamo sempre portati a pensare che il nostro paese o fa tutto o non fa niente, o ci sono gli eroi o c'è l'abbandono. Ecco il quadro è molto più complesso. Non è così. Si fanno delle cose. Si attivano migliaia di persone, anche nel volontariato e non solo nel pubblico. Ci sono associazioni che lavorano ottimamente, in tutte le grandi città, ci sono questi buchi di esclusione e di sofferenza sociale; si cerca di costruire.

STUDENTE: Professore, ma Jack Delors, Presidente della Commissione Europea,  in un celebre rapporto all'UNESCO, ha definito l'educazione un "tesoro", perché appunto il bambino, che poi sarà il padre dell'uomo futuro, riuscirà ad ottenere un miglioramento dal  suo punto di vista, sia economico che sociale. Ma, per ottenere questo, non è forse il caso che i vari Stati Europei aumentino ulteriormente i finanziamenti che hanno stanziato per l'istruzione?

ROSSI DORIA: Sì, certamente. Jack Delors dice questo, tutti gli indicatori internazionali, a partire da quelli delle Nazioni Unite, individuano in tutti i paesi del mondo, quindi anche in India, anche in America Latina, anche nei paesi dell'Africa, oggi colpiti dall'epidemia dell'AIDS, per esempio, il fatto dell'educazione come fatto fondamentale per uscire dall'esclusione sociale e dalla povertà. Noi sappiamo che, se due genitori non hanno nessuna educazione, hanno il 60% di possibilità in più di avere dei figli completamente esclusi e che faranno una vita, di indigenza, di povertà, di sfruttamento. Mentre, se c'è anche un minimo di educazione di base in tutto il mondo, questa è una precondizione fondamentale, naturalmente non l'unica, e ovviamente si può fallire lo stesso, ma è la precondizione fondamentale, non solo per sapere di più del mondo ed essere informati, ma per potere sostenere una famiglia, per potere trovare un lavoro minimo, per potere, ecco, vivere in maniera decorosa e almeno assecondando alcune delle proprie risorse interne, delle proprie potenzialità. Quindi questo è molto importante; gli Stati Europei, devo dire, rispetto anche agli Stati Uniti, come riferimento di Paese sviluppato, danno molti soldi all'istruzione pubblica, e questo non vuol dire che danno quanto basta, insomma. Poi c'è tutto il problema di come vengono usate queste risorse, cioè se ci sono degli sprechi, se ci sono delle resistenze a modificare i propri assetti, se tutte le giornate che passate a scuola sono giornate utili per Voi, utili per Voi perché troviate il modo di apprendere quello che possa far esprimere meglio le Vostre potenzialità. Questo è un problema che, secondo me - posso sbagliare naturalmente, c'è un grande dibattito su questo - non è che dipenda automaticamente dalla quantità di finanziamenti, ma piuttosto dipende dall'organizzazione del sistema educativo. Perché, a parità di finanziamenti, ci sono sistemi educativi che sono più efficienti ed efficaci ed altri che lo sono di meno.

STUDENTESSA: Lei sostiene che la vecchia scuola ormai è finita e che c'è bisogno di un nuovo modo di essere maestri e di nuove forme di educazione. Nel suo libro parla di empowerment. Che cosa intende?

ROSSI DORIA: Vorrei correggere un poco le cose che mi si attribuiscono. Io non penso che la vecchia scuola sia finita, perché sembra, appunto, un altro di questi spot un po' semplificatorio . Purtroppo ci dobbiamo invece abituare sempre - secondo me è importante alla Vostra età a scuola - sempre a ragionare in termini non definitivi e non troppo facili. Ci sono alcune cose della vecchia scuola, chiamiamola così, che sono assolutamente ineliminabili. Per esempio, quando faccio un dettato in una Scuola Elementare, di qualunque quartiere del nostro Paese, penso di fare un atto educativo, non solo dovuto, ma probabilmente molto efficace ed efficiente per apprendere la lingua italiana. Questo è ancora più importante dove si parla solo il dialetto e quindi dove, riconosciuta la valenza culturale del dialetto, però poi i ragazzini devono imparare l'italiano. Questo è un metodo antico, di vecchia scuola, ma è un metodo buono secondo me. Quindi io non dico mai che la vecchia scuola è tutta da buttare e bisogna ricominciare da capo. Per decenni si sono fatte delle ottime pratiche di scuola. Migliaia e migliaia di professori, di insegnanti, di maestri e maestre elementari, hanno fatto una buona scuola. Ecco, va riconosciuto quello che funziona e poi vanno modificate delle cose. Ecco, io penso che l'empowerment, per rispondere alla Tua domanda, sia un modo  per riconoscere questa possibilità. Faccio un esempio concreto. Se, in una Scuola Media, noi abbiamo otto insegnanti di un Consiglio di Classe e questa scuola si trova in un posto del nostro Paese, dove i ragazzini parlano prevalentemente in dialetto, dove non hanno opportunità di vedere cose al di fuori del loro ghetto culturale, bene, bisogna intanto concentrare le forze sul riconoscimento della propria identità linguistica, quindi del dialetto, della sua ricchezza espressiva, della sua importanza comunicativa e poi anche imparare l'Italiano. Poi bisogna imparare la Matematica, la Geografia, la Storia, ma a partire da quello che i ragazzi sanno e cercando di portare quello che si sa nella pratica - perché sono ragazzi ricchi di saperi, ma non di saperi, diciamo, formalizzati - verso una formalizzazione. Allora il gruppo di questo Consiglio di Classe deve concentrarsi su questo, si deve riunire in autonomia vera e decidere quante ore dedicare a questo progetto. Quindi andare oltre l'idea: "No, io sono insegnante di Storia, devo fare quattro ore",  "Io sono insegnante di Ginnastica e ne devo fare due". Bisogna usare il monte ore complessivo per  per usare le risorse che già ci stanno nel modo migliore. Bisogna fare più Italiano? Bene, e allora concentriamo anche l'insegnante di Matematica, anche l'Insegnante di Scienze, almeno per una parte del suo impegno, verso l'Italiano, perché è la lingua comunicativa che consente di aprire gli orizzonti dei ragazzi. Rinunciamo a delle parti dei programmi, si dice. Ma  rinunciamo momentaneamente ad alcune parti dei programmi per creare le precondizioni per poter accedere poi ai programmi. Questo intendo dire. Invece noi abbiamo delle rigidità, come insegnanti, sopratutto dei luoghi - si sta sempre a scuola e non si gira - e delle materie. Insomma ci sono delle rigidità. Io penso che ci siano gli strumenti per potere iniziare a superare seriamente queste rigidità. Questo è l'empowerment nella scuola: bisogna utilizzare le risorse nel modo migliore, rendendo partecipe a questo processo i ragazzi stessi.

STUDENTESSA: Lei ha detto che la "scuola è come una stanza aperta sulla strada". E che cosa ha incontrato, affacciandosi su questa strada, e quindi, quali sono stati gli incontri più emozionanti e drammatici che ha vissuto nella Sua esperienza?

ROSSI DORIA: Io ho fatto questa esperienza nel volontariato, con una associazione. Molti insegnanti fanno esperienze nel volontariato. Molti insegnanti, per esempio, vanno in pensione e poi si dedicano ai doposcuola o a attività, diciamo, di volontariato. È un fenomeno in crescita. Si esce dalla scuola, ma si continua in iniziative educative. Ho visto che, quando la scuola si apre direttamente e consente di entrare direttamente alla vita di strada, si ha la possibilità di interagire con quello che i ragazzi sanno fare, che non sono cose sempre riconosciute dalla scuola , però sono delle cose importanti per i ragazzi. Di incontri ne ho fatti tanti, insieme alle mie colleghe e ai miei colleghi, per esempio, del Progetto Chance. Lavoriamo in gruppo, l'ho detto prima, siamo tanti. Facciamo tanti incontri, tante esperienze. In genere si tende a raccontare il fatto, l'esperienza, la situazione drammatica. Io e i miei colleghi evitiamo in genere questo tipo di cosa, perché pensiamo che non sia forse professionalmente serio farlo. Ci sono le vite delle persone che vanno rispettate e quindi non è che ne parliamo in maniera esplicita, neanche per accenni. Quello che è importante è capire che la scuola deve tener conto di quello che sono i ragazzi, anche nel Vostro caso, non solo nelle situazioni,ì cosiddette estreme o a rischio. Sempre bisogna tener conto di quello che sono i ragazzi. Bisogna ascoltare, bisogna osservare, bisogna avere la capacità di avere un momento di sospensione di giudizio, di epoché dicevano i Greci, cioè un momento in cui ci si ferma e si guarda, perché questo momento è fondamentale per l'educazione: guardare a noi stessi rispetto ai problemi dei ragazzi, guardare ai ragazzi, per quello che sono, e cercare di trovare insieme le strade.

STUDENTESSA: La mia domanda forse Le sembrerà un po' secca: volevo sapere che cosa significa insegnare. Conta di più sapere o amare?

ROSSI DORIA: È una domanda molto impegnativa. Amare è una parola che si presta a interpretazioni di vario genere. Io penso che una persona che insegna deve innanzi tutto amare la materia che insegna. Un insegnante di Matematica deve avere un profondo amore per la Matematica e un rispetto per la propria materia, un rispetto che ammette anche l'ignoranza di alcune cose. Un buon insegnante è l'insegnante che sa che, anche se insegna da trent'anni, alcune cose non le sa, alcune cose le deve imparare, alcune cose se l'è dimenticate. Quindi amore e rispetto per la propria materia. Se è un insegnante di Italiano, ugualmente deve avere quel rispetto che consente di andare in libreria e comprare continuamente i nuovi libri che sono usciti, leggere i giornali con quella cura per il linguaggio, e così via. L'insegnante di Ginnastica deve amare gli sport veramente, e così via. Quindi ci deve essere intanto un amore per le cose e poi un amore per le cose che costituiscono la materia di insegnamento. Poi ci deve essere una cura per la trasmissione di questo sapere. Quindi non userei la parola "amore", ma cura della trasmissione. La trasmissione è una cosa fondamentale. Se io Vi parlo, senza guardarVi negli occhi, guardando di lato, è diverso che se io Ti guardo in faccia. Questa cura, diciamo, forse contiene anche degli aspetti di amore o di passione per l'insegnamento e per la trasmissione del sapere, ma ci sono anche, andando più nel particolare, delle tecniche. C'è una tecnica per insegnare la Matematica, c'è una tecnica per insegnare l'Italiano. Quindi, oltre a sapere la materia, bisogna avere le competenze tecniche per trasmettere la materia. Questo è stato un grande problema, soprattutto per le Scuole Medie e Superiori italiane, nella nostra storia. Gli insegnanti elementari avevano maggiore tecnica di trasmissione della materia nella nostra storia. Gli insegnanti delle Medie e delle Superiori erano dei laureati nella materia, ma che non avevano mai fatto degli studi o dei momenti di ripensamento su come trasmettere la materia. Può essere un ottimo laureato in Fisica e non saper trasmettere la Fisica.  Bisogna sapere e poi saper trasmettere. Credo poi che il saper trasmettere sia legato alla relazione educativa, che, come dicevo, è legata all'ascolto, all'attenzione dell'altro da sé, perché i ragazzi sono altro da noi. Noi siamo degli educatori, non possiamo essere i fratelli o gli amici dei ragazzi, siamo degli educatori e manteniamo questo ruolo. Però dobbiamo essere attenti, non dobbiamo avere pregiudizi, dobbiamo mantenere il nostro assetto, il nostro ruolo, ma dobbiamo ascoltare, stare attenti, non giudicare.

STUDENTESSA: Lei sostiene che l'insegnamento sia una relazione, uno scambio di emozioni tra chi insegna e chi impara. Allora perché nella scuola italiana, questa emozione e questa creatività vengono respinte?

ROSSI DORIA: Io non sono convinto che vengono respinte, nel senso che penso che in tutte le scuole italiane ci siano dei buoni insegnanti. Faccio, insieme ai miei colleghi e colleghe, diversi colloqui con decine e decine di ragazzi che sono stati esclusi o si sono autoesclusi dalla scuola. E una delle domande che facciamo loro è sempre: "Ti ricordi un insegnante che ..." , e c'è sempre un insegnante per il quale sarebbero rimasti a scuola. Quindi mi colpisce questo fatto che si possa pensare che sia generalizzata questa cosa. Io non penso che sia generalizzata. Penso però che il problema ci sia, cioè penso che ci stia un numero importante di insegnanti, che si difendono troppo, che si proteggono troppo, che ritengono che si debba entrare in classe senza avere un elemento empatico, oppure che pensano che, se si lasciano andare a questo elemento empatico, vengono meno al loro ruolo, che è il ruolo docente, il ruolo adulto. Io penso che si possa e si debba conservare il ruolo adulto, il ruolo docente, ma essere capaci di avere empatia; che non vuol dire confidenza. Non è che, per essere empatici, io devo sapere se è un ragazzo è fidanzato o  se è stato lasciato da una ragazza, se ha degli amici, come vive i problemi familiari che ha. Però devo essere attento alla relazione vera che c'è in classe, a cosa fanno i miei alunni fuori dal tempo scolastico, a cosa vorrebbero fare. Devo essere attento a tutti quei momenti che funzionano meglio, ecco, alle buone pratiche. Quando una cosa funziona mi devo fermare e dire: "Oh, ha funzionato questa cosa! Sono riuscito a trasmettere bene, ho creato interesse, ho creato tensione". Allora su questo mi dovrei fermare, insieme ai miei colleghi e alle mie colleghe, e cercare di espandere le buone pratiche. Certamente c'è il problema che gli adulti hanno un po' paura delle emozioni, si sono strutturati. E quindi si ritraggono. C'è questo problema nella scuola.

STUDENTESSA: Ascoltando la Sua esperienza sembra che in qualche modo Lei abbia anticipato il concetto di autonomia scolastica, che tende ad evidenziare il rapporto scuola-territorio, la libertà degli insegnanti e le singole capacità di noi ragazzi. Malgrado questo, Lei nel Suo libro critica la riforma sull'autonomia. Perché?

ROSSI DORIA: Non critico il concetto di autonomia, non critico i principi ispiratori dell'autonomia, anzi ne sono sostenitore. Però, insieme ai colleghi e alle colleghe con cui lavoro, coi quali ho la fortuna di sperimentare questa autonomia, pensiamo che l'autonomia debba essere vera, cioè che le decisioni le debbano prendere gli insegnanti che stanno in prima linea, coi loro ragazzi e con le loro ragazze. Non deve essere un marchingegno così congegnato. Esiste un progetto, nella testa di qualcuno, in un Provveditorato o in un Ministero, e si dice alle scuole: "Se volete fare l'autonomia avrete fondi in più se aderite a questo progetto". Quindi dall'alto piovono delle proposte che bisogna prendere o lasciare, con pochissimo gioco a trasformarle, renderle proprie, elaborarle e progettarle noi. Penso che si debba capovolgere questa logica, cioè che mi devo potere riunire con i miei colleghi e le mie colleghe, vedere nel territorio, per esempio della Vostra scuola, quali sono le cose che sarebbero importanti da fare, proporre un progetto, ottenere i soldi, rispondere della spesa come gruppo docente responsabile delle proprie azioni ai ragazzi, ai genitori, al territorio, in maniera diretta. Ecco io penso che i progetti di autonomia li debbano fare veramente le scuole, che la finta autonomia è un pericolo

STUDENTESSA: Come va inteso il rapporto scuola- territorio e soprattutto in che senso si può immaginare il rapporto fra la scuola e il volontariato?

ROSSI DORIA: È una cosa su cui stiamo riflettendo moltissimo in questa esperienza, perché ci avvaliamo di agenzie comunali, come gli assistenti sociali del Comune o i servizi per  l'infanzia, l'adolescenza del Comune, e poi anche i volontari. Penso che bisogna trovare un modo di lavorare insieme. Poi penso che bisogna distinguere i ruoli, perché quando si lavora insieme e non si distinguono i ruoli, spesso si creano delle difficoltà. Penso che la scuola debba imparare moltissimo dal volontariato, nell'approccio, nell'andare verso, nella flessibilità. La scuola è poco flessibile. Il volontariato ha molto da insegnare sul piano della flessibilità e della cultura dell'ascolto, della cultura di andare verso le persone. Penso che però la scuola debba mantenere il suo ruolo, cioè debba essere una istituzione che trasmette competenze in maniera più organizzata. Quindi si deve, da una parte destrutturare, imparando dal volontariato e andando verso le persone, deve uscire dalle proprie fissità anche in maniera radicale, però, al tempo stesso, deve mantenere il proprio ruolo. Quindi direi che ci deve essere un costante confronto tra esperienze nel territorio più informali ed esperienze più formali che però non siano così rigide. Mi viene da fare degli esempi: lo sport, secondo me, si può fare anche fuori dalla scuola. Ma la scuola deve sapere qual'è la ricaduta dello sport nella scuola. Cioè lo sport ha una sua grammatica. I ragazzini spesso sanno giocare a pallone in maniera irregolare, informale. Però se li metti a fare degli allenamenti seri per sei mesi, anche lì, diciamo, si iniziano a vedere delle incostanze. Ecco, tutta questa fatica, che magari fanno fuori della scuola, deve in qualche modo entrare in contatto con la fatica delle scuola. Gli insegnanti devono poter accedere a  questi spezzoni di vita, senza però essere intrusivi rispetto a quello che avviene nel territorio. E le persone del volontariato debbono poter avere degli spazi nella scuola. Le scuole devono essere aperte fino a sera, le scuole devono essere un luogo di aggregazione sociale, un luogo di incontro tra persone, un luogo che possa essere sempre utilizzato fino alle otto di sera, fino alle nove di sera, dando e demandando responsabilità ai ragazzi, alle loro associazioni, continuamente. Questa è una battaglia che va vinta in tutta Italia. Poi c'è un tempo-scuola codificato, che deve essere però consapevole di tutto il resto.

STUDENTE: Lei afferma che la scuola sia un servizio sul territorio e come tale dovrebbe essere valutato. Ma con quali criteri si può valutare e come si può valutare soprattutto il lavoro degli insegnanti?

ROSSI DORIA: Sì, questa è ovviamente una domanda molto scottante. Gli insegnanti spesso hanno paura di essere giudicati e non valutati, perciò si ribellano, si arroccano sulle proprie posizioni e dicono: "No, noi non possiamo essere giudicati. Nessuno ci può giudicare" , come la canzone di Caterina Caselli. Penso che bisogna invece introdurre una cultura dell'osservazione reciproca. Cioè gli insegnanti devono potere vivere l'esperienza non giudicante dell'osservazione, dell'autosservazione reciproca. Io devo poter essere osservato dai miei colleghi, mentre lavoro, e i miei colleghi devono poter essere osservati da me. Bisogna imparare a fare dei protocolli scritti di osservazione, e bisogna cercare di migliorarsi in gruppo e imparare a lavorare di più insieme. La Scuola dell'Infanzia, la scuola elementare, per esempio, attraverso ormai anni e anni di progettazione comune, ha più esperienza su questo campo. La Scuola Media e le Scuole Superiori hanno molto meno esperienza su questo campo. Ecco, si fa un gran dire: "Eh, la Riforma dei Cicli abbasserebbe il livello della Scuola Media!". Però insegnerebbe, anche a degli insegnanti di Scuola Media, che si può lavorare insieme, ci si può osservare in maniera non giudicante reciprocamente, si può migliorare il servizio. Poi penso che gli insegnanti, i pool di prima linea, quelli che stanno con i ragazzi, devono elaborare degli standard rispetto alla propria utenza, ma che poi ci devono essere delle autorità esterne, benevole anche qui, perché è un lavoro complesso, non facilmente quantizzabile, benevolo e aperto; perché i risultati nell'istruzione, nell'educazione non sono come i risultati, diciamo, nella chimica inorganica, che ne so. Possono esserci cattivi risultati immediati e buoni risultati in anni a venire, o viceversa. Ecco, allora, che cosa possiamo fare? Intanto autovalutarci attraverso un lavoro vero, di équipe e di integrazione reciproca, di progettazione continua e di messa in discussione sulle cose vere che accadono, non cartacee, non sui proponimenti, ma su quello che avviene, l'osservazione di quello che effettivamente avviene. E poi si può proporre a degli enti di essere valutati, anche con suggerimenti propositivi e sempre in maniera non giudicante, su dei parametri che decidiamo noi. Naturalmente questa è un'ipotesi di lavoro. Ce ne sono molte altre di ipotesi di lavoro. C'è tutto il problema grave degli standard minimi o degli standard non minimi. Insomma, quando uno esce da una Terza Media, che cosa deve sapere in Matematica, che cosa deve sapere in Italiano? Questo è importante, perché il non sapere è un fattore di esclusione.

STUDENTESSA: Professore, per salutarLa Le leggo una citazione: "Devo tutto quello che so ai giovani operai e contadini, cui ho fatto scuola. Quello che loro credevano di stare imparando da me, sono io che l'ho imparato da loro. Io insegnavo loro soltanto ad esprimersi, mentre loro mi hanno insegnato a vivere". Sono parole di Don Milani. Si riconosce in esse e in che misura la Sua esperienza si è ispirata a quella di Don Milani?

ROSSI DORIA: Vengo da una generazione di persone che ha usato Don Milani come una clava contro la vecchia scuola. Noi dicevamo, quando avevamo la Vostra età e stavamo al Liceo, che la scuola era una scuola di classe, in cui i ricchi accedevano all'istruzione, e quindi al potere, e i poveri ne erano esclusi. Era una società molto diversa da quella attuale, ma questo elemento, in forme molto diverse da allora, rimane. E abbiamo ancora  questo bubbone, come lo chiama il Ministro De Mauro, dell'incirca 10%, di ragazzi, che già a 14-15 anni sono esclusi. Ecco, questo ci ha insegnato Don Milani. Poi Don Milani ha avuto un'esperienza anche spirituale di altro tipo, oltre che pedagogica. Ecco, io faccio parte di un'altra generazione. Mi riconosco nella parte ribelle, di quando leggevo Don Milani e, quindi lo usavo per contestare la vecchia scuola. Penso che adesso noi abbiamo degli strumenti per lavorare in maniera meno separata dagli altri. In fondo Don Milani ha dovuto rispondere a un'emergenza in maniera creativa, e ha dato delle indicazioni a tutti noi, contro l'esclusione, però in un paese di collina, in un'Italia diversa, dove c'erano ancora gli operai  con una loro cultura ben definita - sociale, politica -, i contadini e così via. Adesso nelle nostre città, non nelle nostre campagne, è concentrata un'esclusione molto più complessa. E penso che noi dobbiamo imparare a leggerla e lavorarci dentro, in squadra e non come singole personalità. Ecco, io penso che quindi c'è un riferimento, un'eco di Don Milani nel nostro lavoro, per esempio nel Progetto Chance; ma che poi noi stiamo cercando di essere persone del nostro tempo.

    Puntata registrata il  7 dicembre 2000

Biografia di Marco Rossi Doria

Trasmissioni sul tema La scuola

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