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1 - Professor Bodei, in che modo i sensi umani ci mettono in contatto con il mondo? Sono quasi delle
finestre sul mondo e, guardando la cosa al contrario, sono delle vie d'accesso
del mondo dentro di noi. I sensi umani ci mettono in rapporto con la realtà in
maniera differenziata. Ciascuno di essi ci dà dei tipi di conoscenza che altri
non ci possono dare e noi alla fine li integriamo, usiamo una specie di
miscelatore e così costruiamo in qualche modo la realtà. Questa è una maniera
diretta, diciamo, che ciascuno di noi può sperimentare. Poi c'è una maniera
indiretta, con cui i sensi ci danno accesso alla conoscenza, che è quella di
guardare le opere d'arte. Ora l'arte ha questa caratteristica, di cui spesso ci
si dimentica, che ha sempre un tramite sensibile : la pittura, il colore, le
linee, le forme, la musica, i suoni, l'architettura, i volumi, lo spazio. Allora
la prima cosa da fare probabilmente è distinguere tra questo accesso immediato,
che poi è falsamente immediato, nel senso che noi impariamo
a vedere, impariamo a sentire e le sensazioni non sono mai passive (non
è che noi riceviamo qualcosa dall'esterno) e poi c'è quest'altro sentire al
quadrato o al cubo, attraverso il quale noi entriamo in mondi altrui: quelli di
un pittore, che è scomparso magari da molti anni, o di un poeta o di un
musicista, che ci trasmettono, anche quando il tempo è passato, una quantità
di informazioni. Proust ha detto una cosa bellissima, quando sosteneva che noi
in un certo modo «sottoviviamo» invece di sopravvivere o sottoutilizziamo i
nostri sensi. Ha detto che noi incameriamo conoscenze sensibili, ma anche
pensieri e li accumuliamo in noi come lastre fotografiche non sviluppate, che si
tratta appunto di sviluppare mediante l'intelligenza. Uno dei compiti, io credo,
del nostro modo di stare nel mondo, sarebbe di aprire più gli occhi, le
orecchie, quasi tutti i pori del corpo e sostanzialmente avere un'esistenza più
ricca, probabilmente più sensata - nel doppio significato del termine -
in quanto ci rendiamo conto di più cose, esercitando questi sensi,
soprattutto quelli che nella nostra tradizione sono stati più trascurati. perché
noi abbiamo sempre privilegiato la vista o l'udito, per i motivi che
eventualmente dirò, e abbiamo trascurato, perché troppo soggettivi o troppo
imprecisi, i sensi come il tatto, l'olfatto o il gusto. 2 - Siamo abituati a considerare cinque sensi, tranne un ipotetico sesto senso che poi sarebbe più o meno un' intuizione. Ma è giusto limitare a cinque la fisiologia dei sensi? Questi sono i sensi
classici, quelli catalogati. In realtà esistono tanti sensi, come quello
dell'equilibrio o del calore corporeo, che potrebbero, a buon diritto, diventare
il settimo, l'ottavo o il nono senso. Il sesto senso, tra l'altro in
origine «il senso comune», aveva un significato diverso da quello che
intendiamo oggi: era quel miscelatore dei cinque sensi, che faceva sì che
un'arancia fosse un oggetto con un odore, con un sapore, con un colore, una
forma e così via. Il punto che mi sembra importante è che nella nostra
tradizione c'è stata una fase che ha determinato da circa 2500 anni
il nostro modo non solo di sentire, ma anche di pensare. C'è un signore
che si studia alle elementari per le tabelline pitagoriche, che è Pitagora, che
ha compiuto secondo me una delle grandi operazioni che tuttora ci segnano: cioè
Pitagora ha reso traducibili alcuni sensi, la vista e l'udito, in termini di
concetti e ha reso i concetti traducibili in termini di vista e di udito. Faccio
un esempio molto semplice: attraverso una costruzione geometrica di due
triangoli, con delle bisettrici opportune, io riesco a stabilire la lunghezza di
quelle corde, poniamo di lira o di chitarra, che noi chiamiamo oggi «do, mi,
la». Che operazione ha fatto dunque Pitagora? Ha trasformato ciò che è
intellegibile - perché matematicamente c'è anche un teorema di Pitagora - in
ciò che è visibile e ciò che è visibile lo ha reso intellegibile. C'è una
traducibilità reciproca. E ha trasformato ciò che è visibile in ciò che è
udibile, perché la musica è fatta di proporzioni ed è sostanzialmente sempre
stata considerata un'applicazione della matematica. Qual è stato il prezzo e il
vantaggio di questa operazione? Cominciamo dai vantaggi, che sono stati enormi.
Il così detto razionalismo dell'Occidente nasce sostanzialmente con Pitagora,
mi pare, perché ha fatto sì che il mondo che noi vediamo e che noi sentiamo,
fosse traducibile in termini di idee e che le idee potessero, a loro volta,
applicarsi al mondo dell'esperienza purché
avessero una forma precisa, proporzioni, armonie, eccetera. Una seconda
conseguenza, un secondo vantaggio è che ciò che è vero, per Pitagora, è
anche bello, perché l'idea di bellezza presuppone per lui l'idea di
proporzione, l'idea di ordine, l'idea di armonia. Quali sono
gli svantaggi per così dire? Che tre sensi sono stati abbandonati dalla
filosofia, mentre due soli sensi sono stati adottati. E perché sono stati
abbandonati? Perché l'olfatto, il tatto ed il gusto non sono facilmente
comunicabili. La vista e l'udito sono sensi pubblici. Io vi parlo e vi vedo e
nello stesso tempo voi, qui o altrove, mi vedete e mi sentite, anche a distanza.
La vista inoltre ha questa caratteristica, che ha il raggio più ampio. Noi
siamo in grado di vedere stelle lontanissime, probabilmente già scomparse da
milioni di anni, e siamo in condizione di coglierle. L'udito ha un raggio
minore: uno si accorge della differenza quando vede un lampo e conta i secondi
tra il vedere il lampo e sentire il rumore del tuono. L'olfatto è invece un
senso generalmente più ristretto, a meno che, diciamo, l'odore, buono o
cattivo, non sia talmente presente da impregnare l'aria a grande distanza.
Andando più indietro, il tatto ed il gusto presuppongono il contatto, e quindi
se io non tocco qualcosa con i polpastrelli o, nel caso del gusto, con la
lingua, che è una specializzazione poi del
contatto, io non posso sentire assieme agli altri. Quindi non sono sensi
facilmente comunicabili. Bisognerebbe cioè che noi toccassimo
contemporaneamente lo stesso oggetto o mangiassimo contemporaneamente la stessa
sostanza, non un pezzettino di pesce e un altro pezzettino di pesce. Quindi sono
stati trascurati perché non davano affidamento alla conoscenza. Un'altra
conseguenza di questa scelta è stata che solo ciò che è preciso
matematicamente, e dal punto di vista visivo e uditivo, è stato considerato
degno di conoscenza. Quindi il bello o l'arte sono diventati elementi
che si esprimono attraverso strutture formali precise. Quindi tutto ciò
che era indeterminato, indistinto, per esempio delle forme che non erano dai
contorni netti o avevano proporzioni sbagliate (per esempio i Greci
consideravano che l'altezza della testa maschile in una statua doveva essere un
ottavo dell'altezza intera del corpo), quindi
tutto ciò che non era preciso, che non aveva una forma, veniva considerato
indegno di conoscenza e abbandonato. Oppure, pensando alla
differenza tra il suono e il rumore, il suono e gli accordi di
suoni, matematicamente
determinati ( se io prendo il pianoforte, suono due «do»
della scala, ho un intervallo di un ottava, se prendo il «do» e il «mi»
ho un intervallo di terza, ecco, allora questi intervalli sono «armonici», si
dice), i suoni soltanto quando erano matematicamente determinati
erano belli, ed erano anche veri, perché erano proporzionati. Invece noi
nella nostra sensibilità moderna, ad esempio, nella musica, abbiamo superato
questa concezione. Cito un caso di un musicista certamente conosciuto da chi si
occupa di musica moderna: John Cage ha abolito la barriera tra il suono e il
rumore, ha cominciato ad utilizzare, miscelandoli con il sintetizzatore, suoni
presi dai boschi, dal traffico, dalla strada ed esistono ormai una quantità
enorme di suoni artificiali, che la natura non produce e che non producevano
nemmeno i vecchi strumenti. Quindi anche dal punto di vista di un ingresso nel
mondo attraverso l'arte, noi oggi
entriamo in maniera differente. Non abbiamo piu'
bisogno, o non abbiamo soltanto bisogno di questa perfezione matematica,
ma abbiamo un rimescolamento, sostanzialmente anche percettivo, oltre che di
gusto - nel doppio senso del termine - del nostro fruire l'arte. 3 - Professore, la filosofia ha per oggetto comunemente il pensiero, e quindi c'è una distanza tra la riflessione filosofica e l'esperienza sensibile, l'esperienza non ancora dominata dalla riflessione. Qual è stato, soprattutto nella nostra civiltà, l'atteggiamento che la filosofia ha avuto nei confronti della conoscenza sensibile? La conoscenza
sensibile è stata la pietra dello scandalo della nostra filosofia.
Per un tempo lunghissimo, perché si sono combattute due famiglie di
teorie: la prima secondo la quale tutte le nostre esperienze, tutte le nostre
conoscenze derivano dai sensi, la seconda invece per cui la mente o il pensiero
o le idee hanno una loro autonomia che va avanti, a prescindere dai sensi. Per
cui c'è una tradizione molto antica che va da Epicuro a Lucrezio, ai
materialisti francesi del Settecento, nel campo della poetica a Leopardi, in
base alla quale tutte le nostre conoscenze sono originate dalla elaborazione dei
materiali che ci forniscono i sensi. Questi materiali continuano ad agire in
noi, a restare impressi nella memoria, come quando, pizzicando una corda di
chitarra, anche dopo che si è finito di toccare la chitarra, la corda continua
a vibrare. Quindi si passa dai sensi alla memoria, che conserverebbe le tracce
dei sensi. Poi ci sarebbe un'altra
facoltà: l'immaginazione, che manipola i dati sensibili, li mette insieme, e
alla fine ci sarebbe l'intelletto che produce non più elementi concreti (questo
tavolo, questa lampadina), ma produce entità astratte, quelle che
noi chiamiamo appunto idee.
L'idea di un triangolo non coincide con quella di nessun triangolo. Noi
potremmo chiamare miliardi di triangoli, non esauriremmo mai la possibilità di
disegnare triangoli. L'idea di albero ugualmente non coincide con gli alberi. E
ciò dà luogo appunto a questo stacco tra ciò che nei sensi noi percepiamo,
che è sempre qualcosa di preciso, di individualizzato, come si dice, di «concreto»,
e ciò che invece pensiamo, che è sempre qualcosa di astratto. Perciò c'è
stato per esempio un grande dibattito nella tradizione filosofica tra Leibniz,
grande matematico e oltre tutto inventore insieme a Newton del calcolo
infinitesimale, e Locke, ad
esempio, o più tardi Condillac, quelli che si chiamano i «sensisti» veri e
propri. Anche oggi non sappiamo chi ha ragione, nel senso che, ad esempio, gli
studiosi di comportamento animale hanno fatto questo esperimento: se ad un
pulcino appena uscito dall'uovo facciamo vedere una sagoma di cartone nero che
rappresenta più o meno la figura
di un falco, quello, pur non avendone avuto esperienza prima, si spaventa a
morte; mentre invece se gli si fa vedere una sagoma di cartone dall'immagine più
rassicurante di tacchino, di chiocciola, quello non si spaventa. L'idea dell'innatismo, cioè che esistano delle
conoscenze che non ci derivano dai sensi, è diventata plausibile anche per i
linguisti contemporanei, come Chomsky, ed è oggi plausibile anche per il fatto
che sappiamo che il codice genetico contiene informazioni e che queste
informazioni non sono semplicemente qualche cosa di impresso dall'esterno
attraverso la visione sensibile, ma qualche cosa che ci permette in un certo
modo di decifrare la nostra esperienza a partire da un patrimonio che è anche
genetico. Invece Locke o Condillac partivano dall'idea che ciò che è
nell'intelletto una volta era stato nei sensi. Al che Leibniz aveva aggiunto: «tutto
vero, tranne che l'intelletto stesso, il quale nei sensi non c'è mai stato, cioè
non lo potete dedurre dai sensi». Ed è molto semplice. C'è un famoso
esperimento mentale di Condillac: di prendere una statua di marmo e di mostrare
come poi, una volta che gli si dà un senso, l'olfatto, da questo olfatto derivano poi tutte le altre
capacità umane. Il trucco c'è e si vede, perché se la statua di marmo non
sente niente, allora una volta che le si concede l'olfatto, poi le si
concede tutto il resto. Quello su cui probabilmente i sensisti hanno
ragione è il fatto che
un'esperienza, murata in se stessa - in quegli uomini, per così dire, che non
guardano fuori da queste finestre dei sensi o non lasciano che il mondo entri
dentro di loro - ci rende ciechi, sordi, muti e così via. 4 - Al di là dei sensisti, nella storia del pensiero quali sono state le altre correnti di pensiero che hanno rivalutato i sensi o vi hanno appoggiato addirittura la conoscenza? Penso agli empiristi, alla filosofia greca. La filosofia greca ha
un contrasto interessante perché mostra come filosofi che vengono considerati
sulla stessa linea siano in realtà molto
diversi. Faccio l'esempio di Platone. Tutti conosciamo il mito della caverna, di
questi uomini che vedono proiettati sullo sfondo di una
caverna, tramite una luce che arriva alle spalle, mentre essi non si
possono voltare, delle ombre e scambiano queste ombre per degli oggetti veri.
Poi uno di essi riesce a slegarsi e va nel mondo esterno. Nel mondo esterno che
cosa c'è? È subito accecato dalla luce del Sole. Allora si può avere, già
per Platone, una falsità sia per
mancanza di evidenza, perché si vedono delle ombre, sia per eccesso di
evidenza. Noi sappiamo, anche dal nostro punto di vista, che la retina si brucia
se guardiamo il Sole. Quindi tutta la filosofia platonica è un esercizio di
abituarsi prima a guardare le ombre, poi le cose riflesse, piano piano alzare lo
sguardo e vedere il mondo, senza però - se non si vuole correre il rischio di
diventare ciechi - guardare la fonte della luce, il Sole. È nata da qui l'idea
che in Platone vi sia un disprezzo per i sensi e per il corpo, che è in gran
parte vero, ma la cosa va specificata. Inoltre, nella filosofia greca c'è un
personaggio come Plotino, che ha detto delle cose che oggi sembrano di grande
attualità e che prima sembravano
di uno sfrenato idealismo. Plotino ha detto ad esempio che non è vero, come
sosteneva Aristotele, che le immagini sensibili si imprimano in noi come la
figura che c'è su un anello si imprime su una tavoletta di cera, cioè senza
materia - resta la forma ma non la materia - e quindi dando della conoscenza
sensibile una nozione passiva. Plotino ha notato che i sensi sono come la
memoria, più si esercitano, più funzionano. Quindi ha dato dei sensi una
concezione attiva. I sensi sono ciò che è un'attività.
Non vediamo semplicemente perché riceviamo dall'esterno delle immagini
già fatte: noi ritagliamo nella nostra percezione. Del resto chi ha studiato un
pochino di musica saprà che se l'orecchio non si esercita, se questo esercizio
non viene mantenuto, noi non saremmo in grado di gustare la musica. Quindi i
nostri sensi non sono passivi, anche perché noi dobbiamo apprendere ad usarli. 5 - Ma in tutta questa passività, alla quale siamo necessariamente costretti da una uniformità dei gusti, degli odori, della vista, delle cose che ascoltiamo, ecco, si arriva ad una sorta, devo dire, di ovvietà. Certo.
L'ovvietà. Intanto, è interessante il significato. «Ovvio» viene dal latino «obvius» che
viene da «via», «incontrare
per strada», cioè ovvio è ciò che si incontra facilmente, e, detto di
persona, «persona alla mano». Ora il mondo dell'ovvietà è un mondo in
cui noi non facciamo sforzi, in cui ci sentiamo a nostro agio. È un
mondo anche tranquilizzante. Io non sono di quelli almeno che ritengono che
bisogna stare sempre all'erta, come i cani con le orecchie dritte, però
certamente è anche sbagliato non uscire dal piano inclinato della minore
resistenza. Dunque il mondo dell'ovvio è un mondo che mi rende familiare ciò
che in effetti non è familiare, nel senso che le cose che ci circondano, tutto
sommato, se le guardiamo bene, non solo hanno sempre qualcosa di nuovo, ma hanno
sempre una grande quantità di elementi che non capiamo, che non percepiamo, che
non vediamo. Se uno non è del mestiere per esempio, se non è un antiquario,
vede un tavolo, ma non sa dire che tipo di tavolo è, se uno non è un
elettricista non si rende conto del tipo di illuminazione. Quindi noi dobbiamo
imparare a vedere e a sentire in base alle nostre esigenze. Ora l'ovvio è una
necessità, ma è anche una limitazione, tanto è vero che gli uomini hanno un
certo disagio, anche quelli che vivono volentieri nell'ovvio, a starci sempre. E
per questo cercano soddisfazione nello straordinario, in ciò che non è ovvio.
C'è stato uno scrittore francese recentemente, che ha mostrato come il nostro
interesse per le cose straordinarie sia continuamente riportato all'ovvietà. Lo
scrittore, Georges Perec, sostiene che nella nostra società dell'informazione,
un treno esiste soltanto quando ha un incidente ed esiste tanto di più quanti
più sono i morti che ci stanno dentro. Con una battuta ancor più carina
sostiene che i platani esistono soltanto ormai quando ci sbattono contro le
automobili. Ora quello che voglio dire è che l'ovvio è capace nella nostra
società, ma anche in altre società, di assorbire il suo contrario, di
travestirsi mimeticamente nel suo contrario. L'arte o la filosofia o la scienza,
quando sono innovative, ci permettono di uscire dai confini dell'ovvio e di
soddifare più in profondità quel desiderio di conoscenza che gli uomini non
potrebbero soddisfare altrimenti se fossero chiusi dentro questa cella o questa
cerchia murata dell'ovvietà. È che la maggior parte di noi, di tutti, non ha
spirito avventuroso. Gli psicanalisti hanno un termine: border line, che in
inglese vuol dire linea di confine, che viene usato in psichiatria (si parla ad
esempio di bambini border line), per intendere ciò che sta al confine tra il
normale ed il patologico. Ora l'ovvietà nostra ha come limite questa linea di
confine, al di là della quale comincia un terreno ignoto, che ci fa troppa
fatica, o che riteniamo pericoloso esplorare. I grandi artisti, i grandi
scienziati, i grandi filosofi sono quelli che, senza distruggere la necessità
di avere una riserva dell'ovvio, perché altrimenti non potremmo vivere, ci
hanno fatto vedere in pittura, sentire in musica, capire in filosofia o in
matematica delle cose che prima non erano conosciute, delle cose veramente
straordinarie e che diventano ovvie successivamente. Per l'uomo antico era
ovvio, e per noi se ci guardiamo attorno, che la Terra sta ferma e
il Sole gira. Oggi noi sappiamo che è il contrario. In realtà
non è nemmeno il contrario, dipende dal punto di vista di riferimento
che noi prendiamo. Allora l'ovvietà è una banalizzazione della nostra
esperienza e della nostra conoscenza finchè, anche se vera, non ci dà la
capacità di andare oltre questa linea di confine. Se invece io prendo un grande
quadro, «La veduta di Delft» di Vermeer o un quadro di Canaletto che
rappresenta una veduta di Venezia, è come se io entrassi in un altro mondo, è
come se attraverso una macchia di colore, una figura, la mia immaginazione si
sposasse alla mia percezione e la quantità di mondi in cui io vivo venissero
moltiplicati. In realtà forse, siccome un quadro sta nello stesso mondo, anche
se è separato da una cornice, è come però se questa cornice mi ritagliasse
una zona di realtà, fosse come una sottolineatura: attenzione qua stai
passando dalla parete di una stanza ad un altro universo di senso. È come se un
quadro mi risucchiasse, per così dire, e mi portasse dentro un mondo di
relazioni e di passione. Per cui a me piace dire, con un gioco di parole (c'è
un libro di Ernst Gombrich intitolato Arte come illusione ), che l'arte è
piuttosto «l'arte come allusione», perché allude a qualcosa che sta al di là
di questo ovvio, di questo border line e mi mette in relazione con qualcosa che
non conosco. Quindi abbiamo due modi noi per non sottovivere e per utilizzare
meglio i nostri sensi e, se vogliamo, anche per essere più contenti, perché
ogni volta che scopriamo qualcosa di nuovo vinciamo la noia e perlomeno siamo
vivi. La noia è come un vivere senza stimoli, è come se ormai tutto ci fosse
noto, se tutto fosse scontato, cioè
ovvio. La noia è un senso di tristezza che ci coglie perché non succede mai
niente, è un'attesa frustrata. Per così dire, nel senso della noia, è come se
una specie di grande imbuto, è come se convergesse, in un momento di noia è
come se tutte le insoddisfazioni della nostra vita convergessero. 6 - «Teoria» vuol dire proprio «vedere»? «Teoria»
vuol dire «vedere». E
infatti la nostra civiltà ha scelto i due sensi più precisi e per questo la
civiltà occidentale, senza far torto a nessun'altra civiltà, è una civiltà
che ha sviluppato le scienze, che ha sviluppato la geometria, che ha sviluppato
la musica. La musica è basata anche sul tempo, quindi sull'aritmetica, sul
ritmo. Aritmetica ha la stessa radice di ritmo, è ciò che è misurabile nel
nostro mondo. La misurabilità piena la
danno la vista e l'udito. Gli altri sensi noi li abbiamo trascurati. Li abbiamo
trascurati perché sono imprecisi, dicevo, e non sono così
comunicativi. Sono intersoggettivi la vista e l'udito. Gli altri sensi
però li abbiamo trascurati, a differenza di altre civiltà, per quello che noi
ne possiamo capire, perché credo che sia sempre difficile mettersi nella testa
e nel corpo di un altro. In fondo i Giapponesi
sono per noi come dei marziani, per certi aspetti, o i pigmei.
Per esempio il sistema cromatico che hanno i Giapponesi o il gusto
tattile che hanno loro, noi non l'abbiamo. Per esempio molte tradizioni di civiltà
asiatiche, da quelle dell'antica Persia a quelle dell'India a quelle
dell'attuale Giappone hanno il gusto del toccare, che noi non abbiamo. Per
esempio un oggetto giapponese bello,
ad esempio una teiera,
è liscia in un certo modo o
una scatola di legno è fatta con certe avvertenze, con certe rugosità. Noi non
ci rendiamo conto per esempio che la tradizione giapponese non ama la simmetria.
C'è una sorta di disarmonia prestabilita che l'arte moderna ha riscoperto. Per
cui tutta l'arte europea tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento ha
scoperto tutto ciò che l'arte classica, che era legata a queste nozioni di
precisione, aveva rifiutato. Quindi si è scoperta l'arte negra con il periodo
dei fauves, si è scoperta l'arte cinese, l'arte giapponese. C'è stato un
periodo di giapponeserie. Tutta l'arte liberty, floreale per esempio, nasce da
questo arrivo in Europa di modelli giapponesi. Quindi non dobbiamo essere
troppo presuntuosi. C'è uno scambio ineguale, nel senso che l'Occidente
ha esportato molte volte, nel bene e nel male, molto di più degli altri, però
tante cose sono venute da fuori. Per esempio la porcellana noi non la
conoscevamo se non copiandola dai Cinesi, come la seta o altre cose. 7 - Lei ha distinto tra questi sensi, diciamo pubblici e quelli privati, tra questi sensi più soggettivi e quelli più intersoggettivi. Però, l'odore, per esempio, l'olfatto, nell'Ottocento, parliamo nella letteratura, a un certo punto, ha acquisito un certo rilievo. Possiamo parlarne? Come no, è anzi un
argomento interessante, perché se uno legge le cronache medievali o degli
storici del Medioevo, come lo storico olandese Huizinga, L'Autunno del Medioevo
si apre con una descrizione di come erano le città medioevali: città ammorbate
da odori pestilenziali, da miasmi, perché fogne a cielo
aperto, perché come dice Foscolo ne I Sepolcri, non c'erano cimiteri, la
gente veniva seppellita nelle chiese. Foscolo racconta che le notti le mamme si
svegliano e abbracciano i loro piccoli a ricordo di questi fetori che venivano
dalle città. C'erano i cosiddetti carnai che erano posti dove si buttavano i
cadaveri delle bestie a migliaia. È una descrizione tragica quella che fa
Huizinga. Ma un'altra descrizione che potrebbe stupire è che la corte del Re
Sole, con tutta la raffinatezza, era pestilenziale perché non esistevano
servizi igienici, per dirla in termini molto chiari, ciascuno faceva quello che
doveva fare dove capitava, sulle scale, eccetera. Quindi era un mondo,
per così dire, pieno di odori buoni, cattivi. Infatti si usavano molto la
violetta, l'odore di violetta, la violetta di Parma. (Fra l'altro
a Parma insegnava il grande sensista Condillac, come precettore del
figlio della duchessa di Parma).
Era un mondo di odori molto forti, di fiale contro la peste che la gente
annusava come si ricorda ne I Promessi Sposi, ed era un mondo però proprio di
miasmi, cioè di cattivi odori. C'è stato invece,
questo è
molto interessante, dalla fine del Settecento fino ad oggi,
una civiltà di deodorizzazione, che arriva, per motivi molto giusti, a
una maggiore pulizia, a una maggiore igiene, ma che ha portato anche, e
contemporaneamente, a toglierci il gusto dell'olfatto. Ora c'erano persone
perverse, come Napoleone Buonaparte, che diceva a Giuseppina che prima di avere
dei rapporti intimi, almeno per una settimana non si lavasse. Quindi l'arte e la
vita ha recuperato, nel campo soprattutto della poesia, (penso a Baudelaire, per
le poesie bellissime sugli odori, oppure a Proust per quanto riguarda i sapori),
ha recuperato questi sensi, che, per così dire, dal punto di vista della
scienza, erano stati abbandonati, sedotti magari, ma poi abbandonati. E perché
sono importanti questi sensi? Non solo perché aprono alla conoscenza un campo
nuovo e quindi mostrano come l'arte non sia una pura decorazione, un baloccarsi.
L'arte è una forma di conoscenza, non avrà la stessa precisione della scienza
o della bellezza classica, che è proporzione,
armonia, matematica. Oggi abbiamo musica fatta di fruscii, di suoni, abbiamo
pitture in cui i volti sono completamente stravolti, (i quadri di Picasso,
Guernica, eccetera ) e non ci rendiamo conto che in realtà questo non è uno
stravolgimento del mondo. Corrisponde alla nuova sensibilità con cui l'arte ci
dà accesso a mondi diversi. Chiunque sia contemporaneo di se stesso,
all'altezza del suo tempo, e non viva nei clichés, negli stereotipi dell'ovvio,
che sono di qualche generazione fa, sarebbe in grado di capire quest'arte
moderna come un fatto che lo arricchisce. Invece purtroppo è respinta. 8 - Citando un'altra volta Hegel, che nonostante il suo idealismo, condannava la manichea distinzione tra una ragione ragionevole e un cuore irrazionale e diceva che , come esiste spesso una ragione irrazionale, così può esistere evidentemente anche un cuore ragionevole. Quindi c'è questa rivalutazione del sentimento. Ecco qual è il rapporto tra il senso e il sentimento? Noi siamo abituati a pensare che le passioni o i sentimenti siano delle perturbazioni dell'animo, come le chiamavano i Latini. perché il termine passione, pathos greco , era difficile tradurlo in latino all'inizio, perché passio, come la passione di Nostro Signore vuol dire soffrire, vuol dire «dolore». Allora fu il vecchio Cicerone, così odiato nelle scuole, ma che bisognerebbe rileggere, che aveva trovato questa soluzione delle perturbationes animi. Da che cosa deriva questa immagine o questa parola? Deriva dal fatto che si concepiva e si è continuato a concepire a lungo la «mente» come uno specchio, ma come uno specchio d'acqua, che riflette adeguatamente le cose, soltanto se è immobile. Quindi le passioni sono perturbazioni dell'animo o fluttuazioni, perché intorbidano e increspano questa superficie e quindi noi saremmo, per così dire accecati dall'ira o dall'amore, stravediamo per una persona amata o per una persona odiata, quindi le passioni turbano l'animo. A me pare che questa tradizione, per quanto illustre, nel rapporto tra ragione e passione, vada rivista. Credo che ogni nostro atteggiarci nei confronti del mondo e quindi anche la percezione, anche il pensiero, quando sembra indifferente, è carico di emotività. Non c'è percezione che non abbia emotività e non c'è pensiero che non abbia un tono affettivo. Se posso fare un esempio molto semplice: uno invita a cena un amico, per le otto e mezzo poniamo. Gli ha preparato tutto, ha messo le posate buone, i bicchieri di cristallo, il fuoco acceso, tutto brilla, tutto sembra festoso. Io ho una percezione festosa della tavola, che son riuscito a preparare, l'odore dei cibi che son venuti bene. Poi alle otto e trentacinque questo non è arrivato, comincio a friggere, a entrare in agitazione. Le ore scoccano ad una ad una, suonano le dieci ed io sono in uno stato d'animo completamente mutato. Allora la tavola è rimasta uguale, le candele saranno un poco più corte magari, il fuoco resta acceso, i bicchieri di cristallo son quelli, se c'è l'argenteria è quella, però la mia percezione non è più quella di prima, non c'è più un'aria di festa, c'è un'aria di smobilitazione, di sconfitta generale. Quindi noi non abbiamo mai una percezione, un'immacolata percezione, cioè qualche cosa che è così perché ci viene trasmessa dall'esterno. Ogni nostro percepire, quindi vedere, sentire, gustare, ogni nostro pensare è sempre accompagnato da quello che in musica si chiama un “basso continuo”, un accompagnamento che è un tono affettivo, e anche quando noi pensiamo di essere spassionati o indifferenti, in realtà noi abbiamo una passione: per esempio, se sono uno scienziato, della conoscenza. Allora siccome per avere la passione della conoscenza debbo metterne fuori gioco delle altre e quindi per fare degli esperimenti, per esempio, non debbo essere euforico, ubriaco, oppure non debbo essere stanco, allora noi riteniamo che l'intelligenza pura sia quella in cui non c'è nessuna passione, mentre invece proprio nell'intelligenza pura, quando uno cerca, c'è questa passione per il sapere, anzi arriva a un punto tale che diventa una malattia psichica, gli psichiatri parlano di «epistemofilia», che è quella della continuazione, per cui quando i bambini chiedono «perché, perché, perché» va bene, quando un grande comincia a chiedere perché a ogni piè sospinto comincia a diventare sospetto, così come nei casi in cui, va bene lavarsi le mani prima del pranzo, ma c'è una specie di perversione, che si chiama «angelismo», per cui uno si lava le mani continuamente.
Abstract: Sensibile/sensibilità Arte Sensazione Conoscenza Sensibile/sensibilità Pitagora Sensazione Razionalismo Arte Conoscenza Conoscenza Innatismo Condillac Locke Leibniz (Gottfried Wilhelm) Platone Mito della Caverna Plotino Sensazione Conoscenza Sensibile sensibilità Arte Sensazione Conoscenza Sensibile sensibilità Visione Sensazione Arte Sensibile sensibilità Visione Sensazione Arte Passione Pathos Ragione Percezione Hegel Proust Pitagora Epicuro Leibniz Interviste dello stesso autore
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