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Il Grillo (24/6/2002)

Alessandro Portelli

Siamo tutti americani?

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24 giugno 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma

STUDENTE: Ringraziamo il Prof. Alessandro Portelli per essere qui con noi e, prima di iniziare il nostro dibattito, guardiamo una scheda introduttiva.

Il periodo decisivo dell'affermazione culturale americana è quello post-bellico, dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando nel mondo, diviso in due, tutto l'Occidente si trovò a identificarsi politicamente nell'Alleanza Atlantica e a subire, insieme all'influenza politica, anche quella culturale. Sono gli anni Cinquanta, quelli del trionfo di Hollywood e dell'arrivo del rock and roll, quelli del trionfo dell'America nei sogni dei giovani europei, ma sono anche quelli gli anni in cui si prepara la nascita di un nuovo elemento nella società. Ne escono i giovani. Dalla fine degli anni Cinquanta e l'inizio del Sessanta, i giovani si pongono come qualcosa di nuovo, con una cultura propria, con dei problemi e dei consumi diversi da quelli degli adulti. Gli Stati Uniti ci avevano preceduto di poco con i Teddy Boys, la Gioventù Bruciata, gli Scandali al Sole. Non è una esagerazione allora dire che i giovani, in quanto tali, nascono come figli dell'America e che il concetto di cultura giovanile è esso stesso un concetto importante. Ciò spiegherà in parte l'ambivalenza dei movimenti e delle culture giovanili nei confronti dell'America a cominciare dal '69, che guarderà agli Stati Uniti come al Paese dell'imperialismo, ma anche come al laboratorio più avanzato e radicale. L'amore e l’odio dei giovani europei per l'America sarà un loro tratto distintivo attraverso gli anni Sessanta e Settanta e anche oggi, i giovani europei insieme a coloro che sono stati giovani negli Sessanta, non possono non dirsi americani.

STUDENTESSA: Esiste, secondo Lei, una vera cultura americana?

PORTELLI: Esistono almeno una ventina di culture americane. La caratteristica di quel Paese è proprio la confusione di culture che ci stanno dentro. Esistono grandissimi artisti di arti figurative e poi il rock and roll che è altissima cultura e non solo consumo, perché la musica, così come il cinema, esprimono la cultura di un popolo in un determinato periodo storico.

STUDENTE: Nel momento in cui la cultura statunitense viene tradotta, che cosa perde?

PORTELLI: Perde per esempio la molteplicità dei linguaggi. Quando si traduce un romanzo o un film si rischia di perderne la dimensione del dialetto. Se noi provassimo a tradurre un lavoro di Troisi in americano, gli spettatori statunitensi non capirebbero la complessità del napoletano. Non si tratta di intraducibilità della cultura, quanto piuttosto di scarsa qualità delle traduzioni, dovuta all’incompetenza dei traduttori.

STUDENTESSA: L'Europa per gli Stati Uniti è considerata un laboratorio. Quando, per esempio, alcuni gruppi pop diventano famosi in Italia, lo sono anche negli Stati Uniti?

PORTELLI: Si, ma è vero pure il contrario, nel senso che se uno diventa famoso negli Stati Uniti automaticamente è un eroe qui. Succede anche che vi siano artisti sconosciuti negli Stati Uniti, ma molto noti in Europa e questo perché c’e’ come una maggiore attenzione, da noi, verso la complessità della cultura americana, soprattutto nei confronti degli artisti di generi popolari, di quanto non avvenga negli Stati Uniti.

STUDENTESSA: In che modo la cultura arriva in Italia?

PORTELLI: È arrivata con la Seconda Guerra Mondiale ad opera dei soldati americani i quali, essendo contadini, proletari, sono stati portatori di una cultura di basso rilievo, fatta di balli scatenati, di Coca Cola, di bomba atomica. Una cultura così confusionaria che lo stesso Calvino definisce come il luogo dove confluisce ogni cosa, le masse, gli scioperi degli anni Trenta, i grattacieli, il cinema.

STUDENTESSA: Il giovane italiano è simile a un suo coetaneo americano?

PORTELLI: Innanzi tutto quando pensiamo all’uomo americano, potremmo riferirci ad un uomo bianco o nero o asiatico, che parla la lingua inglese o spagnola o francese. Quando invece pensiamo all’uomo italiano, lo percepiamo bianco, che parla lingua italiana. Questo vuol dire che il giovane americano ha la consapevolezza di stare in un mondo complesso, fatto di diversità, di differenze, molto più di quanto non l’abbia quello italiano. In poche parole, mentre gli americani vivono in una dimensione multi-culturale, da noi regnano ancora il razzismo e l’intolleranza verso lo straniero.

STUDENTESSA: Secondo Lei globalizzazione è sinonimo di americanizzazione?

PORTELLI: Questo non posso dirlo, tuttavia, credo che per globalizzazione si debba intendere il fatto che qualche migliaio di ragazzi italiani hanno attraversato l'Atlantico per riunirsi e, insieme, contrastare il nemico. C’è un’apertura, quindi, all’altro, allo straniero, alla comprensione e al rispetto di culture diverse dalla nostra. E questo è un passo in avanti verso quella concezione multi-culturale dell’esistenza, che è tutta americana.

Intervista registrata il 5 febbraio 2002

Biografia di Alessandro Portelli

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