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Il Grillo (23/5/2001)

Franco Cassano

Italiani ed europei

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23 maggio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del  Liceo Classico "Aristofane" di Roma

STUDENTE: Benvenuti al Liceo Aristofane di Roma. Con noi c'è Franco Cassano, docente di Sociologia all'Università di Bari , che ringraziamo di essere qui. Parleremo oggi dei rapporti che ci sono tra italiani ed europei. Per introdurre meglio l'argomento vediamo la scheda filmata.

"La politica europea è un'avventura", scriveva nel 1953 Altiero Spinelli, uno dei padri spirituali dell'Unione Europea. E aggiungeva: "Non c'è altra via di salvezza, fuorché l'avventura europea". Come per il Piemonte liberale di Cavour non c'era altra via di salvezza fuori dell'avventura italiana. Si tratta di capire a che punto è oggi l'avventura europea. È impegnata in un difficile e labirintico presente di cedimenti finanziari e antagonismi commerciali? O procede magari lentamente, correndo qualche pericolo come d'altra parte esige ogni avventura? Non è in gioco - ed è noto - solo lo sviluppo, l'integrazione economica e monetaria dell'area europea. Ma la nascita di uno spazio politico comune di paesi per secoli avversari e nemici. Si tratta allora di porre attenzione non solo ai dinamismi politici. Si tratta di guardare al cuore dell'Europa e a quello dell'Italia. Per fare un esempio: che cosa ha a che fare con lo spirito europeo l'inquietante ondata xenofoba partita tempo fa dall'Austria, sconfinata in Germania, lambendo anche l'Italia? L'Europa potrà guardare ai propri confini come barriere invalicabili o dovrà invece allargare il proprio spazio stabilendo relazioni di buon vicinato? E che cosa vorrà dire salvaguardare la propria identità? Potrà voler dire limitare i diritti degli altri? Come convivranno gli sfrenati localismi e gli egoismi geografici, che spesso si manifestano, e non solo nel nostro paese, con un allargamento dei propri confini, anche mentali? L'avventura europea finirà dunque in dispute di paese?

STUDENTESSA: Com'è possibile concepire un'Europa Unita - e non intendo dal punto di vista economico, ma dal punto di vista culturale e ideale - in un momento come questo, caratterizzato da una forte ripresa nazionalistica e separatista? Si pensi  all'ex Jugoslavia, alla "Padania", al Regno Unito, ai Paesi Baschi.

CASSANO: È una ragione di più per pensare all'Europa, dal momento che chiudersi in piccole case, in piccole patrie, significa chiudersi al mondo e alle grandi trasformazioni che lo caratterizzano in questo periodo. Ho sentito la frase di Altiero Spinelli con cui parte la scheda, che è del '53. Noi dobbiamo ricordarci di una cosa molto semplice - probabilmente è più semplice per noi che siamo più grandi di Voi. Io sono nato alla fine della guerra. Nella mia giovinezza tutte le case degli italiani e di tutti gli Europei avevano, su qualche mobile, la fotografia di qualcuno che era morto in guerra. In questo continente, con due Guerre Mondiali, sono morti decine di milioni di uomini . L'Europa è in primo luogo - ecco perché Spinelli dice l'"avventura è necessaria" - l'idea di pensare la coesistenza tra popoli diversi, ma che hanno anche qualcosa in comune. In primo luogo l'esigenza di non fare più la guerra. Credo che questo valore dell'idea d'Europa debba essere conservato ancora più oggi, in un periodo nel quale ci sono i pericoli che Lei dice. È chiaro che esiste una tendenza a chiudersi che è partorita talvolta dalla paura, ma questo è un motivo in più per sentirsi europei, cioè per sentirsi uniti, in quanto diversi eppure capaci di coesistere, e quindi anche di trovare le cose che ci tengono insieme.

STUDENTE: Nella scheda si parla anche di identità europea. Mi perdoni la banalità della domanda: che cos'è questa identità europea? Quali sono le sue fondamenta? Quello che penso è che magari io riesco anche a trovare un punto di contatto tra la nostra cultura e altre più vicine a noi. Ora vedo la cartina e penso alla Francia. Però quali possono essere i punti di contatto, per esempio, con la Turchia?

CASSANO: L'identità europea è il retaggio che deriva da una storia comune. Io direi che la sua prima caratteristica è quella di cui parlavo prima, cioè il desiderio dei popoli europei di non farsi più guerra, di non percepirsi più l'un l'altro come nemici o come oggetto di dominio. Questo è già un pezzo importante di identità, cioè una forma di coesistenza civile, capace di rispettare l'altro, e quindi di far coesistere popoli che hanno differenze molto rilevanti. Cosa li tiene insieme, accanto a questa esigenza generale, ma assolutamente preziosa? Voi non avete esperienza della guerra. Anch'io, per mia fortuna, ho vissuto tanti anni senza conoscerla. Pensate che cosa è stata la grande Europa nella prima metà di questo secolo, nella quale ci sono state due Guerre Mondiali. Questa è la prima ragione. La seconda è che ci sono vari modi di definire la differenza specifica tra l'Europa e altri popoli o altre aggregazioni. Una caratteristica potrebbe essere quella di avere una comune radice cristiana; un'altra quella di essere il luogo in cui è nata e si è sviluppata la libertà e la democrazia. Questa è una dimensione che già forse indica qualcosa di più; in fin dei conti la libertà è un'invenzione, nata a Sud dell'Europa - probabilmente in Grecia - e che poi si è consolidata nella storia d'Europa. Questo è qualcosa di molto rilevante, perché cosa significa rispettare la libertà se non rispettare anche la differenza dell'altro? Ci potrebbero essere altre ragioni; al riguardo si può discutere. Per esempio, sono sicuro che un altro aspetto dell'identità europea potrebbe essere quella di farsi come punto di mediazione tra culture e popoli differenti, tra l'Asia e le Americhe, un punto di equilibrio tra la libertà e la protezione sociale, tra la terra e il mare, tra dimensioni che invece altrove tendono a essere contrapposte e separate. Quindi c'è un grande compito che spetta agli Europei di queste generazioni - quindi a Voi: quello di definire sempre meglio, accanto a quella ragione iniziale di sopravvivenza e di coesistenza, tante altre buone ragioni che fanno sì che si debba essere europei e che abbia senso sentirsi tutti europei. Non esistono gli europei di serie A e quelli di serie B.

STUDENTE: Ma ne vale veramente la pena? Cioè questo obiettivo, che a me personalmente sembra un'utopia politica forzata, è effettivamente raggiungibile? Si può davvero avere un'Europa Unita nella pienezza delle sue funzioni?

CASSANO: Credo che sia un processo complesso. Però, se uno pensa a quanto cammino si è fatto, forse qualche ragione per essere ottimisti c'è. Bisognerebbe guardare meglio anche le ragioni delle resistenze. Sono sicuro che alcune resistenze forti siano in quei popoli e in quei paesi i quali hanno, per esempio, costruito la loro storia e la loro identità con l'avvento della modernità, diventando grandi Stati nazionali. Penso alla Francia e all'Inghilterra. È probabile che questo passaggio per loro sia più difficile. Del resto l'abbiamo visto anche in occasione del recente vertice di Nizza. I popoli europei arrivano con diverse motivazioni e con diversi gradi di intensità all'appuntamento dell'unità europea. Ci possono essere difficoltà, bisognerà studiare gli equilibri. Non riesco a vedere però quale potrebbe essere l'alternativa, in un mondo nel quale aumenta la competizione globale, e dove le interconnessioni sono assolutamente necessarie. Io credo che ci siano queste le difficoltà. Io vivo nel Mezzogiorno e so anche che, per esempio, i livelli di velocità sono molto diversi, però non credo che la soluzione di questi problemi possa venire dal chiudersi in se stessi. Bisogna inventare altre cose da fare. Per esempio, io ritengo che se l'Europa si chiude nel suo cuore settentrionale e guarda il suo Sud come uno scarto, in buona misura uccide una parte di se stessa. Anche questa è una delle partite che bisogna giocare.

STUDENTE: Non sarebbe più ovvio allora un bilanciamento all'interno di ogni singolo Paese, piuttosto che la globalizzazione di tutti i paesi? Cioè, se un paese non è già unito al suo interno, non è più ovvio pensare di unificare magari Nord e Sud d'Italia - o, nel Regno Unito, la Scozia, il Galles e l'Inghilterra - piuttosto che pensare a un'Europa Unita? Se ci fosse unità nei singoli paesi, allora forse sarebbe un processo più semplice da attuare.

CASSANO: Questo, in parte, si è cercato di farlo - con esiti, per quello che riguarda, ad esempio, il Mezzogiorno, che sono anche molto discutibili. È fuori discussione che questo sia un problema, però io credo anche che la solidarietà bisogna costruirla non soltanto al proprio interno, ma anche con quelli che stanno dall'altra parte, perché, vedete, le grandi Guerre Mondiali sono nate da Stati, da popoli che erano molto solidali tra di loro - perché nulla rende più solidale un popolo dell'ostilità nei riguardi degli altri. Quando c'è un grande nemico bisogna stare tutti quanti assieme. Allora il problema che abbiamo oggi è: come è possibile costruire una solidarietà all'interno di un singolo paese, evitando che questa si realizzi a spese degli altri, cioè attraverso una logica che porta poi a un confronto tra egoismi nazionali, alla fine dei quali l'unico grande regolatore finisce per essere la guerra, con gli esiti che sappiamo? Noi siamo costretti alla coesistenza con gli altri. E per certi versi io immagino che anche la Vostra esperienza sia molto diversa dalla nostra. Per noi viaggiare è qualcosa che abbiamo imparato. Io credo che Voi abbiate molta più esperienza di viaggi, anche all'estero. Vi vedo più impauriti che non attenti alle possibilità che offre l'Europa. Guardiamo anche a ciò che c'è di positivo. Siamo così spaventati dell'Europa?

STUDENTE: Ma per arrivare a un'Europa Unita, secondo me, bisognerebbe creare una coscienza europea. Cioè ogni cittadino dovrebbe essere consapevole di essere un cittadino europeo, prima che del proprio paese. Ma questo processo di maturazione dei cittadini europei non rende troppo lungo il passaggio dal singolo paese all'Europa Unita?

CASSANO:  Io voglio continuare a sentirmi italiano, ma contemporaneamente essere europeo. E credo che questo valga anche per tutti quanti gli altri. Sentirsi parte di un grande continente che si organizza anche politicamente, economicamente, non vuol dire dimenticarsi della propria identità. Io credo che, per quello che riguarda l'Italia, occorrerebbe anche capire in che modo anche gran parte della storia della cultura del nostro paese non sia qualcosa che allude già all'Europa. In qualche modo noi siamo capaci di vivere e di stare in Europa anche meglio di alcuni Stati Nazionali che hanno più timore di noi dell'Europa, perché vedono in qualche modo minacciata la loro solitudine e la loro grandezza. Io credo che non ci sia alternativa. Si può essere italiani ed europei, e si può cercare di realizzare un circolo virtuoso tra queste dimensioni. Voi siete del Lazio, siete probabilmente romani, tutti quanti. E questa è una parte della Vostra identità. La lingua e la letteratura che avete imparato vi rende italiani. Ma siete anche europei, cioè siete cittadini a questi tre livelli e queste trasmissioni, queste discussioni, sono anche un modo attraverso il quale si costruisce un'identità europea, un'identità larga. Dobbiamo abituarci a vivere su più dimensioni, a farle coesistere e non a farle combattere l'una contro l'altra.

STUDENTESSA: Volevo spostare l'attenzione sull'Europa economica. Come può colmare al suo interno il divario fra Paesi ricchi e Paesi poveri? In questo modo non si rischia di dar vita a due diverse "Europe"?

CASSANO: Questo è un grosso problema, che l'Europa dovrebbe affrontare. Non credo che si tratti soltanto di politiche economiche. Oltretutto c'è anche una scadenza, per cui i fondi sociali europei ai vari Mezzogiorni d'Europa probabilmente dureranno ancora poco tempo, perché i successivi allargamenti dell'Europa porteranno probabilmente a scelte diverse. Io credo che su questo punto bisognerebbe inaugurare una fase diversa di riflessione sull'Europa. Penso cioè che forse l'Europa dovrebbe essere più capace al suo interno di accettare aggregazioni diverse. Voglio dire, per esempio, che non credo che il problema del Sud d'Italia sia un problema risolvibile senza una politica che dia un grande ruolo alla collocazione mediterranea dell'Italia. Perché noi corriamo un rischio: quando guardiamo la carta geografica, l'Italia ci sembra l'ultima appendice un po' sfibrata di questo grande corpo continentale che sta sopra. Ma il nostro paese non è qualcosa che è soltanto appeso. È stato fatto dentro un tessuto di relazioni. Occorrerebbe anche pensare a una pluralità di dimensioni all'interno dell'Europa, per esempio a un'aggregazione nella quale l'Italia potrebbe valorizzare la sua funzione geografica che la rende un grande punto di contatto tra l'Europa, tra il Nord, il Sud e coloro che stanno dall'altra parte del mare. L'Europa è tutto questo. Si diceva: l'Europa è cristiana. Ma non dimentichiamoci che il Cristianesimo è nato in Palestina ed è stato portato a Roma da due persone che sono arrivate con qualche difficoltà; oggi forse diremmo che sono arrivate come clandestini. Vedo però che non è ancora emersa un'altra dimensione della discussione: qual è il ruolo del nostro paese all'interno della costruzione dell'Europa e soprattutto che cosa esso ha da dire, che ruolo si assegna.  Ricordiamoci che l'Italia è stato uno dei Paesi che ha partecipato ai primi passi della Comunità economica Europea. Ha avuto un ruolo molto rilevante.

STUDENTE: Prima si è parlato d'identità europea. La cultura di ogni nazione europea ha alla base un retaggio classico, greco e latino. Per questa ragione non si può dire che il ruolo dell'Italia è un po' più importante rispetto alle altre nazioni?

CASSANO: Io credo che l'Italia abbia avuto e avrà un grande ruolo. Del resto questo un poco lo si capisce anche osservando le trattative. Nel vertice di Nizza, Prodi e i governanti italiani sono stati tra quelli che più coerentemente hanno cercato di favorire il superamento delle difficoltà. E questo non accade per caso. L'Italia è un paese cha ha una lunga tradizione universalistica e cosmopolita - gli è stato anche rimproverato sia da Gramsci sia da Prezzolini - che l'ha portata molto tardi a diventare uno Stato Nazionale. Voi sapete bene che ciò è avvenuto a metà del secolo scorso. Questo probabilmente ha provocato per un certo periodo una serie di problemi. Ma significa anche che probabilmente nella nostra storia, nella nostra identità, accanto ai difetti, che sappiamo esserci, ci sono anche alcune qualità, per lo meno potenziali. Noi non abbiamo la "boria" delle nazioni. Noi abbiamo, in linea di massima, l'idea che tutti quanti gli uomini hanno un'uguale dignità, perché la nostra formazione, che deriva appunto dalla tradizione classica - quella dell'Impero Romano, quella della Chiesa Cattolica - è una tradizione universalistica. Il nostro Rinascimento non è legato alla nascita della potenza politica. È un grande fenomeno culturale che parla a tutto quanto il mondo. Probabilmente gli italiani sono riusciti a parlare al mondo non nella fase nella quale si sono sentiti fortemente razionalistici, ma quando hanno pensato di essere cittadini d'Europa. In questo periodo i paesi che vedono la loro grandezza legata alla nascita dello Stato Nazionale, accusano qualche difficoltà. Sono le difficoltà che accusa la Francia e l'Inghilterra - la quale è divisa anche nella sua lealtà europea, perché per certi versi è europea, per altri è atlantica. Io credo che l'Italia, invece, sia uno dei paesi più coerentemente europei, e non in contraddizione con la sua identità italiana, ma perché è fedele a una dimensione più alta, la quale ritiene che la forma giusta di civiltà sia quella che federa assieme gli uomini, che li unisce e non sacrifica l'uomo ai miti nazionalistici. Vorrei dire che questo vale anche in relazione al discorso che si faceva prima: l'Italia ha questa lunga storia, anche perché è un paese che collega due mondi distanti, in quanto paese mediterraneo che collega il Nord e il Sud del mondo. E questa dimensione non va persa in questo periodo di passaggio. Sarebbe come perdere la propria ricchezza e la propria voce. L'Italia può stare in Europa con la propria voce, aiutando la costruzione dell'Europa. 

STUDENTESSA: Secondo me oggi i giovani non si sentono europei. Forse questo è dovuto al fatto che noi abbiamo rivolto tutte le nostre domande all'Europa in generale, e non abbiamo tenuto conto dell'Italia. Prima di essere europei, dobbiamo capire cosa vuol dire esserlo.

CASSANO: Ma io ho l'impressione che questo non sentirsi europei certe volte faccia parte di una specie di strana depressione, perché non è che poi a questo non sentirsi europeo corrisponde un sentirsi fortemente qualche altra cosa. Qui c'è qualcosa che va al di là del tema che stiamo discutendo oggi. Probabilmente l'Europa si è presentata per un lungo periodo ai giovani italiani ed europei come dominata esclusivamente da problemi economici - come Maastricht, per intenderci. E sicuramente questo non attrae particolarmente le nuove generazioni. L'Europa non è ancora stata in grado di affrontare il problema di come riuscire ad appassionare i giovani all'identità europea; in questo momento, nel quale si incomincia a parlare di carta dei diritti, ecco che si vede che il processo è lento, è contraddittorio, deve fare i conti con molte indecisioni. Tuttavia credo che l'essere europei passi anche attraverso tanti piccoli fenomeni "sotto pelle", attraverso la Vostra libertà di circolazione, attraverso il fatto che probabilmente nelle Vostre vacanze molti di Voi hanno visto altri luoghi e hanno amici con cui corrispondere. È una grande carta, che è compito di coloro che hanno responsabilità di governo giocare in positivo. Però bisogna stare molto attenti a questa depressione, perché poi tante volte da essa emerge un nuovo entusiasmo. Io mi auguro che sia così, ma mi auguro che esso sia un entusiasmo non solo per la mia piccola patria, ma dove ci sia spazio anche per gli altri. È l'idea di cittadinanza, cioè del fatto che tutti coloro che abitano un territorio hanno uguali diritti e possono muoversi liberamente: è una grande idea europea di cui noi dobbiamo essere orgogliosi. Forse noi non abbiamo sufficiente consapevolezza di quante cose importanti l'Europa ha costruito per il mondo. Dovrebbe far parte del futuro anche un minimo di orgoglio di essere europei - non eurocentrici, ma semplicemente consapevoli di quello che, in qualche modo, si è dato all'umanità e che oggi bisogna tutelare facendo coesistere il diritto degli altri, senza nessuna avventura coloniale. Perché ricordiamoci che il passato non è stato solo passato di guerra, ma anche di prevaricazioni nei riguardi degli altri. Oggi forse si può essere fedeli al meglio d'Europa.

STUDENTE: Io non mi sento europeo perché vedo che l'Europa Unita non c'è, o meglio vedo un'Europa solo geografica.  Forse, quando tutte le nazioni europee faranno parte della Comunità Europea, a quel punto cominceremo a sentirci europei anche noi. Se, per esempio, all'Italia levassimo quattro o cinque regioni, e queste non fossero più italiane, io non riuscirei a sentirmi italiano. Mi sentirei tale magari geograficamente, ma mi mancherebbe la coscienza dell'Italia, che necessita anche di quelle regioni perché possa aversi.

CASSANO: Credo che tutte le difficoltà della costruzione europea siano evidenti e siano una buona spiegazione di questo sentimento. Io per il primo le ho presenti. Penso realmente che ci sia un nucleo di Paesi che procede più velocemente e altri che invece procedono più lentamente, e che, all'interno di questi, ci siano zone a diversa velocità. Credo anche - l'ho detto prima - che se l'Europa si chiude a Nord, se è dominata dai grandi interessi del cuore centrale d'Europa, finisce per essere lontana dalle idee e dai sentimenti di coloro che sono più deboli e stanno ai margini. Quando vedo questa differenza di velocità tra le varie zone d'Europa, penso che bisognerebbe avere più coraggio. Se l'Europa gioca la sua immagine intorno alla dimensione della grandezza dello sviluppo economico, intorno all'accumulo di beni, all'idolo della competitività, impoverisce la sua stessa identità e probabilmente dimentica alcune cose, anche molto rilevanti, su cui invece dovrebbe riflettere. Credo che oggi sia molto difficile pensare il mondo del futuro se non si cambia l'idea di ricchezza dominante, se, cioè, accanto alla ricchezza come possesso di beni economici, non si mette una serie di altre dimensioni: la ricchezza, per esempio, che deriva dai luoghi pubblici, dalle strade, da un mare non devastato. Immagino che ci sia anche la ricchezza di tempo, un tempo da dedicarsi ad altri aspetti che non siano solo l'ossessione della competizione: penso che ci sia l'esperienza della preghiera, l'esperienza dell'ascolto, l'esperienza della meditazione, che avvengono in un altro luogo. Se l'Europa è solo velocità, tutta una serie di dimensioni scompaiono. E con esse scompare anche una parte rilevante di una possibile anima europea. L'Europa, se sacrifica se stessa a un'idea nella quale l'economia è l'elemento centrale, corre il rischio di far sparire una parte della sua anima. 

STUDENTE: Io credo che il disagio che si prova non sia dovuto tanto al non voler essere europei, quanto piuttosto alla paura che in un'Europa Unita si possa perdere parte di quell'individualità, di quell'unicità che ha fatto grandi le singole potenze nazionali. 

CASSANO: Siamo totalmente d'accordo. Quei paesi che sono diventati grandi con la formazione dello Stato Nazionale non possono vedere con tranquillità una loro relativa riduzione di peso, perché la sentono come una minaccia a se stessi. Non è un caso che da questo punto di vista, per esempio, la Francia faccia difficoltà a pensare questo passaggio all'Europa, proprio perché ha uno Stato Nazionale molto forte, mentre l'Italia ha meno problemi. Come si può andare avanti nonostante queste difficoltà? Quali criteri, quali idee e quali principi mettere dentro all'Europa? La debolezza dell'idea d'Europa è dovuta al fatto che essa è stata organizzata in primo luogo come una comunità economica. Io credo che in ogni caso bisogna tenere duro, perché un'Europa nella quale dopo un tentativo di amore ognuno rifluisce su se stesso francamente è un'Europa più debole, che può avvitarsi in spirali pericolose. Per quello che riguarda l'Italia - se è vero quello che dicevamo prima, che l'Italia ha una forte identità cosmopolitica e universalistica - il richiudersi nell'ottica dello Stato Nazionale significa proiettare un film già visto e neanche così entusiasmante.

STUDENTESSA: Volevo riprendere questa frase di Altiero Spinelli, che anche Lei ha ricordato inizialmente. Perché l'Italia non ha altra via di salvezza fuorché l'Europa? Non è una visione un pò disperata? 

CASSANO: Lei ha ragione. È quel "non" nel primo rigo che dà questa impressione: che in buona misura l'Europa sia soprattutto qualcosa che si fa per evitare quello che è successo nella prima metà di questo secolo. Ma questo non mi sembra poco. Mi sembra anzi assolutamente necessario. Tuttavia avete perfettamente ragione quando dite che non è sufficiente. Se si dice che tutto questo è solo parziale, io credo che lo stesso Spinelli sottoscriverebbe. Vedete, si può essere insoddisfatti anche di una vita nella quale non c'è la guerra. Forse può essere stato emozionante per milioni di giovani europei partire per la guerra salutando le famiglie. Ma molti di di quei giovani non sono tornati, e noi ne abbiamo più  memoria. È qualcosa che però non bisogna perdere. La memoria - per esempio del genocidio ebraico - è qualcosa che deve essere parte dell'identità d'Europa. Un'identità è fatta anche di cose che non si vogliono fare più. Probabilmente tocca a Voi  aggiungere qualche cosa a questa frase di Altiero Spinelli. Io Vi pregherei soltanto di raccogliere questa dimensione di trasmissione. L'esperienza della guerra non porta da nessuna parte, l'esperienza dell'ostilità nei riguardi dell'altro è un'esperienza distruttiva, non è cristiana e non è europea. È qualcosa che noi probabilmente dobbiamo mantenere e che realizza l' identità comune dei popoli europei.

STUDENTESSA: L'Europa non potrebbe essere qualcosa che ci sprona a risolvere determinate situazioni interne e quindi a migliorare la situazione in Italia?

CASSANO: Sicuramente sì, purché tutto questo non venga fatto sulla base di una specie di svalutazione sistematica di ciò che è italiano.Io credo che gli italiani abbiano molti difetti, ma non solo quelli di cui si parla sempre. Se c'è una cosa che caratterizza gli italiani è quella di parlare molto volentieri male di se stessi. Credo che l'Europa sia un costante stimolo a confrontarsi con gli altri popoli. Deve essere chiaro però che l'Europa è fatta di una pluralità di voci. Molti popoli che sono più moderni di noi, alla fine si dimostrano meno europei, perché, quando si tratta di fare alcuni passaggi ulteriori, mettono il piede sul freno. Quindi l'Europa è fatta da tante voci, ognuna delle quali ha un lato positivo, e un lato invece più preoccupante. Credo che noi italiani dobbiamo imparare dagli altri, dobbiamo vedere tutti i problemi che gli altri hanno risolti e provare a copiare alcune di queste soluzioni. Però deve essere chiaro che l'Europa non si divide tra docenti e studenti. Ognuno ha qualcosa da dire. L'Italia ha sicuramente da dire qualcosa sui limiti della costruzione europea, fondamentalmente economica, sul rapporto tra l'Europa e il suo Sud, tra l'Europa e il Mediterraneo, il luogo di origine di gran parte della sua cultura. Mediterraneo significa rapporto con il Sud e con l'Est del mondo, ovvero significa pace. Essa non la si può costruire avendo l'idea che ci sia un solo tipo di organizzazione per tutti i popoli del mondo. Bisogna abituarsi a rispettare il diverso, le idee degli altri, il modo in cui gli altri pregano, il modo in cui gli altri mangiano. Da questo punto di vista l'Italia, che è un luogo di passaggio e che, per certi versi, soffre anche questa dimensione, abbia qualcosa di molto importante da dire agli altri. Deve apprendere e deve dire: in questo rapporto dialettico si può crescere. A me non piace l'idea che esistano paesi europei che sono già europei e che gli italiani debbano ancora diventarlo. Io credo che si sia europei in modo diverso e che occorra federare queste differenze. Gli italiani abbiano una bella voce da far sentire: devono esserne all'altezza. 

STUDENTESSA: Cosa significa che si può essere europei in modo diverso? 

CASSANO: Non si può pensare che l'Europa sia uno stato più grande al posto degli Stati Nazionali. È una costruzione complicata e che implica diversi livelli. Qualche cosa delle posizioni intermedie, delle molte identità, deve rimanere. Il problema è di costruire un equilibrio tra queste dimensioni. Non si può pensare che l'identità europea sia qualcosa che nasce azzerando quello che c'era prima. Io personalmente credo che il problema sia la lingua. Quali sono le lingue più importanti? Io ho sempre pensato che la lingua più universale sia quella della traduzione. Cioè non esiste una lingua "sacra". Non era una lingua sacra l'ebraico, né l'aramaico, né il latino; non lo è l'inglese, non lo è il francese, non lo è l'arabo. Dio non ha parlato in una sola lingua, ma in molte. Quindi l'unica vera idea forte di universale è quella di colui che sa passare da una lingua ad un'altra, che sa tradurre l'una nell'altra, mantenendo le differenze. Ognuno di noi è differente. Per esempio, quando io stesso faccio lo sforzo di capire le Vostre domande, cerco di tradurle dentro di me. E certe volte non ci riesco. Voi sapete che certe volte chi traduce si tradisce. Però è uno sforzo che va fatto, perché intendere l'altro significa ascoltarlo ogni volta, cercare di portare, di tradurre dentro di noi quello che dice. Se non lo facciamo corriamo il rischio di azzerarlo, e poi lui magari se ne va. Credo che questo sia un punto essenziale: il rispetto della differenza, la curiosità. Perché un uomo che ne conosce molti altri è più ricco di uno che resta chiuso in se stesso, a casa sua, e che ripete sempre: "io". "Io" e "tu" sono più voci, specialmente se i "tu" sono tanti. L'Europa deve essere questa pluralità. Io amo il francese, l'inglese, il tedesco, lo spagnolo, perché ci sono grandi tesori della cultura universale in quelle lingue; voglio conoscerle, non voglio ridurmi a una sola lingua. È bellissimo cercare di conoscerle tutte ed essere sempre più cittadini europei; conoscere bene la letteratura di questi paesi, accanto a un grande radicamento nella propria, nella tradizione universalistica della propria, a cominciare da Dante fino al nostro secolo.

STUDENTESSA: Cosa vede nell'immediato futuro per quanto riguarda i rapporti tra Italia ed Europa? Quali sono i progetti che verranno intrapresi per creare un'identità europea? Vinceranno le piccole patrie oppure vincerà lo spirito di Unità Europea? 

CASSANO: Io ho paura delle piccole patrie. Non perché l'identità locale non sia un fatto importante - perché è anche occasione di solidarietà e insieme di identità - ma ho paura che possa portare alla chiusura nei riguardi dell'altro. L'Europa gioca una partita molto rilevante su questo punto: deve saper riuscire a dare un'idea di sé come grande luogo nel quale, rispettando le leggi, si è accolti. Non deve avere assolutamente chiudersi in tante piccole patrie. Pensate al dramma jugoslavo. Ricordo un racconto di una scrittrice croata. Si svolge subito dopo l'inizio delle ostilità, su un treno, nella Repubblica jugoslava che si stava dissolvendo. Dice: "Nessuno parlava, in quel treno. C'era un grande silenzio in quello scompartimento. Perché c'era silenzio? Perché nessuno voleva parlare, perché nessuno voleva far capire dalla sua lingua la sua appartenenza". E continua: "Ma non possibile. Io non sono solo croata. Io sono una donna, io sono una scrittrice, io sono europea. Io sono tutte queste dimensioni. Non esiste una sola identità alla quale io possa essere ridotta."  Questa molteplicità di dimensioni che è anche l'Europa è una forma di civiltà. Dobbiamo convincerci che possiamo imparare da coloro che arrivano da Sud, che non sono solo paura. Molti di noi, in Europa, sono andati al Nord e sono arrivati da Sud. Molti popoli hanno imparato dal proprio Sud. Aprirsi e essere capace di parlare con l'altra parte del mondo è una delle partite più rilevanti. L'Europa noi l'aspettiamo a queste prove, nella capacità di dare una risposta positiva, con equilibrio e saggezza, a tutti coloro i quali in qualche modo pensano che possa essere una patria in cui vivere.

Puntata registrata il 21 dicembre 2000

Biografia di Franco Cassano

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