Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
www.filosofia.rai.it
Search RAI Educational
La Città del Pensiero
Le puntate de Il Grillo
Tommaso:
il piacere di ragionare
Il Cammino della Filosofia
Aforismi
Tv tematica
Trasmissioni radiofoniche
Articoli a stampa
Lo Stato di Salute
della Ragione nel Mondo
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
Le biografie
I brani antologici
EMSF scuola
Mappa
© Copyright
Rai Educational
 

Il Grillo (2/1/2002)

Bernardo Secchi

Pensare la città

Documenti correlati

2 gennaio 2002

Puntata realizzata con gli studenti del liceo scientifico "Giordano Bruno" di Torino

STUDENTE: Ringraziamo il professore Bernardo Secchi di essere qui con noi quest'oggi; prima di iniziare la discussione, visioniamo la scheda filmata.

La città rappresenta un frammento della millenaria storia del rapporto tra uomo e territorio. Essa rende testimonianza del modo in cui una società progetta e organizza il proprio modo di vivere. Da cosa è fatta una città? Da strade, piazze, ponti, negozi abitazioni, uffici. Questi elementi, considerati astrattamente, non dispiegano pienamente la costante metamorfosi delle metropoli di oggi, caratterizzate dalla continua sovrapposizione di linguaggi architettonici diversi, dalla molteplicità delle forme spaziali, delle tecniche produttive e delle funzioni. La realtà delle città contemporanee viene forse rappresentata meglio dall'immagine di un agglomerato stratificato e caotico, specchio della frammentazione e della dispersione, a cui le odierne forme d'insediamento urbano sembrano essere condannate. L'urbanistica del nuovo millennio è chiamata ad affrontare problematiche antiche e nuove. Quali sono i criteri oggi in base ai quali un urbanista elabora una progettazione compatibile con l'evoluzione delle società occidentali? Come, ad esempio, egli mantiene l'equilibrio tra osservazione e innovazione, mobilità e ordine, ambiente e funzionalità? Quali soluzioni, in generale, egli offre per governare e conciliare le diverse istanze, che alimentano la vita delle città moderne? In che cosa risiede oggi la bellezza di una città?

STUDENTE: Le città nel corso dei secoli sono cambiate radicalmente, ne abbiamo un esempio quotidianamente sotto i nostri occhi. Che cos'è che caratterizza le metropoli e le città di oggi giorno?

SECCHI: Prima di tutto l'estensione. Si disperdono su territori molto vasti. Ma però, oltre questo, ciò che connota  le principali metropoli  odierne è una grande mescolanza di attività, di popolazioni, di culture, di piani di vita profondamente differenti. 
Questa mescolanza rappresenta allo stesso tempo un problema e una risorsa: un problema perché noi tutti giudichiamo alcune cose compatibili con noi stessi  ed altre incompatibili. È un punto ineliminabile probabilmente della nostra natura, della nostra attività, quello di pensare che ci siano alcune cose che vanno d'accordo con noi e altre che non vanno d'accordo, senza ricorrere agli esempi più antipatici del tipo che  la persona di un'altra cultura o di un'altra provenienza etnica è incompatibile con me. Anche senza ricorrere a questo. La sensibilità contemporanea nei confronti di questi temi è molto aumentata. Quando io avevo la Vostra età, il rumore non veniva quasi percepito nelle città. Oggi quasi tutti gli abitanti di una città - in qualsiasi parte del mondo sono diventati estremamente sensibili al rumore. E tante volte penso che vorrebbero delle città perfettamente silenziose, che d'altra parte sarebbero un po' angoscianti.
Allora, sono questi i problemi con cui abbiamo a che fare, ma sono  anche risorse: la mescolanza di persone, di culture, di attività, perché è mescolando le cose che si genera spesso l'innovazione. Nella storia  la città da sempre fin dall'antichità  è stata il luogo dell'innovazione, proprio per questo suo carattere, di essere il luogo tipico della mescolanza, del cosmopolitisimo.

STUDENTESSA: Oggi si chiede di rendere le città sempre più vivibili e armoniose. Secondo Lei, che cosa determina l'armonia di una città?

SECCHI:  Io partirei dal livello minimo. La città è uno spazio del quale facciamo esperienza col nostro corpo. E quindi partirei da questo livello della quotidianità delle nostre pratiche dentro la città, col nostro corpo. L'umido, il secco, l'ombra, il sole, il freddo, il caldo,  il posto dove si scivola, il posto dove si fa fatica per salire su un  gradino, eccetera. Se si parte da questo livello minimo,  credo che ci sia molto da  fare nelle nostre città, soprattutto nelle nostre città italiane, devo dire. Io vorrei che da oggi, da questo momento, quando  uscite per andare a casa o dove volete, Voi camminaste con gli occhi bassi  per vedere come sono fatte queste cose: com'è fatto il marciapiede,  la strada, il passaggio pedonale, il giardino, e via di seguito. Allora questo, secondo me, è un punto rilevante. Certo non è molto eroico. Seconda cosa che direi è che la città deve offrire delle  prestazioni che devono svolgersi in modo corretto e semplice. Io devo poter vivere in un'abitazione che prenda il sole, che sia areata, quindi che sia a una certa distanza, che abbia davanti dello spazio libero. Devo poter andare in un parco, in un giardino, in modo facile, senza dover fare un viaggio, quindi deve essere vicino, quindi ci devono essere queste cose. Devo poter camminare in una strada, su un marciapiede che sia sufficientemente largo, perché se incontro un altro non mi debba mettere da parte, possa camminare di fianco alla persona con cui sto parlando. Quindi ci sono una serie di  rapporti spaziali tra le cose, tra gli edifici, tra i vari materiali che compongono la città, che appartengono proprio al sapere dell'urbanista  e che sono un punto anche, se vuoi, tecnico, che va studiato molto attentamente. Ultima cosa  ha a che fare con l'estetica della città. La città non è solamente un posto dove lavoriamo, ci guadagniamo la vita e facciamo cose che  appartengono al nostro ciclo di vita, è anche un posto dove noi riceviamo delle suggestioni, riceviamo delle immagini, che ci portano a pensare, ci portano a immaginare delle possibilità diverse. E quindi questo elemento, questo aspetto, questa dimensione dell'estetica della città non deve essere trascurata. Naturalmente parlare dell'estetica della città è molto difficile, per un motivo molto semplice: che noi abbiamo tutti in mente immagini molto belle: il centro di Torino, per esempio, però dobbiamo anche convincerci che queste immagini sono state prodotte da una cultura differente dalla nostra e da una società differente dalla nostra. E quindi, pur considerandole belle, pur considerandole tali da dover essere conservate e salvaguardate, noi dobbiamo riuscire ad elaborare spazi altrettanto belli, ma che siano il prodotto della nostra cultura, della nostra civiltà, delle nostre tecniche, dei nostri modi di praticare la città. E su questo, devo dire, le idee sono molto disparate e spesso gli stessi architetti, gli stessi urbanisti, non sono molto d'accordo tra di loro.

STUDENTE: Abbiamo visto, anche nel filmato, come le città siano per così dire dei pozzi di storia, con tanti elementi antichi. Come è possibile conciliare il nuovo ed il vecchio, un problema che sembra particolarmente sentito in Italia?

SECCHI: Io di questo sono sicuro, che sia possibile conciliare il nuovo ed il vecchio. Quello che a me sembra è che bisogna guardare queste cose con uno spirito molto laico,  bisogna rendersi conto, in modo approfondito, del perché la città antica era fatta in quel modo e del perché la città contemporanea è fatta in un modo diverso e capire che ci sono differenze fondamentali. 
Adesso Vi dico una cosa, in modo che ci capiamo, che non possono essere eluse e che sono delle sfide per noi architetti urbanisti e per la nostra cultura in generale. Allora proviamo a ragionare un momento sulla città antica, la città medioevale, ma anche la città dal Rinascimento fino alla fine del XVIII secolo. Questa città è stata costruita in una situazione di profondo deficit tecnologico. Cioè le tecniche delle quali si poteva disporre per costruire gli edifici e la città non erano sufficienti a far tutto quello che si voleva.  Coprire un tetto con travi più lunghe di cinque o sei metri diventava molto costoso. Bisognava importarle da molto lontano, da boschi lontani. E questo Vi spiega perché solamente  nei palazzi reali,  molto ricchi o nelle chiese, dove la collettività o i singoli signori avevano la possibilità di disporre di grandi risorse - troviamo spazi con luci di questa dimensione. Sollevare qualsiasi materiale da costruzione - pietre, mattoni  - di qualche metro, era molto costoso. Non c'erano le gru, gli argani, era l'uomo che tirava. E anche questo spiega perché gli edifici non raggiungevano altezze eccessive. Trasportare del materiale  da lunga distanza, era molto costoso. Non c'erano i tir. E questo spiega perché la città veniva costruita con materiali prevalentemente locali. A partire da  questo deficit tecnologico faceva sì che inevitabilmente si stesse entro determinate regole, e che quindi la città diventasse un qualche cosa molto omogeneo, pur nella differenza  dell'architettura di ogni singolo edificio, però le città antiche, soprattutto la città dal Rinascimento fino al XVIII° secolo, ci dà quest'idea di grande omogeneità, di grande compostezza, di grande rigore. A partire dalla fine del XIX° secolo noi invece viviamo in una situazione di surplus tecnologico, cioè le tecniche delle quali disponiamo sono più che sufficienti a far quello che che vogliamo. Vogliamo coprire una luce di cinquanta metri? Si può. Vogliamo fare il ponte sullo Stretto di Messina? Si può. Vogliamo fare il tunnel nella Manica? Si può. E ogni architetto, ogni urbanista ha di fianco un ingegnere che gli dice: "Vai, vai, si può, si può, non c'è problema". E naturalmente questo  è un  fatto interessante,  positivo, non  negativo. Però in questa possibilità c'è anche una grande libertà. E quindi sono emerse anche idee diverse. Se noi guardiamo la città neoclassica, la città barocca,  noi troviamo che c'è un'idea fondamentale, che presiede alla costruzione  di tutta la città. Se noi guardiamo invece la città contemporanea, noi vediamo un ribollire di idee diverse. No? Ognuno mette la propria idea, per il bene e per il male con buone architetture, con cattive architetture, con buoni spazi, eccetera. E questo è un po' il problema che noi abbiamo. Allora sarebbe sbagliato pensare di trattare la città antica come trattiamo la città contemporanea. Questo sarebbe un errore fondamentale, pensare di introdurre nella città antica  le tecniche contemporanee in modo spregiudicato e disinvolto, così come sarebbe sbagliato pensare che la città contemporanea debba essere costruita con le tecniche della città antica. E questo dà luogo a problemi di una certa complessità. Voi siete studenti di una scuola in fin dei conti tecnologica, con un indirizzo tecnologico, allora, se Vi dico quest'altra  cosa, forse ci riusciamo a capire meglio quali sono i problemi. Le tecniche tradizionali, quelle che si sono usate fino  all'inizio del XIX secolo sostanzialmente, facevano ricorso a dei materiali che avevano più o meno tutti gli stessi coefficienti di dilatazione termica. Freddo o caldo questi si dilatavano o si restringevano tutti nella stessa maniera. Se io introduco tecniche contemporanee, acciaio al titanio o cose di questo genere, metto a contatto materiali che hanno coefficienti di dilatazione differenti. E dopo di che succede che queste cose provocano delle tensioni, crepe, degrado. La signora Maria che viene e dice: "Ma come l'ho fatto nuovo, è già crepato". Ecco, questo  è un livello banale, se volete, però, se ci ragioniamo, capiamo che ci sono questioni che sono piuttosto rilevanti  da questo punto di vista.

STUDENTE: Molto spesso nelle periferie delle nostre città troviamo edifici c in cemento  nei quali le persone sono costrette a vivere come in degli alveari. Come mai per tutto il Novecento e ancora oggi, si continuano a costruire abitazioni così poco vivibili?

SECCHI:  Bisogna, bisogna sempre riferirsi alla cultura dell'epoca. Allora, soprattutto alla fine del XIX secolo,  ma anche nella prima parte del XX, la società veniva concepita come composta da alcuni grandi gruppi sociali. Alcuni li chiamavano classi, altri li chiamavano gruppi sociali.   Nella città industriale del XIX secolo si riteneva che le domande, che venivano espresse dalla classe operaia o dai  ceti medi fossero sostanzialmente omogenee.  Si pensava che la  tipica famiglia urbana, fosse una famiglia sempre composta da padre, madre, uno o due figli. Se c'era una zia era perché era la zitella, non si era sposata, insomma era un fatto eccezionale insomma, si basava questa immagine, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale per lo meno. E quindi si pensava di poter risolvere i problemi della città, come quelli della produzione, in modo, non dico standardizzato, ma in modo sostanzialmente omogeneo, perché le domande attraversavano la città. A partire dalla del XIX secolo, ma però la cosa è diventata evidente dopo l'ultima guerra, dopo gli anni Cinquanta. Ci si è resi conto che quel tipo di società stava tramontando. Ammesso che fosse così, perché probabilmente c'era più quello che gli inglesi chiamano: wishful thinking, un pensare che fosse così perché si voleva che fosse così.  A partire dalla fine del XIX secolo c'è questo grandissimo fenomeno in tutte le culture occidentali, che è l'emergere della soggettività, della irriducibile autonomia del soggetto. Io sono io, tu sei tu e non riusciremo mai a essere totalmente uguali.Questo  lo si vede proprio nei primi movimenti artistici alla svolta del secolo. La si vede in pittura: pensate a Kandinsky. La si vede nella musica: pensate a Schonberg. La si vede in letteratura, , nel balletto, una forma d'arte che spesso si considera minore, ma che invece è estremamente importante, con la fine del secondo conflitto mondiale questa cosa emerge. Diventa evidente che nella società, indipendentemente dalla posizione nella professione, indipendentemente dal livello di reddito, si deve dare spazio a diversi piani di vita e che ogni famiglia, ogni individuo, ogni gruppo sociale, deve essere libero di scegliere il proprio modo di vivere, e che quindi la città non può essere pensata in quel modo che Tu richiamavi, ma deve essere qualcosa di molto più articolato, che dia molte più alternative. E qui, ritornando alla domanda, io amo vivere nel centro antico, e vivo proprio dietro la Scala. Amo la musica.  Non è che vada  tutti i giorni a La Scala.  Ma un altro può avere intenzione di vivere, perché ha dei bambini piccoli per esempio, in una casetta con giardino, a contato col verde,  e un altro può anche voler vivere in una casa  con  più appartamenti, in quello che normalmente chiamiamo un condominio. Noi dobbiamo dare la possibilità a tantissime alternative. E questo naturalmente complica il problema del progetto della città, perché queste alternative non sono tutte chiare, non sono tutte evidenti, si muovono anche nel tempo. Questa è la critica che in realtà è stata fatta alla città moderna ed è una critica giusta, fondata.

STUDENTE: Come mai il centro è privilegiato anche culturalmente rispetto alla periferia, e per esempio perché teatri e  cinema si trovano in città.

SECCHI: Ma ci sono due ragioni fondamentali: uno è che il centro è la parte più antica della città normalmente e quindi queste cose hanno avuto il tempo di depositarsi in questa parte della città. L'altra è una questione geometrica. Se ci pensi il centro è il luogo più facilmente raggiungibile. Indipendentemente da questioni di traffico, di congestione del traffico, ma è il punto più vicino a tutti gli altri punti.  Oggi noi siamo abituati a pensare che il centro è un posto che si raggiunge difficilmente perché lo intasiamo con le nostre macchine, però per lunghi secoli il centro era il posto che si raggiungeva più facilmente. 

STUDENTESSA: Volevo chiederLe: che potere di intervento ha un urbanista e quanto può la progettazione urbana intervenire sulle cose presenti e su quelle future?

SECCHI: Ma dunque l'urbanista è un personaggio un po' strano, eh! È  un personaggio che lancia delle idee e costruisce dei progetti di città. Questi progetti hanno la possibilità di diventare realtà solamente se sono condivisi. L'urbanista non è qualcuno che possa andare e costruirsi la città come vuole lui. Deve in qualche modo avere un'amministrazione, che faccia proprio proprio il suo progetto e questa amministrazione deve in qualche modo avere il consenso della popolazione. E questo fa sì che l'urbanista sia un mestiere  particolare. Oggi un urbanista è una persona che cammina, cammina nella città, cerca di ascoltare le persone, organizza le riunioni con le persone per  cercare di capire la città, avanza delle proposte all'amministrazione, discute, spesso in modo conflittuale con l'amministrazione, non sempre in modo pacifico,  avanza delle proposte che vengono in parte accettate e in parte rigettate. Formalmente l'urbanista non ha alcun potere, è semplicemente un consigliere, se volete, però è il depositario di una tecnica, di una tecnica che non può esser trascurata, anzi troppo spesso viene trascurata. E le nostre  città sono fatte male anche per questo motivo tante volte. Però ha una grande capacità di convincimento. I migliori urbanisti hanno una grande capacità di convincimento, cioè riescono a convincere, insomma. 

STUDENTE: Spesso nelle città di oggi sono presenti edifici ultramoderni, che possono risultare disarmonici rispetto al contesto urbano in cui sono inseriti. A tal proposito qual è il rapporto tra architettura e urbanistica?

SECCHI: A mio modo di vedere, architettura e urbanistica sono la stessa cosa, anche se nelle università ovviamente non si può insegnare tutto nello stesso momento e quindi sono discipline diverse. Ma questo è semplicemente per una logica dell'insegnamento. L'urbanista prepara un progetto solitamente guardando l'intera città, l'architetto molto spesso guardando un solo edificio o un solo insieme di edifici, che però acquistano senso solamente se sono collocati sullo sfondo, nel contesto della città. Allora la domanda che Tu facevi: spesso ci sono edifici poco armonici, ecco, perché spesso questo rapporto tra architettura e città,  è stato trascurato e soprattutto nei tempi più vicini a noi, l'architettura è stata molto influenzata dai vari movimenti artistici.  Il minimalismo, l'arte concettuale, l'arte povera è diventata una sorta di pratica artistica autoreferenziale.  Autoreferenziale vuol dire che parla di se stessa. L'architettura parla d'architettura, la musica parla di musica. In altri tempi l'architettura era - e l'urbanistica - erano più estroverse, cercavano di parlare alla società, cercavano, attraverso l'architettura, di dire qualche cosa alla società. E questo è un punto molto delicato, devo dire, che riguarda un po' i movimenti culturali degli ultimi cinquant'anni, che ha portato a situazioni spesso problematiche, che Vi invito a guardare ancora una volta con occhi laici, non scandalizzandosi mai, cercando di capire come mai. Ci sono, ovviamente  brutte architetture e ci sono belle architetture,  però non scandalizzarsi mai  per il tentativo di uscire da vecchi schemi o di innovare anche negli aspetti figurativi.

STUDENTESSA: Quali sono, secondo Lei, i criteri e i parametri da adottare per una corretta progettazione?

SECCHI:  Oggi direi che c'è un tema fondamentale per le nostra città, e che è il tema ambientale. Un grande filosofo tedesco, che che è morto  da pochi anni, che si chiamava Niklas Luhman diceva  che la sensibilità nei confronti dell'ambiente è aumentata moltissimo,  soprattutto nelle Vostre generazioni. La mia generazione era molto meno sensibile. Le ragioni vanno cercate in diverse direzioni. Lui parlava di  "paura". Abbiamo, paura che la natura si vendichi, come spesso avviene quando ci sono alluvioni,  abbiamo paura che quello che abbiamo fatto in passato sia stato mal fatto e quindi. Sappiamo molto di più oggi dei fenomeni naturali di quanto non sapessimo solamente vent'anni fa. Luhman  dice che occorre una nuova etica ambientale, un atteggiamento di maggior rispetto nei confronti della natura considerarla  non qualcosa di opposto all'umanità, in continuità , come in molte culture. Ecco questo è il tema principale per il disegno della città? Perché fino a un po' di anni fa gli studiosi di Scienze Ambientali ci dicevano: "Guardate, il tema fondamentale per la natura è salvaguardare ed aumentare la biodiversità",  il numero di specie animali e vegetali. E per far questo bisogna mettere in comunicazione tra di loro vari spazi verdi e naturali, costruendo proprio dei veri e propri corridoi,  perché così c'è una sorta di migrazione.  Quando ci sono più specie la natura diventa più robusta. A me piace quest'immagine. Quando ci sono più tipi di popolazione, quando ci sono più soggetti, anche la società è più robusta. E questo è uno strumento formidabile per disegnare la città. Prendo i grandi spazi verdi, cerco di connetterli tra di loro, approfittando dei giardini che esistono e comincio a disegnare la città. Così come l'ingegnere dell'Ottocento disegnava la città con le strade, io la disegno con gli spazi, con gli spazi verdi. Oggi le cose sono un po' più complicate. Gli studiosi di Scienze Naturali ci dicono: "Attenzione, anche la siepe può essere un piccolo corridoio per la formica o per non so quale altro insetto. E quindi lavoriamo con un dettaglio maggiore". Però direi che oggi la progettazione della città deve cominciare di lì, perché per troppo tempo noi abbiamo dimenticato questa dimensione e quindi dobbiamo reintrodurla nel disegno della nostra città.

STUDENTESSA: Io volevo chiederLe: gli strumenti urbanistici, come ad esempio i Piani Regolatori, quanto sono influenzati dalle direttive politiche? Che rapporto c'è tra progettazione urbana e politica?

SECCHI: Dunque, bisogna pensare a un rapporto corretto e a un rapporto scorretto.  Pensiamo al rapporto corretto: il vero interprete della collettività, della società è ovviamente l'amministrazione, che è stata eletta come rappresentanza della società. E quindi quando un urbanista inizia il proprio lavoro è giusto che ascolti l'amministratore. Tra l'altro è molto interessante, perché tu arrivi in una città: allora, normalmente è il sindaco che ti dà l'incarico di fare il Piano Regolatore, e il Sindaco  dice: "Beh, secondo me i problemi di questa città sono questo, questo e questo". Poi vai a sentire anche il capo dell'opposizione, il quale ti fa un altro racconto della città, e poi vai a sentire l'Unione Commercianti, l'Unione Industriali, il sindacato, il Comitato di quartiere, e ognuno di questi racconta una storia, in parte diversa. Questo non  deve stupire. Quando io avevo la Tua età c'è stato un grandissimo film giapponese, che forse vedete nelle cineteche, che si chiamava Rashomon, che raccontava appunto come uno stesso delitto, visto da tre persone diverse veniva raccontato diversamente. No? Questo è  un tema ineludibile ancora una volta, non possiamo eliminare questa. Allora tu devi cercare di costruire  una Tua interpretazione partendo da questi vari racconti, non cercando di capire cosa c'è di vero o di falso, perché le cose non sono  così semplici, ma cercando di capire qual'è l'interpretazione più interessante,  più fertile, che Ti fa procedere. Questo è il rapporto con la politica,  e naturalmente discutendo continuamente. Durante la costruzione di un Piano Regolatore vai in Consiglio Comunale una diecina di volte a parlare, a discutere con loro. Questo è un rapporto corretto. Poi ci sono anche i rapporti scorretti. E qui dipende dalla deontologia professionale. Il sindaco, che prende in mano la matita,  che magari fa un altro mestiere, e dice:" No, io qui voglio così". Lì devi avere il coraggio, se sei  un corretto professionista, di dire: "Scusi sindaco, se vuol disegnarselo lei, se lo disegna lei o lo disegno io".  È per quello che io dico che l'urbanista deve essere una persona sufficientemente anziana per avere un po' di esperienza di questo tipo di cose, e relativamente povera, perché così non ha problemi ad andarsene, non ha problemi di reddito. Quando si guadagna troppo che hai un problema. Quando guadagni poco non c'è nessun problema. 

STUDENTE:  Noi cittadini come possiamo salvaguardarci da questi interventi scorretti? Quali sono gli strumenti per salvaguardare ciò che vorremmo e non ciò che persone scorrette cercano di imporci?

SECCHI:  Con una richiesta di sempre maggior trasparenza. Io ho lavorato molto in Italia, e anche in altri paesi europei. Per carità, il mondo è, più o meno, tutto della stessa natura, però ci sono differenze. In altri paesi ogni progetto, ogni proposta deve essere esposta al pubblico. Ci sono luoghi dove questo avviene in modo formale ed ufficiale prima di essere valutato dall'amministrazione, non dopo. E il cittadino deve sapere di che cosa si tratta, prima che l'amministrazione decida. E non solo. Chi propone deve dare delle motivazioni, le deve motivare correttamente le cose e deve essere disponibile anche al contraddittorio. Io per esempio devo dire che c'è una differenza fondamentale nel lavorare in paesi del Nord-Europa, per esempio, e lavorare in Italia. Il funzionario che discute con te il tuo progetto è una persona estremamente preparata nei paesi del Nord-Europa, che ti chiede di giustificare ogni dettaglio. Recentemente io ho progettato un cimitero, molto bello - diventato già monumento nazionale - e il funzionario che era addetto all'approvazione di  questo cimitero, mi chiedeva di dirgli come faceva a passare con la macchina il tagliaerba tra le tombe. "No guarda la mia macchina è larga sessantotto centimetri", fino al dettaglio più scrupoloso. Capisci? E questo è quello che ti impedisce di fare trucchi.  E naturalmente è quello che deve essere a conoscenza del cittadino. Allora io credo che non esista altro sistema che quello di chiedere un'assoluta trasparenza, una giustificazione degli interventi seriamente motivata. Se fosse così molte cose non succederebbero.

STUDENTE: Vorrei sapere come sono cambiati nel corso dei secoli i modelli di città che hanno ispirato la progettazione urbana.

SECCHI: Sono cambiati molto, per tante ragioni.  Per un lunghissimo periodo diciamo per tutta l'epoca medioevale, la città era qualche cosa di assolutamente separato dalla campagna, molto compatto, difeso da mura spesse. E questo stabiliva non solo il carattere della città all'interno delle mura, ma anche i suoi rapporti con il territorio. Se Tu vai a Siena, c'è questo famoso affresco - io ho lavorato per tre anni alla realizzazione del piano di Siena - di Ambrogio Lorenzetti, dove si mostra appunto la vita gioiosa all'interno della città, e sulle mura c'è un angelo che tiene una forca in mano e minaccia i contadini, se non portano le derrate in città. Questi erano, per intenderci, i rapporti. Lo spazio della città, lo spazio urbano, lo spazio pubblico della città, era uno spazio interno, dove si svolgevano diverse funzioni, dalla processione, al passeggio, al carnevale,  che entrava sotto gli edifici, nei portici, entrava nella cattedrale, ed era uno spazio poco specializzato, cioè nella piazza medioevale, nel corso medioevale si facevano tante cose. Immediatamente dopo il Rinascimento comincia invece una storia diversa, quella che un grande urbanista italiano, che si chiama Leonardo Benevolo, ha chiamato: "La conquista dell'infinito" . Voi siete a un Liceo Scientifico, sapete tutti  dello scandalo di Galileo  che scopre questa dimensione dell'infinito, poi Leibniz, l'analisi matematica, l'analisi infinitesimale. Sapete tutto di queste cose qui. Ma insomma l'idea dell'infinito è un'idea che affascina la cultura occidentale. E la troviamo, e la troviamo nella città. Lo spazio della città si dilata.  Ci sono delle carte di alcuni topografi francesi, che si chiamavano Cassini, che è una famiglia,  che danno proprio l'immagine di questa conquista dell'infinito. Lo spazio  man mano si specializza: la strada è strada, la piazza è piazza e si fanno cose differenti. Lo spazio della città contemporanea è uno spazio molto confuso, se vogliamo, che non ha questa chiarezza, è uno spazio che è stato quasi completamente tecnicizzato, che viene disegnato dai servizi delle strade delle fognature, e che è poco conviviale. La città si è dispersa, si è dilatata in modo enorme,  si è frammentata. È fatta di frammenti, non è più una città continua. E quindi abbiamo questo spazio che è  un po' il residuo di quello che è rimasto dopo che si è edificato. Queste sono tre grandi immagini, naturalmente. In mezzo ci sono state immagini anche più articolate. 

STUDENTE: Come saranno le città del futuro?

SECCHI: Fare previsioni è impossibile. Possiamo costruire degli scenari  dire: cosa succederebbe se. ? Allora, se fosse vero, e se si dimostrasse quello che io prima dicevo sull'onda di Niklas Luhman, che sta aumentando fortemente una consapevolezza dei temi ambientali, le città del futuro saranno città molto più distese nel territorio, molto più disperse, se vogliamo, però con molto più verde, con un verde che non sarà di tipo residuale,  ma sarà un verde disegnato. E probabilmente gli spazi verdi organizzeranno lo spazio urbano, così come le strade hanno organizzato lo spazio nella città  precedente. Probabilmente la città futura sarà fatta di tanti frammenti, ciascuno rappresentando una possibilità, un'alternativa, un modo di vita possibile, quindi diversi tra di loro, ma ciascuno avendo un proprio senso. E il cittadino potrà scegliere forse tra queste varie possibilità. Probabilmente la città futura sarà una città in cui le grandi attrezzature non saranno, come lui mi faceva notare, tutte in centro. Saranno diverse dalle attrezzature di un tempo. Già oggi, se noi ci pensiamo, il grande centro commerciale non è solamente un posto  dove si va a far la spesa e a comprare, ma è un posto dove ci sono cinema, ci sono ristoranti,  ma questo succede anche nei nostri centri commerciali -, dove la gente va anche per trovarsi. Sono posti di convivialità. Forse ci saranno una serie di centralità che non saranno - scusate il gioco di parole - che non saranno in centro, ma saranno fuori. Probabilmente la città del futuro sarà una città che ricorrerà di più a mezzi di trasporto collettivi. Perché le tecniche stanno  modificandosi e stanno diventando molto più leggere. Probabilmente ci sarà un ritorno a quella vecchia cosa, che noi chiamiamo il tram, però in una nuova versione - questo sta succedendo in moltissime città europee. Ci convinceremo che non è necessario sparare sulle automobili  è invece necessario usarla  con un minimo di intelligenza. Se devo andare a prendermi il pacchetto di sigarette - a parte il fatto non ci vado perché non fumo e vorrei che Voi non fumaste - ma se vado a prendere il pacchetto di sigarette, non prendo l'automobile. Forse è meglio che vada a piedi, in bicicletta. Quindi ci sono anche più varietà nei mezzi di trasporto. E probabilmente la città del futuro sarà anche più bella, perché l'ultima cosa che Vi voglio dire -, attenzione, che quando - noi oggi consideriamo Piazza del Campo a Siena una bellissima piazza -, nel momento in cui è stata costruita i cittadini senesi erano furiosi, perché la consideravano brutta. Ed effettivamente non era così. È poco per volta che  lavorando e rilavorando, la si è resa quella che noi oggi la vediamo. E se noi andiamo in giro nelle città storiche  ci accorgiamo che la città antica è un' "incrostazione", lo diceva anche il film che abbiamo visto, è un un' "incrostazione" di tantissime generazioni, ciascuna delle quali ha scritto su questa città aggiungendo un pezzo, togliendone un altro come in un palinsesto. E probabilmente anche la città futura sarà così, farà questo stesso lavoro sulle nostre periferie. Probabilmente alcuni di Voi diventeranno urbanisti, alcuni  architetti di sicuro e alcuni magari diventeranno urbanisti. Io ve lo auguro.

Puntata registrata il 4 aprile 2001

Biografia di Bernardo Secchi

Trasmissioni sul tema Arte applicata

Partecipa al forum "I contemporanei"

Tutti i diritti riservati