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Il Grillo (19/3/2002)

Andrea Muccioli

La metamorfosi della tossicodipendenza

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19 marzo 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo "Cartesio" di Giugliano

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Andrea Muccioli e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Le profonde trasformazioni sociali che hanno segnato il passaggio del nuovo millennio stanno incidendo in modo determinante anche sulla modalità di consumo di sostanze stupefacenti. Diverso è l'atteggiamento dei nuovi consumatori che, spesso, non si percepiscono nemmeno come veri tossicodipendenti. Essi in primo luogo sono consumatori di merci e di emozioni e tendono a vivere la ricerca del piacere senza un desiderio consapevole e senza alcuna progettualità. L'età in cui si comincia ad assumere droga diventa sempre più bassa. In questo contesto la ricerca del proprio soddisfacimento pare sempre più vincolato all'elemento del rischio e ad una componente di autoesaltazione che, a prescindere dall'età, sono percepiti come veri e propri assi portanti attorno ai quali organizzare la propria vita. La diffusione delle nuove droghe sintetiche, che si sono affiancate a quelle tradizionali, attestano questa tendenza. La modalità di consumo avviene attraverso un'assunzione plurima senza dipendenza da sostanze principali, mentre elemento costante è sempre più quello dell'autoaffermazione e non più dell'autoemarginazione. Accanto al tossicodipendente che ricorre al consumo di sostanze stupefacenti e che dinanzi all'incapacità di affrontare il proprio disagio segue una pulsione autodistruttiva, emerge la figura di chi esaspera la propria inquietudine in un contesto sociale che apparentemente lo rigetta. Ecco perché affrontare le nuove problematiche della tossicodipendenza vuol dire innanzi tutto riconoscere la necessità di forme differenziate di intervento. Ma con quali forme di prevenzione prima e di assistenza poi questo intervento deve essere realizzato? Come possono assistenza pubblica e privata interagire a questo scopo nel modo migliore?

Andrea MuccioliSTUDENTESSA: È da tanto tempo che ti dedichi al recupero dei tossicodipendenti. Ma chi è il vero tossicodipendente?

MUCCIOLI: Il tossicodipendente, secondo me, è sempre un uomo, una persona che scappa da sé stesso, scappa dalla vita, perché ha paura di affrontarla. È una persona che sente di non avere abbastanza forza di vivere senza l’aiuto della droga, senza alterare il suo rapporto con la realtà, il rapporto con sé stesso e il rapporto con gli altri. Ogni storia di tossicodipendenza nasce da un bisogno, da un desiderio di fuga. Questa è la mia esperienza.

STUDENTESSA: Chi sceglie la droga lo fa liberamente o è condizionato dal proprio gruppo?

MUCCIOLI: Il gruppo non c’entra. Credo, piuttosto, che un individuo scelga la droga perché ha un disagio profondo dentro di sé che non riesce a contrastare, ad affrontare in un altro modo. Si tratta di un disagio che ha origine dalla mancanza di punti di riferimento, di sicurezze, di equilibrio, di capacità di reagire alle problematiche, alle angosce della vita quotidiana. Pensiamo alla trasformazione che in questi ultimi trent'anni ha interessato la famiglia, con genitori spesso troppo assenti dalla vita di tutti i giorni. La società adulta, sempre più indifferente in questi ultimi anni, non si è sufficientemente presa le proprie responsabilità educative nei confronti dei giovani, pensando, erroneamente, di colmare questa lacuna con dei beni materiali. Il risultato è che i giovani si sentono sempre meno ascoltati e sempre più discriminati da una società che invece li deve vedere protagonisti in tutto. Da qui nasce quel disagio che, se non trova nel ragazzo una personalità formata da un’adeguata educazione alla socialità, lo porta a scegliere la strada più semplice e più immediata che è quella della droga. Da una sostanza stupefacente poi si passa a un'altra droga e a un'altra ancora per sortire un effetto sempre più forte che consenta al consumatore di allontanarsi dai problemi che lo affliggono, per contrastare i quali, non ha strumenti idonei.

STUDENTESSA: Andrea, come funziona San Patrignano, e quali sono, se esistono, le differenze con le altre comunità?

MUCCIOLI: San Patrignano è nata come una famiglia. Per me non è un lavoro, è la mia vita. Io sono cresciuto insieme a tantissimi ragazzi problematici che ho vissuto veramente come miei fratelli e mie sorelle. I miei genitori hanno avuto la capacità di creare una famiglia diversa a un certo punto della mia vita. All’età di tredici anni mi sono trovato a vivere una famiglia che accoglieva altri ragazzi, che avevano molti più problemi di quelli che potevo avere io. Erano giovani che vedevo in televisione, quelli che si facevano le pere in piazza, la cui vita era totalmente distrutta. Con loro io sono cresciuto e grazie a loro sono diventato un uomo. Dal ’78, da quando nasce, San Patrignano ha visto entrare diciottomila ragazzi e nessuno ha mai pagato una lira per entrarvi, né le famiglie, né lo Stato. L’unico contributo che la struttura chiede agli ospiti è la forza di scoprirsi esseri capaci di vivere normalmente, affrontando i problemi quotidiani vedendoli per quelli che sono, senza ingigantirli. Chi ha raggiunto poi l’obiettivo, che è quello della costruzione di una propria personalità, è in grado di aiutarci nel recupero di altri ragazzi problematici, adottando gli stessi metodi di aiuto.

STUDENTESSA: Come consideri i consumatori delle nuove droghe? Sono sullo stesso piano degli eroinomani? E poi, ritieni che non ci sia bisogno di farli entrare in comunità?

MUCCIOLI: Io credo che sia un gravissimo errore quello di puntare la nostra attenzione sulla sostanza e non sulla persona. Il nostro compito è quello di capire perché lo sta facendo, di capire se può avere una vita migliore e se, in questo senso, lo possiamo aiutare, a prescindere dal tipo di sostanza usata. Per troppo tempo, chi è preposto ad informarvi, vi ha fatto credere che potete consumare tranquillamente le droghe leggere senza effetti collaterali. È questo il crimine maggiore di uno Stato.

STUDENTESSA: Come è impostato il programma di riabilitazione nella comunità?

MUCCIOLI: Il nostro obiettivo non è quello di tenere lontani i ragazzi dalla droga, ma di aiutarli a diventare adulti per affrontare dignitosamente, una volta fuori da San Patrignano, la vita di tutti i giorni, lasciando loro la possibilità di scegliere che cosa fare da grandi. Questo significa anche insegnar loro un lavoro, le tecniche di un mestiere, affinché possano praticarlo fuori dalla comunità. Soltanto dopo questo processo di costruzione individuale, ciascuno decide di affrontare il mondo, accettando di avere rapporti di relazione, di avere amici, di coltivare interessi, di fare sport , di condurre, insomma, un’esistenza rispettosa per sé e per gli altri, di responsabilità e di equilibrio.

STUDENTE: Come preparate il tossicodipendente durante il periodo di permanenza nella comunità? Si possono verificare, poi, dei problemi per il distacco del tossicodipendente dalla comunità? E l’inserimento in società potrebbe risultargli difficile?

MUCCIOLI: Il percorso individuale di ognuno, credo, debba essere modificato e costruito secondo la sua personalità. Questo significa che alla fine del percorso di recupero, si valuta insieme al giovane quale possa essere il contesto sociale a lui più adatto per inserirsi completamente. Non sempre è possibile rientrare a far parte della vita precedente il recupero, perché il ragazzo potrebbe non avere una famiglia o potrebbe averne una violenta; in questi casi noi lo aiutiamo a trovare un ambito sociale adatto alle sue caratteristiche, anche in una città che non sia quella sua di provenienza. Questo vuol dire accompagnarlo anche fuori, nel percorso di un inserimento, cercando di aiutarlo a trovare un lavoro, una collocazione giusta, di metterlo nelle condizioni di vivere dei rapporti sociali adeguati alle sue necessità. Il nostro supporto fuori San Patrignano è garantito anche a quei ragazzi che sono un po’ più forti o con una famiglia solida alle spalle, perché abbiano delle sicurezze, perché siano in grado di vivere la nuova vita applicando quanto hanno imparto di sé in comunità. Si tratta di un compito arduo se si pensa che quello che troveranno fuori è un ambiente sentimentale più arido di quello di amicizia profonda, di coesione e solidarietà che si sono costruiti e hanno vissuto tutti i giorni in comunità. Certamente il distacco è un momento difficile per il ragazzo, ma è e deve necessariamente essere una spinta a dargli la forza di costruire fuori lo stesso clima di famiglia che è stata per lui la comunità. Ecco. San Patrignano, è per tutti coloro che lo hanno vissuto, un riferimento di vita.

STUDENTESSA: Spesso sono le famiglie a spingere il giovane ad andare in comunità. Qual è il ruolo della famiglia, prima, durante e dopo la permanenza a San Patrignano?

MUCCIOLI: Quando un ragazzo non riesce a smettere di drogarsi, credo che la famiglia debba fare tutto il possibile per spingerlo, per motivarlo a smettere e a costruirsi una vita diversa. Se, nonostante gli sforzi, la famiglia non riesce nell’intento, credo che debba scegliere la comunità. Sembra assurdo, ma il fatto di buttar fuori di casa il giovane e costringerlo ad assumersi le proprie responsabilità, io lo considero un atto d’amore. E se il ragazzo decide di smettere di drogarsi, la famiglia deve essere presente, deve sostenere questa scelta, deve aiutarlo a trovare la strada migliore ed accompagnarlo in tutto il percorso di crescita all'interno di una comunità. Io ho imparato una cosa in tutti questi anni: molto raramente quello che deve crescere è solamente il ragazzo. Quasi sempre ci sono dei rapporti familiari da rivedere, da rianalizzare e poi da costruire in maniera più stabile, più solida, più serena.

STUDENTE: Andrea, vogliamo mostrarti un filmato di qualche tempo fa, che raccoglie le testimonianze di un tossicodipendente:

PAOLA(tossicodipendente): Siamo tre figli, tutti e tre tossicodipendenti. La più piccolina ha venti, diciannove anni. Bene o male si è salvata, l'abbiamo tirata fuori. Stiamo proprio al limite, siamo arrivati al limite. Siamo stati due settimane senza mangiare, te lo giuro sopra mio padre, senza mangiare. Abbiamo chiamato mamma, gli abbiamo detto: "Ma', aiutaci, aiutaci! Vogliamo andare in comunità".

La storia di Paola, trent'anni, non è diversa da quella delle centinaia di giovani che ogni anno salgono a San Patrignano. Tutte storie di disperazione, storie di chi per anni, spesso tanti anni, ha vissuto fra la droga e la lotta per uscirne e che ora cerca rifugio fra coloro che hanno fatto della lotta agli stupefacenti l'obiettivo della propria vita

PAOLA: Noi sniffiamo. Non ci buchiamo. È un anno e otto mesi che non sniffiamo più. Abbiamo smesso, non sniffiamo più, non ci diamo fastidio, niente più. Se stiamo così andiamo a finire solo contro la morte e basta.

Ma la terapia al metadone non è servita a niente?

PAOLA: Si è servita, però non sei accettato dalla società. Una volta che tu hai finito la tua terapia, il paese è piccolo, tu sei tossico. Per loro sei rimasto sempre tossico. Devi andare in comunità, ti devi riprendere e allora c'è un'opportunità che puoi tornare sul lavoro. Così andiamo incontro alla morte, perché abbiamo le porte chiuse, da tutte le parti.

STUDENTE: Dunque, come si potrebbero combattere i pregiudizi di una società nei confronti di un tossicodipendente o meglio ancora di un ex-tossicodipendente?

MUCCIOLI: Credo diffondendo la conoscenza più obiettiva, più reale su quello che è la tossicodipendenza. Essa è soprattutto un disagio profondo che in assenza di punti di riferimento per affrontare la vita, ti spinge a fuggire da te stesso e a questa fuga sempre più disperata corrispondono angosce, dolori, l’incapacità di affrontare la vita stessa. Ognuno di noi fa parte di quella stessa società che condanna i tossicodipendenti e credo che se anziché rimanere passivi ci arrotolassimo le maniche, ci sporcassimo le mani con la sofferenza della gente, ognuno di noi sarebbe più disponibile forse ad abbracciare l'altro, ad aiutare l'altro, ad accoglierlo, a dargli una mano, piuttosto che a condannarlo, piuttosto che a relegarlo ai margini della società, come vorrebbero molti. Provo amarezza al pensiero che ad oggi alcuni Stati come la Svizzera preferiscano costruire delle cliniche, magari molto pulite, molto ordinate, in cui scaricare i tossicodipendenti, dando loro tutta la droga che vogliono, senza offrir loro concretamente la possibilità di smettere. Perché a un ragazzo drogato più droga tu gli dai, più droga si farà; più facile gli rendi il rapporto con la droga, più continuerà a drogarsi, meno sceglierà di abbracciare la vita e di affrontare la fatica di imparare a viverla. Uno Stato che relega i suoi cittadini più deboli in un ospedale, in una clinica o in un carcere e gli dà tutta la droga che vogliono perché non dìano fastidio ai cittadini di Serie A, per me è uno Stato incivile che non accetterò mai.

STUDENTE: In Italia esistono alcune strutture pubbliche per i tossicodipendenti, come le Unità di Strada. Queste possono interagire in modo positivo con quelle private?

MUCCIOLI: Qualsiasi azione rivolta al tossicodipendente che abbia come obiettivo quello di renderlo consapevole del suo disagio e del suo bisogno di trovare una sempre maggior determinazione a uscire dalla droga, è un’azione significativa. Essa però non si deve limitare a fornire siringhe, cappuccini o pacche sulla spalla, piuttosto deve far nascere un rapporto umano che spinga il giovane a trovare la motivazione a vivere una vita vera.

STUDENTESSA: Quale potrebbe essere una prevenzione efficace?

MUCCIOLI: Innanzi tutto informandovi correttamente circa l’uso di sostanze stupefacenti, perché tutte sono pericolose e tutte fanno male poiché alterano il nostro rapporto con la realtà. Ma non basta. È necessario che voi giovani abbiate strumenti concreti per sviluppare un progetto di vita in cui riconoscervi e il mondo degli adulti deve affiancarvi in questo percorso. A voi serve un dialogo costruttivo con gli adulti, un confronto su ciò che volete fare voi e quello che loro possono offrirvi. Di questo, secondo me, voi avete bisogno e se questo scambio viene a mancare allora il suo vuoto è colmato dalla droga. La droga dunque non è il frutto di una generazione sbagliata, o particolarmente arida. Non ci credo. Semmai è il risultato di una pessima educazione o di un’assenza totale di essa. Questa è la prevenzione.

STUDENTESSA: Secondo te la pubblicità progresso con slogan del tipo: "Io non calo la mia vita", "La droga uccide, uccidi la droga", oppure: "Non farti succhiare la vita", può essere considerata realmente uno strumento di prevenzione?

MUCCIOLI: Anche se, come ho già detto, informare solamente non è sufficiente, credo che sia essenziale tuttavia dare le informazioni corrette. Quindi il messaggio: "Non calo la mia vita" va già meglio di " Fatti furbo e non farti male", perché sappiamo che cosa vuol dire "farsi". E lo slogan "fatti furbo, non farti male", da moltissimi giovani come voi è stato interpretato con: "se devi farti, fatti in modo furbo, fatti le droghe meno pericolose". Credo quindi sia indispensabile dare messaggi giusti, affiancando, però, ad essi un'azione educativa forte.

STUDENTESSA: Tu escludi qualsiasi forma di legalizzazione delle droghe, sia di quelle leggere che di quelle pesanti

MUCCIOLI: Si, assolutamente si, per tutti i motivi che ho spiegato fino adesso. Credo che ogni giovane debba credere, imparare a credere, essere aiutato dagli altri a credere che sia molto meglio vivere una vita da lucidi, trovare il modo di divertirsi, di confrontarsi con la realtà e con sé stessi, senza avere bisogno di farsi una canna o una pasticca o una pera. Sono i messaggi di fiducia che noi adulti dobbiamo darvi e non quelli del tipo: "E va bene, se si fanno la droga, almeno che non si facciano quelle più pesanti".

STUDENTE: Lo Stato combatte la droga e poi dà i superalcolici anche ai minorenni. Non è una contraddizione questa?

MUCCIOLI: Si, secondo me lo è. Io sono favorevole a una forte campagna di prevenzione e di informazione sull'uso e l'abuso di superalcolici in particolare. Però sono convinto del diverso approccio di una sostanza alcolica, come il vino o la birra, rispetto a tutte le sostanze stupefacenti. Quando ci si avvicina alla droga lo si fa col proposito di sballare; anche gli alcolici possono sortire i medesimi effetti, ma solo se se ne fa un abuso. Io pasteggio col vino senza per questo ubriacarmi mai. È come avere una stanza con due porte, quella dello sballo, ma anche quella di un corretto rapporto con quella sostanza. Esattamente come può avvenire col gioco, col sesso, col lavoro se vissuti in modo normale, responsabile, equilibrato e allo stesso modo come uno sballo. Con le droghe questa scelta non è possibile, perché in quella stanza di cui parlavo prima c'è un'unica porta, che è quella dello sballo. Se entri da lì, entri perché vuoi sballare. Questa è la grossa differenza che c'è tra l’alcool e la droga. Detto questo, sono assolutamente d'accordo per una campagna di prevenzione, che aiuti i giovani a considerare anche l’alcool come un possibile sballo da cui star lontani.

STUDENTESSA: Umanamente cosa ti dà il tuo lavoro?

MUCCIOLI: Io sono un disoccupato, molto occupato, nel senso che non ho un lavoro, non lo sento come tale. Quando ho scelto San Patrignano sapevo che prima ci sarebbero stati gli altri e poi me stesso o i miei figli o il mio sport preferito che è il basket. Lo sapevo, perché ci sono cresciuto in questa famiglia. Ho fatto questa scelta perché quello che io posso dare ai ragazzi della comunità è comunque sempre meno di quello che io ricevo ogni giorno da tutti loro. Sono loro la mia vita e per loro devo sempre esserci, a tutte le ore e senza condizioni. Certo è un lavoro faticoso, ma che mi dà tanto perché mi consente di costruire rapporti profondi, di amicizia, di fratellanza vera, che non finiranno mai. Credo che la ricchezza di un uomo sia fatta di queste cose e non di consumi, di consumismo, di materialismo.

Puntata registrata il 13 dicembre 2001

Siti internet

Sito ufficiale della comunità di  San Patrignano (www.sanpatrignano.org)


Biografia di Andrea Muccioli

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