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Il Grillo (25/12/2001)

Maurizio Braucci

Le avventure di Huckleberry Finn

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25 dicembre 2001

Puntata registrata con gli studenti del Liceo Scientifico"Giordano Bruno" di Torino

STUDENTE: Ringraziamo lo scrittore Maurizio Braucci per essere qui con noi e, prima di iniziare il nostro dibattito, guardiamo una scheda introduttiva.

Fin dalla prima apparizione di Huckleberry Finn nel romanzo: Le avventure di Tom Sawyer scritto da Mark Twain nel 1876, ci rendiamo conto di aver davanti un personaggio non comune. Diversamente da Tom, che è un ragazzo terribile, ma pur sempre di buona famiglia, Huckleberry Finn appare da subito un ragazzo fuori dalla civiltà, un antieroe libero e selvaggio. Sei anni dopo Twain dedicherà al giovane picaro un intero romanzo dal titolo: Le avventure di Huckleberry Finn. Il libro comincia con una fuga dalla civiltà. Tom e Huck infatti, alla fine di Tom Sawyer, avevano scoperto un tesoro ed erano divenuti miliardari. Huck sembrava essersi convertito alla civiltà, ma all'inizio del nuovo romanzo lascia gli agi e gli obblighi senza alcun rimpianto. Rintracciato dal padre ubriacone, scappa per il Mississipi su una zattera in compagnia di uno schiavo negro in fuga, Jim. Da quella zattera Huck e Jim vivranno avventure appassionanti, ma anche violente, a contatto con una umanità selvaggia e truffaldina e vedranno più volte la morte e la paura. E se alla fine delle avventure Tom rientra pur sempre nel consorzio civile, Huck sembra destinato a rimanere un simbolo di libertà pura, al di là del bene e del male. Twain nel creare Tom Sawyer e Huckleberry Finn raccontò anche un'infanzia lirica e mitica dell'America. E certo Huck è un simbolo dell'America, ma rappresenta anche, come grande mito letterario, il suo lato oscuro e il suo rifiuto.

STUDENTE: Quando ha letto per la prima volta Huckleberry Finn? E soprattutto come mai ha scelto questo libro come argomento di dibattito?

BRAUCCI: Io ho letto Huckleberry Finn da grande. Ho scelto questo innanzi tutto perché è un bel libro, avvincente, è un libro che fa piacere leggere e poi perché è anche un po’ misterioso. È un libro sulla vita, sull'esistenza umana, sulla società, sulla storia, sulla modernità. L'ho scelto anche perché vorrei strappare un po' Huckleberry Finn alla tirannide di Tom Sawyer, che invece è il libro che gli fa ombra. Leggendo Huck Finn, invece, si impara quasi a sminuire il valore di Tom Sawyer e ad apprezzare molto di più quello di Huckleberry Finn. Oltre tutto è un testo che ha la caratteristica di essere un insieme di generi, dall'avventura all'orrore, alla saggistica quasi e nello stesso tempo sta a metà tra due mondi, cioè tra il mondo infantile dell'innocenza e il mondo adulto della considerazione, della saggezza. Quindi un libro sia per grandi, sia per piccoli.

STUDENTE: Huckleberry Fin oggi potrebbe esistere o no? E, se sì, come se lo immagina Lei?

BRAUCCI: Huckleberry Finn oggi, secondo me, dovrebbe proprio esistere. Anche Mark Twain, in una lettera, scrive che verrà alla ribalta Huck Finn ogni volta che i benpensanti cercheranno di ostacolarlo. Invece "lui rimetterà di nuovo il panico nei giardini d'infanzia", dice. La sua esistenza è necessaria perché egli è il personaggio della scelta, è colui che cerca il valore e il senso per sé, nelle sue azioni, nella sua esperienza. Finn rappresenta la negazione di tutti i luoghi comuni, del conservatorismo, delle regole oppressive di una collettività, di una comunità, perché lui è il tentativo di pensare con la propria testa. È un personaggio che, a rischio della propria pelle, cerca nella storia, nei fatti, nella quotidianità un modo di essere sempre innovativo, prendendosi pienamente la responsabilità. Tra l’altro il suo essere un parìa, il suo essere un personaggio che viene dalla marginalità, gli consente di conoscere la sofferenza in una società sempre più ingiusta, ineguale e ipocrita e di sopravvivere ad essa.

STUDENTE: Huckleberry Finn può essere considerato un romanzo per ragazzi?

BRAUCCI: Huckleberry Finn è un romanzo per persone che hanno uno spirito giovane, per tutti coloro che non cadono nell'ammuffimento del pensiero, della quotidianità e che si interrogano sul da farsi in ogni situazione, pensando con la propria testa e cercando una soluzione che abbia una valenza positiva. La nostra civiltà ci propone valori positivi che sono ideologizzati e che dobbiamo accettare forzatamente senza avere il privilegio di sperimentarli di persona, di sottoporli ad un'analisi individuale. Essi ci vengono forniti già confezionati impedendo, così, all'individuo di crescere nell'esperienza e di sviluppare un proprio pensiero.

STUDENTE: Secondo Lei, quanto e cosa Huckleberry Finn deve al suo ambiente, agli Stati Uniti del Sud della seconda metà dell'Ottocento e quanto alla sua condizione di fanciullo?

BRAUCCI: Nella seconda metà del secolo scorso c'era un Sud tradizionalista con il suo sistema economico-sociale basato sull’istituto della schiavitù e un Nord capitalistico, del progresso, con idee certo più liberali. Mark Twain si rifiuta all'una e all'altra, negando sia il concetto "fascista" di onore, del superominismo del Sud, sia di provvidenza, di progressismo del Nord. Infatti è forte la metafora della zattera, che mentre cerca di andare a Nord, viene abbattuta dal battello a vapore. La tradizione viene rifiutata perché oppressiva, perché simile quasi alla morte e la modernità è un qualcosa invece che, giocando sulla vita, sempre di più ci porta verso la morte, cioè ci porta verso l'autodistruzione. Finn allora si interroga sui valori su cui fare affidamento, sulla strada da percorrere, non adagiandosi sui principi preconfezionati appartenenti ad un pensato che non è il suo. Egli deve operare una scelta che gli consenta di mantenere il grande valore dell'avanzamento pacifico ed esteso a tutti nella storia. È qui che Huck Finn è emblematicamente moderno, ma egli è anche avvantaggiato dalla sua condizione di reietto che gli permette di reinventare, perché non ha coperture, non ha appigli. Egli avverte il bisogno di scoprire nuove strade, che non vengano chiuse da una condizione di benessere o di comodo come quella di stare all'interno della comunità, che invece gli farebbe pensare ciò che gli è più conveniente rispetto al suo egoismo, alla sua condizione.

STUDENTE: Huckleberry Finn è soltanto una metafora della ribellione oppure può essere considerato un personaggio reale?

BRAUCCI: È metafora e realtà. Huck Finn è un personaggio metaforico che attinge dalla realtà di Mark Twain, che in fondo è stato Huck Finn per un momento e poi ha tradito Huck Finn per diventare Tom Sawyer e proprio in questa metafora noi possiamo trovare grossi appigli per la realtà. Finn anticipa tutta una serie di personaggi del romanzo del Novecento, è colui che deve rivoltarsi perché sempre di più la collettività nei suoi confronti ha un senso di oppressione, cioè gli nega delle libertà che vengono proprio dal suo libero essere e gliene concede altre, che invece sono quelle di comodo, quelle preconfezionate. Egli è reale, sicuramente, per questo suo bisogno di andare a scovare la verità, per questa sua comunione con un individuo, Jim il nero, che invece rappresenta la marginalità. È reale perché questo suo bisogno di trovare una strada di sopravvivenza è forse l'emblema dell'umanità. Egli cerca più soluzioni per aumentare i momenti di gioia, come la metafora della zattera, cioè questo stare sul fiume per essere, per esistere.

STUDENTESSA: Secondo Lei Huckleberry Finn può essere considerato un romanzo di formazione?

BRAUCCI: Credo che la formazione non sia mai didattica. Un romanzo si definisce formativo quando ci consente di mettervi dentro una qualche interpretazione che ci rappresenti. Quindi non è educativo un libro che didascalicamente ci dice che cosa fare, mentre lo è quello che fa risuonare in noi delle esperienze, tanto da trasmetterle nella nostra vita. Huckleberry Finn è formativo non soltanto perché rappresenta la modernità, l'archetipo del personaggio in lotta con l'ambiente che opera una scelta, ma ancora di più forse è proprio il libro della contemporaneità, cioè rappresenta l’uomo attuale che pone fine alle sue insoddisfazioni cercando una soluzione migliore di vita.

STUDENTE: Secondo Lei, Twain, come si pone riguardo alla società del tempo e all'educazione?

BRAUCCI: L’autore assume sempre un atteggiamento di ironia nei confronti della società e i suoi scritti nascono per parodiare, per prendere in giro una letteratura rivolta ai ragazzi che è più simile a dei manuali scolastici con linguaggio e modalità istruttive comiche. Questa ironia che denota l’autore deriva dalla sua condizione di uomo che, all’interno della società, non sta da nessuna parte. Lui è un uomo del Sud, nato e vissuto nel Missouri, che conosce il bene e il male del Sud, come i valori di solidarietà che nascono dagli stretti legami, ma anche lo schiavismo e le condizioni di oppressione. Nello stesso tempo ha visto il Nord, ha visto che il progresso spesso coincide con la corruzione, come scrive nel suo libro L'età dell'oro. Egli morirà domandandosi: "che cos'è l'uomo?" in un clima di grande tristezza in cui perderà molti suoi cari e le sue finanze subiranno dei crack. Sembra paradossale che un individuo che continuamente esprime ilarità finisca invece così tragicamente. Chissà forse perché lui a un certo punto ha visto che nemmeno l'arma dell'ironia poteva contro la grande stupidità di una società sempre più folle.

STUDENTE: Quale episodio considera il più importante, il più significativo e perché?

BRAUCCI: Secondo me la parte più importante è quando Finn per la prima volta sta per denunciare il nero. Incontra alcuni uomini che sono a caccia di cinque neri ai quali però inventa una balla e fa capire che sulla zattera non ci sono neri, ma lebbrosi e così gli uomini scappano lasciandogli persino dei dollari. Dopo questo episodio Huck sceglie di non tradire più Jim. Vorrei leggere questo importante passaggio: "Beh, allora, gli dico io, a cosa può servire cercare di comportarsi bene, tradire Jim il nero, quando far bene costa tanta fatica e invece far male viene così naturale e alla fine uno si trova sempre lo stesso? Così decido che non mi voglio più rompere la testa con tante storie e che d'ora in poi faccio sempre quello che mi viene più naturale". Questo passaggio esprime proprio il valore letterario umano, la grande anticipazione di Huck Finn. Il secondo "naturale" sembra che richiami il primo, quindi "far male viene così naturale" e quindi "io sarò naturale", sceglierò il male in qualche modo. Ma in questo senso però il male è da intendersi come contrapposto ai luoghi comuni della collettività, che essendo in questo caso schiavista, porta Finn a contraddirla. Insomma egli decide per l'utopia assoluta, ignorando le contraddizioni di una società che ti chiede sempre di schierarti o da una parte o dall'altra e che comunque ti annulla come pensiero e come individualità.

STUDENTE: Quale rapporto è possibile riscontrare fra la figura di Tom Sawyer e di Huckleberry Finn in entrambi i romanzi e quindi anche nello stesso Huckleberry Finn?

BRAUCCI: Tom Sawyer, come dicevo all'inizio, è un personaggio che, ritrovandolo poi in Huckleberry Finn, può indurti ad odiarlo, a sminuirlo. Egli decide di improvvisarsi cercatore d’oro, con la consapevolezza però di tornare comunque nei ranghi e di avere una carriera avviata. Probabilmente diventerà un avvocato, uno scrittore. È Mark Twain che sceglie di diventare scrittore, di concedersi al pensiero benpensante, alla condizione benpensante, insomma al benessere, al successo. Huck invece ammira Tom. Dice: "Ah, in qualunque situazione che cosa farebbe Tom!", inconsapevole del suo potenziale, della sua genuinità, della sua purezza, del suo senso, della sua valenza rivoluzionaria. Tom invece sovradimensiona le sue capacità. L'ultima parte del libro Le avvenure di Huckleberry Finn viene rivista da un grande critico che è Leo Marx, il quale denuncia il grande tradimento di Mark Twain, perché dopo varie peripezie per liberare Jim, risolve tutto dicendo: " Ma Jim è già libero perché la signora Watson è morta e l'ha già affrancato". È questo per Leo Marx il tradimento perché dice: "Non c'è più quindi un gesto di rivolta verso la collettività, ma è la stessa collettività che ha deciso, in veste di abolizionista, della libertà di quell'uomo." In questa parte Tom gioca un grande ruolo. Egli cerca continuamente di liberare Huck dalla prigione ricorrendo ai testi, ai manuali. Dice: "Guarda in questo libro è accaduto così, dobbiamo fare così". Huck invece preferisce stare nella realtà e cercare, di volta in volta, la soluzione. Lui dice: "Bisogna liberare Jim, liberiamolo". Invece Tom fa una confusione incredibile, fa cento volte lo sforzo in più di quello che si potrebbe fare facilmente. Huck e Tom sono diversi. Tom è più potente, Tom è il sapere, Tom è la cultura, Huck invece è la vita, è l'esistenza, è colui che deve battersi giorno per giorno per sopravvivere dignitosamente. Ed è, in questo senso, forse, l'utopia.

STUDENTE: Nel romanzo la violenza è un elemento proprio caratteristico. Compare in numerosissimi episodi. Però sembra che si presenti in alcuni casi diversa che in altri. Secondo Lei si può parlare di più tipi di violenza? E in che rapporto sono?

BRAUCCI: In genere Mark Twain verso la violenza ha la stessa distanza che può avere un individuo che la conosce bene. È uno che rifiuta la violenza, consapevole però di poterla esercitare. Cioè è facile dire: "Io sono non violento, perché se no mi picchiano tutti". È più difficile dire: "Io sono non violento. Pur potendo ricorrere alla violenza non ci ricorro, perché credo profondamente nel valore della vita, del pacifismo". Tuttavia, essendo un narratore, Twain racconta quella che è la condizione del suo tempo, la faida, the grange for the Shefferson, ovvero il senso dell'onore di ragazzi che muoiono e che addirittura difendono l'onore dei propri nemici. Dice: "No, non c'è nessun codardo tra i Shefferson, non ne potrai trovare nessuno". Io penso che ci sia un doppio discorso sulla violenza, cioè quello della scelta di Mark Twain di essere un non violento e il discorso invece di un narratore che racconta il suo tempo. Personalmente io la penso come Mark Twain, nel senso che sono un non violento e non perché me ne sto a casa a cercare di non schiacciare i moscerini, ma perché credo che sia la tattica vincente, capace di risolvere le situazioni critiche.

STUDENTE: Ma chi sono in Huckleberry Finn i buoni e i cattivi?

BRAUCCI: Io penso che il bene e il male in Mark Twain, sia proprio un concetto nuovo rispetto alla letteratura, nel senso che non c'è un'idea prefissata. Non credo che ci sia questa grande contrapposizione tra il bene e il male. Presumo che il male si sottintenda in Huckleberry Finn come ciò che ci impedisce di essere quanto più pratico rispetto alla prosecuzione della nostra idea utopica. Non credo che ci sia il bene e il male, c'è però, come idea fissa, la condizione dell'oppressione. C'è l'oppressione di Jim, c'è l'oppressione del fiume che li porta a Sud, quando invece loro vogliono andare a Nord, c'è l'oppressione del battello che gli spacca la zattera, c'è l'oppressione dei balordi che salgono sulla zattera. E c'è l'oppressione di Tom, alla fine, di raccogliere la gloria e catalogarla, perché non può lasciare che le cose accadono normalmente, deve metterci sempre una sigla, un nome. Quindi più che il bene e il male, concetti che vengono tendenzialmente superati e reinventati di volta in volta, credo che il tema sia proprio l'oppressione della libertà dell'individuo e del suo pensiero, che è poi Mark Twain.

STUDENTESSA: Secondo Lei, il Duca e il Delfino, i due truffatori incontrati da Huck, possono rappresentare un rovesciamento della aristocrazia?

BRAUCCI: Certo. Il mendicante, la figura della canaglia, del truffatore sono figure in quel tempo molto frequenti negli Stati Uniti, sono i venditori di fumo, quelli che vendono i prodotti più strani semplicemente per truffare la gente. E sono degli strumenti nelle mani di Mark Twain per parlare anche del teatro, dell'arte, di questa maniera rocambolesca di rappresentare, di darsi titoli, di inventarsi curriculum che poi non sono veri. Anche questo, che apparentemente sembra un qualcosa legato solo al tempo, si scopre poi, come è classico di un capolavoro, che trascende il suo senso e arriva fino a noi. Quando l’autore si chiede che cosa sia veramente la criminalità quando un sistema economico è fondamentalmente basato sul crimine e sullo sfruttamento, io penso al Terzo Mondo, ai bambini che vengono sfruttati per confezionare le scarpe agli occidentali e noi non possiamo fare niente, se non comprarle. Quindi sono tanti i temi, anche nel Delfino e nel Duca, che rimandano a una realtà forte e presente ancora oggi.

STUDENTE: Lei prima hai detto che Tom probabilmente da adulto diventerà o scrittore o avvocato. Come vede invece Huck da adulto?

BRAUCCI: Questo è un tema che è stato approfondito dal critico Leo Marx, secondo il quale il grande tradimento di Mark Twain fa sì che alla fine Huck ritorni nella comunità, ritorni con Tom. Ma in realtà ciò non è vero completamente, perché Huck si promette di fuggire prima degli altri e di andare al di là della frontiera, tra gli indiani. Dunque, secondo Leo Marx, l’autore avrebbe fatto meglio a lasciare sia Jim sia Huck in sospeso, per lasciarci almeno la speranza che potessero proseguire nella loro utopia. Senz'altro ci auguriamo che l'utopia sia sempre l'elemento portante del pensiero. "Che cosa diventerà Huck?" è proprio il tema del libro."Che cosa diventerà Huck?" è una questione aperta.

STUDENTE: Un'ultima domanda. Nella letteratura successiva Lei ritrova dei personaggi simili ad Huckleberry Finn?

BRAUCCI: Sì, su un piano formale Huck Finn fornisce la figura a tanti giovani ribelli, specialmente americani. Pensa alle illustrazioni di Rockwell oppure a Le simpatiche canaglie di Micky Roonie, il ragazzo povero che si dibatte. Il momento che Mark Twain vive è proprio l'emblema della modernità, cioè rappresenta in auge quello che, sviluppandosi, saranno i cent'anni successivi e dunque necessariamente troveremo dei personaggi che si rifanno a quel modo di relazionarsi con la realtà.

Puntata registrata il  7 aprile 2001

Biografia di Maurizio Braucci

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