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Il Grillo (27/5/2002)

Giovanni Sabbatucci

Dal boom all'Euro

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Prof

Puntata registrata con gli studenti del Liceo Classico "ORAZIO" di Roma

Intervistato: Prof. Giovanni Sabbatucci

Tema: "Dal boom all'euro storico"

IMMAGINI: migranti; industrie; scontri di piazza; simbolo delle Brigate Rosse

Stati Uniti D'America e ricostruzione dell'Italia nel dopoguerra

Ricostruzione italiana e corruzione

Emigrazione come a causa di distruzione dell'identità personale

Televisione e società italiana

Boom economico e terrorismo

L'euro e l'Italia

STUDENTE: Ringraziamo il nostro ospite il Prof. Giovanni Sabbatucci e insieme diamo uno sguardo alla scheda introduttiva.

Questa è l'Italia del dopoguerra: un Paese annientato, dal futuro assai precario, quasi azzerati l'industria, i trasporti; l'agricoltura devastata. Un Paese povero e arretrato, che tuttavia nutre il sogno di rimettersi in piedi, di ricostruire fabbriche, case, scuole città e paesi. Questo sogno, che diventa la parola d'ordine di una nuova classe dirigente, occupa gli Italiani per circa un decennio. L'Italia attraversa il deserto del dopoguerra. Il suo panorama di rovine. Un dinamismo febbrile. Gli Italiani vogliono vivere, vogliono che il loro lavoro abbia peso e che sia capace di trasformare la realtà. Tutto questo accade poco oltre la metà degli anni Cinquanta, quando scoppia il boom e l'economia si espande,con i redditi che si alzano e la disoccupazione che arretra. In un breve arco di tempo l'Italia diventa un Paese ad alta densità industriale, ma quasi esclusivamente al Nord, mentre al Sud saranno gli interventi dello Stato, talvolta impropri, a sollecitare lo sviluppo. Dal Meridione masse di giovani disoccupati, di contadini senza risorse, prendono il treno per le città del Nord e per la prima volta entrano in fabbrica o nei cantieri edili dei centri urbani in espansione. Gli anni Sessanta ci allontanano drasticamente dalle angustie del dopoguerra. L'industria è ormai una realtà in cui si diffonde il benessere, si estendono i consumi, emergono nuovi centri sociali e si affermano nuovi stili di vita, nuovi comportamenti. Ma l'orizzonte si oscura negli anni successivi, cosicché prende corpo il fantasma della recessione e le tensioni della vita politica degenerano. È il tempo delle stragi e del terrorismo. L'Italia fatica a uscire da questo tunnel. Stenta nel ritrovare il terreno della coesione sociale. Tuttavia ci riuscirà. Ma il sistema istituzionale risulta in affanno e in affanno sono le strutture produttive. Riuscirà la nuova realtà europea, l'avvento dell'Euro, a promuovere quel processo di modernizzazione che non è mai pienamente decollato?

STUDENTESSA: Quali sono stati i fattori determinanti per la ricostruzione dell'Italia e, a Suo parere, qual è stato l'apporto degli Stati Uniti?

SABBATUCCI: I fattori che hanno determinato la ricostruzione sono riconducibili alla voglia di riprendersi, di vivere, di stare meglio, che è una spinta, una pulsione naturale in qualsiasi popolo e  individuo dopo le devastazioni e i lutti della guerra. Non sempre, però, queste spinte trovano un adeguato sbocco. In quel caso lo hanno trovato e i risultati si sono visti, anche se non sono stati immediati. Il ruolo degli Stati Uniti è stato importantissimo e per valutarlo bisogna intanto porre mente alla entità del flusso di aiuti che a partire dal '48, ma anche prima ne erano già arrivati sotto forma di aiuti delle Nazioni Unite, giunse in Italia e in tutti gli altri Paesi dell'Europa Occidentale. Si tratta di un flusso consistente, cospicuo in termini assoluti e in termini di incidenza sulle varie economie. Per avere un termine di riferimento è sempre bene fare un paragone con quello che è accaduto alla fine della Prima Guerra Mondiale. All’epoca, la politica condotta dai Paesi vincitori nei confronti degli sconfitti, in particolare della Germania, era quella di impedire che si risollevassero, cosicché non potessero fare concorrenza ai vincitori. Gli Stati Uniti, invece, nel secondo dopoguerra, adottano una politica molto più lungimirante, che probabilmente è organica anche ai loro interessi di Paese esportatore che ha bisogno di un mercato libero, ma che ha sicuramente effetti molto positivi sull'economia dei Paesi europei. L'Italia, benché uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, poté godere di aiuti importanti che ebbero il ruolo di volano nell'avvìo del processo di ricostruzione.

STUDENTE: Durante gli anni del miracolo economico, di esso si sono avvantaggiate tutte le classi sociali oppure ci sono stati degli esclusi?

SABBATUCCI: Innanzitutto bisogna ricordare che il miracolo economico è un'espressione impropria, poiché in economia i miracoli non succedono. Si parla di miracolo per dire di un evento inatteso, almeno nelle sue proporzioni e nelle sue conseguenze. Come tutti i processi di sviluppo economico, quello che è avvenuto in Italia tra la fine degli anni Cinquanta, anche se alcuni tendono a retrodatarlo fino all'inizio degli anni Cinquanta, ma soprattutto nel suo culmine fra il '58 e il '63, non si è distribuito in modo uniforme sulla società. Ci sono stati ceti e gruppi che ne hanno fruito in modo più immediato e anche più consistente e altri, invece,  che ne sono rimasti in qualche misura esclusi. Ovviamente la cosa a cui si pensa in questi casi è il classico squilibrio territoriale italiano che si ripropone sempre in ogni momento di sviluppo e di recessione, per cui certe ricadute, anche sul piano del benessere individuale, si sono viste, almeno nei tempi brevi, soprattutto nelle regioni interessate direttamente al processo di sviluppo industriale, quindi il Nord, il Centro-Nord. Soprattutto per quanto riguarda i suoi effetti sociali e gli effetti di lungo periodo, il miracolo economico ha cambiato tutta l'Italia in modi, in tempi  e in gradi diversi, ma è un fatto che, per fare un esempio, la diffusione degli elettrodomestici e dei televisori, la motorizzazione, lo sviluppo di alcune infrastrutture, ripeto, si sono ripartiti in modo ineguale sul territorio italiano. E lo vediamo anche adesso. Ma è un fatto che l'intera Italia è stata cambiata e se dobbiamo guardare i due lati, il tasso di cambiamento e lo squilibrio nel cambiamento, il primo direi che è il più importante perché indica che tutti sono saliti, anche se in modo diseguale.

STUDENTE: Tornando al ruolo giocato dagli Stati Uniti nella ricostruzione dell'Italia, ovvero all’attuazione del Piano Marshall, non crede che da quel momento sia iniziata una sudditanza dell'Italia nei confronti degli Stati Uniti per le scelte sia economiche che politiche?

SABBATUICCI: Sudditanza è una parola che io forse non userei. Certo la realtà del dopoguerra, per l'Italia come per l'Europa e per il mondo intero, era una realtà in cui si era obbligati in qualche modo a fare riferimento non più a una costellazione di nazioni come era nel vecchio equilibrio dell'Europa delle grandi potenze, ma a una situazione di bipolarismo in cui esistevano due vere grandi potenze, che erano anche due diversi sistemi economici, due diversi riferimenti ideologici e culturali. Per il nostro Paese la decisione di dove schierarsi non fu dettata dai governanti, ma dal popolo italiano nell'elezione del 18 aprile '48 e le elezioni fra la fine del fascismo e oggi, in Italia, sono state libere.

STUDENTESSA: Lei ritiene che in Italia, durante il periodo della ricostruzione, ci siano stati fenomeni di speculazione e di corruzione?

SABBATUCCI: Eccome se ci sono stati e ce ne furono anche negli anni della ricostruzione. Quello che si può dire, ormai a quasi mezzo secolo di distanza da quegli eventi, facendo una valutazione di tipo comparativo, è che probabilmente in quegli anni questi fenomeni furono più limitati di quanto non sarebbero stati poi negli anni successivi al boom economico e poi anche per gli anni a venire. Questo perché la classe dirigente di quel periodo era impegnata a realizzare gli obiettivi che l'Italia doveva darsi per tornare a essere un Paese prospero.

STUDENTESSA: Secondo Lei, anche il fenomeno dell'emigrazione di massa potrebbe essere stato la causa di distruzione dell'identità personale?

SABBATUCCI: In molti casi si. Come tutti i fenomeni che avvengono in modo tumultuoso, rapido e spesso imprevisto, dunque incontrollato, quello delle migrazioni interne ha provocato sicuramente traumi di carattere personale. Il processo di industrializzazione era distribuito per tutto il territorio nazionale in maniera così squilibrata che la gente si spostava senza una progetto legato ad esso. Dunque i traumi erano assolutamente inevitabili, ma, nonostante fosse un processo che interessava milioni di persone, si riassorbì poi in un arco di tempo abbastanza breve, diciamo nel giro di una generazione.

STUDENTE: Durante quegli anni qual è stato il rapporto tra tradizioni e innovazioni?

SABBATUCCI: Il  rapporto fra tradizione e innovazione è sempre un rapporto difficile. Ci sono Paesi in cui il peso della tradizione è così forte da frenare l'innovazione. In Italia questo non è accaduto perché negli anni del boom e in tutti gli anni Sessanta il tasso di innovazione ha prevalso sul peso di tradizioni, di abitudini, di comportamenti stratificati, accumulati. Basta vedere film ambientati negli anni Cinquanta e film ambientati negli anni Sessanta e Settanta per misurare la trasformazione dei linguaggi, dell'abbigliamento, dei comportamenti che è avvenuta in modo molto rapido spezzando,  interrompendo o modificando tradizioni che sembravano dure a morire.

STUDENTE: Professore, la televisione che ruolo ha giocato nel cambiamento della società italiana?

SABBATUCCI: Le trasmissioni televisive sono cominciate in Italia a metà degli anni Cinquanta e alla fine del decennio il numero di apparecchi nelle case private era relativamente basso. La televisione è stata il simbolo più evidente del processo di modernizzazione che ha contribuito alla diffusione di modelli uniformi, alla diffusione di immagini universali che rompevano il mondo chiuso delle piccole comunità, già modificato, peraltro, dall'avvento della radio. Ebbene la televisione ha frantumato gli ultimi residui di una società premoderna che ancora esistevano in Italia, realizzando forse il suo effetto più importante: l'unificazione linguistica. Quando l'Italia si unificò, solo poche centinaia di migliaia di persone, parlavano, intendevano correttamente quella che per noi oggi è la lingua nazionale. La televisione non solo ha diffuso e in qualche modo imposto modelli, immagini, punti di riferimento comuni, ma è stata un fatto nazionale perché quello che vedeva l'uno lo vedevano anche tutti gli altri. E questo è stato decisivo dal punto di vista linguistico.

STUDENTESSA: Quali erano le condizioni di vita di chi, anziché emigrare, rimaneva al Sud?

SABBATUCCI: Il Sud è anch'esso la risultante di tante e diverse situazioni, per cui negli anni Cinquanta, inchieste, immagini, documentari, libri e studi ci documentano una realtà molto differenziata dove, ancora negli anni Cinquanta, in alcune zone dell'Italia Centrale, c'è gente che vive in case o addirittura in grotte insieme agli animali. In quegli anni, soprattutto nel Mezzogiorno, le case che hanno l'elettricità e l'acqua corrente, sul totale delle case abitate, sono una minoranza piuttosto ristretta. Gli emigrati mandano soldi alle loro famiglie rimaste che li  impiegano per migliorare le situazioni abitative. Dunque, in qualche modo, anche chi rimane fruisce del generale avanzamento economico.

STUDENTE : Secondo Lei è possibile imputare al boom economico dei lati oscuri responsabili di quelle tensioni sociali che andavano accumulandosi negli anni Sessanta, che esplodono prima nel '68 e poi con il terrorismo rosso degli anni Settanta?

SABBATUCCI: Ma, certo, un rapporto di causa ed effetto c'è, nel senso che una cosa viene prima, l'altra viene dopo e che ogni processo di sviluppo, soprattutto se rapido, crea tensione. Su questo non c'è alcun dubbio e  non importa che alla conclusione di questo processo di sviluppo la gente stia meglio di quanto non stesse prima. Le tensioni ci sono ugualmente proprio per il mutamento, proprio per il fatto che si creano quelle che si chiamano le aspettative crescenti. Quindi fra uno sviluppo economico rapido e disordinato, come fu quello italiano e le tensioni sociali che insorsero immediatamente dopo, il nesso sicuramente esiste. Per quanto riguarda il terrorismo, invece, io sarei più cauto, perché lì intervengono fattori di altro genere che sono soprattutto ideologici  e che poco hanno a che fare con le condizioni materiali. Certo è paradossale che nel momento in cui si sta meglio materialmente nascono movimenti di ribellione, ma è anche vero che molto spesso le rivoluzioni non sono dettate dalla disperazione, quanto dall'avanzamento economico e civile e dalle attese che questo suscita.

STUDENTE: Quale influenza hanno avuto i gruppi terroristici sull'opinione pubblica e sulla scena politica?

SABBATUCCI: Hanno avuto conseguenze piuttosto traumatiche perché l'Italia era stata, durante tutto il periodo del dopoguerra, un Paese caratterizzato da forti tensioni. C'erano stati frequenti disordini, scontri di piazza, in qualche caso anche con morti, ma il terrorismo introduce un elemento completamente nuovo, qualitativamente diverso a cui l'Italia invece non è abituata. Il nostro Paese aveva già conosciuto episodi terroristici isolati fra fine Ottocento e inizio Novecento dove, addirittura, il Re Umberto I morì in un attentato terroristico, ma erano fatti ormai lontani. Il fenomeno terroristico noi lo conoscevamo solo per ciò che succedeva nell'Irlanda del Nord con l'IRA, con l'ETA nei Paesi Baschi, in Palestina naturalmente e nel Medio Oriente in generale, ma averlo in casa fu sicuramente un trauma, perché il terrorismo non si ridusse a alcuni episodi isolati; esso colpì duramente oltre che la politica, con l’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, anche la società civile, generando un allarme sociale sicuramente notevole e non ingiustificato. Io credo che la società italiana abbia poi, nel tempo, bene riassorbite le ferite del terrorismo, però ci sono state. Eccome se ci sono state.

STUDENTE: Secondo Lei, l'Italia adesso si appresta ad affrontare un periodo di sviluppo economico che la porterà, poi, ad essere un Paese trainante a livello europeo?

SABBATUCCI: Questo non si può sapere; si possono fare delle proiezioni, ma le proiezioni spesso sono ingannevoli. Come ricordavo prima il boom economico di fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta non l'aveva previsto nessuno, almeno in quei termini. Qualcuno forse ne aveva preparato le condizioni, ma quello che poi accadde nessuno l'aveva veramente previsto. Così adesso, stare in Europa, stare nell'area dell'euro, stare nell'Unione Monetaria, a mio avviso, è un fatto positivo perché soprattutto ci evita il rischio dell'isolamento, dell’allontanamento dall’area di alto sviluppo economico.

STUDENTE: In questo clima, la nascita dell'euro che funzione viene ad assumere?

SABBATUCCI: Ha una funzione anche simbolica, nel senso che esiste un'area Europa, esiste un'Unione Europea e che noi ne facciamo parte. Questo sicuramente è il dato essenziale. Significa che non succederà più che in Italia si abbia una moneta che si svaluta rispetto a quelle europee. Questo non è più possibile. Significa che rischiamo assai meno processi inflazionistici, come quello che abbiamo sofferto, per esempio, negli anni Settanta e Ottanta, quando certe politiche finanziarie e monetarie erano appannaggio delle autorità italiane. Oggi tutto questo non è più possibile, perché siamo in Europa, perché abbiamo la stessa moneta, perché facciamo capo alla stessa Banca Centrale Europea. E questo, secondo me, è un dato importante.

STUDENTE: Il processo di modernizzazione in Italia non si può considerare ancora compiuto. A Suo giudizio che cosa manca?

SABBATUCCI: Il processo di modernizzazione in Italia io penso sia già avvenuto, con delle storture e con delle carenze. L'apparato produttivo italiano è vitale e dati recenti ci dicono che, per certi aspetti, siamo addirittura in vantaggio su Paesi anche tradizionalmente più grandi e più forti di noi come la Gran Bretagna e la Francia. Carente è invece il settore dei servizi e dei servizi pubblici in particolare: le comunicazioni, la burocrazia, i trasporti pubblici soprattutto. Io penso che parecchi passi debbano ancora essere compiuti.

Intervista del 30 gennaio 2002


Biografia di Giovanni Sabbatucci

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