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Il Grillo (18/3/2002)

Alessandro Dal Lago

La solitudine del migrante

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18 marzo 2002

Puntata registrata con gli studenti del Liceo “Cartesio” di Giugliano

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite, il Prof. Alessandro Dal Lago, di aver accettato il nostro invito; e ora diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Lo spettro dell'emigrazione inquieta l'animo umano, proiettando in esso la paura dello sradicamento, della scissione e della solitudine. "Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente”. I versi di Dante sulla durezza dell'esilio testimoniano un'antica consapevolezza, quella della sofferenza di chi è costretto dal destino a vivere lontano dalla propria terra natìa. Per ogni uomo la terra d'origine conserva lo scrigno della propria identità sociale e culturale e spesso ne custodisce gli affetti e le aspirazioni più profonde. Non è in fondo questa l'amara condizione dello stesso Ulisse, colui che più incarna il mito dell'uomo occidentale? Oggi la condizione del migrante sembra quasi stridere con il dinamismo di una società globalizzante, in cui le possibilità di comunicazione e di spostamento si sono enormemente ampliate. Una società in cui le barriere di spazio e tempo sembrano essere battute dal poderoso progresso tecnologico. Ma se le distanze chilometriche sono annullate o quasi, restano ben vive distanze più intime e meno misurabili, resta la dimensione del disagio e della solitudine per chiunque viva la propria esistenza all'insegna dell'esclusione e dell'isolamento sociale. Ecco la questione che ogni società aperta deve affrontare: “evitare che la parola emigrazione voglia dire emarginazione”. Il nostro paese, che ha conosciuto l'amara verità dell'emigrazione, negli ultimi decenni, è anche una terra di immigrati. Ma con quali esiti e quali prospettive si sta realizzando questo passaggio? Sapremo, noi italiani, noi occidentali del Sud, fare tesoro della nostra storia?

STUDENTE: Rispetto al secolo scorso, come è cambiata la figura dell'emigrante?

DAL LAGO: Più che rispetto al secolo scorso, la figura dell’emigrante è cambiata rispetto a trent'anni fa, quando le emigrazioni avvenivano, per quanto riguarda l'Europa, soprattutto verso i Paesi ricchi come la Germania, la Francia e l’Inghilterra. Invece, negli ultimi trent'anni, gli emigranti si dirigono in generale verso l'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Grecia. È difficile dire quanti siano gli emigranti, perché essi sono, per definizione, persone che girano, quindi è impossibile calcolarne il numero, tuttavia, possiamo dire che in una buona quantità, si dirigono anche verso gli Stati Uniti e soprattutto verso i Paesi ricchi del cosiddetto Terzo Mondo, per esempio i Paesi arabi. 

STUDENTESSA: Quali sono le motivazioni che inducono un individuo ad emigrare? E i flussi migratori rispetto al passato sono in aumento?

DAL LAGO: Le motivazioni sono tantissime. Cito le parole con cui un pittore spagnolo descrive l’emigrazione: "L'emigrazione nasce dal bisogno di respirare". Dunque non si emigra solo per bisogno, ma anche per sfuggire all’oppressione politica, o per senso d'avventura. Per quanto riguarda i flussi migratori, poi, non li definirei così, perché l'idea di flusso fa pensare a una metafora idraulica, come ad una quantità d'acqua che va da una parte all'altra. In realtà stiamo parlando di esseri umani che decidono di emigrare per motivi individuali. Che siano aumentati o no è difficile dirlo. Negli Stati Uniti, per esempio, i migranti tendono a stabilirsi, come è successo agli italiani, agli irlandesi, agli ebrei, mentre in Europa in realtà le migrazioni sono un fatto più circolare. Quindi è difficile dire se aumentino oppure no.

STUDENTESSA: Secondo Lei, tra i vari Paesi europei, l'Italia è quello che si è dimostrato più accogliente e aperto?

DAL LAGO: No, mi spiace dirlo, certamente no. Secondo me è uno dei meno aperti del mondo. Del resto questo è un giudizio duro che è stato espresso anche dal settimanale di economia politica inglese The Economist, secondo il quale l'Italia, al momento, è in percentuale il Paese dell'Unione Europea che accoglie meno emigranti e meno profughi di tutti i gli altri. In Italia mi pare che la proporzione degli stranieri sui residenti sia del 2,2%, ovvero la più bassa al pari di quella del Portogallo. Inoltre noi accettiamo, rispetto agli altri Paesi europei, un numero di migranti venti volte meno della Germania. Ora se questi sono i dati, ne risulta che l'Italia è il Paese meno accogliente nei confronti degli stranieri che chiedono di emigrare per motivi economici o per motivi politici. 

STUDENTE: Quali sono le forme più gravi di esclusione sociale nel nostro Paese?

DAL LAGO: Abbiamo detto che l'Italia è il Paese meno accogliente, ma paradossalmente è quello che ha più bisogno di stranieri, perché la sua popolazione invecchia di più e le nascite sono al minimo storico. Da ciò ne consegue inevitabilmente una disponibilità di posti di lavoro e dunque l’Italia ha bisogno degli stranieri per lavorare. E infatti arrivano. Il problema è la cattiva accoglienza che noi riserviamo loro, escludendoli dai diritti sociali, civili e politici. A loro resta la possibilità di ottenere un lavoro, nella maggioranza dei casi, in nero ed io penso che la peggiore forma di esclusione degli stranieri sia il mancato riconoscimento della loro esistenza. 

STUDENTESSA: Ora ascolteremo la testimonianza di un immigrato.

Mi chiamo, Jacob Jean e vengo dalla Costa d'Avorio. Sono qua in Italia da dieci anni. La mia non è una vita facile, è una vita dura. La prima cosa che ho fatto quando sono arrivato in Italia è stata quella di cercare alloggio e lavoro. La solitudine è la mia maniera di vivere qua in Italia. Io non sono sposato, mi manca la famiglia e non ho amici. Sono da solo. Qualche volta provo un po' di depressione a cena e a pranzo perché mangio da solo, perché non c'è nessuno vicino a me.

STUDENTESSA: In base a questa testimonianza, possiamo dire che è riduttivo credere che il problema dell'extra-comunitario sia legato solamente alla ricerca di un lavoro?

DAL LAGO: Certamente che è riduttivo, anche se il lavoro è la condizione minima di sopravvivenza in qualunque società e soprattutto in una società diversa oggettivamente da quella di appartenenza. Uno straniero, soprattutto se viene da un Paese africano oppure dal Medio Oriente o dall'Albania, è qualcuno che non esiste socialmente anche se esiste materialmente. C'è un mio conoscente senegalese che mi ha chiesto: "Sull'autobus ti sei mai accorto dove siedono gli stranieri?". Eh, mi spiace dirlo, ma siedono dietro perché presi di mira dai controllori e alla fine, sedere dietro, rappresenta una forma non solo di esclusione, ma anche di autoprotezione in un certo senso. Quarant'anni fa ci fu tutto un movimento per l'emancipazione dei neri negli Stati Uniti, ma sembra che quarant'anni, in Europa, siano passati invano.

STUDENTE: In che modo e attraverso quali canali si formano i giudizi e i pregiudizi della società nei confronti di uno straniero?

DAL LAGO: Innanzitutto il mutamento del paesaggio urbano. Quando viviamo nel nostro ambiente siamo abituati a percepire la vita quotidiana in un certo modo, ma la presenza sempre maggiore di stranieri, ha mutato questa percezione. Allora tra la popolazione residente nasce l’ansia derivante dalla minaccia di perdere il proprio posto di lavoro. I pregiudizi nascono in questo modo. 

STUDENTESSA: Il filosofo Epitteto diceva: "Accusare gli altri delle proprie disgrazie è conseguenza della nostra ignoranza". Ora, secondo Lei, la cultura è un'arma fondamentale per combattere il razzismo?

DAL LAGO: Più che un appello alla cultura, bisognerebbe fare un appello alla responsabilità di chi ha in mano le leve dell'opinione pubblica. Quando i mezzi di informazione ci dicono che gli emigranti sono il 2,2% della popolazione al massimo, rispetto ai sette, otto, dieci, dodici punti percentuale di altri Paesi, si assumono una responsabilità notevole nel presentare questi dati obiettivamente oppure giustificarli dicendo che l’Italia da sempre ha paura degli stranieri. E quindi chi evoca la minaccia degli stranieri, distorce la realtà, creando conseguenze perverse.

STUDENTESSA: Secondo Lei gli immigrati stessi hanno nei confronti della società che li accoglie, a loro volta, dei pregiudizi?

DAL LAGO: Devo dire, purtroppo, che i pregiudizi stanno soprattutto dalla nostra parte.

STUDENTE: Oggi in Italia stanno nascendo emigrati di seconda generazione; rispetto ai genitori che tipo di problemi possono avere?

DAL LAGO: Un grande sociologo algerino, diceva:" L'immigrante ha una doppia pena, quella della lontananza dalla sua terra e quella del riconoscimento del Paese che lo ospita”. Un ragazzo marocchino, nato qua, porterà le scarpe da tennis come voi, i jeans, sentirà la stessa musica, ma prima o poi ci sarà il momento in cui si confronterà col fatto che anche se ha la cittadinanza italiana sarà comunque considerato diverso. Sono leggende quelle di una cultura che permarrebbe identica dal Paese d'origine a quello di arrivo. Se non ha la cittadinanza italiana sarà doppiamente in una condizione di identità transitoria. Ecco, è questo secondo me, il problema che affrontano gli immigrati di seconda generazione.

STUDENTESSA: Ogni emigrante tende a vivere con i propri connazionali. Ciò può rappresentare un limite per inserirsi nella società ospitante?

DAL LAGO: Non è vero che ogni emigrante tende a vivere con il proprio connazionale. Certamente alcuni tenderanno a riprodurre forme di vita locale, altri invece avranno una cultura più individualistica. Il fatto che un migrante voglia mantenere la sua diversità nei confronti della popolazione residente, è una leggenda. Vorrà mantenere alcune caratteristiche che riguarderanno la religione, sicuramente, la cucina immagino, ma per il resto vorrà integrarsi nella nuova società. Gli adolescenti marocchini in Italia, alcuni dei quali io conosco, hanno le stesse esigenze di quelli italiani, come uscire il sabato sera o frequentare un tipo di sport; ma spesso, in una società difficile, dove il pregiudizio nei loro confronti è forte, vivere con i propri simili è un ripiego. Dunque il cosiddetto rafforzamento dell'identità comunitaria è, talvolta, una reazione al fatto di non essere accettati. 

STUDENTESSA: Ultimamente in Inghilterra è stata proposta una legge che prevede un corso di lingua e di educazione civica rivolti agli immigrati per aiutarli ad integrarsi nel contesto sociale. Qual è il Suo giudizio in merito?

DAL LAGO: È stato proposto qualcosa di più, se Lei si riferisce alle ultime dichiarazioni di Blair, secondo cui i migranti devono seguire un corso di lingua e di cultura inglesi e poi sostenere un esame, come condizione per l'accettazione. Considero positivo lo sforzo di un Paese di fornire agli emigranti conoscenze circa la nuova società in cui devono vivere. Uno dei grossi problemi degli emigranti in Italia è proprio la lingua, perché non parlare la lingua del luogo vuol dire essere esclusi da possibilità lavorative, formative. Ma costringere a condividere lo stile di vita del Paese che li ospita, come condizione di accettazione, come proposto dal Ministro Blair, mi sembra un controsenso. Voglio dire che nessun Paese che si dichiari democratico può imporre uno stile di vita. Noi scegliamo il nostro stile di vita. L'unico vincolo che noi abbiamo è quello del rispetto delle leggi vigenti nel Paese ospitante. Sarebbe come dire che può votare chiunque non abbia un anello al naso; così facendo si negherebbe all’individuo il diritto alla propria identità e questo significa la negazione dei principi costituzionali e democratici di un Paese. Per questo sono contrario alla proposta di Blair.

STUDENTESSA: Col passare degli anni la parola migrante potrà essere sostituita finalmente con "cittadino del mondo"?

DAL LAGO: Sarebbe bello, però ho qualche dubbio che questo avvenga, almeno in un futuro prossimo.

Puntata registrata il 13 dicembre 2001

Biografia di Alessandro Dal Lago

Trasmissioni sul tema Il Grillo 2002

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