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Il Grillo (22/5/2001)

Stefano Silvestri

Il ruolo dell'Italia

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21 maggio 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Aristofane" di Roma

STUDENTESSA: Benvenuti al Liceo Aristofane di Roma. Oggi parleremo del ruolo dell'Italia nel contesto internazionale insieme a Stefano Silvestri, Vice Presidente dell'Istituto Affari Internazionali, che ringraziamo per la partecipazione.

SILVESTRI Grazie a Voi.

STUDENTESSA: Per introdurre l'argomento vediamo una scheda filmata.

Una rigidissima linea di frontiera attraversa l'Europa uscita distrutta dal secondo conflitto mondiale. Le viene dato un nome che suona tetro e tuttavia indubitabilmente efficace: "cortina di ferro". Essa serpeggia nel cuore dell'Europa, dividendola, separando terre un tempo unite. E' una sorta di cordone sanitario, di confine comunque invalicabile. Il Muro di Berlino, innalzato nel corso di una notte, fra il 12 e il 13 agosto 1961, e distrutto ventotto anni dopo, non è che la giustificazione di questo stato di cose. La "cortina di ferro" delimita il nuovo ordine del mondo, emerso dagli accordi di Yalta fra le grandi potenze. Non resta che adeguarsi, scegliere dove collocarsi, definire la propria appartenenza. L'Est e l'Ovest del mondo, le democrazie occidentali e i paesi del socialismo reale, continuano la guerra sotto altra forma. Si chiamerà Guerra Fredda. Sarà un durissimo confronto che si svilupperà sotto la costante minaccia del conflitto atomico, condizionando per decenni le politiche degli stati europei. Fra di essi l'Italia, fedele all'Alleanza Atlantica e inevitabilmente subordinata alle sue ragioni. Per anni la politica dei governi italiani, in primo luogo quella estera, non sarà che un'appendice o un'articolazione della linea strategica del Patto Atlantico. Ma lentamente, ancor prima del crollo del Muro di Berlino, l'Italia comincerà a guardare con i propri occhi all'Europa e al bacino del Mediterraneo. Fra gli anni Ottanta e i Novanta svolgerà, lontana dai suoi confini, importanti azioni di pace. Ma parteciperà anche con un piccolo contingente alla Guerra del Golfo e più recentemente alla Guerra del Kosovo. Passa di qui il nuovo ruolo dell'Italia?

STUDENTESSA: Professore le vorremmo riportare le posizioni di una discussione che da tempo è in corso tra di noi. Io credo che il ruolo dell'Italia si definisca entro i propri confini e comunque si misuri con la propria capacità di affrontare e di risolvere i problemi.  Io penso invece d'altro canto che un paese non possa esclusivamente controllare i propri confini, custodirli, perché ci sono delle responsabilità che non si possono evadere, dei problemi che premono continuamente alle frontiere. E penso quindi che il ruolo dell'Italia sia  di costruire qualcosa anche in base a ciò  che avviene  fuori dai confini. Questo deve essere il suo ruolo principale. Lei che ne pensa di questa posizione?

SILVESTRI: Ma diciamo questo: è difficile che un paese possa rimanere chiuso dentro i suoi confini. Anzi diciamo che ci sono state politiche finalizzate a questo. L'autarchia era una ipotesi di questo genere, il tentativo cioè di vivere soltanto delle proprie risorse, che in realtà poi era molto legato anche però alle avventure imperiali, perché per avere risorse sufficienti bisognava costruirsi degli imperi. La Gran Bretagna poteva essere in qualche misura autarchica, ma  con tutto il suo impero, praticamente l'impero lavorava per lei. Quindi già da un punto di vista economico questo isolamento non è possibile. Nel nostro paese le risorse sono in grandissima parte dovute alla nostra capacità di esportare o di trasformare beni che importiamo e poi riesportiamo. Per cui facciamo parte del commercio internazionale. Questo ci obbliga in certa misura a occuparci del resto del mondo. Non possiamo farne a meno. Ci sono i processi di globalizzazione in atto. Che vuol dire? Non possiamo fare a meno di vedere la televisione internazionale. Siamo collegati con Internet, il campo delle notizie internazionali sono dappertutto.  Il fatto di vedere i profughi, di vedere i morti di un massacro, di una bomba. Ci sono sempre state le bombe nei mercati per molti secoli, però adesso li vediamo e questo suscita una reazione emotiva molto forte. Questo in un certo senso ci spinge ad agire, anche al di là dei nostri interessi immediati, nell'interesse proprio diretto, perché in realtà abbiamo una reazione rispetto all'ingiustizia, alla morte, abbiamo una reazione per cui cui vorremmo che le cose andassero meglio. Riteniamo, anche perché usciamo da un secolo che è stato tremendo da questo punto di vista, un secolo di guerre e di distruzioni terribili e di violazioni enormi dei diritti dell'uomo,  abbiamo nella nostra cultura l'idea che non possiamo ignorare queste violazioni fino in fondo, dobbiamo fare qualche cosa, non possiamo limitarci a chiudere gli occhi.  Questo ci spinge da vari punti di vista,  per ragioni di interesse, per ragioni emotive e culturali più profonde, legate ai diritti umani, ci spinge a fare delle cose. Questo può avere risultati positivi o negativi. Ha dei costi oltre che dei vantaggi. Però mi sembra molto difficile che noi possiamo reagire alla situazione semplicemente chiudendoci in noi stessi. Credo che non corrisponde più alla nostra realtà.

STUDENTESSA: Guardando costantemente al di là dei propri confini non c'è il rischio di perdere il senso dell'identità nazionale? Che rapporto c'è tra identità nazionale e ruolo internazionale?

SILVESTRI:  Una domanda molto complicata, anche perché bisognerebbe riuscire a definire che cos'è l'identità nazionale. Ed è un po' come definire gli interessi nazionali, o anzi, addirittura, come dicono alcuni storici o alcuni filosofi, l'interesse nazionale. Io per esempio sono contrario al termine interesse nazionale. Posso capire il termine interessi nazionali, ma interesse nazionale, che identifica la nazione come se fosse un soggetto unico, questo a me mi lascia molto perplesso. Era un po' un discorso, così di personalizzazione, come se la nazione avesse un'anima. Una nazione può avere una storia, una cultura, come insieme dei cittadini, di interessi caso mai. Comunque che cos'è la nostra identità? Abbiamo un'identità culturale,  linguistica - beh questa non è che la perdiamo perché andiamo in Kosovo. Forse impariamo a parlare serbo, ma non è detto. Diciamo che  ci può essere il rischio di una classe dirigente, di un governo che cerca di distrarre la sua popolazione da problemi seri con avventure esterne. Questo è avvenuto in passato molto spesso. Oggi però mi pare difficile questo tipo di impostazione, perché il tipo di impegni che abbiamo non sono più impegni, come posso definirli, retorici: l'impero,  la gloria. Oggi ci  sono impegni molto più concreti, anche molto meno soddisfacenti da un punto di vista personale -, si tratta di dividere delle popolazioni, di cercare di portare un po' di legge e di ordine in aree estremamente caotiche, di regolare alla meglio, cercando di fare possibile, il traffico  clandestino degli immigranti, oppure di combattere organizzazioni criminali internazionali: il commercio della droga, il commercio  delle sigarette, delle armi. Questi sono obiettivi molto più limitati, in un certo senso, che corrispondono, anche abbastanza bene a problematiche interne. Quindi, secondo me, c'è un rapporto più diretto.

STUDENTE: Io volevo  passare, anche ricollegandomi alla scheda, a una domanda di carattere storico. Volevo sapere, l'Italia, nell'immediato dopoguerra, come si affaccia sul panorama internazionale da paese sconfitto?

SILVESTRI. Cobelligerante. Il suo tentativo era quello di presentarsi come un paese cobelligerante, come un regime che aveva fatto fuori il regime fascista e si era alleato con gli Alleati. Naturalmente, questo non era del tutto riconosciuto. Sa che noi siamo entrati nelle Nazioni Unite circa dieci anni dopo, proprio perché eravamo, come la Germania e il Giappone, considerati paese nemico.  L'Italia ha cercato di ricostruire una sua legittimità e credibilità internazionale. Il processo è iniziato sin dal '43, cioè da dopo l'otto settembre, con prima un tentativo, sia da parte politica,  da parte della Resistenza politica, guidata dai partiti  comunisti, d'azione, socialista, democrazia cristiana che avevano tutti le loro formazioni partigiane - che cooperavano con gli Alleati contro i nazisti, ma anche  contro i fascisti di Salò -, ma anche il governo che era fuggito. Il re e quindi il governo reale monarchico, che era stato costituito, provvide alla ricostruzione di un esercito, che arrivò sino a circa seicentomila persone che combatterono a fianco degli Alleati. Quindi si ricostruì già lì una prima credibilità nei confronti degli Alleati. Dopo di che vi fu una politica che possiamo chiamare di "entrismo", cioè cercare di entrare nelle organizzazioni internazionali assieme con gli Alleati.  In questo venimmo facilitati  da una forte cooperazione con il governo francese, per un certo periodo,  perché il governo francese vide con favore il rientro dell'Italia, poteva servire a bilanciare un po' l'influenza di Gran Bretagna e Stati Uniti in Europa a favore della Francia. Fu infatti il governo francese che ci permise con la sua insistenza di entrare nell'Alleanza Atlantica, dove non eravamo previsti inizialmente. Fu una decisione difficile per la classe politica italiana. Molti forse non sanno che la democrazia cristiana era spaccata in due. Vi era una parte sostanziale nel Partito della Democrazia Cristiana che era neutralista. Pensava che il destino dell'Italia non dovesse essere quello di schierarsi ad Occidente o ad Oriente, ma  di essere un paese mediterraneo, neutrale e quindi con una sua identità soprattutto cattolica, che era diversa da quella degli altri paesi. Ci fu una divisione molto forte. Il capo della sezione delle correnti di Sinistra della Democrazia Cristiana era Dossetti, un personaggio intellettualmente molto significativo, poi diventato prete, ancora vivente. Poi c'era una corrente di Sinistra che sarà quella che rappresentata da personaggi che  di cui forse Lei si ricorderà: La Pira, Fanfani, Gronchi. Erano la cosiddetta Sinistra Democristiana. De Gasperi fece pendere il piatto della bilancia dalla parte dell'inserimento nell'Alleanza Atlantica e dell'inserimento soprattutto nelle grandi istituzioni europee che stavano nascendo.  Questo ci ha permesso di costruire un ruolo internazionale abbastanza forte, con la partecipazione, attraverso la identificazione,  con queste organizzazioni internazionali e con queste alleanze.

STUDENTESSA: Io vorrei sapere quale è stato il prezzo pagato dall'Italia alla Guerra Fredda e se sarebbero state possibili altre scelte.

SILVESTRI: Diciamo che l'Italia durante il periodo della Guerra Fredda da un punto di vista economico è andata benone. Ha avuto uno sviluppo fortissimo, non grazie alla Guerra Fredda. Direi soprattutto allo sviluppo del Mercato Comune europeo e la liberalizzazione dei mercati. Però tutto questo viene reso possibile da un'impostazione economica, che era stata impostata dal Piano Marshall, che non era nato in contrapposizione con l'Unione Sovietica originariamente, ma che in realtà venne così interpretato da Mosca. E Mosca impose a tutti i paesi del suo campo di rifiutare il Piano Marshall perché lo vedeva come un una sorta di ingresso nell'America in quei paesi e soprattutto come una sfida dell'economia di mercato rispetto all'economia pianificata. Quindi, in un certo senso, grazie alla Guerra Fredda e a quella scelta, noi abbiamo avuto un forte sviluppo economico. Abbiamo pagato un prezzo politico. Il prezzo politico è stato quello della divisione dell'Italia. Noi abbiamo avuto, subito dopo la guerra, un periodo di unità nazionale, in cui i partiti  da  quello Comunista, sino al Partito Liberale, hanno collaborato alla scrittura della Costituzione. Sapete che la nostra Costituzione è firmata da un comunista, che era Presidente della Costituente, da Terracini.  - oltre che da De Nicola, che era il presidente, insomma, e dalle altre autorità dello Stato. Bene questo in un certo senso si ruppe, nel senso che con la Guerra Fredda abbiamo avuto il Partito dei filosovietici e il Partito dei filoamaericani, spaccato in due sostanzialmente. Alcuni dicono che questo fu un vantaggio. Andreotti ad esempio sostiene che questo fu un fattore d'ordine, che permise di consolidare sia la maggioranza che l'opposizione, ognuna  nel suo campo. Però fu anche una cosa di esclusione di una grande parte della popolazione italiana dal governo. Noi non avemmo la storia drammatica che ha avuto per esempio la Grecia, che su questa stessa cosa si è spaccata e ha avuto una guerra civile che è durata dieci anni. Noi per fortuna questo l'abbiamo evitato, in buona parte grazie anche alle scelte che fecero i comunisti, che fu una scelta di democrazia, di rispetto delle istituzioni. Però abbiamo avuto una esclusione molto lunga dei partiti di opposizione dal governo e questo è secondo me, se vuole proprio il prezzo forse più alto che abbiamo pagato, abbiamo avuto una crisi della cultura di governo. La nostra opposizione, essendo condannata a rimanere una opposizione, non si è  evoluta, non ha creato, non ha sviluppato una cultura di governo fino a molto tardi. E oggi per esempio una delle difficoltà che abbiamo, che ha la Sinistra attualmente al governo è quella di presentarsi come sinistra di governo, perché è ancora fortemente influenzato dalla sua cultura di partito, che era un partito e una cultura di opposizione. E' quello che ha distrutto in buona parte i socialisti, che sono stati i primi che sono andati al governo,  a mio avviso naturalmente. E forse questo è il prezzo più alto che abbiamo pagato, perché è un prezzo di immaturità del nostro sistema politico.

STUDENTE: Noi sappiamo che dopo la Guerra Mondiale sono state impiantate, specie nel Mezzogiorno, delle Basi NATO. Ecco io mi chiedevo se queste hanno avuto una qualche influenza  anche sulla nostra politica estera.

SILVESTRI:  Sa perché si impiantavano le basi  NATO nel Mezzogiorno e soprattutto in  Puglia?

STUDENTE: Mi dica, non lo so.

SILVESTRI Beh, perché la Puglia è la nostra regione più orientale, perché l'Italia non è messa da Nord a Sud, ma da Ovest a Est. In effetti già negli anni Cinquanta abbiamo impiantato dei missili nucleari in Puglia. Poi vennero ritirati dopo la crisi di Cuba, nel '62. Noi abbiamo molte Basi NATO. Sono basi italiane, non sono basi sovrane della NATO, cioè sono basi comandate da ufficiali italiani. Hanno avuto importanza nella nostra politica. Ma La partecipazione alla NATO sì, ha avuto una grossa importanza nella nostra politica. Ha certamente influenzato notevolmente molte cose. sicuramente la nostra politica militare, sicuramente la nostra politica estera. Le Basi in sé hanno avuto un impatto politico, secondo me relativo. Abbiamo Basi che in regioni che hanno votato per esempio in maniera molto diversa nella storia d'Italia e nella loro storia.  Possiamo dire che Basi importanti come quella di Aviano, in Veneto, di Sigonella in Sicilia, abbiano influenzato le politiche locali. Non lo so! Credo molto relativamente. Una delle ragioni è probabilmente il fatto che si tratta per lo più di basi aeree e navali, quindi di basi con una presenza sì sul territorio, ma non così massiccia come sono basi  dell'esercito. C'è un'unica base dell'esercito in Italia americano, che è però un deposito, vicino  Livorno, a Camp Derby, ma le altre sono praticamente aeroporti e porti.  Resta naturalmente l'impatto molto forte della NATO, cioè della scelta, della politica che abbiamo avuto e che ha fortemente influenzato  tutte le nostre scelte di sicurezza, naturalmente. Ma era anche una scelta che avevamo fatto nel '49. 

STUDENTE : Come ha detto Lei le Basi NATO sono state stanziate per contrapporsi ai vari regimi comunisti dell'Est. Allo stato attuale qual'è la loro funzionalità?

SILVESTRI: Questo è il problema che ha la NATO in questo momento, perché il nemico non c'è più. Potenzialmente potrebbe rinascere anche la Russia. La Russia resta una grande potenza nucleare, però si presenta come una potenza amica, non come una potenza nemica. Diciamo che per molti anni il vero centro della NATO è stata la Germania, perché lì era dove poteva esserci una guerra, il grande scontro di eserciti. Si confrontavano decine di divisioni, centinaia all'inizio all'inizio della Guerra Fredda addirittura migliaia di aerei. Era  un centro gigantesco di confronto militare. L'Italia era abbastanza marginale all'epoca. C'era un ruolo nel Mediterraneo, ma era un paese di seconda linea. Tra l'altro la Jugoslavia era un paese neutrale e l'Austria pure. Quindi noi non confinavamo, direttamente con il Patto di Varsavia, con i Paesi del Patto di Varsavia. Il Paese del Patto di Varsavia che c'era più vicino è stato per un certo tempo l'Albania, poi anche questo è uscito dal Patto di Varsavia e comunque era una minaccia molto relativa l'Albania. L'altro paese che c'era nemico era l'Ungheria, però era dall'altra parte dell'Austria. Adesso in realtà c'è uno spostamento di forze dalla Germania all'Italia. Perché? Perché di fatto la NATO è stata coinvolta sempre più in operazioni di gestione delle crisi, quelle che noi chiamiamo operazioni di pace: interventi fuori area. Fuori area perché? Perché nel Trattato di Washington si definisce, nel trattato istitutivo dell'Alleanza Atlantica, si definisce un'area che è l'area di competenza dell'Alleanza Atlantica, "non di competenza", l'area all'interno della quale, se un paese alleato è attaccato questo dovrebbe far scattare automaticamente la solidarietà degli altri alleati. Quest'area è l'area dei Paesi membri e dell'Atlantico del Nord e del Mar Mediterraneo, ma soltanto il mare.  Andare in Jugoslavia quindi in un certo senso è andare fuori 'area, fuori dall'area garantita dal Patto Atlantico. Andare fuori area è una cosa completamente diversa. Non è più difesa, è in un certo senso attacco. Cioè siamo noi che andiamo. Per 50 anni abbiamo aspettato il nemico alle frontiere, adesso siamo noi che andiamo a fare delle operazioni di gestione. Questo ci ha obbligato a spostare in maniera diversa  le nostre forze militari. E l'Italia è diventata improvvisamente un paese di frontiera che non era - perché è frontiera con i Balcani, è frontiera con il Mediterraneo, che è anche un'area da dove possono venir fuori crisi abbastanza complicate Questo spiega perché in questo momento abbiamo più forze alleate in Italia di quante non ce ne siano in Germania stranamente. Però basterà questo per  assicurare il futuro della NATO? E' questa una giustificazione sufficiente per tenere in vita la NATO? Questo è il dibattito che si è aperto. In America per esempio, il Presidente, il nuovo presidente eletto Bush ha nominato come suo consigliere per la Sicurezza Nazionale  una grande esperta di politica internazionale e soprattutto di Unione Sovietica e di Russia, ma insomma anche di politica internazionale in genere, la quale sostiene che gli Stati Uniti devono ridurre la loro presenza in Europa, andarsene possibilmente dai Balcani, lasciare queste rogne agli europei e occuparsi d'altro, e quindi in un certo senso ridurre il ruolo della NATO. Gli europei hanno una posizione diversa, nel senso che vorrebbero tenere gli americani collegati a loro. Hanno un po' paura gli americani che vanno in giro da soli. Vorrebbero avere, mantenere un controllo, un'influenza sugli americani. E quindi in un certo senso in questo momento sono gli europei che insistono a tenere le Basi NATO, gli Americani in Europa, gli Americani nel Kosovo, più che gli Americani stessi. Sono gli europei che hanno un po' paura degli americani da soli, non gli americani che hanno paura degli europei da soli.

STUDENTE: Da quello che sto cogliendo da questa conversazione, quando si parla di politica estera molto viene deciso dalle alleanze. Voglio dire: episodi vengono risolti per rapporti favorevoli o non buoni tra le nazioni. Insomma le Alleanze ci mettono molto quando si parla di politica estera. Ma una nazione, e parlando nello specifico ora, l'Italia, riuscirà mai ad avere un ruolo autonomo all'interno di un panorama internazionale. E poi Le chiedo inoltre: ci sono stati degli uomini politici che sono stati in grado di fornire un contributo alla definizione del ruolo dell'Italia negli ultimi cinquant'anni?

SILVESTRI: Diciamo due cose: uno certamente un paese può avere un ruolo, e ha avuto un ruolo. Naturalmente lo deve giocare  secondo le nuove regole. Duecento anni fa l'Italia avrebbe potuto dichiarare guerra all'Albania e annettersela. Lo ha fatto in realtà addirittura il fascismo, tra le due guerre. Oggi questo non è più possibile. Gli strumenti sono completamente diversi. Nel momento in cui l'Iraq ha tentato di fare questo con il Kuwait si è trovato contro la Comunità Internazionale e c'è stata una guerra. Quindi bisogna tener conto nell'affermare il proprio ruolo dell'esistenza di regole e di rapporti di forza diversi. Le istituzioni fanno parte della politica internazionale. Quindi sapersi muovere all'interno delle istituzioni significa saper fare politica internazionale. Un po' come se, diciamo, io fossi capo di un partito e decidessi di ignorare il Parlamento. Sarei probabilmente un pazzo, nel senso che non farei poi politica. Quindi io, capo di una nazione, non posso ignorare il fatto che la mia nazione fa parte delle Nazioni Unite, dell'Unione Europa, della NATO, dell'OSCE, del Consiglio d'Europa, e chi più ne ha più ne metta. E faccio politica anche sia bilateralmente attraverso questi strumenti. Posso farla più o meno bene, posso tacere seguire la corrente, oppure posso cercare di influenzare. L'Italia per molti anni ha seguito la corrente. Adesso sta cercando di avere un ruolo. Non è facile, perché comunque questo turba degli equilibri. Per esempio nel momento in cui l'Italia vuole fare una certa riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite questo può non piacere a coloro che in questo momento detengono gli equilibri all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e hanno un ruolo piuttosto forte -, o a coloro che pensano di potersi aggiungere a quelli che detengono il potere lasciando gli altri fuori. Per cui c'è una lotta reale,  a cui corrispondono degli interessi anche nazionali, una politica. Uomini politici che abbiano definito il ruolo dell'Italia negli ultimi cinquant'anni. E' difficile definire grandi figure. Sicuramente una di queste figure è stata De Gasperi. Ha fatto delle scelte e le ha portate avanti, le due sue scelte sue fondamentali. Alleanza Atlantica e integrazione europea si sono rivelate due scelte vincenti, che sono andate avanti per oltre cinquant'anni e che sono state fondamentali. Altri uomini hanno sicuramente avuto dei ruoli, ma più parziali  della storia politica italiana. Per esempio possiamo dire che una parte della storia politica italiana è legata per esempio ai rapporti con i Paesi Arabi, è stata sviluppata sopra l'influenza di un uomo che era il il Presidente dell'Ente Nazionale Idrocarburi, Enrico Mattei.  Ha dei pregi e dei difetti la figura, però è stato indubbiamente una figura che ha marcato la storia politica italiana. Una figura che ha cercato di marcare la politica italiana,   che  ha avuto una sua importanza è stata Craxi. Perché è stato il primo presidente del Consiglio importante non democristiano, che ha puntato molto sull'affermazione nazionale dell'Italia, ad aumentare il ruolo e il prestigio razionale del paese. Non che gli sia riuscito completamente e poi  la sua sfida politica è fallita, buona parte, per sua colpa. Ma indubbiamente questo ha permesso all'Italia di fare un piccolo salto di qualità. Da partecipante di grandi consessi internazionali a  interlocutore, un tentativo di essere un po' più protagonista. Craxi  per esempio è stata una persona che ha sicuramente marcato in questo senso  questo cambiamento. Un'altra persona che ha sicuramente marcato una grande scelta politica italiana, di cui adesso dovremo vedere i risultati è l'attuale Presidente della Repubblica: Ciampi. 
Ciampi  ha praticamente obbligato l'Italia ad entrare nell'euro. Questa è una grande scelta. Ci vuole coraggio nel fare questo tipo di scelta.

STUDENTESSA: Il fatto che la Chiesa Cattolica abbia il suo centro a Roma ha in qualche modo influenzato i rapporti, i nostri rapporti internazionali?

SILVESTRI:  Sì, in  vari modi. Prima di tutto ha influenzato notevolmente i nostri rapporti con la Chiesa Cattolica e anche con lo Stato del Vaticano, poi ha influenzato la nostra storia in maniera enorme.  Poi nel campo dei rapporti internazionali  ci ha sicuramente spinto in varie direzioni, che forse a un livello nazionale non avremmo fatto. Per fare un esempio proprio banale: il nostro coinvolgimento nella crisi del Mozambico è venuto fuori da un coinvolgimento di organizzazioni cattoliche. I nostri interessi notevoli nello sviluppo di una certa politica di pace in medio oriente sicuramente hanno un rapporto con lo sviluppo di una certa linea ecumenistica della Chiesa Cattolica. Questo non significa che ci sia un rapporto così diretto. Benedetto Croce, che era  un deciso liberale nella sua impostazione culturale,  a una domanda rispose che "Noi italiani non potevamo non dirci cattolici" non potevamo fare a meno di essere cattolici  anche se non lo eravamo neanche di religione, perché di fatto eravamo talmente influenzati da duemila anni di storia della Chiesa Cattolica.  Questo vale un po' anche per la nostra politica. Adesso questo sta un pochino cambiando, perché la Chiesa sta diventando sempre più internazionale. Questo Papa ha dato alla Chiesa Cattolica una dimensione molto più internazionale di quanto non gliela avesse data, per esempio un Pio XII, ma anche persino un Paolo VI, che è stato un Papa molto importante, un Papa conciliare, una Papa di grande importanza, estremamente legato alla vita politica italiana. Era un Papa che è stato  il punto di riferimento spirituale della Federazione Universale Cattolica Italiana,  da cui si era sviluppata tutta la classe dirigente della Democrazia Cristiana. Questi erano legami molto stretti. Questo Papa qui non ha questo tipo di legami. E questo sta cambiando un po' il rapporto con la politica italiana, però insomma ancora c'è.

STUDENTESSA: Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell'intervento italiano nelle varie aree geografiche? , Ad esempio, in Somalia o in Kosovo?

SILVESTRI: . Diciamo che i vantaggi diretti  sono pochi. Alcuni  sostengono che possono esserci alcuni vantaggi commerciali ma  parliamo di aree estremamente critiche e anche povere in molti casi. No, il vantaggio è duplice. Uno è di carattere internazionale. Il nostro paese assumendo delle responsabilità, assumendo degli oneri, assume  raggiunge anche un certo ruolo nella comunità internazionale e quindi ha una maggiore voce in capitolo. La seconda  per determinate aree può essere importante per la nostra sicurezza internazionale. Pensiamo ad esempio a quello che succede nei Balcani. Noi abbiamo un interesse vitale a che i Balcani siano tranquilli per evitare di essere travolti  da tutto quello che può arrivarci addosso dai Balcani e che può essere notevolmente sgradevole. Per cui cercare  di tenere la pace nei Balcani, per noi è un interesse nazionale. Mentre  dalla Somalia non  viene una minaccia così diretta. In Somalia è più una questione di responsabilità politica internazionale, di collegamenti che abbiamo avuto in passato con queste aree e quindi di svolgere un ruolo, di assumerci la responsabilità. D'altra parte, se vogliamo essere uno dei sette, otto paesi che contano nel mondo bisogna assumersi delle responsabilità.  Questo è un qualcosa che costa, però rende anche, perché permette di avere una voce nei consensi internazionali.

STUDENTE: Secondo Lei, questi interventi a scopo umanitario sono mossi da interessi secondari? Quello, per esempio, quello di influenzare certe  zone geografiche?

SILVESTRI: E' un po' la dimensione della politica internazionale. Nel momento in cui non ci sono più le nette divisioni di blocco tra Est e Ovest, il mondo non è più diviso in due, avere la capacità di gestire la pace, di controllare determinate aree geografiche, determinati paesi, lo sviluppo, di influenzare lo sviluppo di queste aree è un po' il nuovo, la nuova scacchiera internazionale, l nuovo Risiko, se vogliamo, di questa  situazione. Non è più quello imperiale, però è quello dell'influenza nelle aree e di svolgere un ruolo, diciamo, di mediatore, di pacificatore rispetto a queste situazioni, con attori sempre più importanti sul piano regionale, regionale. Allora essere presenti nel Golfo, esser presenti nel Corno d'Africa può essere per esempio importante anche per il nostro rapporto con alcuni grossi nascenti, crescenti interlocutori regionali. L'India, il Paksitan la Repubblica del Sud Africa sono potenze che si stanno sviluppando. E avere rapporti con aree di loro interesse significa avere anche migliori rapporti con loro,  una maggiore capacità di dialogo, di scambio, di influenza di comprensione anche di quelli che sono gli interessi di questi paesi. E' un po' la nuova dimensione della politica internazionale. In un certo senso noi trent'anni fa potevamo disinteressarcene, tanto c'erano gli Stati Uniti, l'Unione Sovietica. che se ne occupavano. Adesso non è più così. E quindi è questa un po' la nuova situazione.


Biografia di Stefano Silvestri

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