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Il Grillo (23/1/2002)

Paolo Apolito

Il pensiero selvaggio

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23 gennaio 2002

Puntata registrata con gli studenti del Liceo “Cartesio” di Giugliano

 

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite, il prof. Paolo Apolito; e ora diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Uno dei problemi più urgenti e più difficili che ci si trova davanti, quando si vuole capire il presente, è il confronto con le culture diverse dalla nostra, con modi di vita e di pensiero che non combaciano con i nostri o anche, semplicemente, con chi non pensa come noi. È un problema che non riguarda solo il problema di accettare o tollerare l'altro, ma proprio il mondo della conoscenza. Come possiamo conoscere l'altro? Tra le scienze umane quella che si è costruita, fin dal principio, come ricerca e confronto dell'altro, è l'Antropologia. Nata come scienza positiva, come indagine delle culture primitive e, secondo alcuni, sospetta connivenza con il colonialismo, ha poi cominciato a riflettere su sé stessa. La domanda dell’Antropologo era:”come funzionano le culture diverse dalla nostra?” Ma adesso l'antropologo non ha potuto fare a meno di chiedersi: “chi è colui che osserva?” L'Antropologia è dunque oggi anche un modo di pensare noi stessi come altri, è un modo di leggere momenti importanti delle nostre esistenze alla luce di segni e di credenze complessi. Per affrontare i nostri traumi, superare shock collettivi e individuali e per poter sopravvivere, noi attiviamo sistemi di conoscenza e di oblìo, di persuasione e di abitudine, simboli e norme, miti e tabù. E per leggere i nostri modi di vita non bastano le scienze economiche e sociali che postulano un essere umano mosso da motivazioni razionali. Per decifrare noi selvaggi e le nostre tribù globali servono ancora esploratori culturali; non più osservatori esterni, ma stranieri tra i simili.

STUDENTESSA: Professore Apolito, potrebbe chiarirci che cos'è l'Antropologia? E soprattutto se essa si definisce in base al metodo o all'oggetto di studio?

APOLITO: L’Antropologia è cambiata molto nella sua storia. Quella di oggi è un’Antropologia lontana da quello che era più di un secolo e mezzo fa. Oggi l'antropologo non studia qualcosa che già c'è, ma lavora nella realtà già esistente per costruire un oggetto metodologicamente significativo, un oggetto che sia di interesse antropologico, isolando gli elementi che hanno importanza per la costruzione del suo oggetto di conoscenza. L’antropologo quindi parte dalla realtà, attraverso il metodo si allontana dalla essa per poi rientrarvi con una conoscenza maggiore.

STUDENTESSA: Che differenza c'è tra Antropologia ed Etnologia?

APOLITO:. In partenza l'Antropologia era un tentativo di studio più globale della dimensione umana, mentre l'Etnologia era quella branca disciplinare che si dedicava allo studio delle popolazioni esotiche. Oggi le differenze tra le due disciplina si sono praticamente ridotte allo zero. In realtà si usa sempre più spesso l’Antropologia e sempre di meno l’Etnologia, perché si preferisce non pensare ad una scienza dedicata soltanto agli altri, come se gli altri fossero così speciali da meritare una disciplina, una scienza, uno sguardo particolari. Noi pensiamo che lo sguardo d'indagine dell'uomo oggi si rivolga a tutti gli uomini, non soltanto ad una fetta speciale di umanità.

STUDENTESSA: Quanto conta la cultura e il punto di vista di un osservatore? Ad esempio, se due antropologi di culture differenti analizzassero lo stesso fenomeno, le loro teorie sarebbero diverse?

APOLITO: Questa è una questione complicatissima perché in realtà non solo due antropologi di due culture diverse, ma anche due antropologi della stessa cultura, ma di due formazioni diverse o di due metodologie diverse, probabilmente troverebbero delle cose diverse. Perché, come dicevo prima, ciò che si indaga non è la realtà in sé, ma è la realtà attraverso la costruzione metodologica che si opera. E quindi quello che io conoscerò dipende anche dalla metodologia di approccio da me adottata, così come dai miei modelli cognitivi e dal mio modo di pormi alla realtà. 

STUDENTESSA: Non crede necessario che si analizzi prima noi stessi e poi gli altri, dal punto di vista antropologico?

APOLITO: L’Antropologia nasce come studio degli altri e poi torna a essere studio dell'uomo. L'Antropologia compie un lungo viaggio attraverso le culture esotiche e poi torna a noi. Essa studia innanzi tutto sé stessa o, per meglio dire, studia gli altri in relazione a sé stessa e conseguentemente studia sé stessa in relazione agli altri.

STUDENTESSA: Si può essere antropologi delle proprie culture o si tratta di due approcci diversi?

APOLITO: Si tratta ovviamente di approcci diversi, ma è assolutamente possibile studiare la nostra cultura. Una volta si pensava che questo non fosse attuabile, perché l'Antropologia era considerata una disciplina che dovesse necessariamente osservare e studiare da lontano; vi era l’idea che non si potesse studiare ciò che fosse troppo vicino, perché non c’era la distanza, il distacco sufficiente a creare l'oggetto di studio. E la distanza era intesa geograficamente, pertanto lo sguardo degli studiosi si rivolse per forza verso le culture esotiche, quelle oltre oceano. Più tardi si comprese che lo sguardo da lontano non era un problema fisico, geografico, ma metodologico; ecco perché ciò che conta, per l’antropologo di oggi, non è appartenere ad un altro parallelo o ad un altro meridiano, ma è la capacità di prendere la distanza dall'oggetto di studio anche quando si tratta della nostra stessa cultura.

STUDENTESSA: La ricerca antropologica potrebbe venire strumentalizzata a favore di una razza piuttosto che di un’altra?

APOLITO: Nel secondo dopoguerra l'Antropologia è stata accusata dai popoli che si sono liberati dal processo di colonizzazione di essere stata un’ancella del dominio colonialista.. Indubbiamente essa ha contribuito in qualche modo ad una giustificazione ideologica del processo coloniale. Quando è nata l'Antropologia come disciplina scientifica, la prima teoria si chiamava Evoluzionismo, che era parallela all'evoluzionismo biologico, quello darwiniano, secondo cui l'umanità sviluppava la sua storia culturale per stadi. Esistevano civiltà che avevano raggiunto uno stadio avanzatissimo come quelle occidentali, mentre le altre erano ancora ad uno stadio arretrato, all'età della pietra. L’idea dell’Occidente di portare la civiltà altrove si è configurata come giustificazione ideologica del colonialismo, che si è tradotto poi in un processo di dominio, talvolta cruento, mediante il quale veniva, prima, distrutta la cultura originaria dei popoli esotici, poi, imposta loro la nostra. In questo senso forse l’Antropologia potrebbe aver contribuito al processo colonialista, ma fino ad un certo punto, però, ovvero fino a quando alcuni antropologi responsabili, denunciando le nefandezze perpetrate dai colonialisti, hanno spostato l’oggetto d’interesse sulle culture altrui. Dunque possiamo da questo dedurre che l'Antropologia tout court non è stata una scienza asservita. Al di là di tutto, è comunque innegabile il merito di questa scienza di averci fatto conoscere e apprezzare mondi sconosciuti, sviluppando quella sensibilità che ancora oggi anima lo spirito degli antropologi e che li spinge a continuare questo processo di ricerca.

STUDENTESSA: In che modo si stabilisce se un lavoro antropologico sia veramente valido? E poi, chi ci assicura dell'attendibilità delle ricerche?

APOLITO: Negli ultimi vent'anni l’atteggiamento di noi antropologi nei confronti di questa disciplina è cambiato radicalmente di fronte alla possibilità stessa di definire l'Antropologia una scienza. Da Galileo in poi una scienza si definisce tale quando c’è un distacco tra il soggetto della conoscenza e l'oggetto conosciuto. Ora, definire l'Antropologia una scienza, implica che le osservazioni degli antropologi impegnati sul campo siano osservazioni oggettive, ma come si fa ad essere oggettivi quando si è direttamente coinvolti nella vita? D'altra parte il metodo principe dell'Antropologia, il metodo dell'osservazione partecipante, è una specie di contraddizione logica, perché o si osserva da fuori un fenomeno o si partecipa ad esso. È difficile essere contemporaneamente fuori e dentro, eppure l'Antropologia ha scommesso su questo, ovvero vivere all’interno di una società, oggetto di studio, condividerne i valori e al tempo stesso osservarla, studiarla. Ciò è possibile se si accetta la quantità e la qualità di soggettività del lavoro antropologico e se si supera l’illusione di essere interamente oggettivi. L'antropologo di oggi ha capito che l'oggettività non è qualcosa di scontato, mentre lo è la dimensione soggettiva dello studioso. Piuttosto bisogna trovare altre strade, come quella dell’interpretazione culturale, molto usata dai ricercatori, che consiste in uno scambio reciproco di informazioni tra l’antropologo e il soggetto di studio, attraverso il quale il primo interpreta gli aspetti culturali del secondo in un processo dinamico di correzione e revisione dello stesso processo interpretativo. Così come avviene nel dialogo ordinario delle nostre conversazioni quotidiane. 

STUDENTE: L'Antropologia tende talvolta a sottovalutare i mutamenti storici delle società di cui si occupa, siano esse poco evolute o complesse?

APOLITO: Se avessimo un metodo per poter definire una società poco o molto evoluta, più o meno complessa, allora avremmo una specie di tribunale delle culture., ma chi ha stabilito il metro di evoluzione? Chi stabilisce il metro di complessità?. In altre parole l’evoluzione di una società non dipende da ciò che essa è nella sua realtà, bensì dalla dichiarazione dell'osservatore circa l’esistenza o meno delle caratteristiche che la determinano. Poi c’è la questione della capacità dell'Antropologia di cogliere il mutamento delle società che studia. C'è un famosissimo dibattito tra il filosofo francese, Jean Paul Sartre e l’antropologo francese, ancora vivente, Claude Lévi-Strauss, proprio su questo. Sartre rimproverava all'Antropologia una incapacità di cogliere il mutamento storico e Lévi-Strauss, dal canto suo, asseriva che molte volte i mutamenti storici sono, "epifenomeni", ovvero fenomeni secondari che, di certo, attraggono l'attenzione e devono essere indagati sul piano storico, ma che non cambiano la natura dell'umanità che invece deriva da regole che non sono sottoponibili facilmente al mutamento, poiché inconsce dello spirito umano. Ciò vuol dire che i mutamenti molte volte sono il risultato di trasformazioni dello spirito umano, della logica che lo spirito umano utilizza per affrontare la vita. Per quanto riguarda l'Antropologia contemporanea un’osservazione del genere non è più valida, perché essa è oggi una scienza pienamente storica, cioè pienamente inserita in una dimensione di osservazione del mutamento. D'altra parte un antropologo che oggi dovesse studiare una cultura senza considerare le trasformazioni che questa subisce nei processi di globalizzazione, sarebbe un antropologo che si estranea totalmente dal processo di conoscenza. Nulla, oggi, si può comprendere se lo si osserva come un fenomeno statico. La comprensione di un fenomeno è possibile solo se lo si inserisce nella sua dimensione dinamica e l'Antropologia di questi anni è molto attenta al dinamismo. 

STUDENTESSA: Lei ha scritto un libro dal titolo Le apparizioni della Madonna di Oliveto Citra. Come l'antropologo affronta la questione della verità di questi fenomeni? 

APOLITO: Che la Madonna appaia veramente o meno è una questione che conta soprattutto per i devoti o per i teologi, per quelli che si pongono questo problema da un punto di vista interno alla religione. Il compito dell'antropologo invece è quello di osservare i comportamenti degli uomini cercando di capire come essi dìano un senso alla loro esperienza di vita, in che modo costruiscono un mondo dotato di senso. Riflettiamo su questo. La realtà di per sé è priva di senso. Sono i gruppi umani che dànno un particolare senso alle loro esperienze e l’antropologo deve osservare quali siano i meccanismi attraverso i quali avviene questo processo di attribuzione di significato alla propria esperienza. Nel caso delle apparizioni della Madonna, se una persona dice di aver assistito ad un evento così straordinario, la credibilità attribuitagli dagli altri dipenderà dalla sua capacità di essere o meno convincente. È questo l’oggetto di studio dell’antropologo; non l’apparizione in sé stessa, quanto il potere che il singolo ha nel convincere la propria comunità dell’autenticità dell’evento. Ma per comprendere, lo studioso deve vivere dentro le logiche del dialogo sociale, per intravedere qualcosa che è invisibile a chi vive quotidianamente quel tipo di socialità.

STUDENTESSA: L'Antropologia potrebbe essere materia di un programma scolastico?

POLITO: L’Antropologia non è una materia che si può apprendere a scuola; essa non può ridursi ad un libro di testo, perché è una scienza che non va appresa, ma applicata. Dunque gli studenti, che desiderano conoscere questa disciplina, devono fare delle piccole esperienze di ricerca per capire di superare quella coltre di ovvietà dietro cui si cela il mondo e calarsi così nel vissuto dell’umanità. Anche se gli uomini non si pongono domande sullo svolgimento quotidiano delle azioni che compiono, ebbene lo studioso sa che ogni azione invece ha un senso culturale. Comincia così il lavoro di osservazione, il cui esito dipende dalla capacità del ricercatore di cogliere quel senso culturale senza dare per scontato nulla, calandosi negli angoli più bui, apparentemente più vuoti dell’esperienza umana. Egli si domanderà, per esempio, in che modo una determinata società o un determinato gruppo umano organizza il proprio spazio, il proprio tempo; quali siano le relazioni che si stabiliscono in questo spazio e in questo tempo; quali le forze, le strategie di potere, che si mettono in gioco. Domande alle quali si può dare risposta attraverso lo studio sul campo. Può la scuola oggi, far affrontare un'esperienza del genere agli studenti? Avrei qualche dubbio.

STUDENTE: Professore, ci sono stati dei momenti in cui l'oggetto della Sua ricerca ha determinato in Lei una crisi come intellettuale e studioso?

APOLITO: Ogni volta che svolgo una ricerca sul campo ho una crisi come intellettuale e come studioso e mi rendo conto di essere finalmente giunto all’obiettivo del mio studio proprio quando avverto un sentimento di crisi. Questo perché la conoscenza antropologica è una continua messa in discussione di ciò che è il mio oggetto di osservazione, ma anche di me in quanto studioso. Quando osservo le categorie di senso che gli altri usano per vivere la propria realtà, io rivedo le mie categorie, quelle che tradizionalmente uso per conoscere e allora capisco che la conoscenza antropologica ha bisogno di un passaggio critico.

Puntata registrata il 7 dicembre 2001

Biografia di Paolo Apolito

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