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Il Grillo (26/12/2001)

Lia Levi

La coscienza di Zeno

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26 dicembre 2001

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Scientifico "Giordano Bruno" di Torino

STUDENTE: Ringraziamo la scrittrice Lia Levi di essere venuta a parlarci de La coscienza di Zeno; prima di iniziare la discussione guardiamo una breve scheda filmata.

Nel 1923, presso l'editore bolognese Cappelli, esce il romanzo "La coscienza di Zeno". L'autore, un sessantenne impiegato presso una ditta di vernici sottomarine, si chiama Ettore Schmitz, ma si firma Italo Svevo. Pseudonimo significativo: Schmitz è di Trieste, città austriaca fino a pochi anni prima, ha studiato in Germania, appartiene alla piccola borghesia ebraica di tradizione cosmopolita. Negli ultimi anni dell'Ottocento, sempre con lo pseudonimo di Italo Svevo, Schmitz aveva pubblicato due romanzi, "Una vita" e "Senilità", accolti da totale insuccesso. Alla pubblicazione dei due romanzi era seguito un quarto di secolo di silenzio. Anche "La coscienza di Zeno" non ha grande fortuna al suo primo apparire. È solo l'attenzione che gli tributano all'estero scrittori come Valéry Larbaud e James Joyce a richiamare l'attenzione sullo strano romanzo, nel quale un ricco borghese triestino si racconta in un memoriale ad uso di uno psicanalista. In Italia, i primi critici attenti del romanzo sono Eugenio Montale e Giacomo De Benedetti, che però danno dell'opera di Svevo due interpretazioni opposte: il primo lo vede come prosecuzione e coronamento del romanzo naturalista ottocentesco, mentre il secondo lo avvicina alle punte più avanzate del romanzo sperimentale di quegli anni, da Proust a Joyce. "La coscienza di Zeno" entra rapidamente tra i classici della letteratura italiana; ma il suo posto, ancora oggi, è quello di un'opera "fuori registro": lontano dal dannunzianesimo di quegli anni (e non solo di quelli), inconciliabile con la linea dell'ermetismo e con la stagione successiva dell'impegno. Insomma, nonostante lo si studi a scuola, "La coscienza di Zeno" rimane un romanzo "fuori posto". Come il suo autore. Come il suo protagonista.

STUDENTE: Come mai ha scelto di venire a parlarci proprio di quest'opera?

LEVI: Ho scelto di venirVi a parlare di quest'opera perché l'amo moltissimo, e Vi devo ringraziare perché, pur avendo letto questo libro più di una volta, prima di venire qui l'ho riletto, ed è stata una tale gioia che dicevo: "Ma speriamo di non finirlo mai". Poi l'ho finito, con mio grande dispiacere. Spero che anche Voi ci abbiate colto qualcosa di questa forza che c'è dentro. Adesso ne parleremo insieme. Cercherò in tutti i modi di comunicarVi il mio entusiasmo. E sono sicura che anche Voi lo comunicherete a me.

STUDENTE: A proposito del titolo: "la coscienza" che cosa sta a indicare? Cosa significa?

LEVI: Sì, è anche un po' accennato nella scheda. Questo non è un romanzo tradizionale, dove l' autore comincia a raccontare la sua storia, dall'inizio: "Quand'ero piccolo ..."  e si svolge in modo continuativo. C'è quest'artificio, di cui si è parlato anche nella scheda: uno psicoanalista chiede al suo paziente che è affetto da nevrosi, da malattie immaginarie, di aiutarsi raccontando la sua storia. Però lui stesso gli spiega come. Quindi comincia, se vogliamo passare alla parte letteraria, al famoso flusso di coscienza, però noi cerchiamo di restare nella concretezza. Non abbiamo bisogno delle frasi, degli schemi dei letterati. Lui racconta del modo di raccontare, che poi adesso nella letteratura contemporanea è molto in voga, racconta le cose che lo hanno colpito, cosa è arrivato alla sua coscienza, per cui un avvenimento piccolissimo, come, non so, la sigaretta fumata di nascosto quand'era piccolo, diventa importante e magari salti dieci anni di vita, gli studi. Quindi è quello che Zeno - Zeno, parliamo di Zeno naturalmente - ha fatto arrivare alla propria coscienza e quello che tira fuori delle sue esperienze sempre però legate al suo modo di sentire, al suo modo di essere, un nevrotico. Poi, se ci torneremo su, vedrete che è un nevrotico felice, perché le cose poi gli vanno tutte bene. Però ciò che lo turba è la vita della sua coscienza e non la vita degli avvenimenti esterni. 

STUDENTE: Zeno per tutto il romanzo, come diceva Lei,  si definisce malato. È un nevrotico. Ma in cosa consiste veramente la sua malattia?

LEVI: Beh, le persone nevrotiche che cosa hanno? Sono ipersensibili, e quasi sempre sono ipersensibili a quello che succede fuori, ma su se stesse. Cioè sono molto concentrate su se stesse, quindi pronte a ingigantire ogni avvenimento, sia fisico che psichico. Quindi da quello che non ti ha salutato per strada, che è freddo con te; faccio un esempio: lui vede uno zoppo e si sente zoppo anche lui. Però spesso la nevrosi è anche un alibi, come in questo caso, per cui tu ti concentri su questi piccoli sintomi. C'è un episodio, che non so se Voi avete fatto in tempo a leggere: a un certo punto lui crede di essere malato davvero, perché gli fanno un'analisi di glicemia, per il diabete, e risulta positiva. A lui gli passa tutto, ha la felicità di avere una cosa concreta. Poi dura pochissimo, perché invece era stato uno sbaglio. Per dire che in fondo è un modo per spostare la propria insofferenza della vita, la propria inettitudine a vivere il nevrotico su dei sintomi esterni. Però nello stesso tempo c'è questo narcisismo, perché tu ti occupi continuamente di te stesso. Se non sei malato e se sei normale, sereno, ti occupi più degli altri. Però spesso l'artista è così, perché deve fare introspezione.

STUDENTESSA: Secondo Lei, qual è il rapporto tra Zeno e le figure femminili?

LEVI: Anche qui lui si racconta in un modo così fantastico e originale, perché, in più di un punto, dice che l'amore, cioè l'attrazione per la figura femminile, è un punto forte, un punto determinante della sua vita. Così come lui non può fare a meno del fumo, lui non può fare a meno di amare una donna, di tradire. Però anche lì è una nevrosi tenuta tutta sotto controllo. Il suo rapporto con le donne è forse il lato più umoristico. Io spero che Voi abbiate colto questo umorismo. È sicuramente innamorato. In una famiglia dove ci sono quattro sorelle, si innamora pazzamente della piccola che non lo corrisponde, e poi sposa la maggiore, la meno bella, la meno attraente. Prima sente che sta per cadere in trappola, perché non vuole uscire da quella famiglia senza avere trovato in quella famiglia qualcuno che gli dica sì alla sua domanda di matrimonio. Però poi cade, si lascia andare, e si lascia amare da questa. Però l'umorismo di Svevo è anche in questo, perché in fondo questo matrimonio è felice. Lui si sente capito, si sente amato, questa donna lo comprende in tutti i suoi lati. Così, quando ci sarà un tradimento - avete letto la storia di Carla - anche lì, sì, è tutto un modo per riempirsi la vita di sensi di colpa, però è tenuto sotto controllo. Questo tradimento non risulterà mai alla moglie. E poi si scioglie anche quello in modo molto umoristico, è la ragazza che lo lascia. Per cui lui, così come si è fatto un'ossessione del fumo, si fa un'ossessione di questo suo presunto desiderio di non fare a meno di una donna, però poi anche lì ha una certa saggezza dell'io che si difende, non precipita mai in un baratro. E quindi è la nevrosi che io chiamo "felice nevrosi", controllata.

STUDENTE: Svevo, quanto può essere considerato italiano e quanto austriaco?

LEVI: Questa è la cosa per cui vengono fuori queste culture, queste personalità interessanti, perché, appunto, come diceva la scheda, lui viveva a Trieste. E Trieste era una città austro-ungarica. Però lui si sentiva italiano. Respirava questa cultura italiana, anche triestina, però non potendo prescindere dagli studi fatti in lingua tedesca, dai grandi scrittori, in quel momento, gli scrittori mitteleuropei, che erano l'espressione più alta della cultura, perché erano gli scrittori, in questo grande impero austro-ungarico, che avevano più radici culturali. Potevano stare ai confini dell'Impero, all'interno, da Vienna, eccetera. Tutto questo fervore di cultura, che lui ha assimilato, sentendosi però anche molto italiano. Lui ha scritto in italiano, e i critici dell'epoca, nelle critiche, prendevano distanza da lui, anche per una certa asperità del linguaggio, il che non significa niente, perché ogni epoca ha la sua moda. A loro sembrava non fosse un buon italiano, se Voi pensate che successivamente è venuto Gadda, adesso Camilleri, con quelle flessioni, con parole di dialetto mischiate. Questo non conta. Per concludere penso che la ricchezza di un personaggio è proprio dal miscuglio di due, tre mondi, che fanno un conflitto dentro, ma questo conflitto ti rende molto attivo, ti rende intellettualmente molto attivo.

STUDENTE: Si può parlare de La coscienza di Zeno come di un romanzo autobiografico?

LEVI: Ci sono parecchi elementi. Certamente uno non può esprimere una nevrosi così, ueste piegature dell'anima, se non le ha vissute. Io penso che ci sia anche molto di autobiografico - Svevo mette molto questo contrasto - fra questa doppia vita, dell''intellettuale che pensa, che riflette, e dell'uomo di affari, perché  Svevo è stato un uomo d'affari. Nel libro lui non si mostra più inetto, un uomo d'affari, figlio di un padre che ha un'azienda, che però lui non la sa condurre. In verità nella vita di Svevo il padre era quello a cui eran andati male gli affari. Non so se avete letto questo. E lui è stato quindi costretto a lavorare in banca. Però ha fatto un ricco matrimonio, il padre di sua moglie possedeva un'industria e lui ne è diventato socio. Quindi questo mondo degli affari, e questo fatto che la gente che ti circonda pensa che non sei un vero scrittore, pensa che non sei un artista, perché fai anche un altro lavoro. E credo che questo l'abbia molto segnato come esperienza. E quindi ha riportato il mondo degli affari lì anche nel suo libro e tutte le sue ipersensibilità. Insomma io delle volte mi sbaglio, invece di dire: "La coscienza di Zeno", dico: "La coscienza di Svevo". Quindi, secondo me, è una sovrapposizione assoluta.

STUDENTE: Quanto La coscienza di Zeno è un romanzo psicoanalitico, ossia dove finisce la psicoanalisi vera e dove comincia quella di Svevo.

LEVI: Ecco, questa è una domanda interessante, perché tutti questi scrittori triestini - la psicoanalisi in Italia è stata portata da Weiss, che era di Trieste - hanno avuto un rapporto forte con la psicoanalisi. Però Svevo era molto ostile alla psicoanalisi, che conosceva benissimo. Hanno detto che il suo in fondo è il romanzo psicoanalitico. Lui della psicanalisi ha avuto esperienza personale, perché il fratello della moglie ha fatto un'esperienza direttamente con Freud a Vienna ed è stata disastrosa. E lui vedeva il difetto della psicoanalisi nel fatto che non fa altro che confermarti in quello che sei. Ti confermi e diventi abulico. Dici: "Tanto io sono così" en non ti dà la spinta per cambiare, perché l'analisi ti aiuta solo a capirti. Quindi lui era molto ostile e non accettava assolutamente che dicessero che il suo romanzo fosse psicoanalitico. Lui stesso però dice quali sono i punti in cui lui si è rifatto alla psicoanalisi. Non so se Voi avete seguito. Lui aveva questo rapporto di amore e odio verso il cognato. Voi forse non lo avete seguito. Lui lo aiuta negli affari, questi gli vanno male finché il cognato si suicida - anche lì c'è qualcosa di grottesco, non posso dir di comico - e lui si sbaglia e va al funerale di un altro. C'è molto dei comici di adesso, dell'umorismo di Woody Allen, in queste situazioni che sono sempre paradossali, che rasentano il tragico, e comico e grottesco si incontrano. Ecco, questo lui lo ammette. Dice: "Sbaglio freudiano". Quando uno dice una parola per un'altra si parla di lapsus. Ecco, Svevo non è una persona che si è lasciata influenzare in modo inconsapevole. Lui la conosceva bene, l'aveva di fronte e la rifiutava, però la usava, non era strumentalizzato, ma, all'incontrario, la strumentalizzava lui.

STUDENTE: Nella scheda introduttiva sono state presentate le due interpretazioni dell'opera. Secondo Lei, di quale delle due dobbiamo tener conto, cioè il romanzo è un romanzo d'avanguardia o un romanzo naturalista?

LEVI: Questo è solo il mio parere: di naturalista non ci vedo assolutamente niente, anzi caso mai proprio il distacco. Entriamo nel romanzo psicologico - no? - e quindi ci stacchiamo dal romanzo naturalista; e poi è un romanzo che anche nella forma, come avevamo detto proprio all'inizio, non va di seguito, torna, il tempo se lo gioca come vuole lui, certi episodi li racconta molto a lungo, alcuni li accenna solo, poi li riprende, quindi siamo nel pieno romanzo d'avanguardia. Tant'è vero, non a caso, è stato Joyce che l'ha lanciato e si è innamorato di lui. Naturalmente stiamo parlando in senso letterario. Quindi non sono d'accordo sulla cosa: né naturalismo, né verismo, niente di tutto ciò.

STUDENTE: Abbiamo visto nella scheda introduttiva, le ultime parole del romanzo. Questa conclusione, così apocalittica, che senso ha?  Si allontana così tanto dall'atmosfera del resto del romanzo.

LEVI: La cosa strana è l'anno in cui è stato scritto questo romanzo, era finita da poco la Prima Guerra Mondiale. Qui c'è un'intuizione che riguardava la Seconda Guerra Mondiale e la bomba atomica che è seguita; è stata la fine! Il senso è: cosa sono gli artisti. Cioè non pensiamo al senso logico, perché se no queste intuizioni del futuro, se andiamo per intelligenza, dovrebbero farle i filosofi, pensatori, politologi, invece non vedono quasi mai questi scenari. L'artista ha qualcosa, la sua intuizione, cioè qualche cosa che ha del magico. Dalla loro sensibilità più che dalla loro mente, nascono queste enormi intuizioni che hanno qualcosa del profeta. Ecco, dobbiamo entrare proprio nella sfera della creatività artistica; faccio un piccolo esempio: Kafka - forse non l'avrete letto, ma l'avrete saputo - nei suoi libri descrive esperienze di cose che sono poi accadute nella Seconda Guerra Mondiale. Questa è la magia della letteratura, dei geni, ecco, non di tutti i letterati.

STUDENTE: Quanto La coscienza di Zeno può essere considerato un romanzo della tradizione ebraica?

LEVI: È prettamente un romanzo della psiche ebraica. Cioè questo è il romanzo dove c'è questo senso dell'umorismo di cui abbiamo parlato finora, dell'ironia prettamente ebraica. Perché, in che cosa consiste l'umorismo e l'ironia ebraica? Che sono quasi sempre autoironia, rivolge la propria ironia, il proprio sarcasmo su se stesso e sulle proprie disgrazie. Cioè esiste una letteratura vastissima, fatta di storie di ebrei che irridono, scherzano, in modo molto amaro naturalmente, sulla loro disgrazia, sul loro destino. Quindi, in questo senso, la sua ironia è proprio della tradizione ebraica. Certo nelle storie non ha messo personaggi ebrei, però il senso della famiglia, questo senso della famiglia c'è. Non l'ha rappresentata, però ce l'aveva dentro. Questa è l'ironia del mondo yiddish, cioè del mondo ebraico dell'Est, che è passato in America, questo tipo di spirito, di humour, e si è chiamato infatti american-yiddish, ed è quello che Voi conoscete, perché non credo che non abbiate mai visto un film di Woody Allen, ed è esattamente lo stesso tipo di ironia, di rappresentare se stesso come una persona con le proprie "imbranatezze", con la propria incapacità di vivere, di affrontare, di essere inadeguato al mondo per sé. Però stranamente, se Voi pensate al mondo moderno, questo spirito yiddish di essere personaggi così sbandati, inadeguati al mondo, è diventato tipico dell'uomo moderno. Lo scrittore, alla fine, dice: "Ma che ci stiamo a fare qui? Ma io non sono capace". Ecco, questo.

STUDENTE: Quale influenza ha avuto questo libro nella letteratura successiva, per i suoi contenuti, la sua struttura?

LEVI: Adesso, senza fare un elenco, proprio per quello che abbiamo detto, ha avuto un'influenza enorme sulla letteratura perché è cambiato tutto. All'inizio del secolo il romanzo era tradizionale, con la storia, col prima e col poi, romanzo storico, romanzo realistico. È cambiato sia il senso della continuità del tempo: non c'era più bisogno di andar di seguito a quello che si è chiamato poi "flusso di coscienza", adesso non parliamo solo dell'Italia, ma anche di Virginia Woolf,  per cui racconti a secondo di come ti fluisce dentro la storia, dandogli i tempi che vuoi, facendo i salti, puoi andare avanti, poi torni indietro. E poi l'introspezione psicologica , cioè andare proprio nei segreti della tua anima, nei risvolti. E questo è stato l'inizio di tutto un tipo di letteratura. Diciamo che la letteratura di adesso viene più da quello che dagli altri tipi di letteratura. Quindi siamo proprio all'inizio di un movimento che poi non si è più fermato.

STUDENTESSA: Le faccio un'ultima domanda. Qual è il suo consiglio per l'insegnamento dell'opera?

LEVI: Per l'insegnamento? Mah,  io ho sempre la paura, giustamente, perché mi è successo, di tutto quello che viene filtrato attraverso la scuola. Non  voglio parlar male della scuola, per carità. Sono ospite di una scuola. Cioè il dover dire, definire, mettere nelle caselle. E non ti fluisce la bellezza. Mentre invece, così, staccarsene un momentino, cominciare a leggere questi pezzi di cui abbiamo parlato insieme, che sono belli. Cioè, se uno va a vedere un film, non incomincia a dire: oddio, dove lo inquadro, il naturalista, qual'è il messaggio? Niente. Facciamoci fluire dentro questi personaggi. Sono sicura che se Voi avete un po' di tempo e lo leggete così, in distensione ... io in questi due-tre giorni, rileggendolo, sono stata in buonissima compagnia. Cerchiamo di staccare tutta l'accademia.

STUDENTE: Quale rapporto c'è tra Zeno e il fumo?

LEVI: Beh il fumo è proprio sono la scansione, il simbolo del suo modo di procedere, appunti della coscienza, perché tutte le sue storie, tutte, dalle più leggere alle più tragiche, dopo la morte del padre, sono sempre puntellate. Ultima sigaretta, la famosa ultima sigaretta. Questa sua lotta, impari, che non riesce mai a vincere, si fa anche rinchiudere, poi scappa, paga, ubriaca la sua guardiana, e siamo sempre qui nell'umoristico, questo è il simbolo - lui stesso lo dice - delle sue sconfitte. Cioè non è che si parla solo di fumo. Sono le scadenze della vita, cui lui non riesce a far fronte. Quindi è il simbolo della sua inettitudine alla vita. Per cui gli ha dato questo simbolo esterno e questi propositi, questi famosi propositi: fumerò l'ultima sigaretta, dopo che ho fatto il primo esame, fumerò l'ultima sigaretta quando mi sposo. C'è continuamente, questa, che diventa quasi un tormentone del libro, "u.s.", ultima sigaretta, perché, dice, non è "usa", è "ultima sigaretta, ultima sigaretta". Sono le scadenze che uno si dà e che sono i segni della propria sconfitta. Ma non è solo la sconfitta della sigaretta. È la sconfitta di tutte le tappe della vita, che tu pensi di non essere in grado di affrontare.

STUDENTE: Qual'è il senso della vita per Svevo e per Zeno?

LEVI: La domanda va bene così, perché se uno scrittore vuole mettere il proprio senso della vita, non è che proprio, virgolette "lo dice", lo mette in bocca, nelle parole, negli atti del suo personaggio. Quindi, quando Zeno dice il suo senso della vita, lo dice Svevo. Quindi è vero che è la stessa cosa. Sì, un libro come questo non può essere un libro che ti racconta solo dei fatti della nevrosi. Deve dirti, perché lo scrittore è qui. In che senso lo scrittore ci aiuta? Ci aiuta a vivere, ci aiuta a capire. Noi mica siamo qui al mondo solo per, non so, andare in discoteca o fare carriera. Ogni tanto tutti ce lo poniamo: ma la vita che è, ma perché è così? E lui, essendo un originale, c'è proprio una scena, in cui è successa una cosa abbastanza tragica e l'interlocutore gli dice: "la vita è difficile", lui ci pensa e poi risponde: "Ma la vita non è difficile. La vita è originale". Ed è sempre una frase così, un po' leggera. Invece è vero, perché tu non fai altro che cercare di affrontare delle cose, aspettando che a quella seguirà un'altra e ne succede un'altra. Tu pensi, non so, di essere geloso di una persona, poi invece quella fa un'altra strada, oppure s'ammala. Insomma, questo libro non fa altro che semplificare questo: che tu sei tutto teso a risolvere un problema, poi il problema quello lì non è più un problema, è un altro. E poi allora tu la vita la devi guardare. Ecco, in questo senso ampliamo solo la piccola vicenda. La vita è così originale, dice lui, che bisogna un momento staccarsi, guardarla, riguardarla con occhi nuovi ogni giorno: il mondo, l'universo, cosa succede. E così bisogna essere. Questo lo dico proprio a tutti. E non dire: beh, andiamo avanti! Ma fermiamoci! Ma com'è, com'è la vita? Ecco è originale. È originale, la vita!

STUDENTE: Grazie e complimenti; ci siamo proprio fatti prendere dall'entusiasmo!

Puntata registrata il 9 aprile 2001

Biografia di Lia Levi

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