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Il Grillo (23/4/2002)

Cesare Garboli

Elsa Morante: la storia e le sue vittime

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23 aprile 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Prof. Cesare Garboli e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Quando si accinge a scrivere il suo libro, forse più ambizioso, Elsa Morante è una scrittrice di successo, ma non pubblica romanzi da anni. Si è in una fase intensa e convulsa della storia, non solo italiana, che vive i fermenti nuovi dall'America alla Russia, dentro la Chiesa, nel cosiddetto Terzo Mondo, ma anche lo spettro della bomba atomica e la presenza costante e assai penosa delle guerre. Elsa Morante si trova sempre più a dialogare con i Movimenti Giovanili degli anni Sessanta e a loro dedicherà una sorta di prologo al romanzo, la sublime ballata: "Il mondo salvato dai ragazzini". La storia racconta le vicende di Ida, una maestrina calabrese che vive nel quartiere romano di "Testaccio" e che mette al mondo un figlio, Useppe, nato da una violenza subìta da un soldato tedesco. Insieme col figlio, malato e indifeso verso il mondo, attraverserà sette anni terribili, quelli della fine della Seconda Guerra Mondiale e dell'immediato dopo-guerra. Ida e Useppe sono due vittime della storia, come gran parte dei personaggi del romanzo che racconta della piccolissima borghesia e del proletariato della Roma di quegli anni. Alla sua uscita il libro raccolse consensi entusiastici, ma fu anche accusato di essere reazionario e consolatorio. Quello della Morante era in effetti un monito anarchico, un urlo di dolore contro la storia, che non poteva essere gradito a una cultura pienamente storicista come quella italiana. Influenzata dalla lettura di Simone Weil, Elsa Morante intraprendeva con La storia un ripensamento del proprio tempo, ma la ricerca della grazia e della felicità le apparve sempre più difficile, mentre quella che lei chiamava la bomba atomica, la logica del potere, della ragion di Stato e della morte, sembrava e sembra trionfare sempre di più.

STUDENTESSA: Professore, per quale motivo Elsa Morante ha scelto per il suo libro un titolo così ambizioso La Storia? 

GARBOLI: Perché La Storia si riferisce alla storia del mondo, alla storia dell'umanità, a ciò che noi chiamiamo la storia, la storia raccontata da Erodoto, le storie raccontate da Machiavelli, quella raccontata dagli storici e quella vissuta dall'umanità. Quindi non una storia, non un romanzo immaginario, ma ciò che è avvenuto nel mondo. Elsa Morante pensa che la storia sia stata essenzialmente un eccidio di innocenti, di creature innocenti e che abbia colpito soprattutto coloro che non sanno la storia, ma la subiscono. È la storia di oggi che, a distanza di trent'anni - da quando il romanzo è stato scritto-, colpisce gli innocenti, le persone che non sanno la guerra, che non sanno la storia. 

STUDENTE: Nonostante La Storia sia un romanzo ambientato in Italia, a Roma precisamente, lo si potrebbe definire universale?

GARBOLI: Roma non è caput mundi? Roma non è la città dell'Impero? È la città del papato. Più universale di questo! È un caso, però, perché Elsa Morante era di origine siciliana, ciò nonostante si sentiva a tutti gli effetti romana per aver da sempre vissuto a Roma e un narratore, un romanziere, parla di ciò che sa, parla dei quartieri che conosce. Così la scrittrice parla di Pietralata, parla dei sobborghi di Roma, del Testaccio. La municipalità di Roma non vuol dire necessariamente la provincia di Roma. L'angustia e la ristrettezza dei confini di Roma sono invece un tratto universale. Poi c'è anche un altro aspetto. La storia rappresenta una grande novità stilistica perché è raccontata in forma annalistica, nel senso che anno per anno vengono raccontati gli avvenimenti che si svolgono tutti nel quadro della Seconda Guerra Mondiale. Io non credo che la municipalità di Roma ne La storia sia un aspetto che confini questo romanzo in una gabbia esclusivamente italiana. Tutt'altro.

STUDENTESSA: A quale pubblico intendeva rivolgersi, la Morante, con il suo romanzo?

GARBOLI: La Morante, quando scrisse La storia, era molto provata, molto addolorata, molto esasperata da quello che succedeva nel mondo. Come ogni grande artista era lungimirante e aveva capito che la storia colpisce soprattutto gli innocenti, quelli che la subiscono. E a loro si voleva rivolgere. La Morante diceva espressamente - me lo disse varie volte-: "Io non ho voluto scrivere un romanzo. Io ho voluto fare un'azione politica. Il mio romanzo è un'azione politica". È un grido, un grido forte, un grido esasperato, l'urlo dell'artista, con una capacità di ascolto e di risonanza maggiore ad altri urli. Affinché la sua opera potesse diffondere il messaggio, che vi era racchiuso, a più gente possibile, l'autrice decise che esso doveva avere un costo esiguo, per essere accessibile anche alle persone meno abbienti.

STUDENTESSA: È possibile avvicinare La storia di Elsa Morante a I Promessi Sposi di Manzoni, dato che entrambi sono due romanzi storici?

GARBOLI: La storia non è un romanzo storico e per questa ragione non ha quasi nulla a che vedere con un romanzo come I Promessi Sposi, dove la storia è presente. Una delle grandi novità del romanzo della Morante è proprio di avere cacciato vigorosamente fuori dell'immaginazione romanzesca la storia che appartiene ai personaggi storici che la gestiscono. Questa parte è confinata dalla Morante in corpo minore. Ciò che può essere ricondotto all'azione di protagonisti della storia, quali Hitler o Mussolini, non viene considerato in alcun modo raccontabile. Ciò che è raccontabile è, invece, quello che accade a noi, che siamo vittime di ciò che ci viene fatto da altri. Non può essere un romanzo storico perché di storico ci sono soltanto le vicende municipali della vita di Roma, mentre ne I Promessi Sposi i personaggi di fantasia vengono messi sullo stesso livello e sullo stesso piano dei personaggi che noi sappiamo essere realmente vissuti. Federico Borromeo è realmente vissuto, forse anche l'Innominato, un Visconti, era realmente vissuto. Renzo e Lucia, anche se sono personaggi di pura immaginazione, agiscono però nello stesso teatro, agiscono nello stesso scenario. La Morante, invece, racconta soltanto di coloro che subiscono la storia, non quelli che la fanno; è una scelta, questa, di grande violenza narrativa ed è una delle ragioni per cui questo romanzo è stato molto avversato. Inoltre, c'è da dire che una scelta di questo genere, così imperiosa, così ferma, condotta per pagine e pagine, senza mai venir meno a questo presupposto, è molto femminile. Uno scrittore di sesso maschile non avrebbe avuto il coraggio di Elsa di tagliare la storia in due con un colpo secco. Qui, coloro che non contano nulla, come la maestrina e il figlio, il portatore di carretta, hanno diritto a essere protagonisti di un romanzo, mentre quelli contano qualcosa, producono sangue e lacrime e, per questo, vengono espulsi dal romanzo.

STUDENTESSA: Quanto Elsa Morante è stata influenzata da Simone Weil?

GARBOLI: Io non credo che si possa parlare di un flusso di Simone Weil nei confronti di Elsa, quanto, piuttosto, di un rapporto antagonistico, molto profondo, che forse è passato attraverso sentieri che sarebbe molto arduo decifrare e seguire, più o meno a partire da La storia in poi. Quando Elsa Morante parlava di Simone Weil, aveva quasi devozione, una grande ammirazione per lei. La Morante è stata sedotta dal pensiero di Simone Weil, perché era un pensiero diverso dal suo. Lei era piena di fuoco e, come lei diceva, fatta di "materia carnale" in continua metamorfosi, mentre la Weil era una mente pura, una mente di grande contemplatrice delle verità.

STUDENTESSA: Secondo Lei, Elsa Morante ha una visione della storia laica o religiosa?

GARBOLI: Né l'uno, né l'altro. Elsa Morante era un'anima profondamente religiosa, ma in modo molto individuale e in qualche modo solitario e non confessionale. Tuttavia era molto credente in gioventù, quando aveva una fede cattolica molto pronunciata e molto profonda, ma poiché, come sempre, in Elsa, le cose si trasformavano, anche la fede si è trasformata, diventando così una persona non più praticante. Mentre, per fare un paragone, I promessi sposi è un romanzo cattolico, La storia è più un romanzo laico, ma soprattutto è un romanzo di grande coraggio intellettuale, di grande rigore. 

STUDENTESSA: Ne La storia emerge un certo pessimismo nelle vicende umane, ciò nonostante, è possibile rintracciare un velo di speranza per il futuro?

GARBOLI: Io non scorgo né pessimismo, né disperazione nelle pagine del romanzo. Anzi, esso è quasi un inno all'allegria. Lo scenario è quello, si, di una storia tragica, ma il modo in cui è raccontato è su di tono, è abbastanza allegro. Lo vedo come una rivolta, una ribellione e le ribellioni non sono mai disperate. Vi è la speranza che quando tutto sembra finire nel dolore, nel sangue, nelle lacrime, c'è sempre un filo d'acqua, un rivolo d'acqua, un torrentello che gorgoglia da qualche parte.

Puntata registrata il 7 febbraio 2002

Biografia di Cesare Garboli

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