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Il Grillo (22/4/2002)

Maria Grazia Giannichedda

Disagio psichico, disagio sociale

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22 aprile 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo “Cartesio” di Giugliano

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite, la Prof. ssa Maria Grazia Giannichedda e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

"Che cos'è la follia? La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere". Con queste parole Franco Basaglia, padre della Riforma che sancì la chiusura dei manicomi in Italia nel 1978, esprimeva la sua interpretazione del disagio mentale. Il manicomio si presentava agli occhi di Basaglia come il frutto di una rimozione sociale e di una ghettizzazione della sofferenza psichica. Il manicomio quindi come ricettacolo chiuso di qualcosa che non possiamo accettare e che in fondo ci fa paura, perché il rifiuto della follia è in fondo il rifiuto della diversità. L'iniziativa di Basaglia affermò con vigore che il malato mentale, collocato nel contesto tecnico, estromesso dalla propria vita relazionale, emotiva, sociale, perde la dignità di essere umano. Colui che soffre, in quanto persona, ha il diritto e la necessità di non vivere da recluso. Le cure farmacologiche e le terapie psichiatriche non devono privarlo di un diritto fondamentale, quello di un'esistenza piena, fatta di interazione umana, di rapporti sociali, di apertura verso il mondo esterno. A distanza di più di vent'anni e dopo le polemiche seguite alla cosiddetta chiusura dei manicomi, che bilancio si può fare della Legge 180? Perché la figura di Basaglia è così controversa? I suoi propositi e le sue direttive rappresentano ancora un orizzonte concreto di intervento o appartengono ad una utopia irrealizzabile?

STUDENTE: In quale contesto storico-culturale nascono i manicomi?

GIANNICHEDDA: I manicomi nascono con la società moderna. Stiamo parlando quindi di fine Seicento/Settecento. Questo non vuol dire che la follia, prima dell'epoca moderna, non esistesse. Esisteva certamente, quello che però ha caratterizzato la società moderna è l'organizzazione della follia in un certo modo; essa ha cercato i matti, selezionati, tirati fuori dalla famiglia, dalla città di provenienza, dalla vita che fanno e li ha radunati tutti insieme in un recinto apposito per i folli, perché considerati pericolosi, fastidiosi per la gente normale. È tipico della modernità mettere le persone in un posto apposito: i delinquenti nelle carceri, i matti nei manicomi, gli anziani negli ospizi, i bambini nei brefotrofi. La legge italiana è figlia della legge francese del 1838, secondo cui venivano ricoverate le persone pericolose a sé stesse e agli altri e quelle di pubblico scandalo. La funzione del manicomio era - la legge diceva - di curare e custodire. Io ho visto il manicomio per la prima volta in vita mia che avevo forse qualche anno più di voi e ho pensato che non andava bene, che lì non si poteva curare qualcuno. Quindi tra la funzione di curare e quella di custodire era assolutamente evidente quale delle due prevaleva. Nonostante questo però i manicomi erano retti da dei medici ed è proprio lì che nasce il problema.

STUDENTE: Come si è arrivati a formulare la Legge 180 e su quali principi è basata?

GIANNICHEDDA: La Legge 180 ha una lunga storia. Il manicomio ha una lunga storia. Nasce alla fine del Settecento, quindi il manicomio che conosciamo noi, che abbiamo conosciuto noi, avrà all'incirca un trecento anni. La critica al manicomio per certi versi ha pure trecento anni. Per esempio io ricordo di aver letto che, prima dell'Unità d'Italia, nell'820-'840, un Principe di Savoia visitando uno dei manicomi di Torino, quello che poi divenne un importante manicomio pubblico a Grugliasco, inorridì e disse: "Io qui non ci metterei manco i miei cavalli". Non erano i luoghi della ricerca, quelli, bensì luoghi da cui prelevare persone per farne oggetto di esperimenti. Ugo Cerletti, che era un medico dell'Ospedale Psichiatrico di Roma, il Santa Maria Della Pietà, scoprì che, grazie all'elettroshock, i maiali venivano tramortiti con una scarica elettrica, senza che questa li uccidesse e al loro risveglio presentavano un comportamento diverso da quello di prima. Da lì partì l'idea. Cerletti si convinse che si poteva intervenire così anche sul cervello umano. E dove cercare le persone su cui sperimentare? Nel manicomio. Franco Basaglia lo racconta molto bene nel suo testo del '75. Lui era stato sei mesi in carcere durante la Resistenza, quando era studente di Medicina. Faceva ricerca, studiando la follia anche dal punto di vista storico-filosofico. Nasce così la legge 180, ad opera di un giovane medico, che credeva nella cura, convinto che la Costituzione bisognasse prenderla sul serio Ebbene si ritrova a fare il direttore di un manicomio assistendo a immagini forti di degrado della dignità umana.

STUDENTE: Professoressa, Le vogliamo mostrare un filmato che contiene un'intervista di Zavoli a Franco Basaglia.

ZAVOLI: Professor Basaglia si rimprovera questo ospedale di essere più una denuncia civile che una proposta psichiatrica.

BASAGLIA: Ah, senz'altro. Io sono perfettamente d'accordo. Vorrei partire con una provocazione che Lei mi fa dicendomi: “denuncia civile, più che proposta psichiatrica”. Io non saprei assolutamente proporre niente di psichiatrico in un manicomio tradizionale. In un ospedale dove i malati sono legati, costretti, in una situazione di sudditanza e di cattività da chi li deve curare, credo che nessuna terapia biologica o psicologica possa dare loro un giovamento. Non so veramente come ci può essere una possibilità di cura in una situazione di non comunicazione fra medico e malato.

STUDENTE: Come si può interpretare l'interazione che intendeva Basaglia tra medico e malato?

GIANNICHEDDA: Ogni tipo di interazione ha delle difficoltà, quella uomo/donna, quella padre/figlio e madre/figlio. Non si può pensare che ci possa essere un'interazione senza conflitti, perché se non c'è conflitto allora c'è un imbroglio sotto. Questa è la mia opinione. Nel manicomio il conflitto finisce quando le persone vengono ridotte a oggetti, così, eliminato il conflitto, il potere è interamente nelle mani del medico. Basaglia allora pensa a una situazione in cui chi ha potere, come il medico, deve saperlo gestire, deve sapere che il suo potere potrebbe diventare strapotere se usato esclusivamente a suo favore e il malato è un suo oggetto. Il medico, secondo Basaglia, deve essere uno che cura, che si prende cura del paziente. Egli diceva: “non si può fare psichiatria se non c'è dignità, se non ci sono persone”. Era convinto che bisognasse, prima di tutto, mettere le persone in condizione di persone e poi esercitare la psichiatria.

STUDENTESSA: Secondo Lei il rifiuto della famiglia, nei confronti di un ragazzo considerato folle, è dovuto più alla paura di questa malattia o alla paura dei pregiudizi della società?

GIANNICHEDDA: Entrambe le cose, ma credo che soprattutto sul primo tipo di paura noi medici, come esperti, noi come tecnici si possa fare molto. Si tratta di una paura giustificata in parte perché le famiglie hanno davanti l’immagine del folle all’interno del manicomio e dunque hanno il terrore che egli diventi un oggetto, una cosa buttata in un angolo senza più dignità. 

STUDENTESSA: Secondo me sono i farmaci a ridurlo in quello stato.

GIANNICHEDDA: Credo che sia soprattutto l'istituzionalizzazione a trasformarli così. Il manicomio non è stato creato per la follia, piuttosto è stata la follia della nostra razionalità a rinchiudere le persone sofferenti, gestendo i loro bisogni come se, per ognuno di loro, fossero uguali e da soddisfare nella stessa maniera e alla stessa ora. Io ricordo di pazienti che si mettevano in tasca dei pezzettini di pane per non aspettare ore prima che venisse servito loro il pasto. Io personalmente ho paura più del manicomio che della follia.

STUDENTESSA: Come viene affrontata oggi la malattia mentale in Italia? 

GIANNICHEDDA: Credo che la domanda giusta sia: “che cosa succede all'interno delle strutture sanitarie, all'interno delle famiglie e delle scuole?” Ecco, dovreste essere voi, per esempio, a dirmi che cosa succede a Scuola quando si capisce che una persona sta male. Secondo Voi c'è paura?

STUDENTESSA: Sì, credo di sì.

GIANNICHEDDA: Anch'io credo di si. Io ricordo di un ragazzo che delirava durante le mie lezioni all’Università. Egli diceva delle frasi senza senso ed io, senza arginarlo, senza ignorarlo, ho cercato di interagire con lui in un clima di comprensione e solidarietà. Spesso vi capita di avere in classe alcuni compagni con handicap più o meno gravi, grazie ad una legge nazionale che ha abolito le Scuole speciali consentendo l’ingresso dei disabili negli Istituti d’istruzione per gente normo-dotata. Ecco che allora tutta la classe è chiamata ad affrontare una realtà complessa, un’esperienza nuova che richiede necessariamente la mediazione dell’insegnante, per poter essere accettata da tutti. 

STUDENTESSA: Quando un ragazzo che soffre di disturbi psichici si mostra violento come bisogna affrontarlo? 

GIANNICHEDDA: Queste persone non sono violente perché matte. Io credo che alla violenza si debba rispondere con il carcere, altre volte, invece, con la comprensione. Ecco sta a noi, alla nostra responsabilità giudicare se denunciare la persona violenta oppure stargli accanto e cercare di capire il motivo di tale comportamento. 

STUDENTESSA: Secondo Lei gli psicofarmaci curano realmente un malato mentale? 

GIANNICHEDDA: Non sono un medico, ma certamente posso dire che gli psicofarmaci svolgono un ruolo importante se abbinati alla terapia psicologica. Sono deleteri se il loro uso diviene un abuso, perché allora si può diventare tossicodipendenti. Sta al medico vigilare che ciò non accada. 

STUDENTESSA: Che cosa pensa dei progetti legislativi che affrontano l’argomento “manicomi”?

GIANNICHEDDA: Sono pessimista se penso ai progetti del Sistema Sanitario Nazionale, perché sono talmente inattuabili da non trovare consenso nemmeno all’interno della stessa maggioranza di Governo. Sono anche ottimista, però, se penso agli psichiatri che, in virtù di ciò che sono stati e che hanno significato in passato i manicomi, non sono davvero interessati a costruire nuovamente dei recinti dove relegare il pazienti, ma sono soprattutto ottimista perché sono convinta che voi, generazioni future, possiate contribuire alla costruzione di una società che consenta la convivenza tra persone diverse culturalmente, ma anche psichicamente.

Puntata registrata il 13 dicembre 2001

Biografia di Maria Grazia Giannichedda

Trasmissioni sul tema Il Grillo 2002

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