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Il Grillo (2/4/2001)

Magdi Allam

Al bahr al abian al mutawassit = Mediterraneo

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"L'Islam in quanto tale non è una minaccia, non è un elemento che si identifica con l'arretratezza, non è una religione che è incompatibile con la libertà e con il progresso; nel modo più assoluto! L'Islam è una fede, che, attraverso una interpretazione moderata, direi laica, è assolutamente compatibile con quelli che sono i valori portanti della società e della Costituzione Italiana".
Magdi Allam

2 aprile 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Umberto I" di Napoli

STUDENTESSA: Benvenuti al Liceo Classico "Umberto I" di Napoli. Oggi parleremo del Mediterraneo con il giornalista Magdi Allam, che ringraziamo di essere qui. Prima di iniziare la discussione, vediamo una scheda filmata sull'argomento.

Dire oggi Mediterraneo vuol dire soprattutto diversità e molteplicità di nazioni, culture, religioni: l'Europa, il Maghreb (l'Occidente) e il Levante. Dunque è legittimo chiedersi che cosa oggi accomuni i popoli del Mediterraneo, che cosa unisca un egiziano a un francese, un italiano a un turco. Una risposta si può forse trovare nel passato del Mediterraneo. Lo storico Lucien Febvre ha immaginato che Erodoto, vissuto nel V secolo avanti Cristo, ripercorresse oggi il suo viaggio nel Mediterraneo Orientale. Egli scrive: "Quanti motivi di stupore! Quei frutti d'oro tra foglie verde scuro di certi arbusti - arance, limoni, mandarini - Erodoto non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido, vengono dall'estremo Oriente! Sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante bizzarre, dalla sagoma insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi - agavi, aloe, fichi d'India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste. Sfido vengono dall'America!". A questa efficace descrizione possiamo aggiungere un'ulteriore considerazione sull'origine dei cibi: il pomodoro è peruviano, la melanzana indiana, il mais messicano, il riso è dono degli Arabi. Per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, del tabacco. Tuttavia, tutti questi elementi sono diventati costitutivi del Mediterraneo. Se ora proviamo a immaginare tutti gli scambi e i commerci, i viaggi e le guerre, le migrazioni e le stratificazioni culturali, che nei secoli hanno scandito la vita dei popoli del Mediterraneo, possiamo arrivare a una conclusione simile anche per gli uomini. Nessun popolo può dirsi più Mediterraneo di un altro, perché ogni cultura vive di contaminazioni. L'identità di un popolo, come quella di una persona, si costruisce insieme a quella degli altri. E il mare da sempre non unisce ciò che separa.

STUDENTESSA: Il Mediterraneo è un mare che appartiene a tanti popoli differenti; questa diversità è più un limite o una ricchezza?

ALLAM: Guardando dall'alto della storia plurimillenaria del Mediterraneo, questo lembo di mare che è grande poco più dell'Algeria, si presenta come un crogiolo dove si fondono insieme tante civiltà, da quella fenicia, cartaginese, quella egizia, greca, romana, bizantina, islamica, e poi civiltà europee, che hanno dato vita insieme ad una nuova identità, che rappresenta sia una conquista globale, sia anche un limite, nel senso di aver introdotto presso questi popoli una sorta di crisi di identità, una crisi di identità che è forte laddove c'è una classe dominante che si propone di imporre una certa identità e laddove non emerge una disponibilità ad assecondare un processo storico che tende sempre più alla globalizzazione, non soltanto sul piano dell'informazione e dell'economia, ma anche sul piano dei valori e della cultura. Per cui il Mediterraneo direi che è un luogo di incontro e un luogo di scontro. È un luogo dove le identità si fondono ed è un luogo dove le identità si scontrano.

STUDENTE: Voi giornalisti amate molto usare la parola "integrazione". Potrebbe spiegare qual è il significato di questo termine?

ALLAM: L'integrazione effettivamente va intesa secondo il concetto di integrare una cultura esterna alla propria in quello che è il contesto maggioritario. Va distinta dall'assimilazione, che è invece la fusione pura e semplice di una cultura in un'altra. L'integrazione è da intendersi come un fatto positivo, come un incontro tra due culture, che a loro volta danno vita ad una nuova identità. Per cui un'integrazione che sviluppi una intercultura questo è probabilmente il modello auspicabile per i popoli del Mediterraneo ed è sicuramente un modello auspicabile anche per l'Italia, che è un paese che si sta scoprendo multiculturale, in realtà la storia del Mediterraneo è una storia in cui i contatti tra i popoli non sono mai cessati. Ci sono stati contatti attraverso le guerre e i conflitti, ma anche contatti attraverso i commerci, attraverso le civilizzazioni, la cooperazione. Oggi si ritiene che l'immigrazione sia un fenomeno nuovo, ma in realtà non è così. L'Italia è un paese interculturale, è un paese multietnico, è un paese multiconfessionale, lo è stato da sempre. Noi lo scopriamo oggi, ma è una realtà esistente da sempre ed è comunque un obiettivo da proporsi, a mio avviso, con questa ottica, dell'interculturalità, cioè riuscire a valorizzare le culture degli immigrati, a dar loro piena dignità e riuscire a fare in modo che il risultato sia una nuova cultura, una nuova civiltà, che riesca a fare dell'Italia un paese, che sia sempre più simile alle grandi nazioni che oggi sono in testa al processo della globalizzazione e che sono tutte nazioni multietniche, mutliculturali e multiconfessionali. Penso agli Stati Uniti, al Canada, all'Australia, ma anche alla Gran Bretagna, alla Francia, alla Germania. Questo è un dato di fatto e sicuramente il problema che oggi l'Italia incontra, quello della messa in discussione della propria identità nazionale, è un problema che conferma il fatto che ci troviamo in una fase di transizione, di passaggio verso un nuovo traguardo, che va valutato, a mio avviso, sicuramente in modo positivo e va affrontato con lo spirito costruttivo.

STUDENTESSA: A proposito dell'integrazione, e quindi dell'interazione e dialogo tra i vari popoli, possiamo dire che sicuramente la religione è un elemento di contrasto e di diversità e quindi sarebbe necessario un dialogo tra le varie popolazioni e le diverse religioni. Però, in casi come quello dell'infibulazione, fino a che punto è possibile un dialogo e qual'è, secondo Lei, la strada da dover seguire?

ALLAM: L'infibulazione, o più in generale, la mutilazione genitale femminile, di cui l'infibulazione è la forma più atroce, bisogna sapere e premettere che non è una pratica legata ad una specifica religione. È una pratica tribale plurimillenaria - infatti si parla di infibulazione faraonica -, cioè una pratica che esisteva già quattromila anni fa, ai tempi dei Faraoni, ed è una pratica che a tutt'oggi è radicata in un certo contesto territoriale, che, grosso modo, si identifica con la zona nilotica, cioè la zona del Nilo, e la zona dell'Africa Centrale. È una pratica che, laddove esiste, viene praticata indistintamente dalle donne musulmane, dalle donne cristiane, dalle donne ebree e dalle donne animiste. Per cui la prima cosa da sapere e da conoscere è che la mutilazione genitale femminile non ha nulla a che fare con l'Islam, non è una pratica collegabile con una singola e specifica religione. Il fatto direi confortante è che in questi stessi paesi esiste un movimento di donne del posto che vogliono eliminare questa pratica. Ci sono modalità diverse con cui questo movimento sta operando. Ci sono delle pratiche che tendono ad attenuare gli effetti della mutilazione genitale femminile. Per esempio in Somalia, che è uno dei paesi dove viene applicata l'infibulazione, cioè la forma più drastica della mutilazione genitale femminile, si cerca di convincere le donne ad accettare una forma molto più attenuata, cioè la clitoridectomia, cioè  l'eliminazione del clitoride. In altri paesi, l'infibulazione, la mutilazione genitale femminile, come l'Egitto, è addirittura fuori legge. Ma nella stragrande maggioranza dei paesi - dei paesi musulmani -, questa pratica è fuori legge. L'Italia sta conoscendo questo fenomeno perché tra il milione e mezzo di immigrati, attualmente recensiti in Italia, ci sono, si calcola, circa trenta-quarantamila donne provenienti da paesi dove esistono queste pratiche, e che quindi hanno subito questa pratica e c'è il rischio che tendano a perpetuarla sulle loro figlie. Per cui è diventata una realtà italiana. Ed anche in Italia c'è un movimento di donne italiane e dei paesi di origine di queste donne, che lotta per eliminare questa pratica. Ed è un processo che funziona soprattutto se si riesce ad avere un approccio di tipo culturale, perché il paradosso è che sono le donne stesse che vogliono perpetuare questa pratica, ritenendo che sia una pratica che corrisponda a delle loro tradizioni. Una donna che non ha subito la mutilazione genitale si sente una donna in difetto, una donna non per bene, una donna non degna di sposarsi. E il marito - che vive in un certo contesto culturale - non la vuole. Per cui è l'approccio culturale quello determinante, cioè bisogna riuscire a convincerle di eliminare questa pratica. Questo processo esiste in Italia. Ho conosciuto medici italiani e somali, che sono impegnati in prima fila in questo processo. Ma è importante comprendere che si tratta di una pratica di tipo tribale e che va affrontata principalmente su un terreno culturale. La criminalizzazione delle donne che praticano questo tipo di violazione dell'integrità fisica della donna, non risolve il problema.

STUDENTE: Nel processo di dialogo di cui tanto si parla, tra le diverse nazionalità, gli intellettuali hanno un proprio ruolo?

ALLAM: Sicuramente. Gli intellettuali hanno un ruolo importante, nel riuscire a identificare quelli che sono gli elementi portanti del dialogo. Nel dialogo bisogna distinguere i vari livelli: il dialogo religioso, il dialogo culturale, il dialogo che avviene in ambito economico, quindi la cooperazione tra imprenditori, tra Stati, il dialogo che avviene tra settori della società civile nei vari paesi del Mediterraneo. Purtroppo, il livello di questo dialogo non è soddisfacente. Il Mediterraneo, oggi giorno, è probabilmente più un luogo che separa che che un luogo che unisce. Ci sono stati, nell'ultimo decennio, due tentativi principali di unificare, sul piano economico, sociale e politico, i paesi del Mediterraneo. Il primo è stato la Conferenza di Cooperazione del Medio Oriente e del Nord-Africa, avviata a Casablanca nel '93, ed è un progetto sponsorizzato dalle Nazioni Unite, e che tendeva a creare un vasto bacino tra tutti gli Stati del Mediterraneo, che vanno dal Marocco, ad Ovest, fino alla Turchia ad Est, ma anche con un'estensione fino all'Iran, per fare in modo che fosse l'economia la locomotiva portante di questo dialogo e non le ideologie. Questo tentativo purtroppo è fallito nel '97, ad Doha, la capitale del Qatar, che è uno statarello nel Golfo Persico, dove si è tenuto l'ultimo vertice di questa Conferenza e da allora questo dialogo non è più andato avanti. L'altro tentativo è quello portato avanti dalla Unione Europea, a partire dal '95, a Barcellona, il cosiddetto Dialogo per il Partenariato Euromediterraneo, che unisce quindici paesi dell'Unione Europea a dodici paesi mediterranei. Sono paesi che fanno parte della Lega Araba, paesi mediterranei terzi, tra cui la Turchia, Israele, Cipro e Malta, ma anche qui il dialogo non sta funzionando. Attraversa una situazione di stallo, ci sono degli impedimenti di tipo economico, perché, soprattutto da parte dei paesi della sponda Sud del Mediterraneo, c'è una resistenza sia alla liberalizzazione dell'economia, sia alla liberalizzazione politica, c'è una resistenza sul piano culturale ad accettare certi modelli di sviluppo, che favoriscono, ad esempio, l'emancipazione delle donne, e c'è una resistenza anche sul piano della sicurezza, per esempio a sottoscrivere un piano per la sicurezza regionale, perché da parte dei paesi arabi si afferma che, fin tanto che Israele non sottoscriverà l'accordo di non proliferazione nucleare, loro non accetteranno di contrattare, di sottoscrivere con Israele un piano per la sicurezza regionale. È c'è però anche, bisogna dirlo, una resistenza da parte dei paesi europei ad accettare la libera circolazione delle persone. L'Europa in pratica vuole frontiere aperte al Sud per quello che riguarda le sue merci e la sua gente, che sono principalmente imprenditori tecnici, ma pone delle restrizioni molto forti, per l'afflusso di gente dalla sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, perché sono prevalentemente immigrati, gente che proviene da paesi che sono più poveri. Basta considerare che il prodotto interno lordo pro capite dei paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo - la Spagna, la Francia, l'Italia, e la Grecia - si aggira sui diciottomila dollari pro capite, mentre il prodotto interno lordo pro capite degli otto paesi membri della Lega Araba che sono della sponda Sud del Mediterraneo e anche dei quattro paesi balcanici che rappresentano la sponda orientale del Mediterraneo - l'Albania, la Croazia, la Slovenia, la Jugoslavia - è di soli quattromila dollari pro capite. Quindi c'è un disequilibrio notevole, che spiega il movimento di queste popolazioni verso i paesi più ricchi. Direi che, a livello di dialogo, c'è veramente ancora molto da fare.

STUDENTESSA: Volevo farLe proprio una domanda sul rapporto fra sponda settentrionale e sponda meridionale del Mediterraneo, quindi tra paesi europei e paesi magrebini. Proprio a livello economico, quanto importante è la frattura economica nel rapporto di dialogo euro-arabo. E a questo proposito volevo citarLe delle affermazioni di Franco Cassano, che sembra dare molta importanza a questa frattura economica. Si chiede: "Il Sud può fare qualcosa di diverso dall'inseguire, oppure ha imboccato una strada senza ritorno, con le tasche piene spesso di denaro sporco e senz'anima?". Poi dice: "E per evitare di fare del Sud un Nord sbagliato non si deve essere capaci di tematizzare un'idea di ricchezza diversa da quella contenuta nell'assalto di massa al bottino privato? Cosa c'è di più attuale di un pensiero capace di immaginare una forma diversa di ricchezza, di dare autonomia teorica al Sud? Che cosa più di esso può allontanare il mondo dal miraggio suicida di un'infinita e impossibile replicazione del Nord? Ma è veramente così importante la frattura economica?" 

ALLAM: Ma sicuramente il disequilibrio economico esistente tra la sponda settentrionale e la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo è la causa principale della separazione, a tutti i livelli, che esiste tra i popoli di queste regioni. Bisogna dire che ci sono delle ragioni intrinseche agli stessi paesi della sponda meridionale e orientale che hanno dato luogo a questo disequilibrio. Penso in particolare al fallimento dei paesi petroliferi nel sfruttare questo oro nero, questa manna piovuta dal cielo, anzi esistente nel sottoterra per far progredire i rispettivi paesi. Ci troviamo purtroppo di fronte ad una incapacità di alcuni regimi di utilizzare in modo adeguato delle risorse naturali che hanno rappresentato, per un ventennio, il 90% della loro ricchezza e delle fonti di valuta pregiata. Il risultato è che oggi la gran parte di questi paesi lamenta una situazione critica nell'aspetto probabilmente più importante, che è quello dell'autosufficienza alimentare. Ci troviamo di fronte a dei paesi che importano dal cinquanta all'ottanta per cento del proprio fabbisogno alimentare ed è una situazione che si collega alla scarsità di risorse idriche e che a sua volta rappresenta un elemento di grosso ritardo economico di paesi che man mano che vanno avanti accumulano debiti. Sono paesi che lamentano un forte debito estero, che hanno un grosso svantaggio perché si ritrovano con una popolazione molto giovane da gestire. Ci troviamo con dei paesi che hanno una popolazione che al cinquanta per cento è al di sotto dei quindici anni, contro, ad esempio, una percentuale del 14% -15% dell'Italia. Sono giovani che finiscono gli studi e non hanno una prospettiva di lavoro e che quindi sono in partenza proiettati ad abbandonare i loro paesi. Sono giovani laureati, sono giovani che finiscono per essere dei cervelli, che i rispettivi paesi perdono. Sono delle realtà in cui l'analfabetismo svolge un ruolo molto forte nel sottosviluppo. Abbiamo un tasso di analfabetismo che è mediamente dal 50% all'80% con punte fino al 90% nello Yemen. Sono dei paesi in cui la condizione della donna è molto pesante, dove si costringe gran parte delle donne a dei ruoli che non contribuiscono allo sviluppo dell'economia generale. Ecco, direi che questi sono degli elementi intrinseci alla realtà di questi paesi, elementi economici, elementi politici, di cattiva gestione dell'economia. Ci sono dei fattori economici, diciamo, a se stanti, derivati dalla conflittualità permanente che esiste tra alcuni di questi paesi. Il conflitto arabo-israeliano è sicuramente quello principale, ma esiste anche un conflitto nella Regione del Maghreb, il conflitto sul Sahara spagnolo, che contrappone l'Algeria e il Marocco. Esiste un conflitto nel Mediterraneo tra la Turchia e la Grecia, per Cipro. Ci troviamo di fronte a delle realtà che sono il frutto del colonialismo europeo e il frutto di decisioni prese a tavolino nel dopoguerra, nel primo e nel secondo dopoguerra, che hanno dato vita a degli Stati i cui confini non vengono accettati e che rappresentano quindi delle fonti di conflitto. Abbiamo degli Stati che vedono al loro interno delle comunità costrette a coabitare anche in assenza di un reciproco riconoscimento. Pensiamo ai Curdi, pensiamo ai Berberi, pensiamo a delle Comunità confessionali, cristiane nel Sudan o in Egitto o in Libano. Questi sono complessivamente dei fattori, di tipo economico, di tipo politico, che sicuramente ancorano la zona meridionale e orientale del Mediterraneo in un'area di sottosviluppo e che quindi la rendono svantaggiata rispetto alla sponda settentrionale del Mediterraneo, che tuttavia ha delle responsabilità, perché il colonialismo ha delle sue responsabilità. Il debito estero è stato accumulato nel corso degli anni, ed è un debito che spesso non è altro che dei crediti dati dai paesi della sponda settentrionale del Mediterraneo per favorire la penetrazione delle proprie merci e dei propri prodotti e sono dei debiti che andrebbero cancellati, perché sicuramente rappresentano un pesante fardello per questi paesi.

STUDENTESSA: Come abbiamo detto poco fa, l'integrazione e l'immigrazione sono due problemi attualissimi. Ma qual'è la posizione assunta dall'Italia in questo senso?

ALLAM: L'Italia sul piano dell'immigrazione ha una politica che direi punta principalmente su una logica della carità, della carità cristiana, o del buonismo laico, e che tende a voler accogliere gli immigrati senza però concretamente creare un percorso che favorisca l'integrazione dell'immigrato, dal momento del suo arrivo al momento in cui dovrebbe riuscire a inserirsi nel contesto socio-lavorativo. C'è sicuramente un ritardo sul piano delle leggi, C'è una legge del 1998, che, sul piano teorico, è molto avanzata, anche per quello che riguarda il percorso di integrazione, ma che purtroppo funziona quasi esclusivamente solo nella sua parte repressiva, cioè nella lotta al fenomeno dei clandestini, ma non funziona, per mancanza di fondi, nella parte che riguarda l'integrazione. L'integrazione è affidata principalmente al volontariato, alle associazioni no profit e alla Chiesa. E questo rappresenta sicuramente un elemento di svantaggio, un elemento di ritardo, perché credo che l'aspetto principale che bisognerebbe capire è che l'immigrazione non è a senso unico. L'immigrazione è nell'interesse reciproco. Se, per ipotesi, gli immigrati boicottassero l'Italia, se nessuno venisse più in Italia, sarebbe una catastrofe, l'Italia economicamente ha bisogno degli immigrati. Socialmente ha bisogno degli immigrati, perché è il paese con il più basso tasso di natalità in Europa. E i demografi hanno calcolato che nel corso di cinquant'anni il sistema sociale dell'Italia crollerebbe, senza l'apporto di almeno centocinquantamila immigrati all'anno. C'è chi calcola molto di più. Ma sarebbe una catastrofe per l'Italia, anche da un punto di vista della civiltà, perché l'immigrato è un ponte che consente all'Italia di uscire da una identità di tipo provinciale ad un'identità di tipo globale, che consente all'Italia di trasformarsi da uno Stato nazionale ad uno Stato inserito nell'ambito della globalizzazione. L'immigrato è una risorsa, non è un problema. Per cui se si riuscisse a valutare in quest'ottica la realtà dell'immigrato, si riuscirebbe veramente ad impostare una politica dell'integrazione in cui si investe sull'immigrato nel reciproco interesse. L'immigrato ha bisogno dell'Italia, ma anche l'Italia ha bisogno dell'immigrato.

STUDENTE: Secondo Lei il Mediterraneo riuscirà mai a raggiungere una piena autonomia politica, nonostante i grandi interessi economici, che hanno suscitato e suscitano ancora interesse, della più grande potenza economica mondiale,  gli Stati Uniti?

ALLAM: Ma sicuramente tra l'Europa e gli Stati Uniti c'è una competizione per l'egemonia del Mediterraneo. C'è un dato molto semplice. La sponda meridionale e orientale del Mediterraneo è sinonimo di petrolio, di gas, è sinonimo di mercati. Le fonti energetiche attuali, cioè gli idrocarburi, continuano a rappresentare la principale fonte energetica per l'economia occidentale. Quindi il controllo di queste risorse è vitale per l'Occidente. Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, gli Stati Uniti e l'Europa si sono combattuti per imporre la propria egemonia sulla sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, zone che sono rimaste al di fuori dei grandi schieramenti internazionali. È rimasta una cosiddetta area grigia, per tutto il periodo della Guerra Fredda. E a tutt'oggi rimane un'area non catalogabile, un'area che non è inserita in quello che è il processo che tende alla globalizzazione. C'è a tutt'oggi una competizione tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea. Ho ricordato che gli Stati Uniti nel '93 a Casablanca, con la proposta di creare una vasta area di tipo economica, tramite la Conferenza per lo Sviluppo Economico del Medio Oriente e del Nord-Africa e l'Unione Europea con la Conferenza di Barcellona del '95 hanno tentato di ancorare questa regione alle proprie economie, sulla base di principi politici e sulla base di principi culturali umani consoni a quella che è la tradizione occidentale. Ma direi che questi tentativi sono ancora in alto mare. La prospettiva di una unità politica del Mediterraneo mi sembra veramente ancora molto lontana. C'è ancora molto da lavorare. C'è una volontà da parte di alcuni di questi paesi, per esempio il Marocco che aspira ad una adesione piena all'Unione Europea, il Marocco che è separato dalla Spagna da un braccio di mare di soli 22 chilometri e che per tanti versi è un paese che ha una mentalità più aperta rispetto ad altri paesi del Maghreb. Ma ci sono ancora tante resistenze, non solo da parte dei paesi arabi, ma tante resistenze anche da parte dell'Europa. Il tema dell'immigrazione potrebbe rappresentare il banco di prova di una possibile evoluzione della politica tra le due sponde del Mediterraneo. Gli immigrati rappresentano sicuramente un ponte e un banco di prova. Se si riuscirà in Europa a dar vita ad una politica di integrazione degli immigrati, che faccia sì che queste persone vengano integrate nelle società europee in modo dignitoso, in modo che si sentano effettivamente parte integrante, come persone che costruiscono, che vengono rispettate, che danno e che ricevono, allora questo sicuramente potrà rappresentare un precedente che aiuterà ad un avvicinamento tra queste due coste del Mediterraneo.

STUDENTESSA: Fino a che punto Lei crede che l'Islam rappresenti l'aspetto disgregante del processo di integrazione e di sviluppo del Mediterraneo?

ALLAM: Quando si parla di Islam bisogna fare attenzione a non immaginare una realtà monolitica, unica e irremovibile, che non cambia con i tempi, che non è in grado di adeguarsi a quelli che sono gli sviluppi delle società e delle civiltà. L'Islam è una realtà a più facce, è una realtà pluralista. Esistono vari Islam, esistono varie interpretazioni dell'Islam, sul piano dottrinale, etnico, culturale, storico, ideologico, linguistico e su un piano, come dire, pragmatico, di come concretamente è vissuto. Direi che più che di Islam in senso astratto, che il più delle volte è teorizzato sulla base di una certa interpretazione dei testi sacri, bisogna parlare di musulmani, cioè della realtà dei musulmani. Se consideriamo la realtà dei musulmani esistente in Italia e che ricalca la realtà dei musulmani esistente negli stessi paesi musulmani, noi ci troviamo di fronte ad una realtà pluralista molto variegata. Esiste una stragrande maggioranza di musulmani, che sono moderati laici, musulmani che non frequentano abitualmente la moschea o non la frequentano per niente. Secondo le stime delle stesse organizzazioni islamiche, presenti qua in Italia, la percentuale dei mussulmani presenti in Italia, che frequentano le moschee, oscilla dal tre al cinque per cento, forse qualcosina in più, ma ci troviamo sempre di fronte a delle percentuali molto basse. Esistono poi altre anime dell'Islam, che possono essere di tipo ecumenico, che credono nella parità salvifica delle fedi, e che quindi mettono su uno stesso livello il Cristianesimo e l'Ebraismo. Esiste un Islam ortodosso che crede in una applicazione dell'Islam in modo consono a quello che è la tradizione, ma senza alcuna interferenza nella sfera politica e nel più totale rispetto delle leggi dello Stato, in cui questi musulmani sono ospitati. Ed esiste anche un Islam integralista, che crede che invece l'islamizzazione della società debba coniugare la religione con la politica, ed esiste un Islam radicale, rivoluzionario, che crede nella legittimità dell'uso di mezzi, anche violenti, per imporre l'Islam. Ma si tratta di una frangia assolutamente marginale, che in Italia è stata quantificata nel tre-quattro per cento del totale dei musulmani in Italia, che ricordiamolo sono seicentomila. Seicentomila in una popolazione di 57 milioni di abitanti. Per cui, parlare di rischio di invasione o di minaccia islamica, è veramente fuori luogo. Bisogna rapportarsi sempre con quella che è la realtà del musulmano: chi è il musulmano che ci sta davanti? E tener conto della persona così come concretamente si esprime. Il musulmano non rappresenta una minaccia. C'è un'ideologia che può rappresentare una minaccia: l'integralismo, l'estremismo, ma questo esiste nell'Islam così come esiste in altre religioni. Esiste nel Cristianesimo, nell'Ebraismo, nell'Induismo e in tante altre religioni. Ma l'Islam in quanto tale non è una minaccia, non è un elemento che si identifica con l'arretratezza, non è una religione che è incompatibile con la libertà e con il progresso; nel modo più assoluto! L'Islam è una fede, che, attraverso una interpretazione moderata, direi laica, è assolutamente compatibile con quelli che sono i valori portanti della società e della Costituzione Italiana.

STUDENTESSA: Esiste uno scambio letterario tra i popoli islamici e gli altri popoli del Mediterraneo?

ALLAM: La letteratura è sicuramente uno dei ponti che funziona meglio. La letteratura, e se vogliamo estendere più in generale, l'arte e i vari aspetti dell'arte, cinema, teatro, poesia, gli artisti, i letterati, gli intellettuali, sono sicuramente quella fascia di popolazione che riescono a guardare dall'alto le realtà che dividono i regimi, le economie, le fazioni, che riescono a creare più facilmente dei ponti tra le società. Tramite Nagib Mahfuz, Premio Nobel per la Letteratura 1988, ed anche tramite dei film, penso al filone iraniano, a cominciare da Kiarostami, che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes, e a tanti altri nomi, gli italiani, e più in generale gli europei, hanno potuto conoscere una realtà di letteratura e di arte che ha avvicinato molto i due popoli, che ha consentito una visuale, una interpretazione della realtà di questi popoli, che va al di là di quella che si presenta, per tanti aspetti, tramite la presenza degli immigrati qua in Italia. Per molti l'immigrato è il lavavetri,  l'operaio che fa lavori di fatica, ma la realtà è che ci sono tanti giovani laureati, dei Premi Nobel, tanti letterati, artisti, scienziati. Molti di loro purtroppo sono costretti ad emigrare, magari ad adattarsi a fare dei lavori che non sono consoni al loro titolo di studio e alle  loro capacità. Ma sicuramente lo sviluppo di quello che è il rapporto di cooperazione, in ambito letterario, in ambito artistico, e, più in generale, lo sviluppo tra le società civili, cioè il meglio di quanto queste società possano offrire, credo che rappresenti la porta maestra per creare dei ponti solidi tra le due sponde del Mediterraneo.

STUDENTESSA: L'identità di tipo provinciale, di cui Lei dice l'Italia deve liberarsi anche attraverso l'immigrazione, è un qualcosa che riguarda anche altri popoli, o soltanto l'Italia è protagonista di questo processo di apertura alle altre culture?

ALLAM: Sicuramente è una realtà che riguarda anche gli altri popoli e che riguarda anche i paesi di origine degli immigrati. Tuttavia, rimanendo nel contesto europeo, l'Italia si caratterizza per una minore presenza di immigrati. Complessivamente la percentuale degli immigrati in Italia oscilla sul 2%, contro il 20% della Svizzera, il 10% dell'Austria, l'8% della Germania, il 6% della Francia e dell'Inghilterra. L'Italia ha sicuramente una percentuale di immigrati molto inferiore e, non a caso, è il paese dove ci sono molte resistenze a interloquire, a interagire con gli immigrati. È una realtà che viene percepita come una novità, è una realtà che viene percepita in modo assolutamente sbagliato, come una fonte di pericolo, ma non lo è; come una fonte di sottrazione di lavoro, ma non lo è. Gli immigrati sono assolutamente vitali per l'economia del Nord, ma i lavoratori immigrati esistono anche al Sud. Esistono a Napoli, esistono in Sicilia. Ci sono molti siciliani,  calabresi o campani che emigrano, ma gli immigrati qui trovano un loro spazio, perché il tessuto economico dell'Italia è tale, per cui la diversificazione consente e necessita la presenza di immigrati. Ecco, direi che la sprovincializzazione dell'Italia è sicuramente un fenomeno più accentuato di altri paesi europei, per questo elemento di minore presenza di immigrati, di maggiore novità di questo fenomeno. È un fenomeno che l'Italia avverte soltanto dagli inizi degli anni Novanta. Per cui l'immigrazione è un fenomeno che riguarda ancora la prima generazione. Soltanto ora comincia ad esserci una seconda generazione di immigrati, mentre, ad esempio, in Inghilterra siamo già alla quinta generazione.

STUDENTESSA: Questo riguarda il contesto europeo, ma rispetto agli altri paesi del Mediterraneo quindi del Sud e dell'Est del Mediterraneo, qual'è la posizione dell'Italia?

ALLAM: Direi che anche qui l'Italia si trova svantaggiata. Paesi come la Grecia, ad esempio, o la Spagna, per quello che è la loro maggiore contiguità territoriale con l'Oriente, sono paesi che hanno avuto storicamente, e anche in tempi più recenti, un maggior rapporto, maggiori scambi, con la sponda meridionale del Mediterraneo. Ma, ripeto, io credo che sia veramente molto una questione di percezione. Non è che gli scambi tra le due sponde del Mediterraneo ad un certo punto sono finiti. Sono scambi che sono iniziati dall'VIII secolo avanti Cristo, quando in Italia c'era una presenza di Cartaginesi e di Fenici, che erano insediati in Sicilia, in Sardegna, in Corsica, che successivamente, nell'VIII secolo, per due secoli e mezzo, ha visto gli Arabi presenti in Sicilia. Sono dei rapporti che sono proseguiti, non soltanto con guerre. Purtroppo i libri di storia, come dire, focalizzano la loro attenzione sui conflitti. Ma i rapporti tra i popoli, tra gli Stati, avvengono principalmente tramite il commercio, tramite le migrazioni di gente. Negli anni Quaranta c'era una comunità di centinaia di migliaia di italiani presenti sulla sponda meridionale del Mediterraneo, in Egitto, in Tunisia, in Algeria.  Italiani che erano andati lì per lavorare, perché quelle regioni erano considerate regioni dove si potevano fare affari. C'è stato sempre uno scambio nelle due direzioni, da Nord a Sud, da Est ad Ovest. Per cui è veramente una questione di percezione. Oggi, quando parliamo di immigrazione come un fatto di novità, in realtà diciamo un falso. Le migrazioni sono un fenomeno che è sempre esistito. Diciamo che oggi focalizziamo la nostra attenzione su determinati aspetti di questo fenomeno. Ma dovremmo riuscire a guardare dall'alto e guardare con una visione plurimillenaria, quella che è stata la storia del Mediterraneo e soprattutto riuscire a porci in un'ottica che individui l'obiettivo. L'obiettivo è una globalizzazione che oramai non si può frenare. Va sicuramente corretta, coniugata con la solidarietà, coniugata con quello che è il rispetto del localismo, delle culture locali, ma che va affrontata da una posizione di forza. La posizione di forza è quella in cui l'Italia insieme agli apporti che avvengono dall'esterno si presenta sul mercato della globalizzazione più forte sul piano economico, ma anche sul piano dei valori e della cultura.

STUDENTESSA: Lei non crede che questa chiusura verso gli immigrati non sia dovuta, sia per un eccessivo attaccamento alle tradizioni, che per la carenza di strutture che permettano l'accesso a un tenore di vita adeguato a queste persone?

ALLAM: Sono vere entrambe le osservazioni. È vero che esiste un problema che riguarda l'attaccamento a una "identità nazionale", tra virgolette, che si ritiene debba essere salvaguardata, ma un'identità nazionale di cui bisognerebbe discutere. Bisognerebbe capire se si tratta di una realtà statica, se si tratta di una realtà che è appiattita su determinati valori - penso in particolare ai valori del cattolicesimo - o, se invece, non sia una realtà che storicamente è in evoluzione; che storicamente è una realtà che ha, sì, preso dal cattolicesimo, ma che si è evoluta e che oggi si caratterizza più come una identità laica e non religiosa. Così come è vero che non esistono le strutture adeguate per consentire un percorso di integrazione dell'immigrato. Purtroppo le risorse dell'Italia, per quello che riguarda la questione dell'immigrazione, vengono investite maggiormente, direi quasi esclusivamente, nell'aspetto della repressione dei fenomeni di devianza, che crea l'immigrazione. E penso in particolare all'ingresso dei clandestini e ai fenomeni della malavita legati all'immigrazione e che, bisogna dirlo, sono dei fenomeni che comunque si legano ad aspetti della malavita nostrana. Mentre mancano gli investimenti nell'ambito dell'integrazione degli immigrati. Io credo che sia un errore, perché sono certo che, se questi soldi andassero invece a confluire nell'integrazione, nel percorso dell'integrazione, che significa concretamente accompagnare l'immigrato insegnandogli la lingua, consentendogli, tramite dei corsi di formazione, di adeguarsi a quello che è la realtà socio-economica-culturale dell'Italia, noi consentiremmo a queste persone di diventare dei cittadini che collaborano in modo costruttivo e positivo alla crescita del paese. Elimineremmo dal nascere dei fenomeni di devianza, che crescono laddove invece c'è marginalità, c'è disoccupazione, c'è rifiuto. Elimineremmo dal nascere dei fenomeni legati alla clandestinità e su cui lucrano le varie mafie, ma perché non esistono delle possibilità legali per l'ingresso in Italia di tanta gente, che si ritrova costretta ad affidarsi a queste mafie. Il risultato è che l'Italia investe, a mio avviso, due o tre volte tanto quello che costerebbe integrare gli immigrati, per reprimere le conseguenze negative create dall'immigrazione creando tra gli italiani dei fenomeni di paura, dei fenomeni di instabilità sociale, che hanno a loro volta dei costi. Perché, se la popolazione italiana è instabile, è insicura, nutre preoccupazione, nutre paura nei confronti degli immigrati, questo ha dei costi. E bisogna dire che purtroppo questo clima di allarmismo è un clima che viene alimentato per tanti versi anche dalla stampa, da una stampa di tipo sensazionalistica, che cerca lo scandalismo a tutti i costi, è alimentata da talune forze politiche che strumentalizzano le paure degli italiani, per motivi elettorali, per cercare un consenso, così come è alimentata, e bisogna dirlo, da talune fazioni della Chiesa, in particolare della Conferenza Episcopale Italiana, che ritengono che alimentando una paura nei confronti dell'Islam, loro possano assurgere a paladini di una identità nazionale italiana identificata nel cattolicesimo e in tale modo, procedere a una ricristianizzazione della società che è sempre più laicizzata.

 Puntata registrata il 12 febbraio 2001

 

 

 

Lucien Febvre (Nancy 22/07/1878 - Saint-Amour 26/09/1956)
Storico francese. Fondatore con M. Bloch della rivista Les Annales (1929) e con lui rinnovatore della storiografia, attraverso una saldatura della storia politico-diplomatica con quella economica, sociale, religiosa, geofisica. - torna all'intervista -

 


Biografia di Magdi Allam

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