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Il Grillo (28/5/2002)

Raffaele la Capria

L'Italia di Pinocchio

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28 maggio 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite il Prof. Raffaele La Capria e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

"Le avventure di Pinocchio", il più famoso romanzo italiano di sempre, fu scritto quasi centoventi anni fa da un autore di letteratura per l'infanzia, Carlo Lorenzini, che si firmò con il nome del suo Paese natale, Collodi. L'autore era mosso da evidenti scopi pedagogici, un po’ come nel libro Cuore di De Amicis, realista e urbano quanto Pinocchio è fiabesco e contadino. Ma il genio fantastico dell'autore, condotto per mano dalla trovata del burattino che vuol diventare bambino, riuscì a trovare un magico equilibrio tra una descrizione brutale quasi veristica del mondo contadino e gli archetipi a cui le grandi vere fiabe sanno giungere. Le molle narrative cui spingono i personaggi di Pinocchio sono quelle elementari di una società arcaica: la fame, l'istruzione come conquista e come fatica, il mondo come accolito di imbroglioni, assassini, ciarlatani. È duro il mondo per Pinocchio, come doveva essere duro per un suo coetaneo nella reale campagna dell'Ottocento, ma è anche trasfigurato come lo avrebbe trasfigurato un bambino. Un luogo di fiaba in cui gli animali, i grilli, i gatti, le volpi, tutti in legno, parlano e stanno nel mondo intorno al bambino, assieme agli osti, ai burattinai, ai pescatori, ai carabinieri. Ma soprattutto, più che un romanzo di formazione, Pinocchio sembra un romanzo picaresco. Nonostante il finale, il nostro eroe non sembra avere gran voglia di imparare. Il romanzo lo mostra vagabondare per il mondo, passando quasi indenne tra mille avventure e anche se il libro era pensato per un pubblico infantile e borghese, le generazioni di lettori non si sono rassegnate, al di là delle buone intenzioni di Collodi, al fatto che Pinocchio dovesse diventare umano

STUDENTE: Quali sono gli elementi che rendono un romanzo italiano così universale da essere conosciuto in tutto il mondo?

LA CAPRIA: Innanzi tutto Pinocchio è scritto in una maniera elementare a tutti accessibile, dunque fa parte di quei grandi libri che sono diretti a tutti i lettori. Oggi  tra gli autori della letteratura italiana ve ne sono alcuni che si rivolgono a dei lettori colti ed altri che scrivono libri come Pinocchio per i lettori di qualsiasi età. Questo spiega  la sua diffusione. Il punto principale del romanzo è dato dal desiderio di un burattino di diventare un uomo, di acquisire coscienza, responsabilità; senso di responsabilità che significa "vivere insieme agli altri, sacrificando la propria individualità per il bene comune".

STUDENTESSA: Perché Pinocchio è considerato come romanzo pedagogico se il protagonista del romanzo alla fine diventa un bambino non perché impara a vivere secondo le regole del mondo degli adulti, ma perché salva il padre?

LA CAPRIA: Veramente lui diventa un bambino non soltanto per quella ragione lì. La parte in cui lui salva il padre e poi se ne assume il carico, è soltanto il finale di un processo che invece è importante e dura durante tutto il libro. Piuttosto il romanzo presenta un pezzo di legno pieno di buone intenzioni, ma che poi non mantiene e tutto ciò fa sì che lui abbia una certa difficoltà ad arrivare a diventare un vero bambino. Lui sbaglia tutte le volte e spesso ripete gli stessi errori, che sono errori di ingenuità, errori di dabbenaggine quando crede per esempio che gli zecchini piantati possono trasformarsi in un albero degli zecchini d'oro. Poi c'è, in tutto il libro, sempre la voce del grillo parlante, che poi è la voce della  coscienza di Pinocchio che lo  richiama al suo dovere e c'è sempre ripetuto simbolicamente il gesto di Pinocchio di farlo tacere.

STUDENTESSA: Quali elementi rendono Pinocchio una fiaba e che cosa c'è di nuovo rispetto ai precedenti fiabeschi che lo fa essere tanto realistico?

LA CAPRIA: Innanzitutto quello di Pinocchio è un ambiente contadino che rappresenta la società italiana dell'epoca che è l'Italia risorgimentale, dove i personaggi come i carabinieri, gli imbroglioni, gli assassini sono talmente realistici da fare del romanzo un favola diversa dalle altre. Tant'è vero che nel film di Comencini, questa parte realistica viene fuori benissimo. Comencini ha potuto fare quel film con un vero bambino proprio perché la favola ha questa doppia natura, realistica e fantastica

.STUDENTESSA: Secondo Lei per quale motivo nel romanzo ci sono quasi esclusivamente personaggi maschili, eccetto la Fata Turchina?

LA CAPRIA: Intanto la Fata Turchina è un personaggio chiave, quindi viene dato a questo personaggio femminile tutta l'importanza che deve avere. L’assenza di presenze femminili credo dipenda anche dal fatto che nell'epoca in cui questo racconto fantastico è stato scritto l'idea prevalente fosse più al maschile che al femminile. Le conquiste della donna e del suo ruolo nella società sono venute dopo.

STUDENTESSA: È possibile ricavare una gerarchia di personaggi positivi e negativi, in Pinocchio?

LA CAPRIA: Certo. Quelli negativi sono il gatto e la volpe. Poi le faine, che per certi versi, rimandano a Tangentopoli quando propongono dei patti a Pinocchio  vedendolo fare il cane da guardia ad un pollaio. Esse dicono: "Buonasera Melampo" – il cane si chiamava Melampo. E Pinocchio risponde: "Io non mi chiamo Melampo". "E dunque chi sei? ". "Io sono Pinocchio". "E che cosa fai, così?". "Faccio il cane da guardia". "Oh, Melampo, dov'è il vecchio cane che stava in questo casotto?". Dice: "È morto questa mattina". "Morto? Povera bestia era tanto buono! Ma giudicandoti dalla fisionomia anche te mi sembri una cane di garbo". Dice: "Domando scusa, io non sono un cane" dice Pinocchio. "E chi sei?". "Sono un burattino". "E fai da cane da guardia?" "Eh, purtroppo sì, per punizione". "Ebbene, io ti propongo gli stessi patti che avevo col defunto Melampo. E sarai contento". "E questi patti sarebbero?", domanda Pinocchio. "Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte questo pollaio e porteremo via otto galline. Di queste galline sette le mangeremo noi e una la daremo a te, a condizione - s'intenda - che tu faccia di dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il contadino". "E Melampo faceva proprio così?". "Eh, faceva così e fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo". Questo dialogo che avviene tra le faine e Pinocchio, tra corruttori e corrotto, secondo me fa pensare a molte cose che noi conosciamo bene.

STUDENTE: Perché, secondo Lei, in Pinocchio diventare grandi ha una connotazione negativa?

LA CAPRIA: Io credo che la morale che dovrebbe seguire Pinocchio per diventare un uomo sia più dura di quella attuale. Quella del suo tempo è la morale ottocentesca delle famiglie, la morale contadina, quella del buon senso che ha il preciso compito di piegare alle regole il bambino, futuro adulto. Oggi invece è diverso, perché i giovani non si adeguano alla morale degli adulti in modo così pedissequo, però certo quel tipo di morale lì è indicativa, nel senso che, bene o male, dei parametri ce li dà.

STUDENTE: Qual è il suo personaggio o episodio preferito del romanzo?

LA CAPRIA: Io amo proprio svisceratamente il gatto e la volpe. Innanzitutto sono due imbroglioni di prima forza e poi perché la loro dialettica per imbrogliare il buon Pinocchio mi sembra talmente paradossale e ironica che li fa diventare due personaggi simpatici, anche se sono, dal punto di vista morale, condannabilissimi. Essi rappresentano l'imbarazzo che si prova di fronte a certi personaggi che, pur essendo negativi, ci sono simpatici. Però vanno giudicati e dunque bisogna avere la capacità di separare il bene dal male, l'azione giusta da quella ingiusta.

STUDENTESSA: Dal momento che la Chiesa aveva un ruolo fondamentale nel mondo contadino in cui è appunto ambientato Pinocchio, perché allora non troviamo aspetti religiosi che ci testimonino questa importanza?

LA CAPRIA: Anch’io me lo sono domandato. Non lo so. Non conosco bene la formazione dell'autore, ma probabilmente egli ha una visione laica del mondo. Effettivamente nella società contadina dell’epoca la Chiesa cattolica aveva un'influenza molto forte, tuttavia, io credo che Collodi non si sia soffermato sugli aspetti inerenti alla Chiesa per cautela, per evitare inciampi e guai, visto che allora vi era più attenzione di oggi nel trattare argomenti delicati.

STUDENTESSA: Sapendo che Pinocchio e Cuore sono stati scritti nello stesso periodo storico, ci può illustrare quali sono le grandi differenze che si possono notare?

LA CAPRIA: Pinocchio è di certo una favola rispetto al libro Cuore, perché vi troviamo elementi fantastici che nell’altro non vi sono. Il libro Cuore parla di ragazzi e non di burattini. Quello di De Amicis è un libro dove si parla di fatti concreti, reali, di giovani di scuola, di rapporti fra ragazzi e di sentimenti, anzi, fin troppo si parla di sentimenti, mentre in Pinocchio vengono raccontati fatti che sono frutto di una fantasia, talvolta sfrenata e spesso surreale

STUDENTESSA: Come descriverebbe Lei il Pinocchio dei giorni nostri?

LA CAPRIA: Questo è un quesito che io non mi sono mai posto, perché mi sembra che Pinocchio nel suo genere sia perfetto. Chiunque si proponesse di rifare Pinocchio, secondo me, sbaglierebbe.

STUDENTESSA: Lei come definirebbe Pinocchio in poche parole?

LA CAPRIA: Io lo definisco un romanzo di formazione, di formazione di una coscienza. Pinocchio attraverso tutte le sue avventure, alla fine, trova la via giusta, trova sé stesso, anche se c'è molto del racconto picaresco, proprio perché si passa da un'avventura all'altra e, spesso, una infilata nell'altra. Dunque per me è un racconto di formazione strutturato come un romanzo picaresco. Rimane, tuttavia, una fiaba che ha molto del racconto fantastico, ma al tempo stesso è difficile collocarla nel mondo delle fiabe per la sua natura un po’ ambigua.

Puntata registrata il 1 febbraio 2002

Biografia di Raffaele la Capria

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