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Il Grillo (18/12/2001)

Roberto Alajmo

La scomparsa di Majorana

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18 dicembre 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Giordano Bruno" di Torino

STUDENTESSA: Ringraziamo Roberto Alajmo di essere qui;  prima della discussione, guardiamo una scheda filmata.

La sera del 25 marzo 1938, il fisico Ettore Majorana, una delle menti più geniali della fisica moderna, parte con il traghetto da Napoli diretto a Palermo, lasciando due lettere in cui annuncia la propria "scomparsa". Ma giunto a Palermo, scrive di distruggere le lettere e annuncia il proprio rientro a Napoli l'indomani. A Napoli però non giungerà mai, e di lui si perderanno le tracce. Nei primi anni Settanta, lo scrittore Leonardo Sciascia riprende i documenti relativi a quella scomparsa e costruisce un appassionante racconto-verità, La scomparsa di Majorana. Le indagini di Sciascia, che si improvvisa scrittore-detective, sono guidate da un'ipotesi: che Majorana, il quale si occupava della teoria del nucleo e faceva parte di un gruppo che si era imbattuto senza accorgersene nella scissione dell'atomo, avesse intuito le possibilità distruttive dell'atomica, fosse entrato in crisi e avesse deciso di scomparire. Sciascia preferiva, all'ipotesi del suicidio, quella secondo cui Majorana si fosse ritirato in un convento siciliano sotto falso nome. Nella scrittura di Sciascia, Majorana diventa una figura simbolica dei rapporti tra scienza e storia, un anti-eroe della responsabilità dello scienziato. Ma anche un ennesimo personaggio nella galleria dei siciliani raccontati dalla letteratura, un esempio di quella nera "voluttà di scomparire" comune a certi caratteri pirandelliani e al Principe di Salina, e che qui Sciascia vede come una paradossale, estrema prospettiva critica sul male del proprio tempo. Scrive Sciascia: "Crediamo che Majorana di questo tenesse conto, pur nell'assoluto e totale desiderio di essere "uomo solo" o di "non esserci più"; che insomma nella sua scomparsa prefigurasse, avesse coscienza di prefigurare un mito: il mito del rifiuto della scienza".

STUDENTESSA: Quando ha letto il libro di Sciascia per la prima volta e perché l'ha scelto come argomento di discussione?

ALAJMO: L'ho letto la prima volta qualche anno dopo la sua uscita. Me lo consigliò mia madre, mi ricordo, e poi mi piaceva la copertina: un bellissimo quadro di Clerici. L'ho scelto, vorrei dire, per caso, perché avrei potuto scegliere altri quattro, cinque, sei libri di Leonardo Sciascia, perché appartengono a una categoria che mi è particolarmente cara, quella che nella scheda si definiva romanzo- verità. A un certo punto della sua vita, per lo meno dagli anni Settanta in poi, Leonardo Sciascia probabilmente si stufò di raccontare delle storie inventate - che poi tanto inventate non erano mai, neanche nei suoi romanzi più famosi, quelli cosiddetti "mafiologici" -, e cominciò a appassionarsi alle storie vere, di cui aveva notizie frammentarie, sulle quali cominciava a ragionare. Il ragionamento per i siciliani e per gli agrigentini in particolare è molto importante. Cominciava a ragionarci su, cominciava a raccogliere materiale, documenti, rapporti di polizia. E con questi documenti poi si ritirava nella sua casa di Racalmuto e in quattro mesi tirava fuori un piccolo libro - un'ottantina di pagine al massimo -, in cui sviscerava una storia, la prendeva, la portava alla luce e poi, come in questo caso - vedremo più tardi, caso mai, - la rimetteva nell'ombra e la faceva sparire nuovamente. Tutto qua.

STUDENTE: Che importanza ha la scomparsa di Ettore Majorana nella produzione delle opere di Sciascia?

ALAJMO: È una delle prime opere che segnano, nel percorso di Sciascia, una virata - realistica è una parola fuorviante - diciamo cronachistica, anticamente cronachistica. Io penso che Sciascia si sia a un certo punto rispecchiato nel personaggio di Majorana, che aveva tutte le caratteristiche per piacergli. Majorana era un sciliano, dice Sciascia, di una categoria particolare, di quelli che non hanno il genio della cosca. Era un siciliano appartato, che sono i siciliani migliori, quelli che, non dico i più buoni, ma che hanno un genio positivo. E Majorana era un genio. È una parola che certe volte si spreca, ma io credo che Sciascia avesse individuato innanzi tutto questo, cioè Newton, Galilei, e ancora prima Leonardo da Vinci e ancora dopo Majorana. Majorana è un genio che a un certo punto ha deciso che si rifiutava al suo destino di essere genio, si rifiutava di fare quello che tutti nella sua vita, fin da piccolo, lo avevano destinato a fare. A un certo punto ha capito che il suo destino gli faceva spavento. Era uno spavento interiore e uno spavento esteriore, che riguardava lui stesso e riguardava il mondo. Ha intravisto qualche cosa che lo aveva spaventato e che lo ha portato a scomparire.

STUDENTE: Sciascia che ruolo ha nel romanzo?

ALAJMO: Sciascia ha il ruolo del narratore. Ripeto, probabilmente a un certo punto si è rispecchiato in Majorana che era un personaggio che gli faceva evidentemente simpatia, ma Sciascia era anche una persona estremamente discreta. Non è il tipo da mettersi all'interno di una delle sue storie. A un certo punto, nel finale, lui compare e risolve il libro senza risolverlo, perché sostanzialmente la scomparsa di Majorana ha un finale aperto. A un certo punto Sciascia in qualche modo ripercorre la stessa strada di Majorana e, quando arriva alla soglia della soluzione del mistero, si tira indietro come aveva fatto Majorana di fronte alla scoperta della bomba atomica. Sciascia più modestamente decide che, se Majorana aveva scelto il silenzio, anche lui doveva scegliere il silenzio sulla scomparsa di Majorana. 

STUDENTE: Secondo Lei perché Sciascia ha affrontato questa scomparsa dopo trent'anni?

ALAJMO: Ma credo che il pretesto gli venne, perché poi si tratta sempre di pretesti, non credo all'ispirazione. Non mi ricordo chi disse una volta che un'opera d'arte è al 5% ispirazione e al 95% traspirazione; la traspirazione cominciò per Sciascia, per quanto riguarda la scomparsa di Majorana, da una conversazione con l'allora direttore del giornale L'Ora di Palermo, il giornale del pomeriggio di Palermo, Vittorio Misticò, che gli raccontò come, a un certo punto, un suo ricordo di una leggenda metropolitana, subito dopo la guerra, era che Majorana non si era ucciso, come tutto lasciava pensare, come lui aveva lasciato pensare, ma si era ritirato in un convento. E in particolare la leggenda diceva che si era ritirato in un convento della Calabria, dove si diceva c'era un grande scienziato che si era ritirato a vita privata. Questa credo che sia la scintilla che ha portato Sciascia a appassionarsi di questo caso straordinario.

STUDENTE: Ma fino a che punto è credibile la ricostruzione fatta da Sciascia, fino a che punto ha un valore reale?

ALAJMO: È una tesi. Io, personalmente, mi permetto di giudicarla una tesi verosimile. E, se possiamo ripercorrere un attimo le tappe dell'ultimissimo periodo: nella scheda iniziale si parlava di due lettere che annunciano la scomparsa, che fanno pensare al suicidio. E però succede che proprio alla vigilia di questa sua scomparsa, Majorana che era uno che dava pochissima importanza al denaro, ritira i cinque stipendi, che aveva lasciato fermi alla Cassa dell'Università di Napoli, dove lui lavorava. Per cinque mesi non aveva ritirato uno stipendio, perché non gli importava dei soldi, e alla vigilia del suicidio ritira cinque stipendi. Qualche giorno prima aveva scritto in Sicilia perché gli mandassero tutti i suoi soldi, tutti i soldi del conto corrente che gli spettavano. Io credo che nessun suicida decide di uccidersi, avendo in tasca, non solo i documenti, ma anche denaro a sufficienza per sopravvivere per un certo periodo. E quindi è realistico che abbia voluto far credere al proprio suicidio, ma in realtà sia scomparso, si sia ricostruito un'esistenza come un personaggio pirandelliano, che Sciascia nomina, che è Mattia Pascal, e poi sia morto in convento. L'ultima scena del romanzo è proprio questa specie di ricognizione di Sciascia nel convento, che vede le tombe dei frati e si tira indietro in qualche modo e si discosta dalla storia, pensa che ce ne sia già abbastanza. La storia ricorda - non so se potete ricordarVene - un economista. Si chiamava Federico Caffè, che qualche anno fa scomparve. Il caso somigliava un po' al caso di Majorana, se non che Federico Caffè uscì dalla sua casa di Roma e lasciò allineati sul tavolo i documenti, l'orologio. Già nel caso di Caffè è più verosimile pensare al suicidio, anche perché non c'è un movente che possa averlo portato, se non dei moventi strettamente personali. Nel caso di Majorana non c'erano moventi personali. Majorana si accorse che c'era un bidone di benzina acceso, un enorme bidone di benzina, pronto a saltare per aria al centro della terra, e lui aveva il fiammifero per farlo saltare per aria. E non voleva essere lui quello ad accendere il fiammifero. Poi qualcuno lo fece al posto suo naturalmente, però Majorana era uno scienziato, un fisico, ma era in qualche modo anche un filosofo, e come filosofo non poteva, in questo caso, dare spazio al fisico, allo scienziato.

STUDENTE: In che senso, secondo Lei, possiamo considerare Majorana un personaggio pirandelliano?

ALAJMO: Majorana si trovò, come Enrico IV, come, in parte, Mattia Pascal, prigioniero di un personaggio che si era creato in qualche modo da solo, con la sua intelligenza, con la sua genialità. Avete visto nella scheda, prima: a un certo punto si vedeva un bambino, sotto il tavolo, che piangeva. Quella è una prefigurazione della scomparsa di Majorana. Da piccolo Ettore Majorana era un piccolo genio, quando ancora non sapeva né leggere né scrivere. Non sapeva neanche leggere i numeri, sapeva fare calcoli complicatissimi. E allora veniva portato come uno spettacolo agli ospiti, ai parenti, quando venivano in visita a casa su. Eccolo qui. E gli chiedevano di fare dei calcoli complicatissimi, radici quadrate. Lui non si rifiutava di rispondere, però si nascondeva sotto il tavolo. A me mi piace pensare che, rispetto al film, il tavolo avesse anche un lungo drappeggio che lo nascondesse completamente. E da sotto il tavolo dava queste risposte complicatissime. In qualche modo quindi c'era già da piccolo il desiderio di nascondersi, di essere dimenticato, di sparire. Adesso qui sta anche piangendo, se guardate le immagini del film. Però, anche senza arrivare a questi livelli di melodramma, probabilmente in qualche modo le misure del genio gli stavano troppo larghe. Le sue spalle non erano abbastanza larghe, non aveva pelo sullo stomaco, per fare quello che avrebbe dovuto fare secondo il senso comune. Ecco quello che gli rimproveravano gli altri scienziati di Via Panisperna - Fermi innanzi tutto -, è la mancanza di senso comune. La mancanza di senso comune avrebbe dovuto portare Majorana a usare il fiammifero che lui aveva. Lui aveva un'intelligenza superiore. Arrivava - dice Sciascia - a disperdere per terra, versare per terra e disperdere l'acqua della scienza, di cui tutti gli altri erano assetati. Per esempio, ebbe un'intuizione in autobus, andando all'Istituto, e la annotò su un pacchetto di sigarette; un'intuizione come quella che fruttò il Nobel a Heisenberg, uno scienziato tedesco, che prese il Nobel per la scoperta che l'atomo aveva un nucleo formato da protoni e neutroni. Ecco a quanto pare Majorana ci arrivò prima. Lui scrive queste sue formulette su un pacchetto di sigarette. Arrivava in Istituto ne parla con nonchalance con i colleghi, che restano sbigottiti. Poi fuma le sigarette, era un grande fumatore, appallottola il pacchetto vuoto e lo getta via. Forse c'era anche una forma di teatro in questo, perché lui aveva anche un carattere leggermente beffardo, gli piaceva scandalizzare i suoi colleghi, impressionarli con queste scenette. E malgrado i colleghi lo pregassero poi di rendere note queste cose, lui non voleva, buttava via tutto. Degli ultimi anni che passò, secondo le testimonianze, a scrivere incessantemente, riempiendo quaderni su quaderni, non resta neanche una pagina scritta - a parte le lettere, quelle che voleva che si rendessero note -, dei suoi studi non resta nulla.

STUDENTE: Che rapporto c'è tra Sciascia e Majorana?

ALAJMO: C'è un rapporto di simpatia sicuramente, di ammirazione. Io credo che Sciascia vedesse in Majorana un uomo libero, libero di fare le sue scelte, coraggioso, proprio perché si rifiuta di fare quello che tutti si aspettano da lui. E dovete riflettere su un fatto, che c'era in quel momento, fra l'Europa e gli Stati Uniti, una corsa all'arma nucleare. E la cosa paradossale fu che quelli che erano schiavi, i tedeschi e gli italiani, ebbero paura - intendo dire Majorana in Italia e Heisenberg in Germania - ebbero paura e si rifiutarono di fare quello che avrebbero potuto fare, da schiavi. Mentre invece gli uomini liberi, negli Stati Uniti, non si rifiutarono affatto: fecero la bomba atomica, che infatti fu sganciata qualche anno dopo su Hiroshima e Nagasaki. Ed è una riflessione interessante quella che fa Sciascia.: il sollievo che noi proviamo, a prima vista, cioè: meno male che Heisenberg non ha fatto la bomba atomica, perché altrimenti l'avrebbe data a Hitler, e Hitler era un pazzo criminale. Ma, a rifletterci bene, Hitler non avrebbe fatto nient'altro di diverso rispetto a Truman, che infatti la sganciò su due città che erano state scelte con grande accuratezza, proprio perché gli scienziati avevano detto: "Le città devono avere certe caratteristiche". Hiroshima e Nagasaki non avevano avuto mai nessun bombardamento, proprio perché dopo si potesse studiare meglio gli effetti che la bomba atomica. Quindi c'è una crudeltà mentale. Chi è capace di fare a tavolino un ragionamento del genere, di cui Sciascia e Majorana si sono spaventati. E la cosa strana, curiosa, paradossale, che nel libro di Sciascia è accennata, è che Heisenberg, in qualche modo, ebbe la stessa paura di Majorana. Non arrivò agli estremi di Majorana di scomparire, però cercò di avvertire i suoi colleghi americani, che loro non potevano e non volevano costruire la bomba atomica. Sperava che dall'altra parte facessero lo stesso. E vedete come è strana la storia: per cercare di avvertire gli scienziati americani di questa loro scelta o necessità, per chiedergli in qualche modo implicitamente di astenersi anche loro, gli scienziati tedeschi incaricarono Bohr, uno scienziato danese che era stato prelevato dagli Alleati perché non cadesse in mano ai Tedeschi. Ma Bohr, che era una eminente personalità scientifica, era ormai rimbambito, e quindi andò in America e riferì l'esatto contrario agli americani. Non so se questo influì sulla scelta degli scienziati americani di andare avanti sulla loro strada e anzi forse di accelerare. Però gli americani probabilmente capirono che i tedeschi stavano arrivando alla bomba atomica.

STUDENTE: Verso la fine del libro Sciascia parla di una crisi religiosa di Majorana. Ma quali elementi ha per tirare in ballo la religione? Non sarebbe meglio parlare di dramma morale invece che di religioso?

ALAJMO: Ma non so se Sciascia ci creda veramente ai risvolti religiosi del dramma di Majorana. Io credo che in fondo Sciascia, che era un vero laico, uno che non non credeva alla chiesa e alle chiese, in senso ampio, credesse che Majorana si fosse convertito alla religione cattolica. Credo che - o meglio forse mi piace pensare - la scelta di Majorana - se è una scelta autentica, di ritirarsi in convento, sia stata una scelta strumentale: il convento gli garantisce l'anonimato più assoluto,  una situazione in cui lui potesse davvero scomparire agli occhi del mondo. Se pure è vero. Se anche non è vero, è lo stesso una bella storia, una storia che in qualche modo ha un suo significato, anche a prescindere dalla sua veridicità.

STUDENTE: Quale fu, secondo Lei, il rapporto di Sciascia con il fascismo?

ALAJMO: Sciascia era molto piccolo quando c'era il fascismo. Credo che cominciò ad averlo in odio per i motivi per cui da ragazzini ci secca fare tutto quello che è obbligatorio, compreso nel nostro caso leggere un libro. Ah, quando mi avete chiesto perché l'ho scelto, uno dei motivi - mi sono dimenticato di dire - è che è un piccolissimo libro e speravo che tutti, almeno, aveste il tempo e il modo di leggerlo, perché io ho paura che ci sono certe cose obbligatorie specialmente nella scuola - leggere per esempio - che sono perniciose. Alcune cose le dovete recuperare, ma così come è organizzata la scuola oggi forse, se ancora resta qualcuno capace di leggere alla fine del ciclo, è già un miracolo.
Tornando alla domanda, a Sciascia seccava vestirsi da Balilla, e non piacevano le adunate. In famiglia erano equamente divisi fra fascisti e antifascisti. Però l'odio per tutto quello che era obbligatorio lo portò a scegliere una strada completamente diversa, in un momento in cui non si chiede a un ragazzino di prendere posizioni politiche. L'antipatia di Siascia, da ragazzino, era, come dire, totalmente istintuale. Poi, nel prosieguo della sua vita, la vocazione antifascista di Sciascia fu fortissima e sempre razionale, nel senso che sapeva riconoscere i fascismi anche dalle parti in cui fascista è soltanto un insulto per gli altri. In generale a Sciascia non piacevano le chiese, non piacevano quel genere di cose che conducono i cervelli all'ammasso. Sciascia è sempre stato un anticonformista, un eretico, uno che non aveva paura di contraddire gli altri e soprattutto di contraddirsi. La sua parabola politica è abbastanza illuminante in questo senso. Lui, a un certo punto si candidò con il Partito Comunista, prima al Consiglio Comunale e poi in Parlamento; poi però si tirò indietro, quando capì che non aveva la capacità di incidere come voleva. Poi ci fu un episodio scatenante, per cui lui con il Partito Comunista non volle più avere a che fare, e lui, per amore di verità, ruppe anche qualsiasi rapporto con il suo amico fraterno, il pittore Renato Guttuso, che in una polemica con Enrico Berlinguer, l'allora Segretario del Partito Comunista, chiamato a testimoniare su una vicenda, che adesso sarebbe troppo lungo stare a raccontare, Guttuso,  - adesso non voglio entrare nel dettaglio, però forse per disciplina di partito - diede ragione a Berlinguer. E Sciascia da quel momento non volle più rivolgergli la parola, non ebbe più nessun rapporto con Renato Guttuso e con il Partito Comunista.

STUDENTE: La scomparsa di Majorana tra le opere di Sciascia è una volta di più la storia di un singolo. Secondo Lei perché questa passione per dei personaggi isolati? Qual'è la concezione di Sciascia del rapporto tra uomo e storia?

ALAJMO: Il rapporto fra uomo e storia è una domanda complicata. Concentriamoci sulla prima parte della domanda. Il fatto è che Sciascia non aveva in simpatia i siciliani più estroversi, quelli che hanno la tendenza a farsi compagnia gli uni con gli altri, a fare brigata, perché conosceva la tendenza in Sicilia a trasformare la compagnia in famiglia e la famiglia in cosca. Sciascia amava le persone discrete, quelle che non comparivano. Lui stesso, per esempio, racconta del suo rapporto con l'italiano Brancati, che in qualche modo lui riconosceva come maestro. Lui racconta che stava lì a guardarlo in silenzio - era qualche anno più grande di lui, era un insegnante e lui era un allievo -, che a Caltanissetta lui lo guardava, lo osservava, cercava di trarre insegnamento anche semplicemente dalla sua figura. Però non si univa mai. Io ho avuto la fortuna di assistere invece a una riunione fra Sciascia e alcuni suoi amici. Lui andava tutti i pomeriggi in una certa Galleria d'Arte di Palermo, dove si svolgevano degli strani salotti di soli uomini, e tutti erano seduti in circolo, un po' come siamo noi adesso, e Sciascia era messo, non dico proprio al centro come sono io, però in posizione eminente. Questi amici erano amici ultraselezionati, di cui Sciascia si fidava. Ebbene la conversazione fra queste persone riproduceva un po' la conversazione nei circoli siciliani, nei circoli della caccia, degli ex combattenti, nei circoli di paese. E cioè era una conversazione fatta di lunghissimi silenzi. Poi uno degli astanti azzardava un argomento di conversazione, che poteva essere preso per esempio dall'attualità dei giornali. Si diceva per esempio: "Avete sentito? Il Partito Comunista ha vinto le elezioni". Diceva questa frase e tutti si voltavano verso Sciascia per vedere se Sciascia era interessato o meno all'argomento. Se non era interessato stava zitto, e la compagnia piombava di nuovo in un silenzio ancora più profondo e silenzioso, se possibile. Fino a quando un altro diceva: "Avete sentito?", e così via. Erano conversazioni un po' surreali, volendo, fatte più di vuoti che di pieni. Quindi anche quando era in compagnia, Sciascia in qualche modo amava la discrezione e il silenzio. E questa fu in qualche modo la sua regola. Io personalmente ho avuto con lui un rapporto, che forse è presuntuoso definire così, ma che somiglia a quello che lui aveva con Brancati. Ero di molto più giovane e lo guardavo da lontano. Naturalmente io non facevo parte del circolo sciasciano. C'era poi un pubblico, un anello esterno, che era ammesso ad assistere, ma non poteva parlare. Ecco, io guardavo quelle persone, guardavo Sciascia e in qualche modo ne ero affascinato. E questo è un altro motivo per cui ho scelto questo libro - domanda iniziale -, che ho evaso troppo rapidamente; l'ho scelto perché considero Leonardo Sciascia un maestro. Io credo che - si parla molto di valori -, oltre che di valori,  i giovani hanno bisogno di maestri, di veri maestri. Il maestro, attenzione, è qualcuno che ci insegna qualche cosa. Può anche insegnarcelo volontariamente, ma non è necessario che sia un insegnamento volontario. Le parole che ho scambiato con Sciascia sono poche centinaia, non sono moltissime, però Sciascia era uno che comunicava con un'alzata di sopracciglia, con pochissimi dati. Ecco il maestro è uno che in qualche modo Voi, a un certo punto della Vostra vita, dovete anche uccidere, potete discostarVi dal Vostro maestro oppure potete proprio assassinarlo, perché a un certo punto dovete staccarVi. Però di un maestro c'è bisogno, c'è bisogno di qualcuno che dia una strada. A me questi piccoli libri di Sciascia: La scomparsa di Majorana, è uno, Atti relativi alla morte di Ramon Rassell, è un altro. Poi I pugnalatori, Il Consiglio d'Egitto, tutte storie vere della cronaca di molti anni prima, che Sciascia andava a riesumare in qualche modo e con la sua capacità di leggere in maniera straordinariamente ironica; prendete la cosa più fredda del mondo: un rapporto di polizia. Nella scomparsa di Majorana Voi vedete come da questo corpo morto, che è un rapporto di polizia, Sciascia riesca a trarre, a evocare proprio i fluidi vitali. Un grandissimo talento di Sciascia è quello di avere saputo distillare in ottanta pagine, in questo libro per esempio, una storia complicatissima, che ha implicazioni filosofiche. È come se lui infilasse un universo intero dentro un alambicco, e poi a forza di sobbollire ne estraesse proprio il distillato di parole limpidissimo,che è il suo stile.

STUDENTE: Non c'è contraddizione tra il realismo, presente all'interno del romanzo, e la letteratura come valore, come mezzo per raggiungere la verità, che è il mezzo principale che prevale su tutti gli altri?

ALAJMO: Ma bisogna capirsi sul significato che vogliamo attribuire alla letteratura. Io ho un atteggiamento molto poco sacrale nei confronti della letteratura e dei libri. Io non sono uno di quelli che prendono i libri e li considerano degli altari. Ci sono libri che mi piacciono e libri che non mi piacciono. Non è la categoria del libro quella per cui io mi farò inchiodare, non è la categoria della letteratura in sé e per sé. Perché c'è letteratura buona e letteratura che invece non mi piace affatto, non voglio dire cattiva, ma che non mi piace. Che poi i libri servono a essere migliori, anche questo è discutibile. Mi ricordo che l'uomo che uccise John Lennon confessò di averlo fatto perché aveva letto Il giovane Holden. Quindi non è detto. I libri, sì, ti cambiano la vita, ma non è detto che te la cambino in meglio. E la letteratura è un concetto col quale io andrei abbastanza cauto. Non è detto che la letteratura debba essere necessariamente opera di finzione. Questo genere che Sciascia praticava, a un certo punto della sua vita, cioè il romanzo-verità, in cui lui faceva dei ragionamenti su una base di documenti autentici, di storie vere, è un genere molto poco praticato in Italia. Io non saprei fare moltissimi esempi. In America, per esempio, c'è un libro straordinario, che io Vi consiglierei di leggere, perché è anche molto appassionante: A sangue freddo, di Truman Capote, che prende un fatto di cronaca nera molto cruento, e ne estrae un pezzo di grande letteratura. Ci sono un sacco di storie che già succedono nell'universo, per cui uno può benissimo attingere alle cose che veramente sono esistite. Non sento il bisogno urgentissimo di inventarne di altre. E credo che per Sciascia fosse lo stesso, arrivato a questo punto della sua vita. Poi tornò, in qualche modo, anche alla letteratura di finzione, diciamo così. Però, ripeto, non è qualcosa di facilmente schematizzabile, non è qualcosa di ultimativo, ecco.

STUDENTE: In questo libro Sciascia si comporta più da scrittore o piuttosto da opinionista, da giornalista?

ALAJMO: Ma anche qui io non farei una distinzione drastica. Giornalista è decisamente un termine riduttivo, che per Sciascia non userei. E però le due cose non sono necessariamente separabili.. Lui era uno scrittore, che aveva delle opinioni, uno scrittore, ma anche qui  bisogna capirsi, scrittore è chiunque scriva. Sciascia era un grande scrittore e un grande opinionista, uno che non si tirava mai indietro quando c'era da esprimere pubblicamente le proprie idee. La scomparsa di Majorana è uno dei suoi libri più ideologici. La bravura di Sciascia è proprio quella di riuscire a mescolare i fatti con una sua lettura dei fatti che in qualche modo è anche la sua opinione. Non so se Voi sapete che Sciascia ripetutamente, e specialmente negli ultimi anni della sua vita, ebbe delle fortissime polemiche. Per questo suo libro litigò furiosamente con Edoardo Amaldi, che era uno scienziato e che non condivideva gran parte della lettura  sciasciana della vicenda di Majorrana. È chiaro che per gli altri di Via Panisperna, Majorana era un tipo strambo, uno che a un certo punto decise di farsi crescere i capelli, non parlare con nessuno per quattro anni, o per lo meno nessuno di loro, e che non resse probabilmente lo stress, diremmo oggi, della sua responsabilità. E quella con Amaldi è soltanto una delle polemiche. Sciascia litigò praticamente con tutti, da un certo punto in poi, certe volte sbagliando, ma credo sempre in maniera intellettualmente limpida, mai per calcolo personale.

STUDENTE: Sciascia nel suo libro tratta argomenti scientifici molto difficili. Secondo Lei un artista, uno scrittore, quanto può invadere il campo scientifico e con che risultati?

ALAJMO: Ma, secondo me, l'intellettuale, nella sua definizione classica, è qualcuno capace di, come dire, avere poche competenze specifiche nel suo ramo e ancor meno competenze specifiche nei rami altrui. La capacità dell'intellettuale è riuscire a fare interagire sapienze diverse. Nel caso di Sciascia lui ovviamente aveva elementi di fisica scolastica. Sapeva pochissime cose, però metteva assieme la fisica con la filosofia e non è da tutti riuscire a mettere assieme dati disparati come questo. E la capacità di Sciascia è proprio questa, quella di riuscire a essere in qualche modo fisico e filosofo e polemista e politico e tutto quel che serve e che la sua intelligenza gli consente di mettere assieme, proprio.

STUDENTESSA: Le faccio un'ultima domanda: cos'è per Lei in una frase La scomparsa di Majorana?

ALAJMO: Gli slogan non mi piacciono molto, perché pretendono di contenere un universo intero in poche parole, fanno più effetto che sostanza. La scomparsa di Majorana è un libro esemplare, come probabilmente ce ne sono altri, forse anche più belli, più leggibili, più d'attualità, che però a me è sembrato particolarmente significativo,  intanto perché è il primo che ho letto di Sciascia, e poi è il libro di una persona che mi manca molto. Ecco vorrei metterla proprio sul bassamente personale e malinconico. Io ho una grande nostalgia di Leonardo Sciascia. È una persona che mi manca; voglio dire: escludiamo i parenti, poi, nella classifica, quello che più mi manca è Sciascia. Sciascia mi manca perché, stando zitto, mi faceva capire molte più cose di quanto oggi moltissime persone con moltissime parole riescono a dirmi.

Puntata registrata il 10 aprile 2001

Biografia di Roberto Alajmo

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