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11 dicembre 2001 Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Giordano Bruno" di Torino STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Guido Paduano di essere venuto, e, prima di iniziare la discussione, guardiamo insieme la scheda filmata.
STUDENTE: La comicità di oggi rispetto a quella antica è cambiata nei mezzi, nei meccanismi e negli argomenti di cui si ride? PADUANO: È una domanda a cui è difficile rispondere in poche parole.
Ecco, volendo rispondere in mezza parola, forse la risposta sarebbe che la
comicità è cambiata molto meno di quello che ci si potrebbe aspettare. Però credo che si debba dire qualcosa di più. In generale, quando noi confrontiamo le
nostre esperienze con quelle degli antichi, che poi gli antichi non sono necessariamente
i Greci e Romani, quando consideriamo le esperienze individuali e collettive
dell'uomo secondo le variazioni della storia,
è sempre molto riduttivo dire siamo uguali e siamo diversi, perché in realtà probabilmente il fascino del passato sta sempre in una sorta di corto circuito tra motivi per cui ci riconosciamo uguali. Questi sono clamorosi. Voi sapete tutti, per esempio, che il teatro è una cosa che non è stata scritta una volta per tutte.
La maggior parte del comico di tradizione, si realizza attraverso il teatro. Il teatro è qualcosa che prevede un testo scritto in un momento della
sua storia, e la rappresentazione che è una componente assolutamente essenziale, che fa parte della vita di oggi, ma
è propria dell'esperienza, dell'attore, del regista e dello spettatore, che la vivono come un'esperienza contemporanea. E quando noi perciò rappresentiamo, per esempio, il teatro greco o latino, vuol dire che i momenti di continuità sono fortissimi.
Naturalmente ci sono anche forti elementi di differenziazione. STUDENTE: Perché fin dal mondo antico il genere comico è stato considerato inferiore rispetto al genere tragico? PADUANO: È colpa di Aristotele che, a dire la verità,
di un pezzetto de
La poetica, in cui c'è uno strano discorso abbastanza contraddittorio, dove Aristotele sembra credere a una teoria, che era apparsa qua e là,
un pezzettino proprio ne Le commedie di Aristofane , secondo cui c'è una sorta di consonanza
tra il poeta e il suo argomento. E Aristotele dice, abbastanza infelicemente in quella frase, che le persone migliori si sono dedicate agli argomenti più seri e importanti e le persone peggiori si sono dedicate agli argomenti
più frivoli - e dà gli esempi poi della commedia - che, secondo la definizione,
sempre data da Aristotele, ben più importante - rappresenta gli uomini in un certo senso peggiori di quello che sono, e peggiori dello scrittore stesso. Ora perché è contraddittorio questo testo di Aristotele? Perché un
minuto dopo, poche pagine dopo ci dice che Omero fu l'iniziatore sia del genere tragico che del genere comico. Aristotele considera i poemi omerici molto legati alla tragedia e considera un poemetto di Omero, di cui non sappiamo niente - abbiamo un verso solo, che è il Margite - come
l'iniziazione del genere comico. Naturalmente se è la stessa persona voi capite che il discorso
a un certo punto non tiene. Poi naturalmente c'è come dire un riferimento
autoriale,
come si dice, cioè voglio dire di autorità soprattutto. Altre cose sono iscritte invece in una reale situazione di compromesso in cui un
vive il genere comico. Ora
voi avete sentito la scheda insistere molto sulla funzione morale del comico, sul fatto che il comico attacca i vizi e magari anche la stupidità, citando una frase famosissima, che tutti pensano che sia di Orazio o giù di lì, ed è del Seicento questa frase: castigat ridendo mores.
È una frase che si iscrive nella polemica sulla commedia dell'arte italiana in
Francia. Lo dico perché si tratta di in un secolo di grande impegno ideologico e religioso, dove la funzione del comico è stata molto discussa e il più grande degli autori comici probabilmente di tutti i tempi, Molière, ha vissuto una vita molto travagliata al riguardo. Molière ha sostenuto certamente una funzione morale del comico, ma una cosa abbastanza certa è che questa funzione ha STUDENTESSA: Aristotele diceva che il ridicolo è un errore, è una bruttura, che non dà né sofferenza né danno. Che rapporto c'è tra ridicolo e comico? PADUANO: Uno dei problemi della teoria del comico è il suo avere a che fare con alcune partizioni, che non sono sempre così facili. Le sottocategorie del comico sono state studiate da Freud in particolare e analizzano appunto il ridicolo, lo humour, il motto di spirito. Io credo che sono categorie funzionali, che non hanno grande valore strutturale. Il ridicolo nella fattispecie, poi formalmente non è mai stato definito da nessuno in maniera soddisfacente, ma diciamo che è il comico più propriamente aggressivo, cioè quello che individua una persona carica di vizi o di devianze. STUDENTE: Perché la stupidità fa sempre così ridere? E quale funzione assolve, secondo Lei, il ridere degli stupidi? PADUANO: Diciamo che fa ridere in un primo momento, come fa ridere il vizio, cioè rappresenta una devianza sociale. Come il vizioso è uno che non condivide i canoni morali, lo stupido è uno che non condivide i minimi canoni razionali. E questa potrebbe essere soddisfacente, come risposta immediata. STUDENTE: Secondo Lei l'interpretazione che Freud ha dato del comico è valida anche nei giorni nostri? PADUANO: Assolutamente sì. Con qualche precisazione, che, a dire la verità, io ritengo di trarre dal medesimo Freud, ma lui sul momento non ha tratto. E credo che sia utile anche riallacciarsi alla domanda precedente, del perché il riso tende a essere così ambiguo, a ridere della devianza, ma anche della norma. Allora proprio rapidissimamente: Freud dice che il comico si fonda su una aggressione che registra una superiorità. E questo è stato detto anche nella scheda. Io rido di qualcuno che mi è inferiore. Ma non mi è inferiore, così, genericamente. Rido di qualcuno che mi ricorda come ero io da bambino, cioè nelle condizioni appunto di debolezza dell'infanzia e di tante cose, per cui il genere umano, giustamente o no, considera che crescere sia un fatto positivo. Ecco l'ironia che metto in questa frase porta a dire che il fatto che si rida ci aiuta a dire: primo, appunto, che non è un riso solo aggressivo. Perché qual è l'atteggiamento dell'adulto verso il bambino? L'adulto può anche vantarsi di essere cresciuto, ma lo stesso Freud ha dimostrato che c'è un'enorme invidia della condizione infantile . Non solo, ma in quella bellissima pagina in cui lo definisce, Freud fa un pochino di confusione, perché mescola mescola "il riso sul bambino", che aggredisce la funzione infantile al "riso del bambino". Il riso del bambino è una cosa su cui gli antropologi hanno molto discusso, cercando proprio la radice fisica della comicità e sarebbe un riso di trionfo sul mondo, perché il bambino è una creatura bivalente, è molto debole da un lato, ma molto ambizioso e molto onnipotente e desideroso di onnipotenza dall'altro. Allora, se è così, noi capiamo, proprio in base a Freud, due tipi diversi di comico: la superiorità adulta attacca appunto i vizi, la stupidità eccetera, mentre la voglia del bambino di fare a pezzi il mondo, compreso il razionale, si esprime nel comico cosiddetto trasgressivo. Poi naturalmente gli uni e gli altri vengono controllati. STUDENTE: La volgarità a cui spesso i comici fanno ricorso fa veramente ridere? È veramente trasgressiva? PADUANO: Io Le rispondo col primo grande autore comico, che è appunto Aristofane. Aristofane si scaglia all'inizio di tre o quattro sue commedie contro quelli che ricorrono appunto allo humour escrementizio e ne dice peste e corna. Il fatto è che li usa anche regolarmente lui. Tutto sommato noi non conosciamo i rivali di Aristofane, perché sono andati perduti. Conosciamo bene Aristofane e sappiamo che, per esempio, Aristofane è capace di cominciare Le rane facendo fare dieci battute escrementizie e poi criticandole duramente lui stesso. Ma, per esempio, c'è una bellissima commedia, che si chiama La pace, commedia fortemente impegnata dal punto di vista ideologico, perché un cittadino greco, lamentandosi dei mali del mondo e della guerra, va a chiedere a Zeus, al Dio sommo di intervenire. Ci va, parodiando un motivo tragico, a cavallo di uno scarabeo. Lo scarabeo, come sappiamo, è stercoraio. Il che naturalmente scatena il peggio, però questo peggio è strettamente funzionalizzato. Perché quando il protagonista della commedia (La pace) sale al cielo, il suo viaggio è tutta una tensione, tra lui che vuole andare su e lo scarabeo che è attirato non solo dalla terra, ma diciamo dalle cose più più maleodoranti della terra. Ecco, come dirle: lì c'è una funzione precisamente organizzata. Credo che alla Sua domanda si risponde considerando la funzione del linguaggio di rottura. Come mostra l'esempio, che poi tanto di rottura non è perché è stato usato veramente sempre. STUDENTE: Secondo Lei il comico è più conservatore o rivoluzionario? PADUANO: Forse è tutte e due le cose insieme. La risposta immediata è
che il comico è conservatore quando sembra difendere una società, ma devo dire sempre "sembra"
- ed è rivoluzionario quando sembra attaccarlo. Certe volte è più rivoluzionario quando
sembra sembra conservatore. STUDENTE: Esiste secondo Lei una differenza tra la comicità popolare e una comicità più colta e che rapporto c'è tra queste due? PADUANO: I grandi autori della letteratura sono tutti stati, in un certo senso, popolari. Non
solo gli antichi rappresentavano direttamente una funzione sociale del teatro, statale
addirittura. Ma anche Molière, anche lo stesso Shakespeare sono persone il cui livello di cultura scritto, quale che fosse, era irrilevante, tutto sommato, rispetto all'operazione
teatrale vera e propria. Ora naturalmente non basta il fatto che il teatro non sia un genere scritto, il che è appunto
è una cosa ovvia per definirlo popolare. È vero però che il teatro attraverso il rapporto del tutto speciale che richiede col suo
pubblico stabilisce un livello di complicità con la vita quotidiana, che è più forte di qualunque
.vezzo popolaresco, in questo senso. Quando poi si diceva, all'inizio: c'è un legame forte, tutto sommato, tra le grandi espressioni letterarie della comicità antica e moderna, forse abbiamo finito col dare l'impressione, parlando di Freud e altro, che questo succeda soprattutto perché ci sono certe costanti psicologiche. Ciò è vero, ma è molto più vero che esistono anche grandi momenti di
modellizzazione, cioè grandi esperienze letterarie, che hanno inciso sulla storia culturale al riguardo. Per esempio, dicevo prima che il modello della lotta fra le generazioni - della
lotta scherzosa, fra le generazioni - è rimasto intatto fino all'Ottocento e magari fino ai musical di oggi. STUDENTE: Quanto bisogna conoscere il contesto sociale e culturale perché un comico funzioni e quanto invecchia il comico? PADUANO: Le faccio un altro esempio sempre da Molière. Il Misantropo racconta la storia di un uomo che non riesce a vivere nella sua società. In questa commedia troviamo una battuta particolare: "Non fa per me, chi va d'accordo col genere umano". A quei tempi certamente erano risate scroscianti e ben giustificate intanto dalla struttura logica,della frase visto che la persona appartiene al genere umano, la frase è anche assurda. Ora questa frase non farebbe più ridere nessuno, ma perché in quel momento faceva così ridere? Il discorso viene fatto all'interno di fortissimi legami sociali in cui nessuno può permettersi di stare al di fuori della società. Badate bene questo è vero ancora, però cosa è successo nel frattempo? Un intero secolo dedicato alla solitudine della persona, che è stato il romanticismo. Per cui è diventato legittimo dire una frase del genere. E infatti Alceste, il protagonista del Misantropo, è diventato un eroe positivo del Romanticismo. Poi è venuto un altro secolo in cui la persona sola nel mondo non è forse più un eroe positivo, ma è considerata una condizione purtroppo quasi istitutiva del genere umano. Morale: una battuta che faceva ridere, quando la società si presentava come un insieme di valori compatti, attaccabilissimi, ma non era discutibile il fatto che fuori della società non si vive, ora noi rischiamo di passarci accanto senza notarla nemmeno. E naturalmente serve quello che si chiama un pochino di restauro filologico, che è poi il discorso che Le ho fatto io adesso, perché torniamo a riderne, perché naturalmente dobbiamo riderne, se no la commedia di Molière non è capita, almeno in quel punto. STUDENTE: Come nascono le barzellette? Che funzione sociale hanno? PADUANO: Freud le ha studiate e ne dà una spiegazione pienamente convincente, perché su quello veramente è insuperato. Il motto di spirito, che non copre forse tutto il genere di barzelletta, è una maniera di far passare in maniera surrettizia certi contenuti, che parlando sul serio non passerebbero mai. E questi contenuti sono quelli un po' tradizionalmente trasgressivi: l'aggressività, il desiderio sessuale. E poi Freud insiste molto su particolari aspetti di barzellette, che attaccano non la persona e neanche il costume, ma le condizioni necessarie della ragione umana, quindi si torna un po' al discorso che si faceva prima col Vostro compagno. Quelli che lui chiama motti di spirito scettici o barzellette dell'assurdo, se volete, anche lì fanno passare un contenuto trasgressivo, anche se non lo vediamo, ma ciò che viene trasgredito è appunto la modalità del ragionamento. Se io lo posso piegare in modo da farci su una risata, vuol dire che il ragionamento umano non è così solido come pare, il che poi apre tutti altri orizzonti. Se il ragionamento non è solido così come pare, allora forse ha altre funzioni dell'uomo, che si presentano come irrazionali, possono essere rivalutate. STUDENTE: Vorrei farLe un'ultima domanda. Molto spesso capita di riconoscersi nei personaggi che i comici interpretano. Allora la comicità aiuta a conoscere se stessi oppure è solo un divertimento senza fine? PADUANO: È un formidabile modo di aiutare a conoscere se stessi. E approfitto anche di quello che Lei dice per negare che esista la comicità stupida, cioè senza un fine. Le barzellette de La domenica del corriere, le cosiddette freddure, quelle che in inglese si chiamano pun e che, per esempio, molto spesso, i critici inglesi pensano che siano appunto buttate lì gratuitamente. Quando una battuta sembra stupida, allora dobbiamo chiederci: cosa vuol dire stupida? Vuol dire probabilmente che non riconosce le leggi della razionalità, che in maniera apparentemente dimessa, mette in questione uno dei principi più duri e più repressivi sotto cui l'uomo vive. Penso alla più stupida di tutte che sono i giochi di parole. I giochi di parole quelli in cui il doppio senso o una breve modificazione della parola porta a significati che possono avere contenuti trasgressivi particolari, per esempio essere aggressivi o di contenuto sessuale, quando pare che non abbiano nessun contenuto, forse allora ne hanno uno più grande possibile, dal fatto che lo strumento della parola, che noi usiamo come razionale, tanto razionale non è, perché permette, accostando materiale, proprio come fanno i bambini nel gioco di far emergere analogie che sembrano assurde e stupide, ma perché quello che giudica è appunto una ragione. E la ragione qualche volta può anche essere contestata. Grazie a Voi tutti.
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