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Il Grillo (15/4/2002)

Marcello Fois

Il fascino dell'horror

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15 aprile 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Prof. Marcello Fois e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

"Le cose che ci fanno soffrire nella realtà, ci recano un sommo piacere se le osserviamo in immagini". Con queste parole Aristotele, ne "La poetica", enuncia la peculiarità dell'espressione artistica che fa dell'orrore e delle altre forme di paura, una fonte di piacere. Del resto il terrore è nella mitologia e nelle forme artistiche di ogni civiltà umana. Creature mostruose ed esseri sovrannaturali, demoni e forze oscure animano l'immaginario delle più antiche tradizioni popolari, occidentali e non; un immaginario che attinge dal fondo all'animo umano, dalle sue zone d'ombra, dove giace, mai sopita, un'inquietudine esistenziale dinanzi a ciò che gli uomini non riescono a dominare: la morte, il dolore, l'ignoto, l'irrazionale. È su questi elementi che sono cresciute nei secoli le narrazioni fantastiche della letteratura occidentale e si è formata la materia prima delle fiabe, delle poesie, dei racconti, ma anche dell'iconologia e dell'architettura. È singolare che un genere letterario, che fa dell'ombra e dell'irrazionale il proprio ingrediente fondamentale, prenda definitivamente forma proprio nel secolo dei Lumi, in Inghilterra, per poi arrivare ai giorni nostri e trovare una nuova affermazione nel cinema. Si tratta di un'affermazione che va interpretata come una sconfitta della nostra razionalità di uomini occidentali, visto che l'orrore è l'unico modo che abbiamo per esorcizzare i nostri incubi oppure l'animo umano ne prova una inconfessata, ma inesorabile attrazione?

STUDENTESSA: Professore, perché la letteratura horror e noir sono sempre state snobbate dalla critica letteraria?

FOIS: Perché questi generi letterari hanno sempre agito da supporto ad un immaginario sociale e quindi sono sempre stati ritenuti non accrescitivi di informazione culturale, letteraria, in quanto tale. Vengono visti come una sorta di medicina sociale che, attraverso il racconto, l'orrore o il noir o il giallo, servono ad addomesticare socialmente. Quindi la letteratura vera e propria è roba per adulti, mentre questa è per lettori bambini.

STUDENTESSA: Il genere horror nasce in Inghilterra, ma in che senso esso appartiene alla cultura anglosassone? 

FOIS: Il genere horror fa parte delle diverse culture perché è un modo ancestrale di raccontarsi le storie. Ai bambini si raccontano storie terribili perché imparino delle lezioni, il senso del pericolo, al fine di metterli in guardia rispetto ai problemi della vita. Si può dire che sia iniziato in Inghilterra poiché lì sono nate le prime industrie editoriali, ma non per un motivo culturale. Dunque non esiste un primato della cultura dell'horror, dell'orribile, per lo meno nell'Occidente. 

STUDENTESSA: Se un lettore prova paura, dipende dalla capacità dello scrittore di dare un volto alle nostre paure?

FOIS: Ci sono due sfumature da tenere conto. Da una parte è vero che esiste la capacità tecnica di costruire la paura e di costruire la tensione; dall'altra parte però è vero che la permanenza di questa paura dipende da quanto lo scrittore ha saputo coniugare la sua capacità tecnica a quella di concepire la paura in senso primario, in senso primordiale. Per esempio, l romanzo Dr. Jackill e Mr. Hyde di Stevenson è, da questo punto di vista, un romanzo capitale, perché l'autore ha dato un volto alle paure dell'umanità raccontando, in epoca vittoriana, la storia di un doppio che è uno. Egli ha raccontato di noi stessi, della nostra capacità di essere una cosa e l'altra contemporaneamente, impiantando, credo, uno dei pilastri fondamentali della storia dell'horror contemporaneo.

STUDENTESSA: Qual è, secondo Lei, lo schema classico della narrazione dell'horror?

FOIS: È intanto quello di stabilire un accordo preliminare col lettore. Lo schema horror, in particolare, richiede un atto di fiducia da parte del lettore nei confronti dello scrittore, fiducia che deve combinarsi, però, con la capacità del secondo di rendere credibile, al primo, ciò che sta raccontando. Il testo deve essere collegato all'ambiente scientifico del suo tempo in modo tale da far credere che gli eventi accadano veramente. È dentro questo rapporto che si sviluppa il progetto horror in senso tecnico. 

STUDENTESSA: Hitchcock diceva: "il muro che separa il terrore dal ridicolo è molto sottile". Lei che cosa ne pensa?

FOIS: Penso che avesse ragione. Hitchcock era un genio nel lavorare sul cognito, su ciò che è assolutamente assodato riuscendo ugualmente a costruire un tipo di paura molto particolare, una paura forse più contemporanea, forse quella più paurosa per noi, che è la paura del quotidiano.

STUDENTESSA: Secondo Lei, qual è il rapporto che intercorre fra il mistero e la paura?

FOIS: Il mistero deve interessare, sostanzialmente. Mistero e paura non sono così strettamente legati. Il mistero lo si trova in un romanzo giallo senza che questo sia necessariamente un genere horror. È un mistero il percorso che nel romanzo Stand by me di Steven King alcuni ragazzi compiono per andare a vedere un cadavere. Si tratta di una metafora del passaggio dall'infanzia, in cui la vita sembra infinita, a uno stato adolescenziale, in cui invece devi renderti conto che la morte è un dato corporeo; esiste, c'è e ti spetterà. Qui abbiamo il mistero e non la paura. 

STUDENTESSA: Lei, in quanto scrittore e sceneggiatore, ritiene che sia più facile impaurire attraverso un romanzo o un film? E poi, come cambia la scrittura nelle due forme narrative?

FOIS: Cambia molto di più di quanto non si pensi. Intanto, in un film, ciò che si vuole raccontare lo si mostra attraverso l'immagine, mentre nella scrittura si deve descrivere ogni cosa. Kubrick ha detto: "Sei pagine di descrizione di un paesaggio, al cinema sono un'inquadratura". Ecco, è questo il punto. Questa è la differenza sostanziale. In un libro vengono descritte situazioni complesse che le immagini, invece, risolvono immediatamente.

STUDENTESSA: In che misura un romanzo giallo oppure horror esprime il ritratto di una società? Ad esempio: i personaggi dei Suoi romanzi incarnano dei modelli sociali e le paure di un'intera collettività?

FOIS: Mentre nel giallo si intende scoprire il colpevole grazie all'operato razionale di un investigatore, nell'horror ci si domanda, piuttosto, il motivo di un dato fatto, seguendo i passi più del colpevole che non dell'investigatore. Nel giallo, inoltre, lo scenario può essere benissimo una casa, un salotto, una stanza dov'è capitato il fatto, le persone che vi sono dentro e l'impronta digitale. Nell'horror, invece, e' importante, più che il luogo, l'abitudine delle vittime, la loro abitazione, la città in cui abitano che, spesso, è immaginaria come per Poe. Egli non è mai stato a Parigi quando ha scritto Il duplice delitto de la Rue Morgue, tuttavia ha usato quella città soltanto perché adatta ad una storia che lui voleva raccontare. 

STUDENTESSA: Quanto il genere noir è legato a schemi narrativi rigidi e fino a che punto un romanzo giallo, oppure horror, è rinnovabile?

FOIS: E' rinnovabile infinitamente, poiché non esiste lo schema narrativo rigido. L'idea che si impari a scrivere perché esistono degli schemi che sono riproducibili, è un'idea di partenza, è sicuramente una base, ma, poi, gli scrittori che riescono a pubblicare realmente sono quelli che hanno disatteso questo tipo di schemi e li hanno rinnovati. Quando qualcuno di Voi partecipasse a una cosiddetta Scuola di Scrittura Creativa, deve sempre considerarla o pensarla come una sorta di Scuola Guida, in cui si impara una tecnica di base che si può applicare bene solo a patto di dimenticarsela, perché, se ognuno di noi pensasse con calma a tutti i gesti che bisogna fare per guidare una macchina, non riuscirebbe a muoversi. Essi avvengono automaticamente, perché definitivamente acquisiti, ma poi la creatività è un'altra cosa, nella guida così come nella scrittura.

Puntata registrata l' 8 febbraio 2002

Biografia di Marcello Fois

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