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Il Grillo (6/5/2002)

Gianni Riotta

U.S.A. e quarto potere

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6 maggio 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma 

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite Prof. Gianni Riotta e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

L'informazione è sempre stato uno dei pilastri dell'ideale democratico americano. La libera stampa, la centralità dell'opinione pubblica, soprattutto l'indipendenza della stampa da ogni forma di potere politico, stanno al cuore dell'idea di partecipazione democratica americana fin dagli albori. Il giornalista è una figura con un ruolo eminente nel gioco democratico, il reporter di guerra, lo scopritore di scandali, il segugio della Cronaca Nera. Quante volte abbiamo visto al cinema le figure di questi eroi al servizio della verità? D'altro canto la forza dei grandi colossi dell'informazione ha avuto un'incidenza enorme nelle vicende politiche del secolo. I grandi editori, i grandi media fanno politica anche in un altro senso, meno nobile e più quotidiano. Il paradosso del mondo dell'informazione americano è in parte quello classico del Paese, sospeso tra isolazionismo e aperture verso l'Europa, ma oggi, a questo paradosso, se ne aggiungono altri, comuni a tutte le democrazie occidentali. Il rapporto tra informazione e immagine è sempre più ambiguo e sbilanciato. Il Vietnam è stata la guerra più vista del secolo e una vittoria anche dell'informazione sulla politica, tuttavia oggi la guerra è invisibile. Il mondo, cosiddetto globalizzato, è in realtà sotto molti aspetti un mondo affetto da presbiopia dell'informazione. Le notizie dall'estero sono una parte sempre più piccola del mondo dell'informazione. La maggior parte delle redazioni estere dei grandi giornali chiude. Quali sono allora oggi i margini dell'informazione e i suoi doveri? Chi è oggi, sulle due sponde dell'Atlantico, il giornalista?

STUDENTESSA: Quali sono le differenze tra il giornalismo americano e quello italiano?

RIOTTA: Sono le stesse differenze che ci sono tra Italia e Stati Uniti, che sono due sistemi completamente differenti. Il Presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, che è uno dei grandi padri americani della Patria, una volta ha detto: "Tra uno Stato senza giornali e giornali senza Stato, io preferisco giornali senza Stato". Ciò vuol dire che la libertà di stampa è per gli Stati Uniti più importante dell'amministrazione statale. Il primo emendamento della Costituzione dice che il Congresso, cioè il Parlamento, non può fare nessuna legge per limitare la libertà di stampa. Essa, in Italia, è cominciata nel 1945, quando è caduto il fascismo; prima, durante questo movimento, erano pochissimi i giornali in circolazione. Nel periodo della Guerra Fredda vi erano i giornali indipendenti che stavano tutti dalla parte atlantica e quelli di opposizione dalla parte filo-sovietica. Si capisce, dunque, come vi fosse un diritto di stampa molto spaccato, molto limitato. La vera libertà di stampa, qui da noi, comincia negli ultimi dieci, quindici anni, ma si tratta di una stampa molto vicina ai gruppi di interesse politico-economici, mentre negli Stati Uniti essa è un potere economico a sé. Gli editori del New York Times creano la propria ricchezza vendendo la libertà di questo quotidiano, come quando si vende un panino; ne vendi tanti se il panino è buono e il New York Times si vende perché è un buon giornale. Negli Stati Uniti la libertà di stampa è molto radicata, mentre da noi è molto giovane. 

STUDENTESSA: Negli Stati Uniti c'è una differenza di fondo tra l'informazione scritta e quella delle immagini?

RIOTTA: Certamente. Quando parliamo di informazione, sia televisiva che della carta stampata, dobbiamo vedere come essa si è evoluta negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta, ossia da quando la televisione si è imposta. Adesso la televisione è diventata soprattutto informazione di massa, mentre la carta stampata, invece, continua a fare più qualità. Detto questo ci sono elementi di qualità nel giornalismo televisivo americano che sono straordinari. C'è un programma famosissimo, in onda la domenica, Sixty minutes, Sessanta minuti che, da decenni, fa giornalismo d'inchiesta di straordinaria qualità. Ci sono giornalisti come Mike Wallace che vanno veramente a fondo delle notizie fornendo così un tipo di approfondimento che la nostra televisione non sa avere. Inoltre, da noi c'è una totale mancanza di obiettività, perché i giornalisti sono sempre schierati.

STUDENTESSA: Il giornalismo può essere considerato come genere letterario? E quali sono le sue peculiarità?

RIOTTA: C'è sicuramente un filone letterario nel giornalismo. Molti grandissimi scrittori sono stati anche grandi giornalisti. Il poeta Montale, scriveva duecentocinquanta articoli l'anno per Il Corriere della Sera, uno ogni due giorni ed ha fatto dei réportages straordinari sulla nascita dell'Unione Europea e sul viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Dino Buzzati, altro grande scrittore, ha scritto degli articoli magnifici; lo stesso Calvino, in gioventù, è stato un grande giornalista. Si può essere grandi giornalisti e grandi scrittori così come grandi scrittori e grandi giornalisti, l'importante è di non confondere mai i due piani, ossia di non mettere giornalismo nella letteratura e non mettere letteratura nel giornalismo. Ciò vuol dire che bisogna scrivere molto bene, ma bisogna anche dare molte informazioni, senza per questo utilizzare un linguaggio troppo descrittivo o troppo romantico. 

STUDENTESSA: Quanto però ha influito il giornalismo nella letteratura, sia americana che italiana, nel nostro secolo?

RIOTTA: Il giornalismo ha portato gli scrittori alla realtà, tuttavia c'è una vera, grande differenza tra la narrativa americana e quella italiana, nel senso che la prima è sempre stata radicata nella realtà, senza una tradizione di tipo accademico, mentre la seconda è fatta da scrittori accademici, i quali non scrivono per i lettori, ma per gli stessi scrittori, col risultato di un prodotto artificiale. La letteratura americana, dunque, è più esplosiva della nostra, anche se negli ultimi anni si è un po' incartata a causa del grande benessere che ha fatto venir meno i grandi attriti, i grandi conflitti. Anche in Italia le cose stanno cambiando grazie a scrittori e scrittrici giovani che sono molto vivaci. 

STUDENTESSA: Potrebbe fare un esempio di grande giornalismo americano e uno di grande giornalismo italiano?

RIOTTA: Il grande giornalista Edgar Monroe sosteneva un concetto che è stato un po' la filosofia di tutta la mia vita di lavoro e che è l'esatto contrario della filosofia che domina tanti giornali. Egli diceva: "non importa chi dà la notizia per primo, importa chi la spiega meglio. Non importa lo scoop del giornalista, bensì saper bene spiegare al lettore che cosa è successo". Un obiettivo questo che meglio riesce "se" - come dice Antony Lewis, ex-editorialista del New York Times - "ci si appella a ciò che di migliore c'è nel lettore, senza mai stuzzicare, evocare gli istinti peggiori che egli ha dentro di sé, come l'avidità, la rabbia, l'odio". In Italia, invece, ci sono colleghi e colleghe di grandissimo successo proprio perché si appellano a valori negativi dei soggetti della notizia, quindi i messaggi sono: l'extra-comunitario sporca, il politico ruba. Ma attenzione, perché avere successo stimolando la rabbia delle persone è troppo facile. 

STUDENTESSA: Che ruolo può avere il giornalismo in una dittatura, ovvero se c'è una distinzione tra informazione e propaganda?

RIOTTA: L'efficienza dell'informazione democratica è sempre superiore al controllo della propaganda totalitaria perché il dibattito elimina più errori. Se il libero dibattito si basa sulla verità o, quanto meno, sulla ricerca della verità, la propaganda e il totalitarismo si basano, invece, sulla menzogna.

STUDENTESSA: Dove finisce la vita di cronaca e dove comincia la vita di privacy?

RIOTTA: Il problema della privacy è sorto da quando l'informazione si è diffusa capillarmente. Durante una sua inchiesta, il giornalista, deve avere il buon senso, la buona educazione di decidere il limite oltre il quale non può spingersi.

STUDENTESSA: Potrebbe dirmi tre cose che un giornalista, nel corso della sua carriera, non dovrebbe mai fare?

RIOTTA: Non ci sono delle regole particolari. Credo che, per un professionista dell'informazione, il peccato più grave sia quello di scrivere una bugia, soprattutto per appellarsi ai sentimenti peggiori dei lettori. Egli deve fare il suo mestiere obbiettivamente, senza pregiudizi, né commenti, perché soltanto così riesce nel suo intento che è quello di dare la notizia. Quando un mio collega chiese al mio maestro Ugo Still, ex-Direttore de Il Corriere della Sera: "Direttore, qual'è la linea del nostro giornale sul Congresso del Partito Socialista?" - che allora esisteva ancora-, Still lo guardò e rispose : "Dare le notizie".

Puntata registrata il 15 febbraio 2002

Biografia di Gianni Riotta

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