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Il Grillo (9/4/2002)

Roberto Escobar

La paura e l'Occidente

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9 aprile 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Prof. Roberto Escobar e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Dopo l'11 settembre si è detto: "il mondo è cambiato". E questo è tanto più vero perché implica un cambiamento non tanto delle nostre condizioni materiali, quanto del nostro atteggiamento mentale. Ma perché un singolo evento, per quanto tragico e terrificante, ha inciso a tal punto sulle nostre coscienze? Quali recondite e segmentate inquietudini ha improvvisamente riportato alla luce? È l'angosciante sensazione di sentirsi vulnerabili, esposti all'azione di un nemico che può trasformare la nostra quotidianità in tragedia. Oggi si riaccende un sentimento oscuro e potente che per secoli ha alimentato la vita dei popoli: la paura della contaminazione, dell'incontro, la paura di chi sta al di là di un limite e per questa stessa ragione si oppone a noi. Ecco che la questione è il limite, la linea di demarcazione con cui distinguiamo il noi dagli altri. Questa linea, da una parte si è rafforzata e ha posto noi occidentali sotto un'identità improvvisamente ricostituita, ma allo stesso tempo si è indebolita enormemente, perché si accompagna alla constatazione di non poterci più chiudere all'interno di confini netti, perché questi, nell'era della globalizzazione, non esistono più. E allora dobbiamo chiederci: che fondamento ha questa paura? In che modo essa ha inciso e incide oggi sulla definizione dell'uomo occidentale? Mai come oggi i confini culturali appaiono assai più determinanti di quelli materiali. È forse questo il cambiamento a cui dobbiamo abituarci?

STUDENTESSA: Dopo l'11 settembre qual è il limite che divide gli occidentali dagli altri? 

ESCOBAR: Io credo che il limite sia prevalentemente politico e che piuttosto lo si descriva come se fosse religioso. In fondo, alla religione, si demanda questa funzione che parrebbe, tra l'altro, in contraddizione con molti messaggi religiosi e questa missione sarebbe appunto: opporre. Io ho l'impressione che, se non ci fosse, come c'è in questo caso, una dimensione religiosa oggettiva che ci distingue, ne inventeremmo un'altra. Fino all'89 lo stesso limite era tenuto in piedi, non più su motivazioni religiose, ma prevalentemente ideologiche. Il mondo era diviso tra noi, il mondo dell'Occidente, il mondo del capitale e il loro, il mondo dell'oltrecortina, il mondo del comunismo. Quel limite è crollato e l'effetto di questo crollo è stato un esplodere di insicurezze. Poi, per dieci anni, abbiamo cercato un altro limite. Quello che è accaduto a New York l'11 settembre scorso, non è stato uno scontro politico o economico o di potere, non è stato un evento maturato sulla base di una ricerca di potere che addirittura forse riguarda più il mondo islamico che il mondo occidentale, ma è stato uno scontro di religione o di civiltà, senza tenere conto del fatto che l'Islam, come il Cristianesimo, non è una sola forma culturale e non è nemmeno in senso stretto una sola forma religiosa. Noi ci definiamo cristiani, ma poi ci sono i cattolici, i protestanti; così in Islam non c'è una sola forma culturale che definisca la fede.
E la pericolosità di questa nuova paura sta proprio qui: quando si comincia a dire che loro sono diversi da noi per motivi legati alla fede, allora davvero siamo di fronte a uno scontro che può diventare radicale. 

STUDENTESSA: Qual è il rapporto tra confini materiali e confini culturali?

ESCOBAR: Innanzi tutto un confine non è mai una dimensione materiale. Sta a rappresentare, piuttosto, una dimensione che è prevalentemente di significato. Quindi è simbolico. Io posso definire il confine come una linea di indifferenza tra due sfere umane. Pensate due Paesi e, in questi, due gruppi che vivono ognuno per conto proprio, odiandosi oppure, in qualche modo, contrapponendosi all'altro gruppo. Ciò comporta che si innalzi anche in ognuno dei due gruppi una volontà di prevalere, di vivere, che in qualche misura è anche positiva. Laddove le due sfere vitali arrivano a incontrare l'altra, lì è il confine. La cosa interessante di questa definizione è che il confine non sta mai fermo, continua a muoversi, perché la gente è viva, ecco perché ogni gruppo immagina che il confine non sia solo simbolico, ma materiale; ci si mette un fiume, ci si mette un muro, ci si mettono le vette di una catena montuosa e poi si fa credere alla gente che quello sia davvero il confine, che sia un confine voluto dalla natura o da Dio. 

STUDENTESSA: In che misura la paura dell'altro può rafforzare l'identità di un popolo?

ESCOBAR: Che cos'è la paura? È qualche cosa di solamente negativo? No. Per paura io intendo semplicemente l'impressione che noi abbiamo di fronte alla possibilità che si sprofondi nel disordine. Noi viviamo con questa consapevolezza che qualche volta non arriva alla coscienza. Che cosa succederebbe se fuori dalla porta ci fosse la selva, il selvaggio, il niente? Allora, stando ben chiusi in casa, noi immaginiamo che la nostra casa sia ben fortificata, quando, in realtà, non arriveremmo mai a questo niente, perché il niente per definizione non c'è. Tuttavia, ce lo rappresentiamo. La cosa sorprendente di questo meccanismo, che secondo me fonda la nostra civiltà e il nostro essere uomini, è che anche le cose più grandi vengono dalla paura. La grande letteratura viene dalla paura, ma anche semplicemente i comportamenti quotidiani vengono dalla paura. Un gatto non ha paura perché non percepisce la possibilità che il mondo non sia niente. Il gatto è tranquillo, ha degli istinti che lo portano a vivere, mentre l'uomo è costantemente preso dal timore che di là ci sia la morte, la fine, il disordine. Allora: in che senso la paura produce identità? Stando alle cose che ho detto, in un senso molto positivo, perché noi siamo quello che siamo perché sentiamo questa paura positiva. Però può darsi che in un gruppo particolarmente in crisi, che non abbia fiducia in sé, qualcuno pensi che lo strumento migliore per ricostituire il gruppo, magari per manipolarlo, per avere potere sul gruppo, sia di dire che c'è qualcuno che ci vuol male. Ossia, la paura può diventare un mito, può diventare uno strumento di potere e in questo senso essa rinforza le identità perché se io sono italiano e ho paura che l'extra-comunitario voglia sostituirmi a casa mia, io mi spavento; dunque aumento la mia consapevolezza dell'essere italiano. Però mi accorgo che sono solamente italiano, non sono me stesso, perché vengo ridotto a una dimensione di identità impoverita, così ogni mio comportamento non è dettato dalla ricchezza che sento in me, ma solo dalla paura. Quindi, la paura, può influire sull'identità in due modi completamente diversi: in maniera positiva, quando la paura è aperta, si trasforma in cultura, in civiltà in produzione artistica, oppure in modo negativo, terribile, quando, attraverso questo innalzamento artificiale e mitologico della paura si arriva a una struttura sociale e politica che io non esito a definire totalitaria.

STUDENTESSA: In che modo una cultura esorcizza le proprie paure? 

ESCOBAR: Io credo che tutta la nostra cultura sia una trasformazione della paura, ma quando essa, dagli uomini, non viene trasformata in ordine ed essi sono sul limite della crisi, allora si può arrivare all'omicidio. Quante volte è capitato a tutti noi, in un gruppo di amici, di essere stati sull'orlo del litigio, della crisi? Ebbene in quel caso, anziché il litigio, si potrebbe scegliere la soluzione migliore che è quella di prendere in giro l'avversario. Ed ecco attivato il meccanismo che presiede al mantenimento dell'ordine. Certo, non è il migliore e nemmeno l'unico, però è opportuno conoscerlo. È questa la struttura mediante la quale noi trasformiamo la paura in ordine.

STUDENTESSA: Che rapporto c'è tra diversità e odio? Nella storia dell'Occidente, la cultura di un popolo si è aperta a quella di un altro, senza conflitti?

ESCOBAR: Non esiste la diversità. Piuttosto la inventiamo noi. Quando io dico di qualcuno che è diverso, in realtà ho già deciso che lo perseguiterò. In che cosa un nero è diverso da me? Per il colore della pelle? Ma chi ha deciso che questo particolare è rilevante? È identico a me per molte altre cose. Perché non lo si dice? Perché si punta invece su ciò che pare avere un'oggettiva diversità? Perché questo ci serve per espellere. Pensiamo al caso dei disabili. Sono i diversi, si dice e lo si dice anche in buona fede, ma dicendo che sono "diversi" già li si chiude in una dimensione esistenziale terribile. Io sono diverso da ognuno di Voi o no? Perché allora di me non si dice che sono "diverso" e lo si dice solo per quegli altri? La ragione è che noi abbiamo una partecipazione collettiva a una dimensione che ci accomuna. Noi siamo italiani perché abbiamo un criterio generale che ci rende tutti uguali che è l'Italia, tuttavia tra di noi siamo differenti, ad esempio, per altezza, ma lo siamo solo in quanto ci riconosciamo uguali rispetto al metro, che è l'unione di misura uguale per tutti. Ci misuriamo e scopriamo che siamo differenti, siamo uguali e differenti. La diversità non è la differenza, bensì la parola che indica il fatto che tu non partecipi alla misurazione collettiva. Il metro non ti misura. Quando noi diciamo di qualcuno che è diverso lo stiamo espellendolo dal sistema di commisurazione che produce eguaglianza e differenza e che rende gli uomini, uomini, agli occhi degli altri uomini.

STUDENTESSA. L'ignoto è una delle forme primordiali di paura sin dall'antichità. Secondo Lei, lo sviluppo tecnologico in che modo ha contribuito a trasformare o a eliminare del tutto questa paura?

ESCOBAR: Non credo affatto che la tecnica produca di per sé paura. C'è Prometeo che è proprio il mito della paura, ma della paura trasformata in cultura, in civiltà. Prometeo ruba il fuoco agli Dei, ma non un fuoco qualunque, bensì un fuoco che viene conservato in una canna, in una ferula cava, perché il fuoco potrebbe spegnersi e, se si spegne il fuoco, l'uomo ha freddo. Prometeo ruba agli Dei la tecnica che ci ha scaldato fin da allora. Io non sono affatto dell'idea che debba demonizzarsi la tecnica, tuttavia essa, al tempo stesso, può trasformarsi in paura. Prometeo sfida gli Dei e quando l'uomo, mediante la tecnica, migliora la sua vita, c'è sempre qualcuno che sospetta che gli Dei se la prendano. Mentre Prometeo ha paura della vendetta di Zeus, la paura degli uomini è il senso di colpa che hanno dentro. Quindi la tecnica di per sé migliora il nostro mondo e ci rende padroni del mondo; trasforma la paura e gli dà un senso.

STUDENTESSA: Secondo Lei che cosa rappresenta oggi l'ignoto?

ESCOBAR: L'ignoto è l'altra parte di noi ed è molto più di quello che noi siamo, perché esso ci rende vivi. Se noi siamo "metamorfosi" della paura, allora ben venga la paura, ben venga l'ignoto che ci fa paura, perché ci induce a inventare. 

STUDENTESSA: Se l'individuo, in gruppo, riesce a superare la proprie paure, ma allo stesso tempo diventa meno razionale, significa che le paure in gruppo non possono essere razionalizzate?

ESCOBAR: Le paure vengono sempre razionalizzate, però bisogna vedere come, perché alla massa si possono dare le spiegazioni più diverse delle sue paure. Addirittura, per la massa, la paura si può produrre, fornendo già la risposta. Il fatto di aver razionalizzato una paura, non significa aver usato la ragione, quanto aver usato uno strumento efficace. Spesso le razionalizzazioni di massa sono terribilmente irragionevoli. 

STUDENTESSA: L'ideologia del Novecento ha agito contro il localismo. Il Muro di Berlino segnava un limite ideologico. Ora che queste ideologie comunque si sono indebolite si sta riaffermando il localismo?

ESCOBAR: A mio avviso, il localismo ha senso solo in una dimensione globale. Tuttavia, se essa consente alcuni privilegi, prima impensabili, come spostarsi in poche ore da un punto all'altro del mondo oppure ascoltare i programmi televisivi di un altro popolo, da un altro lato rappresenta il crollo della dimensione politica che dà ordine al mondo. E il prevalere dell'interesse economico spesso subordina lo Stato. È qui che il localismo produce paura, perché sentendomi non più tutelato dalla dimensione politica, ma aggredito da quella economica, chiedo aiuto a quello più vicino a me. Questa sensazione produce il confronto che, spesso, genera cose terribili come gli etnismi, le chiusure e l'odio. Per esempio, due famiglie che abitano sullo stesso ballatoio, possono andare d'accordo, ma anche odiarsi e io credo che non ci possa essere un odio maggiore che tra due famiglie che abitano in maniera cosi ravvicinata. Quindi il localismo è l'aspetto negativo del globalismo.

STUDENTESSA: Qual è il rapporto tra potere e paura? 

ESCOBAR: Il potere politico serve per dare forma alla paura, perché senza uno Stato saremmo del tutto impauriti. Quando la presenza dello Stato viene a diminuire, accrescono le insicurezze tra la gente. Però la paura, quando viene manipolata e mitizzata, produce un potere perverso che controlla le coscienze, che non mira alla sicurezza degli individui, ma al dominio di chi la produce. Io parlo di una macchina che, mediante gli strumenti di comunicazione di massa, diffonde paura. Essa la si inventa e la si aumenta per poterla gestire a proprio piacimento, come, per esempio, per prendere voti alle elezioni. 

Puntata registrata l' 8 febbraio 2002

Biografia di Roberto Escobar

Trasmissioni sul tema Il Grillo 2002

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