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Il Grillo (9/1/2002)

Marcello Veneziani

Che cos'è la Fraternità

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9 gennaio 2002

Puntata realizzata con gli studenti del liceo “Cartesio” di Giugliano

STUDENTESSA: Ringraziamo il dott. Marcello Veneziani di aver accolto il nostro invito; prima di iniziare guardiamo insieme una scheda filmata.

Secondo il racconto biblico la storia degli uomini scaturisce da un assassinio, dalla trasgressione, dalla colpevole rottura del legame di sangue. Caino uccide il fratello Abele. "Che hai fatto?" - dice il Signore nel libro della Genesi - "la voce di sangue di tuo fratello grida a me dal suolo. Ora sii maledetto. Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra". Anche Romolo e Remo sono legati da un vincolo di sangue. Sono, secondo il racconto mitico, fratelli gemelli e dalla loro drammatica contesa nascerà la città di Roma. C'è dunque uno stretto rapporto fra il legame della fratellanza e la costituzione della società umana. Ma è soltanto il grandioso processo della Rivoluzione Francese a esplicitare la valenza politica della fraternité, che vuol essere lo specchio di una società non più organizzata gerarchicamente, ma di cittadini, di uomini liberi ed uguali. Nella fraternité si dissolvono i contorni dell'individualismo. Si spengono l'interesse privato e quello di classe. Gli uomini della Rivoluzione sono fratelli, ma solo nel proprio gruppo, nella cornice di un “noi” che, mettendo in comune i princìpi di filosofia sociale, discrimina tutti gli altri e ne esige l'eliminazione. Il giacobino, ispirato a un'etica imperativa, univoca e unilaterale, non sopporta il pluralismo. Si servirà dunque della ghigliottina per abbattere quelli che ritiene essere gli ultimi ostacoli sulla via della libertà e del riconoscimento dell'eguaglianza universale. Così la fraternité prende la strada del Terrore.

STUDENTESSA: Secondo Lei il destino della fraternità è sempre il fallimento o esiste è un'altra strada possibile?

VENEZIANI: Da un punto di vista storico e politico sono stati più i fallimenti che i successi, perché l'idea di fratellanza, rispetto a quella di libertà e di eguaglianza, non era tanto configurabile come un diritto, ma era soprattutto un sentimento e quindi diventava difficile realizzarlo sul piano della politica e della storia. Da quando fu proclamata come princìpio fondante, la fraternità si è dimostrata una strada costellata di sangue, perché spesso della fratellanza si è fatto un uso fratricida, fino ad arrivare alla configurazione inquietante de Il grande fratello, quello di Orwell naturalmente, che rappresentava proprio il simbolo di una fratellanza realizzatasi in un ambito totalitario. A differenza della libertà e dell'uguaglianza, la fratellanza aveva un'origine religiosa poiché, riferendosi ad essa, si parlava di frati, di confraternite; in un secondo momento poi, da un princìpio religioso, diventò un princìpio di organizzazione politica e, come tutti i princìpi religiosi quando sono immessi nella politica senza un disincanto, c'é il rischio che producano più sangue che buone intenzioni. È stato questo il grande limite della fratellanza, che è stata così tradita.

STUDENTESSA: Il terrorismo italiano degli anni Settanta, che poi si è concluso con l'assassinio di Aldo Moro, a Suo parere possiamo considerarlo come ultima forma del giacobinismo? E che rapporto c'è tra gruppo terroristico e idea di fraternità?

VENEZIANI: Io credo che si possa stabilire proprio un nesso tra giacobinismo e terrorismo perché il giacobino è colui che è disposto a sacrificare il mondo reale nel nome di un mondo ideale. Ecco, i terroristi facevano esattamente questo, cioè ritenevano che il mondo reale si potesse sacrificare all'idea di una fratellanza futura. Ovvero “nel nome di fratelli che verranno, si uccidono i fratelli che sono”. Questo è il male del terrorismo ed è il male giacobino. È qui che credo vi sia un’idea adulterata della fratellanza, intesa cioè soltanto come solidarietà militante tra alcuni compagni, mentre gli altri sono soltanto agnelli sacrificali per una società futura, quella perfetta da edificare. Ma per edificarla bisogna passare dall'inferno; per avere il paradiso bisogna procurare l'inferno. Questo è stato il male, non solo del terrorismo, ma direi di tutti i regimi sanguinari e totalitari.

STUDENTE: Perché sin dall'inizio della storia dell'uomo, già con la vicenda di Caino e Abele, fraternità e assassinio sono così collegati?

VENEZIANI: Credo che la ragione sia di natura psicologica. Noi abbiamo bisogno di esprimere dei sacrifici proprio attraverso le persone che ci sono più care; in fondo la società purtroppo cresce attraverso riti sacrificali. E poi dall'altra parte c'è la mala pianta dell'egoismo, che, nel caso di Caino e Abele, colpisce il primo antagonista che è il fratello per poi allargarsi a tutta la società. Quindi il male in qualche modo sembra sia connaturato nell'uomo. Infatti le utopie peggiori sono quelle che immaginano l'uomo buono e innocente per natura, ma soggetto a guastarsi col tempo. Invece il discorso da fare probabilmente è l'opposto, ovvero che noi abbiamo una predisposizione naturale all'egoismo, a sopraffare i diritti degli altri e soltanto attraverso la cultura, l'educazione, la sensibilità riusciamo ad animare la parte migliore di noi. Quindi credo che il discorso intorno a Caino non sia un discorso di una società corrotta, ma proprio il fatto che sia alle origini della società dimostra come al contrario noi abbiamo sin dalle origini un problema di difficile compatibilità con l'altro, quello che da un punto di vista religioso si chiama il “peccato originale”.

STUDENTE: Vorrei un chiarimento sul significato religioso della fraternità e su quello cristiano della fraternità stessa.

VENEZIANI: La fraternità nasce soprattutto in un contesto religioso ed è la comunanza verso la propria condizione di mortali; siamo tutti creature di un unico creatore e tutti partecipi di un destino. La nascita e la morte, si configurano come un legame necessario che ci annoda ad una sorte comune. Questa credo sia l'origine proprio religiosa più forte, alla quale si aggiunge la capacità di trasformare questa condizione reale in condizione morale, ovvero la necessità di trasformare questo essere fratelli per sorte in essere fratelli anche per scelta, per vocazione. Ne sono un esempio gli ordini di frati, le confraternite, che in qualche modo simboleggiavano, nella tradizione cristiana, cattolica, nonché musulmana, proprio questo vincolo ulteriore tra credenti che non hanno in comune solo la sorte, ma sono vincolati da un patto di amore reciproco, di solidarietà reciproca. Naturalmente il tutto degenera quando la propria fratellanza viene vista come antagonista rispetto al mondo esterno, rispetto a coloro che non partecipano di questa fratellanza. E lì nasce il dispotismo, sia nella forma della teocrazia, quindi della violenza nel nome di Dio, sia nelle forme laiche e atee che abbiamo conosciuto nel Novecento.

STUDENTESSA: Leggo un passo de Il Corano: "…siate uniti come fratelli. Il musulmano è fratello del musulmano"; che differenza c'è tra la fraternità cristiana e la fraternità di cui parla Maometto?

VENEZIANI: La fraternità cristiana ha una radice, una vocazione universale. Il cristiano, a differenza dell'islamico, non considera fratello solo l'altro cristiano, ma ogni uomo che vive sulla terra. Questa è la forza universale del cristianesimo. L'islamismo invece compie questo scarto tra i fratelli nell'Islam e coloro che non sono fratelli o che addirittura vengono concepiti come infedeli e come tali vengono combattuti. Indubbiamente l'interpretazione cruenta de Il Corano che abbiamo negli ultimi tempi è una forzatura dello stesso libro sacro islamico. Ciò non toglie tuttavia che all'interno di esso vi siano pagine che in qualche modo configurano una separazione netta, drastica, tra i fratelli nella propria fede e i miscredenti. È questo, a mio avviso, il forte limite dell'Islam. Ma del resto anche ne Il Vecchio Testamento ci sono delle pagine abbastanza inquietanti. Il Cristianesimo invece è un tentativo di vedere la fratellanza attraverso un princìpio di apertura universale, salvo poi, nella storia e nella prassi del Cristianesimo, vedere alcune pagine in cui, attraverso le Crociate, attraverso idee di conquista, l'idea del primato della cristianità sulle altre civiltà ha avuto a volte effetti sanguinosi e devastanti.

STUDENTE: Non crede che nell'Islam di oggi vi sia una sorta di educazione all'odio nei confronti dell'Occidente?

VENEZIANI: Io sostengo che si debbano distinguere per lo meno tre gradi di Islam. Il primo, che è quello militante, integralista e fondamentalista, fornisce uno spaccato dell'Islam attraverso la drastica negazione del mondo moderno e del mondo occidentale in modo particolare. Questa è la visione militante, con cui ci siamo in qualche modo scontrati negli ultimi tempi e con cui probabilmente continueremo a scontrarci. C'è poi un Islam molto più diffuso che coltiva una certa diffidenza nei confronti dell'Occidente, perché non si riconosce nei modelli occidentali; che non si riconosce non tanto nella fede cristiana che anima l'Occidente, quanto soprattutto nel nichilismo, cioè nel fatto che noi non crediamo più in niente, siamo fondamentalmente atei, legati così come siamo ai consumi. È questo tipo di Islam, probabilmente, che coltiva un'antipatia nei confronti dell'Occidente. C’è poi un terzo Islam rappresentato dai molti islamici che vengono a vivere da noi che seguono blandamente i precetti de Il Corano, che accettano di vivere con un certo rispetto per l'Occidente, con un’ ammirazione per la tecnologia e la modernità avanzata dell'Occidente, pur coltivando ancora i propri riferimenti religiosi. Ecco, questo è l'Islam più occidentalizzato. Fino a qualche tempo fa si credeva che con l’espansione della tecnologia e del mercato si potesse ridurre tutto l'Islam al terzo Islam, cioè l'Islam più morbido e secolarizzato, tuttavia negli ultimi tempi abbiamo avuto la dimostrazione che questa invasione tecnologica e mercantile dell'Occidente ha prodotto, da una parte assimilazione, rendendo gli islamici sempre più simili a noi, dall'altra parte ha, al contrario, acuìto l'ostilità, generando movimenti fondamentalistici anti-occidentali. Dunque la tecnica non riesce a sradicare i valori di fondo. Quando noi pensiamo al tragico attentato di Manhattan abbiamo l'idea di una setta fondamentalista che utilizza sicuramente tutti i mezzi della tecnologia per raggiungere i propri obiettivi, ma la molla di questi atti, eroici per chi li compie e tragici per noi, non è la tecnologia. Piuttosto è la consapevolezza che ci siano uomini disposti a considerare la loro vita come un fatto relativo e secondario, mentre nell'Occidente il princìpio fondamentale è la vita come valore assoluto. In questo caso la tecnica è al servizio di valori che non sono in linea con i nostri, quindi non necessariamente l'utilizzazione di strumenti tecnologici dell'Occidente da parte dei popoli islamici coincide con la reale occidentalizzazione di questi.

STUDENTE: Come si può passare dall'odio alla fraternità, è possibile un’educazione alla fraternità?

VENEZIANI: Io credo che si possa passare dall'odio alla fraternità attraverso due vie. Una è quella di considerare la fraternità come un fatto interno a un circuito, a un gruppo, mentre tutti gli altri che sono fuori da questo circuito vengono considerati come ostacoli alla propria fraternità. E da qui nasce l'odio del noi contro loro. L'odio della separazione, l'odio del conflitto. Ma c'è un modo più sottile per cui si può arrivare dalla fraternità all'odio. Amare l'umanità in modo così astratto che si finisce con l'odiare il vicino. È quello che sostenevano scrittori come Dostoevskij o come Leopardi, secondo i quali l'amore astratto per l'umanità si accompagna all'indifferenza se non addirittura all'odio per il vicino. Si ama un'entità astratta, l'umanità, i poveri del Terzo Mondo, tutto ciò che è lontano da noi, salvo poi essere indifferenti rispetto al fratello che soffre, al vicino che sta male, al mendicante che è sotto casa e che ti chiede di testimoniare la fraternità e tu non lo fai perché sei attratto da questi massimi princìpi che ti portano a solidarizzare con il mondo e non con i vicini. Quindi ci sono due vie che portano dalla fraternità all'odio. Viceversa, passare dall'odio alla fraternità, è sicuramente più difficile. Ma credo che tutto passi innanzi tutto attraverso la considerazione che noi non riusciamo a vivere se non attraverso la relazione con gli altri, cioè da un intreccio fondamentale che ci mette in relazione con il mondo. Non si tratta soltanto di tollerare l'esistenza dell'altro, come ci ha insegnato l'Illuminismo, ma di rispettare l'esistenza dell'altro, di non lasciarlo semplicemente parlare, ma, al contrario, di ascoltare quello che dice. Tuttavia questa visione dell'ascolto tutti noi l'abbiamo un po' perduta in una società in cui l'egoismo, come fatto cosmico, è diventato un po' la radice del nostro tempo. Noi dobbiamo aprirci a una dimensione comunitaria e capire che il legame sociale è la base per poter fare quel salto di qualità, dall'odio alla fraternità, dall'indifferenza, che poi è la matrice dell'odio, alla fraternità.

STUDENTESSA: Non pensa che sia necessario un percorso interiore per poter arrivare ad elaborare la vera idea di fratellanza?

VENEZIANI: Sono sicuro che i percorsi interiori sono sempre la base delle grandi trasformazioni, ma quando tutto viene relegato nella dimensione interiore c'è il rischio che si scelga, prima, la via di una interiorità ricca di apertura all'altro e poi di una vita concreta che prescinde completamente dal rapporto con gli altri. Spesso la carità elevata a princìpio interiore non si manifesta poi nelle opere, nella vita. È necessario creare una continuità di comportamento, che consiste in un’elaborazione concettuale o morale di un codice di apertura agli altri accompagnata da una reale, concreta opera di apertura agli altri. È quello che di solito manca, perché spesso noi crediamo, anche in virtù di un lascito di cultura protestante o di cultura calvinista, che basti il soliloquio con la propria coscienza, con la propria interiorità, per realizzare le maggiori rivoluzioni, quando esse, invece, si realizzano semplicemente agendo. E quindi l'azione, scissa dalla riflessione, produce talvolta pensieri nobili e azioni ignobili, o viceversa. Ho l'impressione che nel nostro tempo ci sia una fondamentale schizofrenia tra un'ideologia filantropica, umanitaria, che fa del cosmopolitismo e dell'amore fraterno il princìpio fondante, e un’esteriorità rivolta al culto del più forte, alla strumentalizzazione dell'altro, a tutto ciò che nega quegli stessi princìpi umanitari. Dunque l'astrazione, che nasce proprio sulle basi di una separazione tra dimensione interiore e vita esteriore, credo sia oggi il pericolo maggiore.

STUDENTESSA: Oggi la vera fraternità potrebbe essere dimostrata attraverso la solidarietà, attraverso la pace?

VENEZIANI: Innanzi tutto dobbiamo dire che l’idea di fraternità, di fratellanza, col passare del tempo si è meglio coniugata con l'idea di solidarietà. Sin da quando fu proclamata nel 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, la fraternità, appena diventò motto insieme alla libertà e all'uguaglianza, fu subito messa da parte. Persino Karl Marx, nel 1850, che pure era un teorico della solidarietà militante, diceva che la parola fratellanza dava un'immagine quasi idilliaca della società tanto da offuscare la necessità di quel momento: il conflitto sociale. Indebolendosi col tempo, la parola fratellanza ha lasciato il posto alla parola solidarietà che venne intesa non solo come apertura agli altri, ma anche come chiusura al nemico. Da qui il conflitto di classe, la guerra, lo scontro. Attualmente, invece, noi viviamo questa idea della solidarietà come legame universale, come apertura universale che spesso porta a non riconoscere la concretezza dei legami sociali, che non sono legami universali poiché nascono attraverso la nostra vita e il rapporto di questa con il mondo esterno. Sono i legami con la nostra famiglia, con la nostra città, con i nostri compagni di scuola, con la nostra Patria, con la nostra lingua. Probabilmente l'idea di solidarietà come l'abbiamo pensata finora ha un che di astratto e di utopistico, mentre l'idea di comunità può dimostrarsi la base per una solidarietà concreta. Cioè cominciamo ad amare coloro che ci sono vicini, poi allontanandocene per cerchi concentrici, via via abbracciamo mondi sempre più vasti. Questa credo sia l'unica strada per poter concretizzare la solidarietà, altrimenti rimarremmo in questo codice di pacifismo universale che ci porta fuori dalla realtà, poiché il pacifismo non è il rimedio e il toccasana del mondo; mai nessun pacifismo ha sconfitto la guerra o la crudeltà. È necessario dunque uscire da questa dimensione nobile, ma astratta della solidarietà, per entrare in una dimensione più realistica dove il legame comunitario sta alla base di una vera solidarietà, perché bisogna armarsi per combattere la crudeltà.

STUDENTE: Potrebbe approfondire il concetto della dimensione di una realtà comunitaria?

VENEZIANI: L'idea di comunità è un'idea che sta rinascendo nel nostro tempo ed è una felice contraddizione con l'epoca della globalizzazione. Cioè tanto più ci sentiamo figli e cittadini del mondo, tanto più avvertiamo in altri campi il bisogno di legarci a dei contesti comunitari. In sostanza il nostro tempo è caratterizzato da due culture, riferendomi naturalmente all'Occidente e non a tutto il mondo. La prima è quella dell’emancipazione, secondo cui è importante che l'individuo si liberi dai legami comunitari elevando la propria individualità, la seconda abbraccia, invece, il cosmopolitismo, cioè la convinzione che siamo tutti cittadini del mondo e che non esistono legami sociali e comunitari privilegiati rispetto al nostro essere cittadini del mondo. 
Negli ultimi tempi, sta emergendo un terzo tipo di cultura che è il risultato dell’unione delle prime due, perché esalta la “comunità” nel rispetto delle proprie origini, della propria famiglia. Oggi gli uomini, se da una parte soffrono di una solitudine di massa, dall'altra avvertono sempre più il bisogno di collegarsi a delle realtà sociali, comunitarie. Pensiamo alle metropoli che Eugenio Montale diceva “…abitate da milioni di eremiti"; lì si vive a fianco, ma totalmente indipendenti, depressi, solitari. Ecco che allora la dimensione comunitaria vuole recuperare il senso del "noi", quindi l'appartenenza a un comune destino, nel rispetto degli altri, anche se appartenenti ad altre comunità. Questo è il passaggio da una cultura cosmopolitica, come quella in cui viviamo, a una cultura comunitaria, ma non tribale, perché la tribù è un insieme chiuso, mentre la comunità è un insieme aperto.

STUDENTE : Riferendomi al pensiero di Schopenhauer, non pensa che l'unico modo per sentirci fratelli è compatire gli altri?

VENEZIANI: Sicuramente la compassione è alla base della civiltà, perché essa rappresenta la capacità di mettersi nei panni degli altri e di patire con gli altri; da non confondere però col patimento, ovvero partecipazione soltanto retorica ai dolori degli altri. Ecco bisognerebbe distinguere tra la compassione e il compatimento. La compassione è una partecipazione attiva, solidale al destino degli altri, mentre il compatimento viceversa è un modo di commiserare gli altri, di considerarli comunque sempre altro da noi, cioè degli svantaggiati che hanno avuto la sfortuna di vivere in un'altra dimensione. 
Arthur Schopenhauer non provava una particolare sensibilità verso gli altri. Anzi era amareggiato da un'esistenza separata dal resto del mondo, perché considerava il mondo stesso un’illusione e questa sua convinzione lo costringeva a vivere una dimensione apolitica, asociale. Dunque l’idea di compassione che animava la sua teoria non era una costante, sia nella sua etica che nel un suo comportamento reale. Bisogna vedere se la compassione è un modo orientale di entrare in una dimensione di partecipazione alla vita degli altri, ma solo in senso metafisico, per cui la compassione è semplicemente un considerarsi tutti fugaci e mortali, figli di un'esistenza illusoria destinata a ripetersi attraverso la reincarnazione o se, viceversa, diventa operosa, diventa storica. Ecco, l'Occidente cristiano ci ha insegnato la compassione operosa. 

STUDENTESSA: Lei crede che la fraternità sia un ideale fondamentalmente laico o cattolico?

VENEZIANI: È un ideale che è stato alimentato sicuramente da una valore religioso. A differenza degli altri due valori principali della Rivoluzione Francese, la fratellanza ha indubbiamente un richiamo di natura religiosa. Quando si parla di fratellanza possiamo riferirci al legame di sangue che così prescinde da una dimensione religiosa o anche ad una dimensione di solidarietà in cui non necessariamente entra in campo la religione. Tuttavia insisto sull’importanza del nesso con la religione, perché "religione", nel suo significato etimologico, vuol dire proprio "legame", capacità di legarsi agli altri e legarsi al mondo attraverso una visione del mondo stesso. Come vediamo il legame più forte nasce a partire da un’importanza religiosa anche se può svilupparsi in ambiti che non sono religiosi. La storia degli ultimi duecento anni dimostra come siano nate delle fratellanze su base operaia, su base patriottica o su base massonica per esempio, che sono tipi di fratellanza che nulla hanno a che vedere con uno spirito religioso nel senso tradizionale. Persino i saluti fraterni che si scambiavano i movimenti operai, i compagni di lotta, erano animati da questo desiderio di afflato religioso, di partecipazione ad una battaglia che comunque era animata da una forma di redenzione in terra. Ecco che la fratellanza, in passato, si è manifestata come un processo di trasferimento di alcuni princìpi religiosi nella dimensione storica, nella dimensione politica. Essa può essere interpretata, è vero, anche come un’entità laica, ma la sua caratteristica di conservare il limite della ragione, il limite necessario dell'egoismo personale, la rende più debole di fronte alla fratellanza religiosa che è invece rivolta all'apertura totale. Sono gli stessi filosofi a riconoscere maggiore forza alla valenza religiosa come motore della fratellanza.

STUDENTE: A costo di andare contro corrente, vorrei sapere perché si ritiene che l'idea di fraternità sia necessaria. Cioè l'egoismo non è lo stato naturale dell'uomo?

VENEZIANI: Noi sappiamo che c'è una larga scuola liberale secondo cui gli egoismi intrecciati producono il progresso, perché l'impulso a stare meglio, che è un impulso egoistico e personale, è un impulso che necessariamente produce anche cambiamenti necessari e in buona parte utili. Quando Kant parlava della "insocievole socievolezza", sosteneva che proprio il nostro antagonismo rispetto agli altri, la concorrenza e quindi l'egoismo, possono diventare un cemento per la crescita sociale. Anche se ciò in parte è vero, io credo che si debba distinguere i valori di mercato da altri che invece sono valori etici, fondativi di una società. Noi abbiamo bisogno degli uni e degli altri. I primi riguardano la sfera dei mezzi necessari alla nostra esistenza per crescere tecnicamente, tecnologicamente e avere così una società più evoluta. Qui il naturale impulso all'egoismo è un fatto salutare perché serve a far crescere la società; la spinta a voler far meglio per fare carriera, a voler imporre la propria personalità, genera ricchezza e benessere perché si produce di più e meglio. La seconda categoria di valori, invece, ci induce a riflettere circa le ragioni per le quali viviamo, la capacità di rapportarsi alla morte, al dolore, alla solitudine, dove l'egoismo non basta poiché la nostra naturale propensione a tutelare i nostri interessi non riesce a dirci della nostra condizione umana, non riesce a darci delle indicazioni finali. Ci scopriamo deboli rispetto alle ragioni fondanti della nostra vita e lì allora cominciamo a porci domande che riguardano il nostro essere, il nostro appartenere a una comune tradizione, a una comune trasmissione di valori, a una eredità di princìpi. Io non credo che la fratellanza sia il valore supremo rispetto al quale il mondo si deve inchinare, poiché esistono valori che superano la stessa fratellanza. Per chi crede in Dio ci sono valori di natura metafisica, c'è l'idea della Resurrezione, c'è il princìpio della nostra vita che continua. Io penso che il valore della fratellanza sia uno dei valori della società. La capacità di una società è anche quello di far tesoro del proprio passato, delle proprie origini e di sapere in questo modo fecondare l'avvenire, mentre le società legate solo dalla fratellanza sono realtà che vivono soltanto nell’immediato e che quindi bruciano tutto nel rapporto estemporaneo tra contemporanei. Un civiltà che sa di avere un futuro, invece, trasmette valori, pratiche, contenuti, culture, cioè trasmette tradizione, ma non come reliquiario di cose morte, bensì come capacità di trasferire valori vivi attraverso una rielaborazione incessante di generazione in generazione. Quindi il valore della fratellanza è si un valore importante, ma secondario rispetto a questa dimensione di apertura all'altro, dove esiste il rapporto con la tradizione, col senso religioso, col senso della comunità e col senso della famiglia.

Puntata registrata il 4 dicembre 2001

Biografia di Marcello Veneziani

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