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Interviste

Jöel De Rosnay

L'uomo simbiotico

6/9/1995
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  •  Lei ha creato un neologismo, il “cybionte”: cosa significa questa parola? (1)
  •  La terra può diventare una cellula di autocoscienza nell'universo? E in che senso l'homo simbioticus - altro neologismo da Lei coniato - potrà partecipare a questo macrorganismo planetario in modo attivo?(2)
  • Fino ad oggi abbiamo costruito soprattutto degli utensili che erano delle protesi del corpo umano, ma tra un po' di tempo, con i computer e le reti telematiche, costruiremo delle protesi del cervello. Pensa che sarà possibile un'interfaccia amichevole e più diretta tra cervello e computer? (3) 
  •  A partire da Descartes e Galileo abbiamo costruito la fisiologia umana in base a un paradigma, quello della natura. Adesso stiamo creando dei nuovi paradigmi della fisiologia umana, partendo dai computer. E' giusto fare questo? Crede come Prigogine che esista un'entropia positiva? (4)
  •  Qual è il suo giudizio su Internet? Come pensa che si evolverà? (5)
  •  Perché né i politici, né i grandi manager dell'informatica avevano capito lo sviluppo di Internet? L'Europa ce la farà a raggiungere gli Stati Uniti, che in questo settore sono nettamente in vantaggio? (6)
  •  Siamo bombardati da molte informazioni e stimoli anche a livello neurologico, fisico e sensoriale e ci dobbiamo adattare alla velocità delle macchine. Questa velocità può essere pericolosa per l’umanità? (7)
  •  Oggi, soprattutto attraverso la diffusione dell'informazione a distanza, non c'è più il rapporto diretto fra il maestro e l'allievo, non c'è più educazione, ma solo informazione: c'è una crescita dell'informazione, ma la diminuzione della formazione, della conoscenza e del sapere, dell'informazione cioè collegata a dei valori. Secondo lei è un problema grave?(8)
  •  Assistiamo al passaggio dall'industria dei prodotti materiali a quella dei prodotti immateriali. L'avete chiamata l'“industria invisibile”. Che cosa vuol dire? (9)
  •  Crede che le relazioni umane possano cambiare in modo negativo visto che le persone si parleranno soprattutto attraverso le reti, senza contatti diretti? ( 10)
  •  Nel diciannovesimo secolo abbiamo conosciuto delle medicine alternative - come l'omeopatia e l'agopuntura - ma non abbiamo avuto gli strumenti per sperimentarle. Crede che con le nuove tecnologie si potranno fare dei progressi e dare delle risposte? (11)


    INTERVISTA

    1 Lei ha creato un neologismo, il “cybionte”: cosa significa questa parola? 

    Il cybionte è una metafora per spiegare cosa ci può succedere nel terzo millennio. Il significato di questa parola è la creazione di un organismo planetario, un macrorganismo, costituito dagli uomini, dalle città, dai centri informatici, dai computer e dalle macchine. Se si dice “città “ si sa di che cosa si parla; ma non si possono utilizzare immagini per rappresentare questo organismo planetario costituito da tutti questi sistemi. Per questo ho creato il termine cybionte, che deriva dalla cibernetica - la scienza dell'informazione e della regolamentazione nei sistemi complessi - e dalla biologia (che contiene la parola greca bios, vita): in qualche modo è un organismo ibrido, nello stesso tempo biologico, elettronico e meccanico. Il cybionte è cioè più della somma delle parti, così come il cervello è più della somma dei suoi neuroni, o il corpo umano più della somma di quei sessantamila miliardi di cellule che lo costituiscono. Stanno emergendo nuove proprietà. Assistiamo a questo fenomeno nel modo della vita. Ho scritto qualche anno fa un libro sulle origini della vita, e mi sono interessato a come delle molecole isolate nei mari primitivi, negli oceani, possono integrarsi per dare origine a una cellula vivente e una proprietà nuova che emerge è la sua capacità di evolversi, di riprodursi e di morire. Allo stesso modo possiamo chiederci che cosa emergerà da questa nuova vita planetaria che stiamo fabbricando con i nostri centri di informazione e i nostri computer connessi fra loro? Questa è la sfida del cybionte. L'uomo saprà utilizzare le leggi della natura per capirla meglio, in modo da organizzare il futuro nel suo interesse, evitando una macchinazione che si ritorcerebbe contro di lui?


    2 La terra può diventare una cellula di autocoscienza nell'universo? E in che senso l'homo simbioticus - altro neologismo da Lei coniato - potrà partecipare a questo macrorganismo planetario in modo attivo?

    E' una possibilità. Sul piano dell'ecologia, dei ricercatori come James Lovelock, hanno proposto l'idea di “Gaia”, cioè di un sistema-terra che reagisce come un essere vivente, senza essere un essere vivente. Secondo me però, Lovelock non ha parlato della società umana, che vede sempre come un parassita che vive sulla terra. Io credo invece che l'uomo stia costruendo un nuovo organismo vivente, un macrorganismo planetario, che dovrà vivere in simbiosi con Gaia, la terra, l'ecologia. Se questa simbiosi riuscirà, allora avremo una possibilità di avere un terzo millennio e un quarto positivo per l'umanità, altrimenti andremo verso delle catastrofi ecologiche, economiche e sociali.
    L'homo sapiens sa di sapere, mentre l'animale non ha l’autocoscienza. L'homo faber costruisce gli utensili, che nel tempo si sono evoluti fino a diventare le macchine che sono intorno a noi oggi. L'homo economicus rappresenta ciò che siamo diventati godendo e possedendo beni e servizi in modo egoista: siamo degli ego-cittadini, non degli eco-cittadini. Voglio dire che se continuiamo con questo atteggiamento da parassiti del pianeta, da fruitori egoisti , andremo verso catastrofi e crisi gravi.
    Da qui l'idea dell' homo simbioticus, che è come lei e me. Non cambieremo, non avremo una testa enorme e non perderemo i denti perché mangeremo pillole. Non credo che avverrà questo: penso piuttosto che saremo noi medesimi, fatti di carne e sentimenti, ma connessi a dei mezzi estremamente potenti di elaborazione dell'informazione e di comunicazione audiovisiva.
    La televisione, i multimedia, Internet e le autostrade dell'informazione, sono solo l'inizio di quello che ci aspetta nel terzo millennio. Bisogna prepararsi a questo per superare questa metamorfosi dei media, e per non essere schiavi di questa nuova rivoluzione.


    3 Fino ad oggi abbiamo costruito soprattutto degli utensili che erano delle protesi del corpo umano, ma tra un po' di tempo, con i computer e le reti telematiche, costruiremo delle protesi del cervello. Pensa che sarà possibile un'interfaccia amichevole e più diretta tra cervello e computer? 

    Penso che il mondo sia venuto verso di noi e noi abbiamo esteriorizzato le nostre funzioni verso il mondo meccanico ed elettronico: la televisione è l'esteriorizzazione dell'occhio, la radio dell'orecchio, il computer della memoria, l'automobile dei piedi. Poco a poco abbiamo imparato a “interfacciare” con questo mondo. Questa scienza si chiama ergonomia meccanica. Adesso siamo invece in un'epoca di ergonomia intellettuale. Quando si dice che un computer è user friendly, vuol dire che è in un buon rapporto con noi, che lo si può usare facilmente. Ma andremo anche oltre. E' questa l'idea di cui parlo nel mio libro e che chiamo la “bioelettronica”. Penso che tutto si collegherà in modo da far convergere l'informatica da un lato e la biologia dall'altro verso una nuova scienza di cui si occuperanno sia i neurobiologi che gli specialisti d'informatica, per trasferire direttamente alcune informazioni dal cervello verso le macchine. A questo punto Internet, la televisione, il computer diventeranno una parte di noi, si creerà una simbiosi con noi, che non sarà più solo biologica, ma un ibrido bioelettronico. Credo che nel terzo millennio, dovremo imparare a vivere con questo tipo di associazione.
    Almeno per alcune funzioni del cervello certamente sarà possibile un'interfaccia più diretta. Esistono alcuni laboratori negli Stati Uniti e in Giappone, dove i computer riescono a riconoscere il volto umano, la fisionomia. La macchina può percepire se sorrido o se sono teso, se faccio dei gesti; può riconoscere la voce e la scrittura manoscritta. Può anche captare un certo numero di informazioni che vengono dal corpo, come la sudorazione, la conduttività elettrica della pelle, lo stress: questa capacità si chiama captazione bioelettronica. La macchina non sarà più quello schermo di computer che siamo abituati a vedere: rettangolare, con delle scritte o delle immagini visualizzate; avrà bensì una fisionomia umanizzata, avrà degli occhi, le potremo dare il volto desiderato, parlarle e sentirla parlare. Il computer si troverà ovunque sotto forma di promemoria intelligente e noi impareremo a vivere con questa popolazione di macchine interattive. 
    L'ultima tappa è il trasferimento diretto di informazioni dal cervello alle macchine. I giapponesi lo chiamano silent speech, discorso silenzioso: il computer riesce a scoprire la pronuncia della lettera di una parola prima che le labbra si muovano per pronunciarla, individuandola direttamente sul cervello. Siamo solo agli inizi e il fenomeno fa paura, ma come il telefono e la televisione si sono, poco alla volta, inseriti nella nostra vita, nel terzo millennio questo tipo di tecnologia ci aiuterà a lavorare - o forse si ritorcerà contro di noi. Sono pessimista e ottimista insieme.


    4 A partire da Descartes e Galileo abbiamo costruito la fisiologia umana in base a un paradigma, quello della natura. Adesso stiamo creando dei nuovi paradigmi della fisiologia umana, partendo dai computer. E' giusto fare questo? Crede come Prigogine che esista un'entropia positiva? 

    Credo sia giusto elaborare dei nuovi paradigmi, perché la nostra visione del mondo era legata alla meccanica: gli ingranaggi, la macchina, gli orologi, il movimento dei pianeti intorno alla terra, tutto era regolato da un Dio orologiaio. Dopo è arrivata la biologia, la teoria darwiniana dell'evoluzione e si è capito che le organizzazioni sono più elastiche, in complementarità, in antagonismo con delle reti piuttosto che con sistemi centralizzati. Oggi il paradigma informatico è caotico: la nostra visione del mondo è meno meccanica e biologica, ma è caotica, in quanto più agenti agiscono simultaneamente e possono fare emergere delle proprietà di tipo diverso. E anche un' intelligenza collettiva come quella delle formiche, delle api e delle società umane. Questa nuova visione del mondo integra allo stesso tempo la visione meccanica di Descartes e dei positivisti del diciannovesimo secolo, la visione biologica di Darwin e dei biologi molecolari degli anni '60 e '80 e adesso, con le reti come Internet - che è un'esperienza appassionante a livello mondiale - la visione di un mondo caotico che si sta autorganizzando.
    Credo - come Prigogine - che esista un'entropia positiva: molti l'hanno vista, anche Bergson. Non bisogna dimenticare la frase di quest'ultimo: «la vita risale una salita che la materia scende». Le visioni di De Chardin, la nozione dei cervelli collegati tra loro, questa idea che ci sono due grandi derive nell'universo, una deriva antropica che è il prezzo che bisogna pagare per acquistare delle informazioni. Avevo già descritto questo nel mio libro, Le macroscope, vent'anni fa. Esistono due grandi derive e per acquisire informazioni bisogna pagare un prezzo, una tassa all'universo. Questa tassa è l'entropia. Prigogine ha avuto ragione a mettere in parallelo i sistemi, quelli irreversibili creatori di tempo - tra cui la vita - e i sistemi reversibili, studiati dalla fisica classica.


    5 Qual è il suo giudizio su Internet? Come pensa che si evolverà? 

    Prima di tutto Internet è un fenomeno appassionante per uno studioso. Internet è nato negli anni '68-'70 ed è un fenomeno emergente, perché è il risultato dall'azione caotica di una moltitudine di agenti connessi l'uno all'altro attraverso dei protocolli trasparenti - cioè comuni - e dei software sempre meno cari, alcuni sono addirittura gratuiti: internet si arricchisce grazie all'intelligenza delle persone e si impoverisce nel caso contrario. E' un meccanismo darwiniano: ci sono delle mutazioni, delle invenzioni, c'è un adattamento, il mercato, una selezione, quella dei migliori; e il sistema si evolve senza che nessuno lo controlli in modo tradizionale cioè senza un controllo politico, economico, governativo e legislativo. Il sistema si svilupperà verso cose che sono positive come la comunicazione degli scienziati fra di loro o la partecipazione a delle riunioni, o verso cose negative come il terrorismo o le ricette per fabbricare bombe o la pornografia. E' un riflesso del mondo di oggi, un fenomeno che mi appassiona. Penso che fra due anni Internet sfocerà in tre continenti: un primo continente sarà un Internet pubblico, con accesso gratuito, mantenuto dalle università, dai centri di ricerca - come la Cité de Sciences - dai ministeri e dalle organizzazioni internazionali.
    Un secondo Internet sarà privato, commerciale, con dati criptati, carta di credito, acquisto a distanza, dove tutti i grandi business si faranno con della ciber-moneta. E un terzo continente Internet che sarà una passerella per accedere a dei servizi d'abbonamento (come Computer, Europe on Line, Prodigi, Microsoft Network), che saranno delle oasi private, dove si conosce il proprio cliente, ma collegate tra loro grazie a Internet. Internet, però, rischia di esplodere per colpa del suo stesso successo, anche perché adesso su Internet ci sono delle videoconferenze. Con See you, see me,ad esempio, si può sentire la radio; esiste Real time radio, e si può telefonare, visto che ci sono quattro software che permettono di comunicare da un punto all'altro del mondo senza pagare i costi delle telefonate internazionali. Questa rete potrà sopravvivere a questo ingorgo di informazioni? E' la grande questione dei prossimi anni.


    6 Perché né i politici, né i grandi manager dell'informatica avevano capito lo sviluppo di Internet? L'Europa ce la farà a raggiungere gli Stati Uniti, che in questo settore sono nettamente in vantaggio? 

    Prima di tutto c'è una questione culturale. I grandi leader e manager nelle grandi aziende e negli organismi dei governi hanno una cinquantina d'anni. Quella dei computer, delle reti e dell'interattività, è una cultura che molti di loro non hanno avuto. In secondo luogo, in Europa c'è il problema dei monopoli: il monoìolio delle telecomunicazioni è stato gestito in modo politico e industriale da ogni paese, dai cosiddetti grandi operatori. Questi hanno preferito difendere i loro settori, piuttosto che aprirsi a settori nuovi: Internet all'inizio ha preso un piccolo spazio, una piccola nicchia, ed è in breve diventato il fenomeno mondiale che oggi vediamo e che si sta espandendo in modo sempre più veloce. E la velocità è appunto il terzo fattore: molti dirigenti politici e industriali sono abituati a curve lineari, a un po' di extrapolation, ma non a curve esponenziali che vanno sempre più veloci; e non sanno reagire di fronte a questo fenomeno. Dunque per tre ragioni - una culturale, una di monopolio e l'ultima legata all'accelerazione insolita - molti non hanno saputo reagire a questo fenomeno e forse, come i dinosauri, alcuni di loro saranno esclusi dal gioco.
    Gli Stati Uniti sono stati e sono invece capaci di trattare dei fenomeni in crescita, come appunto la biotecnologia e l'informatica. In Europa abbiamo l'abitudine di trattare i problemi tradizionali, come il nucleare, il trasporto, l'ingegneria civile. Gli americani riescono a fiutare il nuovo mercato, a creare con il venture capital i crediti necessari per lanciare delle piccole imprese. Lo spirito imprenditoriale è maggiore e, in effetti, in questi campi - informatica, reti e biotecnologia - sono avanti rispetto a noi. Il Giappone ha dei problemi di legislazione, insieme a problemi etici e morali, che fanno sì che in questo settore sia restato anch'esso indietro rispetto agli Stati Uniti.
    L'Europa ha una possibilità, se riuscirà a uscire dalle sue costrizioni, dalla sua gabbia, dal suo quadro istituzionale che la paralizza. Gli imprenditori esistono, ma spesso sono paralizzati dai quadri universitari o dalla difficoltà di lanciare delle nuove imprese o di crearle. Non è la creatività che manca in Europa, ma la capacità di adattarsi a dei mercati in crescita.


    7 Siamo bombardati da molte informazioni e stimoli anche a livello neurologico, fisico e sensoriale e ci dobbiamo adattare alla velocità delle macchine. Questa velocità può essere pericolosa per l’umanità? 

    La prima cosa che bisogna dire è che questa accelerazione andrà avanti, non ci sarà un rallentamento: bisogna imparare a lavorare con questi strumenti nuovi, in costante accelerazione. Il rischio è una nuova forma di inquinamento. In questi anni abbiamo conosciuto l'inquinamento atmosferico, marino e acustico. Conosceremo l'inquinamento dell'informazione, ci sarà troppa informazione, troppi satelliti, troppo Internet, troppi cd-rom, troppe reti informatiche, troppi computer. Come lottare contro questo? Sono necessari più mezzi: un metodo, degli strumenti e un nuovo modo di avvicinarsi alla conoscenza. Serve un metodo perché abbiamo ancora una visione del tutto analitica e trattiamo i concetti separatamente: ora servono invece delle visioni più globali, che permettano di integrare le conoscenze e il sapere. La cultura non è sapere tante piccole cose su tutto, è sapere integrare le conoscenze in modo che siano più utili per il nostro lavoro.
    Secondo elemento: gli strumenti. La parola di gran moda è navigare. Siamo in un oceano di sapere e c'è il rischio di affogare se non si conoscono le regole della navigazione, se non si sa nuotare; imparare le regole della navigazione vuol dire saper usare degli agenti intelligenti, che ci terranno per mano e ci aiuteranno ad ottenere le informazioni di cui abbiamo bisogno - quando vogliamo.
    In terzo luogo si deve rovesciare il criterio con cui ci si avvicina al sistema. Di solito si cerca di memorizzare più cose per poterle utilizzare. Adesso bisognerà invece cercare di vedere quali sono le procedure per cercare l'informazione quando se ne ha bisogno. A questo proposito possiamo prendere spunto dalla dietetica, come arte di organizzare la propria vita e di gestire il mondo in cui viviamo. La dietetica è l'arte di scegliere, fra i vari alimenti, cosa è buono per la salute e per la propria vita: penso che bisogna inventare una dietetica dell'informazione. Di fronte ad un eccesso di informazione bisogna insegnare ai bambini e anche a noi stessi, ad essere moderati, a scegliere solo ciò di cui abbiamo bisogno. Credo che con questi tre mezzi - metodo, strumenti e approccio dietetico all'informazione - abbiamo una possibilità di salvarci. Rimarrà però in ogni caso un problema: la distanza, che si fa sempre più grande, fra chi ha ricchezza d'informazione e chi ne è sprovvisto, tra chi sa usare queste tecniche - chi sa che sul computer c'è un menù, un'icona astratta, e così via - e chi no. Se non si fa uno sforzo enorme per educare su scala nazionale ed internazionale le nuove generazioni, il baratro crescerà e porterà a delle frizioni sociali ed economiche molto forti.


    8 Oggi, soprattutto attraverso la diffusione dell'informazione a distanza, non c'è più il rapporto diretto fra il maestro e l'allievo, non c'è più educazione, ma solo informazione: c'è una crescita dell'informazione, ma la diminuzione della formazione, della conoscenza e del sapere, dell'informazione cioè collegata a dei valori. Secondo lei è un problema grave? 

    Oggi viviamo un conflitto tra il tempo corto della televisione e dei media e il tempo lungo dell'educazione. Il tempo corto si manifesta nel clip, nello spot della pubblicità, nello zapping - che è un saltare da una cosa all'altra. Qui abbiamo un mosaico di conoscenza e non un'integrazione, che è ciò che crea la cultura. Il pericolo è che i giovani che vengono dai videogiochi, passeranno al gioco educativo in modo superficiale, non integreranno cioè il sapere. Penso che bisognerà trovare un equilibrio tra la scuola reale e la scuola virtuale, o i musei di scienze reali e quelli virtuali. Bisogna che ci siano tutti e due perché il luogo dove ci si incontra è un luogo unico per socializzare, integrare le culture, un luogo d'integrazione del sapere, di coeducazione. Il ruolo del professore è un ruolo di mediatore socratico, che deve condurre alla conoscenza, piuttosto che a sapere tutto. E questo è insostituibile: l'elettronica non riuscirà a fare questo. Nello stesso tempo le scuole, i musei delle scienze devono sapere integrare il computer, le reti come Internet, il multimedia, per beneficiare dell'accelerazione straordinaria che questi mezzi tecnici permettono nell'accesso alle informazioni.


    9 Assistiamo al passaggio dall'industria dei prodotti materiali a quella dei prodotti immateriali. L'avete chiamata l'“industria invisibile”. Che cosa vuol dire? 

    Siamo già in questa situazione che sta creando i grandi conflitti economici che viviamo intorno a noi. Fra questi c'è la disoccupazione. In Francia e in Italia, ad esempio, l'industria del turismo è superiore per quanto riguarda il flusso finanziario e il numero dei posti di lavoro, all'industria automobilistica e a quella agroalimentare, che sono delle industrie pesanti che entrano nella contabilità economica dei paesi. L'industria del tempo libero, l'industria degli studi cinematografici, Eurodisney, Hollywood, la tv, la pubblicità, lo sport, sono attività immateriali che generano flussi finanziari molto importanti. Bisogna capire che siamo entrati in questa società, in cui c'è un rapporto fra l'utile e il futile: il futile non è più qualcosa che si può considerare come non-economico, ma, al contrario, è fondamentale. Bisogna abituarsi ad un'economia passeggera, che cambia continuamente, dove bisogna gestire l'abbondanza e non la rarità, la transazione piuttosto che la produzione e la distribuzione, o un'economia nella quale bisogna imparare a gestire l'effimero, un'economia della scommessa insomma. E' questa l'economia di oggi. Noi siamo ancorati - soprattutto i nostri politici e i nostri industriali - ad un'economia della produzione, del territorio, della concorrenza, ma le reti stanno cambiando tutto. I due sistemi economici coesisteranno, ma bisogna preparare gli spiriti, con la formazione; e preparare le economie a questa esplosione dell'immateriale, che sarà il segno fondamentale dell'evoluzione delle nostre società nei prossimi anni.


    10 Crede che le relazioni umane possano cambiare in modo negativo visto che le persone si parleranno soprattutto attraverso le reti, senza contatti diretti? 

    E' un rischio che si considera e che si era già considerato con la nascita del libro. Quando uscì il libro, ai tempi di Gutenberg, i filosofi e gli studiosi dissero: adesso nessuno parlerà più, perché tutti si isoleranno nella lettura. Ma si continua a parlare. Il cinema non ha ucciso il teatro, la tv non ha ucciso il cinema e l'editoria non è morta con la televisione. Il fatto di comunicare attraverso le messaggerie elettroniche sulle reti, di vedersi in videoconferenza, può far sì che alcuni - forse il dieci per cento delle persone - rimarranno chiusi nel loro piccolo mondo; ma crea anche delle opportunità, delle voglie di incontri fisici, conviviali, reali fra la gente. Noi che lavoriamo sempre sulle reti lo abbiamo dimostrato: la rete fa crescere la densità di connessione, dunque, la propensione della gente a vedersi. In Francia, ad esempio, c'è qualcosa che ha molto successo e che si chiama “minitel rosa”: la gente comunica per incontrarsi e gli appuntamenti non sono elettronici, sono fisici. Il problema che rimarrà è quello dei paesi sviluppati in relazione a quelli in via di sviluppo. Queste tecniche rischiano di creare un baratro fra quelli che sanno usare tutto ciò e che l'utilizzano sempre più velocemente e quelli che non lo sanno fare. La risposta alla quale si assiste oggi è che alcuni paesi in via di sviluppo - paesi africani, paesi dell'America del Sud o dell'Asia orientale - cominciano a capire che la connessione con le reti informatiche può essere un modo per portare il loro contributo creativo, economico e commerciale al mondo, saltando la fase obbligatoria dei grandi investimenti per creare delle industrie pesanti. C'è una nuova grande sfida, quindi, quella della corsa all'immateriale, grazie alla quale quale il baratro fra paesi sviluppati e in via di sviluppo, può diminuire.


    11 Nel diciannovesimo secolo abbiamo conosciuto delle medicine alternative - come l'omeopatia e l'agopuntura - ma non abbiamo avuto gli strumenti per sperimentarle. Crede che con le nuove tecnologie si potranno fare dei progressi e dare delle risposte? 

    Grazie al computer, che permette di simulare delle funzioni fisiologiche complesse, ci saranno sicuramente dei progressi anche in medicina. Per esempio, per molto tempo non ci sono stati i mezzi per capire come funzionasse il trattamento attraverso le piante o l'agopuntura in Cina. Oggi invece si sa perfettamente come agisce l'agopuntura: stimolando alcuni centri nervosi trasmette al cervello le endorfine che sono gli ormoni del piacere o contro il dolore. Inoltre, grazie alla scienza e alla tecnica moderna, si riscopre il valore di piante come il ginseng o altre piante medicinali utilizzate nella medicina empirica. Credo che andiamo verso un'era, dove la prevenzione delle malattie e la gestione del proprio corpo, diventerà sempre più importante rispetto alla cura delle malattie. Questo sarà un problema per le industrie farmaceutiche, ma bisognerà che vi si adeguino.


ABSTRACT

Joel de Rosnay spiega il concetto da lui introdotto di “cybionte”: metafora di organismo planetario, composto di uomini, città, computer e macchine. Il cybionte è un organismo e in quanto tale è più della somma delle parti, c'è emergenza di proprietà nuove (1). C'è la possibilità che questo macrorganismo planetario si realizzi, che questa simbiosi riesca, e che si evitino così le catastrofi ecologiche ed economico-sociali cui stiamo andando incontro. L'homo simbioticus è l'uomo che saprà servirsi delle nuove tecnologie dell'informazione (2). L'idea di Rosnay è che ci stia dirigendo verso un'epoca bioelettronica, in cui l'uomo entrerà in simbiosi con le reti telematiche. Il computer avrà un volto sempre più umano, sarà una sorta di promemoria intelligente: l'ultima tappa sarà il trasferimento diretto di informazioni dal cervello alle macchine (3). E' quindi giusto cercare di elaborare nuovi paradigmi della fisiologia umana che tengano conto di questa evoluzione (4). Rosnay è d'accordo con Prigogine sull'esistenza di un'entropia positiva. Riguardo a Internet crede che sfocerà in tre continenti: uno pubblico, gratuito, gestito dalle università; uno commerciale e uno che servirà per accedere a dei servizi d'abbonamento. Ma resisterà a questo ingorgo d'informazioni?(5). Politici e grandi manager dell'informazione non avevano capito lo sviluppo di Internet per ragioni culturali e di monopoli (6). Così c'è il pericolo che l'Europa non riesca a tenere il passo con gli Stati Uniti, molto più avanti nei settori dell'informatica e delle biotecnologie. Per non rimanere schiacciati dal bombardamento e dalla velocità delle informazioni, ci vogliono un metodo che permetta visioni più globali; delle regole di “navigazione”; un approccio “dietetico”, cioè con capacità di scelta, all'informazione (7). La relazione tra il tempo corto dei media e quello lungo della formazione è un grande problema: bisognerà cercare di creare un equilibrio (8). Le reti telematiche stanno cambiando l'economia: l'industria dell'invisibile, cioè quella che gestisce le transazioni, diventerà sempre più importante (9). Il pericolo di queste nuove tecniche di comunicazione non è tanto quello che facciano diminuire le relazioni fisiche tra le persone, ma che aumentino ancora di più il baratro tra i paesi sviluppati e gli altri (10). Certo queste tecnologie permetteranno dei progressi anche nel campo della medicina e cambieranno la gestione del corpo (11).



Biografia di Jöel De Rosnay

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