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Il Grillo (21/5/2001)

Boris Biancheri

Accordare il mondo

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21 maggio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Aristofane" di Roma

STUDENTESSA: Benvenuti al Liceo Aristofane di Roma; siamo in compagnia di Boris Bianchieri, che ringraziamo di essere qui, che è stato ambasciatore a Tokyo, Londra, Washington e, fino al 1997, Segretario Generale alla Farnesina. Attualmente è Presidente dell'ANSA. Oggi parleremo del nuovo ordine nel mondo dopo la Guerra Fredda, delle nuove guerre e delle nuove paci e, soprattutto, del ruolo della diplomazia. Per introdurre meglio l'argomento guardiamo subito la scheda filmata.

Viviamo un'epoca dall'incerto profilo. Le dure geometrie del bipolarismo, la contrapposizione frontale fra Est e Ovest, fra Occidente e Paesi comunisti, sono ormai alle nostre spalle. Tuttavia è difficile arrivare a disegnare le linee del nuovo ordine del mondo, che forse non è altro che una dispersa trama di conflitti, di antagonismi, spesso mortali, sedimentati nel tempo. Come muoversi nell'area balcanica, nel Kosovo, nelle inquiete periferie dell'ex impero sovietico? Come ritessere il filo del dialogo in Israele, dopo tanto sangue, dopo così tante morti? Ma anche come placare i localismi europei, le tante spinte alla frammentazione, che vengono proprio dal cuore della vecchia Europa? In un quadro così drammaticamente frantumato, in una scena internazionale in bilico fra globalizzazione e nazionalismo, che cosa può voler dire accordare il mondo, fare opera di mediazione, comporre i contrasti? Chi sono e che cosa fanno i diplomatici dell'età globale? Certamente non sono più i funzionari di una "ragione di Stato", ma forse neppure i custodi di un'area di interessi. Molto semplicemente Henry Kissinger, ex Segretario di Stato americano, diceva, già qualche anno fa, che gli ambasciatori non hanno più ragione d'essere. La loro è un'inutile e costosa burocrazia. Ma c'è chi, all'opposto di Kissinger, pensa che sia ancora tempo di diplomazia e che proprio attraverso l'opera della diplomazia la comunità internazionale possa, nel tempo, arrivare a disegnare la carta di un nuovo ordine del mondo, capace di dare soddisfazione ai diritti dei popoli. Allora accordare il mondo potrà voler dire interpretare le diversità del mondo avvicinando le divergenze?

STUDENTE: Sono stato parecchio incuriosito da questa scheda filmata, soprattutto laddove si parla di disegnare la carta del nuovo ordine del mondo, cosa che francamente a me sembra, mi conceda il termine, un po' futuristica e realizzabile comunque molto in là con gli anni. Allora volevo sapere da Lei se è effettivamente possibile accordare il mondo, oppure se la frantumazione, di cui parla la scheda, è tale da precludere qualsiasi tipo di accordo.

BIANCHIERI: Disegnare il mondo anche a me sembra impossibile, soprattutto perché non c'è un disegnatore. Per disegnare qualche cosa ci vuole una mano che la disegni. E una mano che disegni il mondo non c'è. Però accordare il mondo è un'altra cosa. Il mondo è fondamentalmente quello che è. Le frontiere sono fondamentalmente quello che sono. Certo adesso c'è un processo nuovo, che è la globalizzazione, che in parte annulla le frontiere, ma non le annulla completamente, come vediamo tutti i giorni. Fra queste diverse entità, diversi soggetti, con tradizioni, storie e culture diverse, si tratta di trovare il modo di convivere. E adesso è certamente più complicato di quanto non lo fosse quindici anni fa, cioè prima della Guerra Fredda. Allora c'era forse più pericolo, perché c'era la minaccia incombente di una guerra nucleare, o comunque di una guerra catastrofica, che adesso onestamente non si può prevedere. Però adesso ci sono molti rischi localizzati, quindi anche quello di finire dentro un'area di crisi di qualche tipo. E questo chiede un lavoro di aggiustamento, di cercare di riparare là dove ci sono degli screzi o delle difficoltà, dei conflitti. Insomma il mondo è cambiato e quindi il mestiere di quelli che si occupano delle cose del mondo è cambiato con lui.

STUDENTESSA: Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi, in quali passaggi storici o crisi la diplomazia si è resa davvero efficace e quali sono stati i suoi fallimenti, se ce ne sono stati?

BIANCHIERI Direi che il fallimento classico che abbiamo sotto gli occhi è quello medio-orientale; che, in questo momento, è probabilmente il punto più caldo del pianeta. Sono cinquant'anni che sul problema medio-orientale, in parte con pressioni, in parte con aiuti, in parte con sovvenzioni, in parte con schieramenti, la diplomazia non riesce a trovare una soluzione. È un caso, direi, estremo, perché per il problema medio-orientale - parlo del problema  israeliano-palestinese, il Medio Oriente è una entità più grande, ma quello è proprio il nucleo di crisi fondamentale - ci sono proprio tutte le condizioni per renderlo di difficile soluzione. C'è un aspetto religioso, che è importante, anche se non è l'unico, c'è un aspetto etnico, perché sono delle etnie diverse, c'è un aspetto politico, per lo meno c'è stato un aspetto politico, soprattutto fino al 1990, perché, grosso modo, l'America stava da una parte, la Russia stava dall'altra; ci sono degli aspetti economici, perché Israele è un paese prospero, ad alto livello tecnologico, ad alto livello di educazione, mentre i palestinesi sono emigrati in tutte le parti del mondo e chi è restato lì ci è restato soprattutto nei campi di concentramento o nei campi dei rifugiati. Quindi ci sono tutti i problemi per renderlo quasi irrisolvibile. E infatti sono cinquant'anni che la diplomazia ci prova, anche con grandi sforzi. Abbiamo visto adesso, in quest'ultimo periodo, gli incontri tra Barak, Arafat, Clinton. Adesso proprio in questi giorni ci sono forse nuovi incontri, però si gira intorno al problema e ancora non s'è trovata la soluzione. Ma i problemi nei quali la diplomazia ha successo, di solito non si vedono. Se la diplomazia funziona non succede niente. Per cui è più facile vedere i fallimenti che vedere i successi, perché quando tutto va bene non accade nulla, non ci sono titoli nei giornali.

STUDENTE: È davvero inutile la diplomazia, come dice Kissinger nella scheda, in un tempo di assoluta globalizzazione, oppure il suo è un discorso portato all'estremo?

BIANCHIERI: Ho citato anche nel mio libro quella frase di Kissinger, che però è stata detta in altri tempi. Kissinger era un uomo intelligentissimo, senza ombra di dubbio, spietatamente realista e anche molto provocatorio. Quindi c'è anche un aspetto di provocazione. Fra l'altro, se la diplomazia fosse stata veramente inutile, lui che è stato Segretario di Stato e Consigliere Nazionale per la Sicurezza alla Casa Bianca, non aveva che da sopprimerla. E invece c'è anche . Quindi Kissinger diceva che era inutile, però la diplomazia americana se l'è tenuta.
La globlizzazione percorre il mondo per certi versi. Però, mentre da un lato ci sono delle spinte mondializzanti, per cui la comunicazione è istantanea, i trasporti sono resi facili, i capitali si muovono, le merci si muovono, le persone si muovono, dall'altro lato invece, c'è anche una tendenza a chiudersi molto nel locale. Dal 1990 l'Unione Sovietica si è disgregata in quindici repubbliche, la Jugoslavia in cinque, forse sei, forse sette e chissà come va a finire. Quindi delle grandi unità, in questo tempo di globalizzazione, invece di stare insieme, si sono disperse, si sono frammentate. La Jugoslavia è il caso tipico: c'è stato un lungo periodo di aggiustamento, di crisi, anche di guerre e di attività della diplomazia per cercare di tener le cose in ordine. Qualche volta ce l'ha fatta, qualche volta no. Per la Bosnia, tutto sommato, l'operazione è stata una operazione diplomatica. Quando è scoppiata la guerra in Bosnia,  la diplomazia in gran parte americana, ha riunito i tre capi delle fazioni in guerra,  Milosevich, Tudjman e Izetbegovic, in una casa di campagna fino a quando la pace non s'è fatta. C'era una fortissima pressione dell'opinione pubblica mondiale perché qualcosa si facesse. I media in particolare, la televisione, hanno avuto un ruolo molto forte nella soluzione del problema bosniaco, perché l'opinione pubblica mondiale aveva visto bombardare Sarajevo, la gente che faceva la coda nel gelo per prendere l'acqua alle fontane, oppure per trovare un pezzo di pane. C'era stata una fortissima spinta perché questa cosa finalmente finisse. E qui la diplomazia ce l'ha fatta.

STUDENTESSA: Qual è il lavoro quotidiano di un diplomatico e in quali contesti si svolge?

BIANCHIERI: Questa è una domanda difficile, perché mentre un tempo la diplomazia si occupava fondamentalmente di politica, cioè i problemi fra Stati erano dei problemi politici: rettifica di una frontiera, accesso al mare per certi paesi, questioni semplicemente di potere e quindi i diplomatici, più o meno in segreto o comunque per impulso delle Cancellerie, dei loro governi e in gran parte per il Ministro degli Esteri, negoziavano in qualche modo tra loro le vicende politiche dei paesi. Adesso le relazioni internazionali toccano praticamente tutto: sempre la politica entro certi limiti, ma toccano l'economia, la finanza, l'ambiente, la sanità, non c'è praticamente area della società e della vita sociale che non abbia un sua dimensione internazionale e che quindi non corrisponda, in qualche modo, a degli interessi del paese. Allora i diplomatici dovrebbero occuparsi di tutto. E naturalmente non lo possono fare o lo possono fare solo molto superficialmente, poi hanno bisogno di tecnici. Però proprio la varietà enorme dei problemi internazionali fa sì che è molto difficile dire di che cosa si occupa un diplomatico. Dipende da cosa andrà a fare, dove viene assegnato, a quale parte del mondo. Se un giovane, che entra in carriera diplomatica, incomincia la sua carriera in Africa, si occuperà molto probabilmente, in gran parte, di problemi di cooperazione allo sviluppo, perché l'Italia è un paese che ha una notevole dimensione di cooperazione. Ma non è detto che sia così. Può darsi che si occupi di problemi commerciali e che quindi vada nell'area commerciale. Comunque dipende anche da quanta gente c'è in quell'ambasciata. Il mestiere di diplomatico, per riassumere, è un mestiere di eclettismo. Bisogna essere disponibili a fare, magari superficialmente, molte cose. È un bel mestiere però.

STUDENTESSA: Volevo sapere anche qual'è la sua formazione e se è cambiata nel tempo da quando Lei ha iniziato la Sua carriera.

BIANCHIERI: Si parla di cambiare la formazione della carriera diplomatica da quando ci sono entrato. Quindi sono passati tanti anni, ma è rimasta la stessa. Perché tutto sommato, il tipo di formazione che c'è adesso non è cattiva. La diplomazia italiana - non lo dico perché ne ho fatto parte e in qualche modo mi sento ancora coinvolto - è nel complesso una buona diplomazia. Insomma tiene bene il passo con le diplomazie degli altri grandi paesi. E rispetto ad alcune direi che forse è anche meglio. La formazione adesso consiste in un concorso, ma il concorso è la parte finale della preparazione. Ci si arriva con una laurea, che un tempo era riservata o a Scienze politiche, a Giurisprudenza ed Economia, adesso invece è una qualsiasi laurea, per cui anche un ingegnere può fare un corso diplomatico, però poi richiede un corso formativo sulle materie di concorso, che sono fondamentalmente Storia, Diritto Internazionale, Economia, Diritto pubblico. È un concorso abbastanza difficile. Direi che come livello di difficoltà è tipo il concorso per Magistratura . È anche richiesta la perfetta conoscenza di due lingue. E questo è uno dei motivi per cui molti dicono: "Ah, in diplomazia ci vanno solo i figli dei diplomatici!". È vero che ci sono parecchi diplomatici, che sono figli di diplomatici - io stesso, mio padre era diplomatico -, ma non è perché c'è una casta di diplomatici. È che il figlio di un diplomatico, di solito, ha girato il mondo, ha studiato in scuole francesi, inglesi, tedesche e ha un'abitudine al mondo e alle lingue. Allora se uno parte che sa già due lingue perfettamente, e la cosa più lunga da imparare sono le lingue, il resto lo studia. Imparare bene una lingua, così da scrivere un tema, non è tanto facile, non bastano due-tre mesi di preparazione. E quindi è un po' una discriminante da quel punto di vista. Però questo è valido per la diplomazia italiana come per tutte le diplomazie. Il problema, se mai, sono le famiglie, perché la diplomazia è uno di quei mestieri che in qualche modo obbliga uno dei due coniugi a seguire l'altro. E questo è un problema, perché sempre meno ci sono persone disponibili a rinunciare alla propria professione per fare quella del marito o della moglie.

STUDENTESSA: L'attività del diplomatico è continua nel tempo o si sviluppa esclusivamente nei momenti di crisi? 

BIANCHIERI: Continua nel tempo. I momenti di crisi sono la punta dell'iceberg dell'attività, il momento in cui diventa visibile. La gran parte del lavoro diplomatico dovrebbe essere, di fatto, invisibile, non fare notizia, come dicevo prima, perché, se tutto va bene, non c'è notizia. Un diplomatico che arriva in un paese straniero, l'ambasciatore come organizza la sua ambasciata? Deve cercare di avere dei canali di comunicazione con il governo locale. Quindi deve cercare di conoscere chi è chi, chi fa che cosa, avere quanto migliori rapporti possibili con chi sta alle leve del comando. E non basta, perché mentre un tempo le leve del comando erano tutto, nel senso era il Ministero degli Esteri che faceva la diplomazia, faceva la pace, faceva la guerra, adesso la diplomazia la fanno tantissimi soggetti. La fanno i mezzi di informazione, la fanno le lobby, la fanno anche i centri di ricerca, la fanno le imprese. Le grandi imprese fanno di fatto politica estera. Quando si muovono le grandi multinazionali, ma, pensate anche in Italia, l'ENI. Faceva la sua politica estera a suo tempo. Certe scelte di politica estera vengono dagli interessi economici. C'è poco da fare. Fin tanto che lo Stato esiste come Stato-Nazione saranno gli interessi di quello Stato che in certo modo influenzano anche la politica estera. Quindi il diplomatico che deve cercare di coordinare con tanti soggetti diversi, deve avere dei canali di comunicazione i più vasti e articolati possibile con tutti questi soggetti, intrattenere dei rapporti, conoscerli, capire che cosa vogliono, cercare di spiegare che cosa vuole il proprio paese in quel campo. E questo è un lavoro quotidiano. Poi viene la crisi, augurandosi che non viene. A quel momento, allora, si tratterà di trovare un accordo, ma questo è un momento, per fortuna, abbastanza infrequente, raro, per lo meno con i paesi amici. Ma l'Italia poi non ha, in realtà, veri nemici.

STUDENTESSA: C'è una specificità della diplomazia italiana e del suo modo di operare e in che modo si differenzia, rispetto a quelle dell'Europa e soprattutto rispetto a quella americana?

BIANCHIERI: Qualche volta si dice che la diplomazia italiana è poco efficace, nel senso che persegue meno duramente di altre gli interessi nazionali. Però la diplomazia riflette quello che vuole il paese, non c'è una casta diplomatica che agisce a modo suo, staccata dal resto del paese, che pensa a altre cose. L'Italia è un paese che in questo dopo guerra, proprio perché c'è stato quello che c'è stato prima - il fascismo, la guerra o la guerra rifiutata da tutti gli italiani - tende ad avere delle posizioni conciliatorie, tende ad avere delle posizioni non conflittuali. Adesso, per esempio, c'è stato il vertice di Nizza, in cui s'è parlato dei destini dell'Europa e molti paesi si sono sbranati l'uno con l'altro. Parlo di paesi europei che sono paesi amici, sono parte dell'Europa. Perché si sono sbranati l'un con l'altro? Si doveva decidere a Nizza, quando si vota tutti assieme sulle materie in cui si vota, in Europa, della politica europea. Ci sono delle materie sulle quali si decide a maggioranza, non all'unanimità, che è una cosa molto avanzata nelle relazioni internazionali. Di solito ognuno dice una cosa: "Io non voglio, mi rifiuto". Invece l'Europa ha un certo numero di materie sulle quali decide a maggioranza. Ma quanto vale il peso di un paese rispetto all'altro? Il Lussemburgo ha cinquecentomila abitanti, la Germania ottantacinque milioni. Se si decide all'unanimità basta il Lussemburgo per dir di no. Ma se si decide a maggioranza quanto pesa il voto del Lussemburgo rispetto al voto della Germania? Allora si è posto questo problema. L'ultima volta che s'era fatta questa bilancia di pesi, quattro paesi erano alla pari: Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia: avevano dieci voti ciascuno. Adesso si è dovuto rifare questo sistema, perché fra un po' entreranno cinque, otto, dieci nuovi paesi. Quindi bisogna rifare il sistema. Allora la Germania ha detto una cosa che sembra di buon senso: "L'ultima volta che avevamo fatto il conto io ero un paese di sessanta milioni abitanti, più o meno quanto l'Italia, la Francia e la Gran Bretagna". Questi quattro paesi avevano, prima del '90, la stessa dimensione, fra cinquantasette e sessanta milioni, e tutti contavano uguale. Quindi la Germania ha detto: "Da quando ci siamo riunificati, invece di sessanta, ho ottantaquattro milioni di abitanti, quindi non posso avere lo stesso peso che hanno gli altri tre". Poi, devo dir la verità, la Germania è un paese molto europeista, un po' come l'Italia, ed è il paese con il quale ci sentiamo più in sintonia sul problema dell'Europa. Poi ci possono essere divergenze su altre cose, ma sul problema dell'Europa siamo molto in sintonia. E ha rinuciato, perché la Francia si è opposta dicendo: "Non ammetto che la Germania abbia più peso di me". E questo fra i grandi paesi. Fra i medi e fra i piccoli è, successa la stessa cosa. Quindi non c'è come una proporzione esatta: tanta è la popolazione, tanto è il peso. È un sistema combinato, perché, bene o male, uno Stato è sempre uno Stato, perché, se no, il Lussemburgo dovrebbe avere un voto zero. Quindi è un sistema ponderato. Belgio e Olanda si sono accapigliate - poi due paesi fratelli -  perché l'Olanda è più grande e non voleva avere lo stesso numero di voti del Belgio. Il Portogallo non voleva essere troppo distanziato dalla Francia. Invocava i "cinque secoli di grandezza portoghese" - ha detto il Ministro degli Esteri - "Ve ne state dimenticando". Rinvengono a galla i vecchi miti, le grandi tradizioni, la cultura ed anche il desiderio del governante di non tornare a mani vuote davanti al suo elettorato, perché poi, anche questo conta. Ecco su queste questioni in cui si misura il peso delle nazioni, ancora gli Stati Nazionali si combattono fortemente. E le opinioni pubbliche in qualche modo lo sentono e lo vogliono, perché il Presidente della Repubblica Francese non voleva tornare a Parigi dicendo che la Germania aveva due voti più della Francia, perché sarebbe stato fischiato in Parlamento. Allora, ho fatto un po' una lunga premessa, ma per dire: l'Italia invece, a parte il fatto che non aveva una rivendicazione, più che ai suoi interessi, in un vertice come quello di Nizza, ha cercato di portare avanti gli interessi di tutti. Anche il Presidente della Repubblica, Ciampi, l'ha detto: l'Italia non ha degli interessi suoi, ha gli interessi dell'Europa e vuol portare avanti gli interessi dell'Europa. Ma non è solo una cosa detta dal Presidente della Repubblica. Credo che sia effettivamente la realtà. In qualche modo il nostro paese tende più a guardare l'interesse generale che il suo interesse particolare.

STUDENTESSA: Secondo Lei oggi esiste una diplomazia più preparata delle altre?

BIANCHIERI: Lei prima chiedeva della diplomazia americana, di fare un paragone. La diplomazia americana è diversa dalle altre diplomazie nella misura in cui molto spesso si mischia con la politica. Da noi i diplomatici hanno una carriera a sé, una burocrazia, mentre in America c'è molta commistione fra politica e diplomazia. Quando si passa dall'amministrazione democratica a quella repubblicana, o viceversa, gli ambasciatori cambiano. Ma questo è un sistema generale in America, cambia tutta l'amministrazione insomma. Loro hanno due partiti: il partito che viene al governo fa piazza pulita e mette i suoi. È un sistema di alternanza molto spinto, che non è cattivo per certi versi. Da noi farebbe scandalo. Cambiare tutti gli ambasciatori nel giro di un anno, per carità! Succederebbe il finimondo. Poi noi siamo abbastanza attendenti a conservare i posti, mentre in America c'è più libertà da questo punto di vista. Comunque è una diplomazia che molto si interseca con la politica. L'attuale ambasciatore americano in Italia, che fra poco probabilmente sarà rimpiazzato da quello della nuova amministrazione, era un parlamentare di Filadelfia. Io l'ho conosciuto quando ero ambasciatore a Washington e poi l'ho ritrovato come ambasciatore qua. Da questo punto di vista la diplomazia è meno specialistica ed è più politica. Ma questo anche perché l'ambasciatore americano, bene o male, ha un ruolo politico. Insomma anche l'ambasciatore americano in Guatemala è un personaggio della vita politica del Guatemala. Proprio per la dimensione dell'America, l'ambasciatore americano incorpora un peso politico. L'ambasciatore italiano in Guatemala non è un uomo politico, non ha un peso politico. L'ambasciatore italiano in Guatemala si occuperà che gli affari col Guatemala vadano bene, che ci siano, non so, delle manifestazioni culturali italiane, che non ci siano degli intoppi, che i cittadini italiani siano trattati bene. Non è che il governo del Guatemala si preoccupa di quello che pensa l'ambasciatore italiano, mentre si preoccupa di quello che pensa l'ambasciatore americano. Quindi che lì ci sia più politica e meno tecnica è dato dal fatto che l'America è l'unica superpotenza che è rimasta e quindi ha un peso preponderante negli affari mondiali.

STUDENTE Il lavoro della diplomazia ha una sua autonomia o svolge una funzione che si deve attenere a delle strategie politiche?

BIANCHIERI: Facevo l'esempio dell'America, dove la connessione fra politica e diplomazia è molto forte, più forte che altrove. In Unione Sovietica, un diplomatico prendeva le istruzioni e diceva quello che gli veniva detto. E in molti paesi è ancora così. Il diplomatico iracheno, per esempio, non è che si permette di dire cose che a Saddam Hussein non piacciono, altrimenti il giorno dopo ha smesso di fare il diplomatico. In un paese democratico il diplomatico deve riflettere quello che è il sentimento generale del paese, delle forze politiche del paese e, naturalmente, del governo che in quel momento sta governando il suo paese. Quindi non è un porta parola nel senso classico. Insomma se un diplomatico dice una cosa che non è proprio in linea con quella del suo governo, non è che gli tagliano la testa. È come il rappresentante della Mercedes che dice qualcosa contro la Mercedes. Il diplomatico deve rappresentare, difendere al meglio e far capire quali sono gli interessi del proprio paese. E quelli sono quelli del governo che in quel momento lo amministra. Poi può far capire che lui magari la pensa diversamente, ma sul piano personale.

STUDENTE: Ci sono mai state delle divergenze fra il diplomatico e il potere centrale?

BIANCHIERI: Qualche volta. Uno dei più noti editorialisti italiani, che scrive per Il Corriere della Sera degli articoli molto belli, si chiama Sergio Romano ed è un ex ambasciatore. Sergio Romano litigò col proprio Presidente del Consiglio, che era De Mita. Ci furono delle divergenze e Sergio Romano ha detto: "Amici miei, me ne vado, perché io così non ci sto". Se n'è andato e fa l'editorialista. È diventato un editorialista molto noto, fa magnifici articoli. Quindi ci sono dei casi così e ce ne sono stati anche degli altri. Non avviene molto frequentemente, come non avviene frequentemente che il Direttore Generale del Tesoro litighi col Ministro del Tesoro, insomma, perché, bene o male, la burocrazia ha il ruolo di portare avanti le direttive che del governo e il governo a sua volta risponde al Parlamento. Quindi il governo in quel momento rappresenta il paese.

STUDENTE: Volevo sapere se, nell'arco della Sua carriera, si fosse mai posto il problema dell'ipotetica inutilità del Suo ruolo.

BIANCHIERI: Credo che chiunque faccia un mestiere a un certo momento si chieda: "Ma serve?". Onestamente me lo sono chiesto anch'io. Ci sono sempre dei momenti in cui un diplomatico pensa di essere poco utilizzato, o non utilizzato al meglio, o che altri potrebbero far meglio le cose che lui sta facendo in questo momento. Quindi è un pensiero che è venuto anche a me. Credo che sia venuto a tutti, non solo diplomatici, ma a quasi tutte le persone pensanti, a un certo momento, ci si chiede: "Ma quello che sto facendo è veramente la cosa migliore che potrei fare?". Riflettendoci su, credo che sia un mestiere che val la pena di esser fatto, intanto perché è ancora indispensabile. Anche in un mondo virtuale, in cui tante cose si possono fare senza una partecipazione diretta, poi però, fra stare in un paese e vivere la vita di quel paese e invece far le cose da casa spingendo dei bottoni o delle tastiere, c'è una gran differenza, perché la realtà di un paese poi la si conosce, la si capisce bene dal di dentro. Il diplomatico si trova immerso in delle realtà che sono diverse dalla sua. Secondo me è già diverso vivere a Venezia o vivere a Reggio Calabria, ma è ancora più diverso vivere a Roma o vivere nello Zimbabwe, perché la realtà dello Zimbabwe è profondamente diversa. Ed è difficile capire quella realtà se uno sta a Roma. Quindi che ci sia qualcuno che ci vive, che parla con il governo dello Zimbabwe, che discute gli affari correnti, che magari ci litiga, perché ci sono degli interessi contrastanti, che non solo segue quello che succede nello Zimbabwe, ma capisce che lo Zimbabwe fa parte di una certa area geografica dove ci sono un certo tipo di interessi, tutto questo solo uno che ci vive lo capisce bene. Non dico che non si potrebbe farne a meno. Tutto si può fare, però non è a stessa cosa. D'altra parte è per questo che ce l'ho con Kissinger che diceva che i diplomatici non servono: è possibile mai che ci sono 180 paesi al mondo e tutti hanno una diplomazia? È possibile che a nessuno gli sia venuto in mente di abolirla, non fosse che per delle ragioni di economia? Quindi io credo che la diplomazia è ancora necessaria, perché in realtà il mondo, malgrado tutte le globalizzazioni, è fatto ancora di realtà e di culture diverse. Ed è importante capire cos'è quell'altro, che cos'è la sua storia; cioè un altro paese ha altre cose alle spalle, ha altre speranze, altre ambizioni, altri miti, altre culture, altre leggende. Poi ci sono grandi ventate di globalizzazione. Oggi i paesi si assomigliano di più, non c'è dubbio, rispetto a cent'anni fa, perché le comunicazioni fanno questo. Mangiamo grosso modo le stesse cose, indossiamo grosso modo gli stessi abiti, però non è che cancelliamo tutto quello che c'è dietro. E quello che c'è dietro va in qualche modo capito, se no come capisco le cose che quelli vogliono? Pensiamo ai conflitti potenziali fra mondo islamico e mondo occidentale, che è una specie di costante minaccia, di cui molto si parla. L'Islam non è una cosa da liquidare con due parole, dicendo: "Va bene, ma quelli son fatti così". È una grande cosa, è una grande cultura, che si esprime in un certo modo, che ha certe speranze, che ha certe ambizioni. E bisogna che quanto meno le si capisca.

STUDENTESSA: Un'ultima domanda: riprendendo il titolo della nostra puntata: "Accordare il mondo". Com'è possibile farlo nelle aree geografiche influenzate dai fondamentalismi, che vedono nella guerra la propria ragion d'essere?

BIANCHIERI: In parte la Sua domanda prosegue il discorso che facevamo prima. Certo, se  mi trovo di fronte a una comunità, a una società che vuole la guerra e la vuole ad ogni costo, perché pensa che con la guerra si impone un certo credo, non posso che munirmi di difese sufficienti per impedire che lo faccia. Ma questo accade anche nella vita individuale: se c'è un signore che ad ogni costo mi vuole menare, o me ne vado, o trovo qualcuno che mi difende oppure mi faccio i muscoli per resistere. Però non dobbiamo pensare che vi siano comunità che vogliono la guerra in quanto tale. Di solito vogliono la guerra o i conflitti, con chi gli sta vicino, con l'altro. Questa è una strana cosa: uno ha bisogno di un altro per odiarlo. Deve creare l'immagine di quello che è diverso da sé e poi, dopo, lo odia. Questo succede molto spesso. Meno, per grazia di Dio, in Europa, perché dopo secoli in cui gli europei si sono ammazzati l'un con l'altro, adesso obiettivamente ci si avvia verso l'unità. Ora,  mentre è molto difficile risolvere i problemi del mondo, tutti dallo stesso punto - le Nazioni Unite hanno infatti grandi difficoltà,  proprio perché sono un po' lontane da tutto - è più facile qualche volta che i problemi si risolvano nell'area geografica a cui appartengono. Da poco è finita una guerra di cui si è parlato poco, che è durata quasi due anni, fra l'Eritrea e l'Etiopia, una guerra in cui sono morte quasi settantamila persone, di cui i giornali solo ogni tanto ne hanno parlato. Questa guerra è finita grazie alla lunga opera di pazienza dell'Organizzazione degli Stati Africani, che sono un'affiliazione delle Nazioni Unite, ma regionale. E sul terreno regionale in qualche modo - fra l'altro l'Italia ha collaborato abbastanza attivamente a questo - si è arrivati ad un accordo. Speriamo che tenga. Ecco quello è un accordo regionale. L'Europa ha un sistema regionale che funziona. L'America Latina ha creato dei sistemi regionali che funzionano. I Caraibi hanno un sistema regionale che funziona. Certo ci sono ancora delle aree dove non è possibile farlo. Prima menzionavo  il Medio Oriente e proprio all'interno dell'area medio-orientale ci sono delle divergenze così radicali e così profonde che per ora non ci si è riusciti. C'è da augurarsi che si riesca anche in Medio Oriente, ma ci vuole molto tempo per accordare il mondo.

Puntata registrata il 17 dicembre 2000

Biografia di Boris Biancheri

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