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Il Grillo (12/12/2001)

Emilio Giannelli

Ridere dei potenti

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12 dicembre 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Giordano Bruno" di Torino

STUDENTE:  Ringraziamo Emilio Giannelli per la Sua presenza e vediamo insieme, prima di iniziare il nostro discorso, una scheda filmata.

Oggi la satira politica viene in genere associata alle vignette dei quotidiani, alle imitazioni dei personaggi politici, che i comici propongono in televisione, insomma alle caricature che mettono in ridicolo chi detiene il potere politico. Ma la satira ha una lunga tradizione alle spalle. Nasce come forma teatrale, come componimento in versi, ironico o aggressivo, che ha il preciso intento di suscitare riprovazione e persino condanna. Ecco il potere della satira: ferire, offendere, denudare impietosamente anche chi ci appare intoccabile. Una battuta ben assestata, una caricatura impietosa, una vignetta possono colpire in modo molto più efficace di un discorso lungo e articolato. Poter ridere di chi detiene il potere, di chi in ogni momento è percepito come intoccabile è sempre stata un'importante conquista per coloro che quel potere lo subiscono.
È come se in quel momento di sospensione dalla realtà della comicità, in quel lampo di totale libertà, di cui per un attimo eludiamo ridendo si potrebbe spodestare il re dal suo trono. Ma quali sono gli effetti reali della satira? Essa è mai riuscita ad andare oltre se stessa? Chi detiene le leve del comando in fondo non si è sempre avvalso del riso per poter preservare il proprio potere? E, alla fine, il poter ridere dei potenti non rappresenta il più delle volte una ben magra consolazione per chi ride?

STUDENTE: Fino a che punto la satira può colpire chi ha il potere? E non pensa che il ridere dei potenti sia una magra consolazione?

GIANNELLI: Ma la funzione della satira è sempre quella di ridere e far ridere dei potenti, perché la satira, la funzione della satira è quella di schierarsi sempre dall'altra parte, dalla parte del più debole, e di portare all'attenzione del grande pubblico le malefatte del potente, le bugie del potente. Questa è la funzione della satira. Credo che una magra consolazione non sia, perché in effetti la satira è una delle libertà a cui si dovrebbe tenere maggiormente, in quanto quando c'è libertà di satira, c'è libertà di critica e libertà di svelare ai lettori o ai telespettatori, a seconda di che tipo di satira si tratta, quello che c'è dietro il paravento, ciò che veramente si cela dietro le quinte del teatrino quotidiano che i personaggi politici ci offrono. E quindi la funzione della satira è una funzione, secondo il mio giudizio, irrinunciabile. Quanto più manca la libertà più abbiamo bisogno di satira.

STUDENTE: Quando un politico o un potente viene preso in giro nella satira, alla fine gli viene fatta della pubblicità gratuita e quindi potrebbe anche essergli conveniente. È d'accordo?

GIANNELLI: Ma io su questo viene fatta della pubblicità gratuita non sono molto d'accordo. In effetti è vero che oggi vale il detto che quando si parla di una persona - meglio di un personaggio più che di una persona - basta parlarne e questa ne trae sempre un vantaggio, perché nel mondo della comunicazione, nel mondo di oggi, se una persona è alla ribalta ne trae sempre un vantaggio. Ma in realtà però essere oggetto di satira, se la satira è ben fatta, se la satira mira giusto all'obiettivo, non è che sia una pubblicità gratuita, anche se recentemente si è visto che alcuni leader sostengono che anche attraverso le immagini sbeffeggianti hanno tratto un vantaggio. Io credo che sia anche quella una politica, di far apparire il loro potere, anche di sfidare chi fa satira e sostenere che qualsiasi cosa si dica di loro sono superiori a tutto. In realtà non credo che sia così. Certe reazioni poi non pubblicizzate, ma che tanti bersagliati dalla satira hanno, io credo che sia la riprova di questo che stavo dicendo.

STUDENTE: Qual è, secondo Lei, il miglior antidoto alla satira per un politico? È più conveniente rimanere indifferente o controbattere ironicamente?

GIANNELLI: Rimanere indifferente è forse il miglior antidoto, perché, se la satira è ben fatta, la vignetta, lo sketch, secondo quello di cui si tratta, dice delle verità o comunque un paradosso che svela, pur nella forma ironica certe verità, è molto difficile controbattere e avere un vantaggio dal reagire ad una cosa satirica di questo tipo. Mentre invece è logico che anche la satira secondo il mio parere non è al di sopra di tutto e di tutti. Quando il satirico poi va oltre un certo limite, si fa della pura e semplice diffamazione, ma in questo caso sinceramente non è satira, ma è solo diffamazione, allora ci sono tutti i diritti della persona offesa. Quindi bisogna fare una distinzione: quando c'è una pura e semplice diffamazione, a cui non si può attribuire la qualifica di satira; o nel caso di una vignetta o di uno sketch o di una rappresentazione, che sia giustamente nei limiti della accettabilità e della vera satira. In quest'ultimo caso il potente credo che abbia tutto da guadagnare se non reagisce. E ho notato che in genere questo è l'atteggiamento che hanno quando si sentono potenti e ben in sella. Quando invece cominciano a vacillare allora ci sono anche delle reazioni scomposte.

STUDENTE: Le capita mai di porsi dei limiti per non incappare in querele?

GIANNELLI: Ma io devo dire questo, che intanto il tipo di satira che si può fare attraverso un giornale quotidiano come "Il Corriere della Sera" è sinceramente un tipo di satira diverso da quello che si poteva fare su "Cuore" su altri giornali, perché è logico che il giornale ha una sua, non parlo tanto di linea politica, quanto ha una sua linea dal punto di vista di costume, quindi una satira trasgressiva dal punto di vista delle frasi che possono essere pronunciate o delle immagini che possono essere fatte. In un giornale di un certo tipo è più difficile farla. Però, a mio parere, non è che attraverso una plateale volgarità o attraverso le battute licenziose si arrivi più all'osso rispetto alla battuta ironica e sottile. Anzi, devo dire che la satira più pungente è forse quella meno volgare e meno appariscente. L'autocensura, per uno che fa le vignette su " Il Corriere della Sera" viene da sé perché è meglio autrocensurarsi che essere censurati, per cui uno deve sempre fare i conti con quello che propone e, sapendo qual è la linea editoriale del giornale, occorre naturalmente avere di fronte questi limiti. Adesso vedo che stanno andando alcune vignette che sono ispirate a eventi che non sono ovviamente molto facili da trattare con ironia, perché quando si tratta di una persona che muore l'argomento è abbastanza difficile da trattare in una prima pagina del giornale. Ecco in questo caso però, secondo il mio giudizio, si possono sempre trovare delle forme ironiche che possono essere valide. Io non amo fare delle vignette con immagini truculente, con scheletri, con morti. Ma appunto anche per certe notizie, che non possono essere prese in considerazione da chi fa satira. Come nel caso della morte di Bettino Craxi, per esempio, Voi vedete che ho fatto una porta dell'al di là con un San Pietro con le chiavi in mano e l'angioletto dice al nostro Bettino Craxi: "Il primo giudizio è Di Pietro", e lui dice: "Ancora? Ancora lui?". Ecco si può trovare, secondo me, anche lo spazio per ironizzare su certe situazioni che non possono ovviamente suscitare del riso di per sé, ma rappresentare una cosa, anche in quell'occasione, che faccia sorridere, senza offendere e senza naturalmente portare in visione delle cose che possono non essere gradite a tutti noi.

STUDENTE: Lei è più umorista o vignettista? Nella vignetta è più importante il disegno o la battuta? E che rapporto c'è tra le due cose?

GIANNELLI: La distinzione tra umorista e vignettista: in genere si chiamano umoristi quelli che fanno delle vignette di satira di costume, più che di satira politica. L'umorismo è - non voglio dire quello della barzelletta -, ma insomma quello della battuta che non ha un contenuto, un'opinione, un'idea dietro di sé, ma è puramente e semplicemente un modo per far ridere e per far sorridere. Io sinceramente non amo l'umorismo sotto questo profilo, l'umorista se inteso così, cioè di trovare l'occasione di strappare una risata, senza far ragionare e pensare. Secondo me la validità di una vignetta - e qui sta la distinzione fra la vignetta e la cosa umoristica, se ho ben capito - è quella che la vignetta deve sempre avere una critica dietro di sé, un'idea ben precisa, un messaggio da dare al lettore, perché altrimenti è completamente inutile farla, se non dovesse avere dietro questa idea, questo messaggio preciso. Deve anche far ridere, perché ovviamente il messaggio è più efficace quando c'è un'ironia che coglie l'occasione per far sorridere, ma insieme al sorriso ci deve essere anche il far pensare, perché se la vignetta non fa pensare non è una vignetta riuscita. Da ragazzo, da bambino, ho sempre avuto una grandissima passione per la caricatura, e forse sono arrivato alla vignetta attraverso la caricatura, cioè nell'esercitarmi a fare caricature a compagni di classe, a professori, e via via, sono arrivato - anche se ci sono arrivato molto in ritardo, perché la mia è stata un'altra professione - alla vignetta. Però ho sempre ritenuto che la vignetta non può avere come scopo quello di mettere in caricatura una persona per il suo aspetto fisico. Sì, facendo le caricature delle persone, è logico si fanno i piccoli, i gobbi, quelli con le orecchie così, ma il modo di presentare il personaggio deve essere una caricatura delle sue azioni più che del suo fisico. Deve essere messo in berlina ciò che pensa e che cosa rappresenta, non per quello che appare fisicamente. Quindi una caricatura, anche se si tratta di una sola e semplice caricatura, è centrata se attraverso la presentazione caricaturale del personaggio, c'è anche la volontà di rappresentare l'intimo del personaggio, il pensiero del personaggio.

STUDENTE: È più facile fare satira sui potenti o sugli oppressi?

GIANNELLI: Ma la satira sugli oppressi non è satira, perché, se mai, alcune volte c'è una rappresentazione dell'oppresso in una situazione che si può rappresentare anche ironicamente, ma sempre per colpire chi li opprime, non per fare oggetto di satira lo stesso oppresso. Alcune volte si rappresentano delle persone o dei soggetti che sono realmente oppressi, ma il messaggio da lanciare è una critica a chi le pone in una determinata condizione, non certo ridere della situazione di povertà o di oppressione in cui uno si viene a trovare. Poi purtroppo sono tante. C'è l'oppressione economica, l'oppressione politica. Ci sono vari oppressi purtroppo in questo mondo, ma non credo che si possa ridere, irridere di loro. Ma la funzione della satira è sempre di ridere e irridere, più che ridere, di chi li pone in una determinata situazione. Quindi è l'oppressore.

STUDENTE: Quindi la satira acquista efficacia quanto più il soggetto che viene preso in giro è potente?

GIANNELLI: Sì, perché la satira per sua funzione è la sfida al potente, è mettere in berlina il potente per far capire che di fronte alla libertà di satira anche il re è nudo, si può spogliare anche il re, far vedere le sue nudità. Questa è la funzione della satira. Se invece è una satira che cerca naturalmente di fare una piccola, modesta ironia, quasi omaggiando la persona ritratta, allora a quel punto lì io credo che non si possa parlare veramente di satira. A volte mi viene richiesta dal diretto interessato l'originale della vignetta, e allora capisco che la vignetta non è riuscita; a parte il caso in cui - ritorno alla domanda che veniva fatta prima, se è più conveniente rimanere indifferente o controbattere ironicamente - ri chiede l'originale per far capire che non se la prende e allora la cosa è differente, ma se in effetti la vignetta lo ha contentato, gli è piaciuta nel vero senso della parola, allora vuol dire che è una vignetta non riuscita.

STUDENTE: Nel Suo lavoro, quanto la condizionano le Sue idee politiche?

GIANNELLI: Le idee politiche sono una condizione necessaria della satira, anche se bisogna avere il coraggio di essere autocritici. Sarebbe ingiusto che ognuno facesse della propria idea politica un partito preso e risparmiasse coloro che sono più vicini alle sue idee anche in situazioni in cui debbano essere criticati. Quindi l'autocritica e la libertà di critica deve essere a tutto raggio e deve essere anche nei confronti dei soggetti a cui uno si sente politicamente più vicino. Non deve avere remore su questo, altrimenti la satira a senso unico o per partito preso o per schieramento non è una satira efficace. Io credo che però, sempre dietro alla vignetta, ci deve essere un'idea politica, perché l'idea qualunquista non paga, ma non è qualunquismo colpire tutti. È funzione della satira quello di colpire tutti, ma con un'idea ben precisa, anche contro coloro che la possono pensare come te, ma che in quel momento fanno qualcosa che tu non condividi.

STUDENTESSA: Nella società del Novecento spesso la satira ha aiutato chi era al potere. Ma secondo Lei allora, è più conservatrice o rivoluzionaria?

GIANNELLI: Perché nel Novecento ha aiutato chi era al potere? Io su questo comincio a avere dei dubbi. Mi sono divertito anche a rivedere sui vecchi giornali la satira al tempo del fascismo, poi piano piano la satira fu offuscata. Faccio l'esempio di Mino Maccari, che aveva cominciato a fare una satira all'interno di uno schieramento politico - Maccari nel '22 faceva parte del gruppo dei giovani fascisti -, ma aveva sempre fatto la Fronda nei confronti dell'autorità, fino a essere crudele al massimo nei confronti di Benito Mussolini, di Vittorio Emanuele III. Basta ricordare le copertine, le vignette su "Il selvaggio". Ecco, piano piano fu messo a tacere, perché la satira, quando è ben fatta e veramente arriva all'osso, non è tollerata dal potente. Poi abbiamo avuto nel periodo degli anni Cinquanta forse il periodo più buio, secondo il mio giudizio, perché ormai erano stati già affossati tutti i periodici di tipo satirico, i quotidiani non si azzardavano a pubblicare una vignetta satirica. Ed è stato dagli anni Sessanta agli anni Settanta, fino a che non è venuto "Il Male", non sono venute altre esperienze di tipo satirico, un periodo molto buio perché si era ormai completamente oscurata la voce del satirico.

STUDENTE: Come giudica le altre forme di satira, per esempio quella televisiva? E, in particolare, crede che questa sia più efficace di quella fatta sui giornali?

GIANNELLI: La satira, come tutte le cose, ha varie espressioni. C'è la satira disegnata,  televisiva, scritta - pensate ad autori come Benni, che si dilettano e ci dilettano con scritti satirici. Ogni forma di satira è validissima, perché non si può individuare la satira esclusivamente nella vignetta o esclusivamente negli sketch televisivi. Tutte le forme di satira sono valide e divertenti, e hanno una loro precisa funzione. Rispetto a prima, a quella novità che ora portano i giornali di presentare, molte volte anche in prima pagina, la vignetta, credo che sia anche una necessità di adeguare il giornale quotidiano ai tempi nostri. Il giornale quotidiano - almeno io mi sono fatto quest'idea - è sempre più, come si può dire, visto e letto un po' anche velocemente. La mattina la gente dà di sfuggita una prima scorsa al giornale. La vignetta ha forse questo pregio, che rispetto a tanti articoli di fondo, a tante altre cose è molto più immediata, perché sintetica e naturalmente visibile immediatamente, lancia subito un messaggio che è più immediatamente comprensibile nella frettolosità della nostra vita quotidiana di altre cose. Quindi ha una sua funzione anche per questo.

STUDENTE: Lei, a differenza di un attore comico, non fa delle battute di fronte a una platea. Come fa quindi ad avere un riscontro del successo di una vignetta? Cioè, secondo Lei, quando una vignetta è riuscita?

GIANNELLI: Quando poi ci sono molti che si lamentano col direttore. Come vedete non sono un comico: ho fatto una battuta e nessuno ha riso, è veramente la riprova della mia scarsa propensione a fare il comico. Comunque il risultato di una vignetta si ha veramente attraverso le reazioni che possono venire sia dall'ambiente che frequenti e in cui lavori, sia anche da ciò che riferisce il giornale, alcune volte proprio anche attraverso le proteste che vengono fatte. Ora Vi racconto un episodio che forse è quello che mi è rimasto più impresso. Diversi anni fa, quando in Inghilterra scoppiò il primo caso di mucca pazza, feci una vignetta in cui si vedeva il Capo del Governo, Major, che diceva al Principe di Edimburgo: "Bisogna abbattere quattro milioni di mucche". E il Principe rispondeva: "Dio salvi la regina!". A questa vignetta ci fu una reazione spropositata; la mia intenzione era quella di rappresentare una vignetta che prendesse in giro la monarchia inglese, mentre invece fu molto personalizzata e ci furono delle lamentele, delle forti critiche alla vignetta, tanto che, per far dello spirito, ne avevo poi fatta un'altra, una mucca che diceva: "Pazza sì, ma non da credermi la regina Elisabetta". Ma il giornale si guardò bene dal pubblicare questa vignetta. Ecco, la riprova del lavoro che fai, la hai anche attraverso le ripercussioni; poi molte volte c'è anche un'incomprensione, delle lamentele, perché la vignetta non viene capita. Altre volte viene capita anche troppo, e allora ti rendi conto del perché ci siano queste ripercussioni.

STUDENTE: Quanto le Sue vignette sono legate alla quotidianità: una vignetta a distanza di anni perde la sua comicità o la mantiene?

GIANNELLI: Sì, credo che le vignette sul quotidiano perdano con il passar degli anni; tant'è vero che ho fatto moltissime raccolte di vignette, come tanti altri autori di satira, e c'è sempre la necessità di mettere in calce al disegno pubblicato sul libro l'avvenimento che ha dato il via a quella vignetta, cosa che, è logico, nel giornale trova corrispondenza negli articoli che vengono pubblicati nella notizia che ha sempre un titolo. Quindi sicuramente quella della satira politica è un modo di fare satira che perde con il tempo. Poi ci sono tutta una serie di vignette che naturalmente rimangono valide indipendentemente dalla stretta attualità, perché toccano argomenti così noti e così di grande importanza che rimangono nella memoria di ciascuno di noi: oggi, guardando le vignette sul fascismo, noi comprendiamo lo spirito che stava dietro a quei disegni e a quelle vignette, che anticiparono quello che forse i contemporanei non vedevano chiaramente.

STUDENTE: Vorrei farLe un'ultima domanda: molto spesso i vizi dei politici sono espressione dei vizi della stessa società. Quindi la società ridendo di questi vizi non ride di se stessa?

GIANNELLI: Ridere di noi stessi è una cosa molto importante, perché finché si riesce a ridere di noi stessi c'è una speranza di salvezza. E quando, come alcuni personaggi a noi ben noti, non sono in grado nemmeno di ridere di loro stessi, io temo il peggio. Credo che questa domanda si riallaccia a ciò che avevamo detto anche prima, cioè sulla possibilità di autocritica. La società che fa dell'autocritica attraverso la critica dei propri potenti è già una società apprezzabile. Il timore, per non dire la paura, è di andare incontro a delle situazioni in cui sia vietato anche di ridere di noi stessi o comunque si debba ridere, ma dentro dei canali - non prendetelo come canali televisivi - ben precisi. Se era l'ultima domanda, credo che abbiamo terminato l'interrogazione. Sono ritornato a scuola dopo tanti anni, speriamo che mi sia meritato la sufficienza. Vi ringrazio tutti di avere ascoltato.

Puntata registrata il 29 marzo 2001

Biografia di Emilio Giannelli

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