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Il Grillo (25/6/2002)

Salvatore Natoli

Croce filosofo della libertà

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25 giugno 2002

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico "Orazio" di Roma

STUDENTE: Ringraziamo il Prof. Salvatore Natoli per essere qui con noi e, prima di iniziare il nostro dibattito, guardiamo una scheda introduttiva.

Siamo nel millenovecentocinquantadue, anno in cui l'Italia è nel pieno del processo di ricostruzione. Il Paese si è ormai lasciato alle spalle la guerra, le sue rovine, i suoi lutti. Dopo tanto tempo, dopo paure e privazioni, si comincia a vivere. Nel novembre di quell'anno muore Benedetto Croce e la sua morte è forse la fine di un'epoca. Con Giovanni Gentile, Croce è il filosofo italiano più rappresentativo del Novecento. Nei tempi bui del ventennio fascista il suo pensiero è stato una la scuola di libertà, un punto di riferimento per molti di coloro che al fascismo si sono opposti e sulle sue ceneri hanno elaborato i principi di una nuova convivenza sociale. Da sei anni l'Italia è Repubblica, ma è lacerata da fortissimi antagonismi. È divisa dalla Guerra Fredda. In un palazzo della Napoli popolare, nell'intrico di strade, che dà vita a Spacca-Napoli, Benedetto Croce continua a lavorare per la nuova Italia. Quest'uomo vecchio, ormai stanco, autore di un'opera sterminata, che attraversa quasi tutti i saperi, dalla letteratura all'economia, dalla logica alla storiografia e all'estetica, con ostinazione, con fedeltà, quest'uomo guarda alla storia come alla storia della libertà. Le zone oscure del secolo, le barbarie, l'oppressione dell'uomo sull'uomo non l'hanno per nulla distolto da questo pensiero che porta dentro di sé, probabilmente da sempre: "la storia umana è storia della libertà". "Che cosa sono – si chiede Croce – le angosce per la perduta libertà, le invocazioni, le deserte speranze, le parole d'amore e di furore che escono dal petto degli uomini in certi momenti?" La risposta è questa: "quelle angosce, quelle invocazioni, quelle speranze, quell'amore e quel furore, sono la storia che si fa e, potremmo aggiungere, è la libertà che si cerca". Forse è nel disordine di questa libertà che possiamo tornare a riaprire i libri, chiusi da tempo.

STUDENTESSA: Come si può leggere oggi Croce? Non lo ritiene un pensatore consegnato al suo tempo?

NATOLI: In genere questo accade per ogni pensatore, proprio perché appartiene al suo tempo. I problemi che affronta e le domande che si pone sono quelle dell'epoca in cui è vissuto; dunque in qualsiasi filosofo c'è una dimensione fortemente connessa alla propria epoca. Tuttavia l’idea di Croce secondo cui la libertà è un qualcosa di non acquisito definitivamente, un qualcosa che deve essere di volta in volta riscoperto nel contesto storico, è un’idea quanto mai attuale. Allora considerare come certa libertà è stata perduta e il perché di questo, ci permette un confronto, senza del quale ci chiuderemmo nella nostra epoca, convinti che sia l’unica e definitiva. Dunque, per comprendere il proprio presente, è sempre necessario sporgersi oltre. Ma oltre verso dove? Il futuro è indeterminato. Ebbene, soltanto attraverso lo scarto tra presente e passato noi abbiamo la possibilità di prospettarci un futuro diverso. È solo lavorando negli scarti, nella discontinuità della storia, che noi possiamo costruire il futuro. Allora il grande confronto col passato - e in questo caso col passato recente, traumatico come quello che Croce ha attraversato-, cioè il Novecento, questo grande tentativo di sperimentazione dell'uomo sull'uomo per raggiungere la libertà, è un elemento attraverso cui noi poi possiamo riflettere.

STUDENTESSA: Qual è stato il rapporto tra Croce e il fascismo e qual'è stata la sua opinione su questa fase della storia politica italiana?

NATOLI: All’inizio, Croce, come molti, non capì la natura del fascismo; tuttavia, in seguito, quando con il delitto Matteotti quel movimento si svelò in tutta la sua violenza, egli diviene dichiaratamente antifascista. E questo suo atteggiamento venne seguito da molti, perché il suo prestigio morale, il suo peso internazionale, i suoi legami di cultura, facevano di lui un punto di riferimento morale per le nuove generazioni, tant'è vero che era chiamato il Papa laico.

STUDENTESSA: Qual è stato il contributo di Croce alla lotta antifascista?

NATOLI: Croce fu l'ispiratore della resistenza all'oppressione. In una società sempre più omologata, sempre più massificata dal fascismo, questa voce di dissenso permetteva a gruppi giovani di elaborare istanze critiche, perché la massificazione era la negazione della individualità e della libertà. Ciò avrebbe significato non più cooperazione, niente più alternativa, né dialettica delle posizioni, ma solo oppressione.

STUDENTESSA: Perché l’assassinio di Giovanni Gentile nel 1944? E quali rapporti intercorrevano tra lui e Benedetto Croce?

NATOLI: La sua uccisione divise terribilmente il mondo culturale e intellettuale italiano. Alcuni la giustificarono, altri la condannarono. La ragione storica per cui Gentile fu ucciso, sembra essere nella sua adesione alla Repubblica di Salò. Nell'ultima parte del fascismo Gentile fu emarginato dalla politica fascista. Non aveva più un ruolo centrale. Si rifugiò nella cultura diventando un grande maestro di filosofia, un grande organizzatore culturale. Poi ci fu questa adesione e, probabilmente, questa sua scelta lo espose. Secondo me Gentile non comprese sino in fondo che la rottura era consumata, ovvero che la separazione tra il fascismo e la nazione, nella guerra, si era rivelata ormai irreversibile e che quindi ben altra doveva essere la storia. Non si poteva riunificare l'Italia del passato, ma bisognava reinventare un'Italia nuova, emancipata da questa storia che, soprattutto nella parte finale, era stata una storia violenta, criminale. I rapporti, poi, tra Croce e Gentile non erano buoni per ragioni politiche, ma soprattutto perché le loro erano due filosofie diverse, non tanto e non solo nell'impianto filosofico, quanto nel modo di concepire la società e lo Stato. In altri termini, mentre il liberalismo di Croce punta sulla coesistenza delle individualità che hanno la loro forma nella rappresentanza, armonizzare le quali è compito precipuo dello Stato, per Gentile, dinanzi a questo grande avvento delle masse, il problema è di creare uno Stato inteso come comunità vivente, incentrato fondamentalmente sull'idea di sacrificio e di dovere. In Croce invece c'e la dimensione fondamentale del diritto, per cui lo Stato deve garantire le libertà. Allora tra uno Stato-comunità, fondato sulla fusione e uno Stato di diritto, fondato sulla differenza, si capiscono già le premesse di un diverso modo di pensare la politica. Pare che in Gentile ci fosse un'eccessiva celebrazione del bene ed una sottovalutazione del male, mentre in Croce, una maggiore attenzione al male del tempo e della storia, da fronteggiare ogni giorno. E da questo punto di vista, Croce è stato più lungimirante.

STUDENTE: Qual è il rapporto fra Croce e il marxismo?

NATOLI: È un rapporto complesso e antico, perché Croce accede alla filosofia, alla riflessione filosofica, proprio attraverso Marx e, soprattutto alla Scuola di Labriola, dove lui comincia a scoprire il valore delle forze sociali, degli interessi, il tema dell'utile. In uno dei primi saggi che Croce ha scritto, commentando un testo di Labriola, dice: "il marxismo ha svecchiato la storiografia italiana, perché ci ha permesso di guardare alle lotte sociali, agli interessi materiali". Egli ritiene il marxismo illuminante, ma mai una filosofia e questo per due ragioni fondamentali: una per il materialismo che, fondamentalmente, era una nuova metafisica e per di più una metafisica volgare, perché non vedeva l'attività dello spirito nella storia, l'originalità della creatività del pensiero; l’altra per la negazione dello Stato e per la pretesa di volere produrre nella storia una giustizia assoluta. C’è un saggio scritto da Croce, Liberalismo e giustizia, dove dice: "la pretesa di una uguaglianza incondizionata e di una giustizia assoluta è un doppio errore, perché nega l'individualità e chiude la storia. Tutto ciò avrebbe un effetto devastante. Da qui dunque la sua critica verso il marxismo.

STUDENTESSA: Nell'ambito del liberalismo quali sono stati i maestri di Benedetto Croce?

NATOLI: Lui si rifà al liberalismo classico che era emerso nella storia europea, quello delle grandi democrazie liberali che c'erano state a partire dai movimenti rivoluzionari dopo la Rivoluzione Francese. È un liberalismo come risposta e contrasto all'assolutismo monarchico, perché solo esso è la vita degli individui attivi della società borghese, che produce e auto-organizza la propria rappresentanza. Per Croce la borghesia non è una categoria sociale, ma l'idea della mediazione. Non è un ceto moderato, ma l'idea della coesistenza delle diverse libertà e delle diverse volontà che hanno, nei parlamenti classici, il loro luogo eminente di rappresentanza.

STUDENTE: Qual è il rapporto tra Croce e la tradizione filosofica italiana in generale?

NATOLI: Croce, con Gentile, si oppone alla concezione positivistica della filosofia italiana, perché per lui il positivismo è la celebrazione della inerte materia, come una riduzione della libertà e della originalità dell'uomo in quanto soggetto creativo. La storia non è solo un fenomeno documentario ricostruttivo, ma è storia della libertà; sono le domande del presente che ci rendono interessante la storia. La storia si fa. Essa diventa il grande laboratorio attraverso cui possiamo vedere come l'uomo si sviluppa, cresce in libertà, comprende sempre di più sé stesso, diventa autonomo. Grazie alla storia noi possiamo capire che cosa è l'uomo attraverso le vicende di contrasto, di lotta, in cui emerge sempre di più lo spirito come autodeterminazione.

STUDENTESSA: La libertà, così come viene comunemente intesa oggi, è la stessa di cui parla Croce?

NATOLI: Della libertà in generale si è detto: "la libertà è l'autodeterminazione dei soggetti che respinge la coercizione, l'autorità centrata sulla legittimità. Questo significa che ogni soggetto ha il diritto di chiedere al potere in base a che cosa esige obbedienza, di trasformare le leggi in relazione allo sviluppo delle esigenze della umanità e della società in un certo momento storico. Quindi una libertà che si gioca costantemente, ma che, al tempo stesso, si limita, perché la libertà non deve diventare libertinismo. Ecco questo è un tema grandissimo. Non ci deve essere una soggettività che si voglia espandere per sé stessa e contro gli altri. In questo senso Croce opera una differenza tra liberalismo e liberismo, asserendo che il primo è il gioco delle libertà individuali che vogliono giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato senza pretendere di essere assolute, mettendosi in gioco e perseguire il bene collettivo. Il liberismo, invece si gioca soltanto sull'utilità economica, perseguita per sé stessa. Dunque l’uno esclude l’altro. A questo proposito Einaudi gli risponde che "senza liberismo economico non c'è liberalismo", ovvero, se non c'è una pratica concreta della libertà nell’impresa, nel lavoro, allora la libertà diventa un'astrazione. Per quanto in concreto avesse ragione Einaudi, bisogna però vedere le ragioni di Croce, secondo il quale, anche se è vero che non ci può essere libertà senza liberismo, un liberismo illimitato, tuttavia, finisce per negare le libertà; diventa consumismo che genera un'apparente libertà e che porta alla degradazione del pensiero.

Intervista del 4 febbraio 2002

Biografia di Salvatore Natoli

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