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Interviste

Georges Duby

Origini e metodologia della storia della quotidianità

15/3/1996
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Abelardo ed Eloisa

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  • - Professor Duby, prima di addentrarci nell'ambito del discorso sulla metodologia storica, vorrei chiederLe innanzi tutto se, a Suo parere, il sogno romantico di una restituzione integrale del passato, di una ricostruzione scientifica del passato, è ancora oggi perseguito. Ma il problema investe anche la dimensione del futuro. Condivide l’affermazione di Fernand Braudel, secondo il quale la storia, a differenza della scienza, non opera previsioni, ma è solo conoscenza del passato? E ritiene che ci sia un senso complessivo della storia? (1)

  • - Come lavoravano questi storici, cosiddetti realisti, di quale metodologia storica disponevano e di quali fonti si avvalevano? (2)

  • - Vediamo, in dettaglio, professor Duby, i problemi che riguardano il metodo storico. Vediamo più approfonditamente quale ruolo devono svolgere le scienze umane, in particolare la sociologia, l'antropologia e la psicoanalisi. (3)

  • - Professor Duby, in tutto questo quadro Lei ritiene che il marxismo e la scuola marxista abbiano svolto un ruolo importante per la moderna storiografia, come Lei la intende? (4)

  • - Questo, Professor Duby, è il quadro generale. Veniamo ora invece alla sua vicenda intellettuale di storico. Lei si è interessato in particolar modo del Medioevo. Come è arrivato a questa scelta? (5)

  • - Ad un certo punto le sue ricerche hanno avuto una svolta: ce ne può parlare?(6)

  • - Lei ci ha esposto il suo itinerario intellettuale, la sua biografia intellettuale e ci ha mostrato attraverso questo itinerario come lavora uno storico. Lei ha parlato proprio adesso dell'importanza dei rapporti di parentela nello studio della condizione femminile, ci ha fatto comprendere come, da storico, ha lavorato attingendo a tante fonti. Possiamo adesso fare un esempio di un avvenimento in particolare, magari traendolo proprio dalla storia medioevale e usarlo come paradigma, mostrando, magari in un microevento, come lo storico accede a questo microevento, facendo riferimento alle varie fonti? (7)

  • - Professor Duby, la memoria è un potere che può tradursi in una forma di dominio e spesso il potere si è rivolto alla storia con lo scopo di manipolare il presente. Il metodo storico è in grado di salvaguardarci dal rischio della manipolazione della memoria, e dunque del passato? (8)

1. Professor Duby, prima di addentrarci nell'ambito del discorso sulla metodologia storica, vorrei chiederLe innanzi tutto se, a Suo parere, il sogno romantico di una restituzione integrale del passato, di una ricostruzione scientifica del passato, è ancora oggi perseguito. Ma il problema investe anche la dimensione del futuro. Condivide l’affermazione di Fernand Braudel, secondo il quale la storia, a differenza della scienza, non opera previsioni, ma è solo conoscenza del passato? E ritiene che ci sia un senso complessivo della storia?

Il sogno di una ricostruzione integrale del passato è del tutto superato. Questa idea si è rivelata assolutamente impossibile. Da almeno quarant'anni gli storici, i filosofi che riflettono sulla storia hanno stabilito con assoluta certezza che essa non era altro che un'illusione romantica. Oggi riteniamo che si possa scorgere soltanto una piccola parte del passato ed è forse illusorio anche credere di poter pervenire alla verità, di poter cogliere i genuini atteggiamenti degli uomini di altri tempi. D’altra parte sono completamente d'accordo con Fernand Braudel. Lo storico è il contrario del futurologo: guarda verso il passato, tenta di comprendere il passato, e ci riesce appena. Per esperienza si rende conto che tutte le previsioni che si possono fare in base ai dati storici, risultano false, tutte le curve di estrapolazione che si possono tracciare per prevedere il futuro entrano in contraddizione con ciò che succede veramente. Lo storico non è un indovino, non ha lezioni da dare, non può aiutare la gente a prevedere il futuro. Di ciò sono assolutamente certo.

Infine, per ciò che riguarda il «senso» della storia, Le ricordo che appartengo alla generazione che ha vissuto il crollo delle utopie e non credo che la storia, in verità, abbia un senso. Penso che sia un movimento che gli uomini non possono dominare perfettamente, che li trascina e di cui sono anche un po' vittime. Ad ogni modo sono convinto che gli storici non hanno più, come i loro predecessori del XIX e dell'inizio del XX secolo, lezioni da dare, non hanno, in quanto storici, delle consegne di azione politica da proporre alla luce del passato. Non si può dire che la storia abbia un senso.

Tuttavia la storia, a mio avviso, è una disciplina di primaria importanza, perché è una scuola di lucidità. La critica storica libera la testimonianza da tutto ciò che la deforma e la ingombra e permette di avere gli occhi aperti sulla realtà: la realtà sociale, la realtà politica, la realtà intellettuale. La storia in particolare spesso permette di riprendere coraggio e fiducia di fronte agli eventi, perché insegna che anche le crisi più gravi possono essere superate.

2. Come lavoravano questi storici, cosiddetti realisti, di quale metodologia storica disponevano e di quali fonti si avvalevano?

La storia è tra le scienze umane quella che ha costruito l'armatura del suo metodo prima delle altre, nel secolo XVII, quando ci si è accorti che bisognava trattare in un certo modo le fonti documentarie, cioè raccogliere tutte quelle disponibili, non modificare le loro rispettive posizioni, criticarle una per una e sottoporle a verifica per tentare di liberare l'indizio, la testimonianza da tutte le scorie che la ricoprono e la mascherano.

C'è un metodo di analisi della veracità del segno che è estremamente importante e che ci impegna a impiegare tutti i procedimenti tecnici elaborati recentemente sia per leggere il manoscritto, sia per stabilire la data di un reperto archeologico. Una volta fatta questa critica bisogna usare le testimonianze allo scopo di ricostituire un racconto. A questo proposito i filosofi, e in particolare il grande filosofo francese Paul Ricoeur, hanno stabilito che ogni discorso storico è fondato su una struttura narrativa, su un racconto, su un intreccio, e che anche quando si tratta di descrivere l'evoluzione dei prezzi durante il XIX secolo, o la natura delle pratiche religiose a un certo momento della storia, i prezzi o la devozione agiscono come personaggi in un racconto romanzesco. Bisogna dunque ricostruirlo con grande discrezione.

Lo storico è necessariamente obbligato a fare appello alla propria immaginazione, perché le testimonianze di cui dispone sono discontinue, intervallate da vaste lacune, da vuoti, e questi vuoti bisogna colmarli e non si possono colmare che mediante l'immaginazione. Ma l'immaginazione deve essere strettamente controllata dalla ragione e da una critica e da un'autocritica che lo storico deve continuamente esercitare su se stesso per difendersi dalle divagazioni nelle quali la sua immaginazione, se non fosse vincolata, lo trascinerebbe.

3. Vediamo, in dettaglio, professor Duby, i problemi che riguardano il metodo storico. Vediamo più approfonditamente quale ruolo devono svolgere le scienze umane, in particolare la sociologia, l'antropologia e la psicoanalisi.

Una delle lezioni più importanti della Scuola storica francese, le Annales, è che gli specialisti in scienze umane dovrebbero lavorare tutti in comune, dovrebbero formare una comunità di ricerca e prestarsi vicendevole aiuto. Lo storico per fare il suo lavoro è obbligato evidentemente a tener conto di tutte le innovazioni che vengono dal campo delle scienze umane e ormai anche dalle scienze naturali. Ma la cosa più importante per lo storico non è, a mio avviso, la psicologia. Non credo che la psicoanalisi in particolare abbia recato un grande apporto al metodo di ricerca e di investigazione proprio della storia. È molto difficile ricostruire quello che gli uomini del passato avevano in mente. E, del resto, ogni psicoanalisi è una analisi individuale: non c'è un inconscio collettivo, e, di conseguenza, l'inconscio individuale degli uomini del passato è praticamente inaccessibile.

E allora, quali sono le scienze ausiliarie più utili alla storia? Innanzitutto l'economia, evidentemente, poiché, alla base dell'evoluzione delle società umane, c'è una trasformazione delle condizioni materiali di vita, cioè delle condizioni di produzione e di distribuzione della ricchezza. L'economia, dunque, propone delle riflessioni; ma, nella pratica, bisogna sapersi guardare da ciò che c'è di troppo teorico nelle proposizioni degli economisti. Io non sono un teorico, sono convinto che lo storico debba portare avanti il suo lavoro in modo pragmatico e non legarsi a modelli precostituiti. I modelli li costruirà dopo, ma nella sua ricerca procede affrontando direttamente i documenti. Direi che l'economia ha avuto certo una parte importante, soprattutto negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta del XX secolo. Oggi, il suo ruolo non è più tanto importante, se non in alcuni settori storiografici di limitato interesse. Al contrario, la geografia e l'antropologia sono a mio avviso le due scienze umane fondamentali. La geografia, perché evidentemente l'uomo è inseparabile dal suo ambiente e bisogna ricollocarlo continuamente, non solo nel suo tempo, ma nello spazio che occupava. Quello spazio deve essere analizzato con cura. Ho parlato poco fa della necessità che si presenta talvolta di ricorrere alle scienze della natura: penso, per esempio, che lo studio della flora o del suolo, lo studio della botanica retrospettiva, sono a volte fattori molto importanti per comprendere la situazione degli uomini d'altri tempi.

Poi c'è l'antropologia. L'antropologia è apparsa, a me personalmente, negli anni Cinquanta e Sessanta, come una disciplina fondamentale, che mi ha aperto gli occhi su molte cose, mi ha permesso di non chiudermi dentro concezioni troppo ristrette. L'antropologia comprende tutto quello che i ricercatori mettono in evidenza in società lontane da noi o in ciò che resta in Occidente della società tradizionale, a proposito del ruolo che hanno le strutture di parentela, la famiglia, le ideologie nei comportamenti umani. Sono tutte cose che hanno una importanza fondamentale.

Io voglio qui dichiarare il debito che ho contratto, in primo luogo, verso i geografi - ho cominciato con gli studi di geografia e sono arrivato alla storia attraverso la geografia; e, in secondo luogo, verso gli antropologi: Lévi-Strauss e tutti i suoi discepoli, che hanno lavorato sulle società africane o sulle società dell'Oceano Pacifico. Devo loro molto, perché, grazie alle loro ricerche, ho capito meglio, per esempio, la funzione della moneta nella società del Medioevo o i rapporti che intercorrevano tra gli uomini e le donne nella stessa epoca.

4. Professor Duby, in tutto questo quadro Lei ritiene che il marxismo e la scuola marxista abbiano svolto un ruolo importante per la moderna storiografia, come Lei la intende?

Personalmente sono largamente debitore verso il pensiero di Marx per la riflessione, che mi ha imposto, molto tempo fa, negli anni Quaranta. Evidentemente non bisogna fermarsi al marxismo caricaturale, veicolato, un tempo, da una certa corrente politica. I lavori di Marx meritano attenzione, in special modo per i periodi che Marx conosceva meglio, che aveva approfondito, come il XVIII e il XIX secolo. È evidente che, per i periodi più antichi, né Marx né Engels erano in grado di riflettere in modo utile, fecondo, perché i dati forniti dagli storici erano insufficienti per impostare correttamente i problemi. Ma per il XVIII e il XIX secolo è evidente che il pensiero marxista è stato un fermento di vitalità molto importante della ricerca storica. Penso d'altronde che il marxismo, come ausilio nel porre domande autentiche intorno al passato, non è morto, come si dice. È possibile che sarà ancora per molto un punto di riferimento utile nella problematica storica, per costruire la nostra problematica.

5. Questo, Professor Duby, è il quadro generale. Veniamo ora invece alla sua vicenda intellettuale di storico. Lei si è interessato in particolar modo del Medioevo. Come è arrivato a questa scelta?

È in gran parte il risultato di circostanze fortuite, perché, quando ho cominciato gli studi all'università, in Francia per diventare storico bisognava studiare, insieme alla storia, la geografia, discipline all'epoca - ma anche oggi - strettamente associate. Quando sono entrato all'università, ho cominciato con l'iscrivermi a un corso di insegnamento di ricerche in geografia. Ero sedotto da maestri che avevano grandi qualità, al tempo stesso pedagogiche e scientifiche. Sono del resto questi insegnanti di geografia che mi hanno iniziato per primi al metodo delle Annales. Non sono stati i miei insegnanti di storia a farmi conoscere le Annales, ma quelli di geografia, che erano molto legati a questo movimento ancora giovane - parlo degli anni '37-'39. Le Annales erano nate da appena dieci anni, erano ancora molto vive e lo sono rimaste ancora per parecchi anni. Ma a quel tempo era un'esperienza particolarmente stimolante. È stato dunque per il tramite dei geografi che mi sono avvicinato all'opera di Marc Bloch, in particolare a I caratteri originali della storia rurale francese.

Ho lavorato molto sulle carte, sui documenti che restano intorno alle condizioni più antiche dell'agricoltura e della popolazione rurale francese. Poi è successo che alla fine dei miei studi di laurea - avevo tenuto per ultimo l'esame di storia medioevale - ho incontrato un maestro che mi ha particolarmente sedotto. Non era un grande scienziato, ma grazie alle sue qualità di espressione, veramente notevoli, ci comunicava il suo entusiasmo. E, come succede spesso all'università, ho voluto imitarlo, ho voluto fare come lui. A quel punto ho tradito i miei maestri di geografia, ho disertato il loro campo e mi sono rivolto alla storia medioevale.

Era press'a poco il tempo in cui è apparso il grande libro di Marc Bloch, intitolato La società feudale (1940), e quando, dopo l'agrégation è venuto il momento per me di cominciare delle ricerche sistematiche, sono stato fortemente influenzato da questo libro. Non ho conosciuto personalmente Marc Bloch, perché c'era la guerra, le relazioni erano difficili e Bloch era entrato in clandestinità. Avevo appena cominciato a pensare a un argomento di ricerca per la tesi di dottorato, quando è arrivata la notizia che Marc Bloch era stato fucilato dai tedeschi. Ho deciso allora, con l'appoggio del mio maestro, che era amico di Bloch, di verificare le tesi enunciate in quel libro, studiando la società feudale in una piccola regione della Francia, sulla quale c'erano parecchi documenti relativi all'epoca che mi interessava: l'epoca feudale, tra l'XI e il XII secolo. C'erano parecchi documenti, perché al centro di questa regione si trovava un grande monastero, l'Abbazia di Cluny, con archivi che non erano stati mai veramente messi a frutto e che hanno costituito la parte più cospicua del fondo documentale su cui ho esercitato la mia critica. Così sono arrivato a comporre nel quadro dell'università, nell'ambito di un normale corso universitario, un libro intitolato: La società dell'XI e XII secolo nella regione del Macon, e ho cominciato a pormi tutti i problemi che in seguito ho cercato di risolvere. Questo saggio monografico era ancora costruito - lo confesso - sul modello degli studi geografici, che portava avanti l'Ecole géographique française a quel tempo.

La prima, la più produttiva, tra le scienze umane negli anni Quaranta, era la geografia umana. I geografi avevano l'abitudine di costruire delle monografie regionali. La mia tesi di storia è stata costruita su questo modello. Tentavo di raccogliere e di riunire informazioni di provenienza diversa. E qui forse ho cominciato a sperimentare un metodo personale, che deriva dalla mia esperienza di geografo. Esso consiste soprattutto nell'applicarmi a trovare le interconnessioni tra i molteplici fattori che determinano l'evoluzione delle società umane - fattori materiali e immateriali - per tentar di comprendere come si stabiliscono le relazioni tra gli uomini.

Dopo questo lavoro sono andato avanti. D'altronde molti progetti di ricerca mi sono stati commissionati da altri. Non sono stato io a scegliere: sono stato fatto segno di richieste, di sollecitazioni da parte di editori francesi. In Francia, più che in Italia gli editori hanno capito che si può fare appello agli specialisti di scienze umane per scrivere dei libri che non siano destinati esclusivamente a un pubblico di conoscitori, di studiosi, di ricercatori. Così ho preparato a lungo un libro su L'economia e la vita rurale nel Medioevo. Ho cominciato - e qui l'influenza del marxismo è certamente evidente - a studiare quella società meglio e più da vicino di come avessi fatto nella tesi di dottorato, a studiarla nei suoi fondamenti materiali. La società feudale è una società rurale, contadina; dunque bisognava cominciare da questo aspetto per vedere più esattamente, facendo la sintesi di innumerevoli lavori condotti da diversi anni in tutta Europa, come funzionavano i meccanismi economici a livello della vita rurale, del villaggio, del contado e soprattutto al livello della signoria, che era la cellula economica fondamentale del tempo. La società, che viene detta feudale, meglio sarebbe chiamarla signorile e, piuttosto che di feudalesimo - termine usato anche da Marx -, sarebbe meglio parlare di società signorile. Ho fatto ricerche più avanzate sugli aspetti materiali della vita quotidiana ed è solo dopo una lunga esperienza su questo terreno che ho deciso di spingermi più avanti.

6. Ad un certo punto le sue ricerche hanno avuto una svolta: ce ne può parlare?

Questa svolta corrisponde alla lettura degli antropologi, presso i quali scoprivo che nelle società umane il materiale e, di conseguenza, l'economico, non spiega tutto, che altrettanto importanti sono i fattori che dipendono dal pensiero, dallo spirito, dalla sfera dell'immateriale e che bisognava guardare in quella direzione. Sono dunque andato avanti - siamo ormai agli anni Sessanta - su un terreno diverso, di più difficile accesso, a cui si arrivava per due vie. Io le ho percorse entrambe. Da una parte mi sono interrogato sulle strutture di parentela - e qui è evidente l'influenza di Lévi-Strauss e di tutti gli antropologi, che, come dice Maurice Godelier, considerano le strutture di parentela il luogo in cui si costruiscono le relazioni fondamentali della vita sociale.

Da una parte, dunque, mi sono interrogato sulle strutture di parentela e dall'altra sulle ideologie. Comincio dalle ideologie. Nel seminario che ho inaugurato al Collège de France nel 1970, ho iniziato a interrogarmi su una immagine ideologica, molto importante per il periodo che volevo studiare (XI-XII secolo, inizio del XIII secolo) ovvero una rappresentazione ideale della società perfetta, l'immagine dei tre ordini della società. Avevo trovato in Georges Dumézil, il problema delle tre funzioni e, partendo dalla teoria stabilita appunto da Georges Dumézil, ho voluto rifarmi alla realtà, reperire le tracce che si trovano di quell'immagine in tutti i documenti disponibili e tentare di mostrare la sua storia, come e perché era apparsa, come era stata ripresa e si era trasformata, a poco a poco, nel corso di quei due o tre secoli. Questa ricerca ha messo capo a un libro, il secondo dopo la mia tesi, che ho scelto personalmente di scrivere, che non mi è stato commissionato da un editore, e che è intitolato I tre ordini o l'immaginario del feudalesimo. Ho preso, a bella posta, la parola "feudalesimo" per mostrare che la mia ricerca era in rapporto di filiazione con la teoria marxista e per polemizzare con i miei colleghi di destra, che la consideravano una strada impercorribile.

Quanto alle strutture della parentela, anche in questa direzione ho fatto delle ricerche, che mi hanno condotto a porre la questione del matrimonio e a indagare che forma aveva preso nello stesso periodo dell'età feudale - XI e XII secolo - in Francia. Mi sono concentrato sulla Francia e specialmente sulle regioni settentrionali della Francia, che sono assai diverse da quelle meridionali. È lì che ho cercato i miei documenti. Ho tentato di vedere come appariva l'istituzione del matrimonio alla luce di essi, e mi sono reso conto che, in realtà, l'istituzione matrimoniale era stata costruita, in gran parte, proprio in quell'epoca. È nel XII secolo che la Chiesa impone il modello di relazione coniugale che ha elaborato per la grande aristocrazia la quale, fino ad allora, aveva avuto tutt'altro modello. Il modello ecclesiastico viene dunque riconosciuto: solo nel XII secolo il matrimonio diventa uno dei sette sacramenti. Non è stato un processo facile. Nel matrimonio c'è la relazione sessuale, cioè il peccato, e non era facile evidentemente trovare il modo per introdurre il peccato all'interno di un sacramento. Ho tentato di scrivere la storia dell'evoluzione del matrimonio in un libro che rispondeva alle richieste di un editore e che ha per titolo Il cavaliere, la donna e il prete.

Attraverso lo studio del matrimonio sono arrivato ad un altro problema, quello del posto delle donne nella società. Nell'arco di quindici anni, nel mio seminario, con la collaborazione di sociologi, antropologi e storici della letteratura, ho portato avanti le ricerche sul tema della donna. Il tema è quello della donna nella società, e, più esattamente, nell'alta società: ci sono, infatti, troppe poche tracce sulle donne del popolo (queste, relativamente a quel periodo, sono e restano sconosciute). Nell'alta società invece le donne non sono del tutto sconosciute, anche se non bisogna credere che si disponga di molto materiale. Qui si arriva nella parte più oscura della società feudale cavalleresca, che era una società essenzialmente maschile, che non faceva posto alle donne. Infatti non ci sono documenti che vengano direttamente dalle donne. Siamo informati sulle donne dallo sguardo che portano su di loro gli uomini e più particolarmente gli uomini di Chiesa, che non costituiscono una testimonianza del tutto affidabile, poiché, per principio, essi non dovevano guardarle troppo da vicino. Quindi ci sono problemi di analisi dei documenti estremamente complessi, che hanno reso la ricerca difficile.

I risultati sono incompleti. Non si arriverà mai a conoscere veramente questi personaggi. Questo è il punto di arrivo di cinquant'anni di ricerche, a partire dalla prima indagine monografica su una piccola società regionale. Parallelamente ho svolto delle ricerche, ho scritto dei libri sul posto della creazione artistica nella società medioevale e ho diretto parecchie opere collettive. Ecco come si è organizzato il mio itinerario personale.

7. Lei ci ha esposto il suo itinerario intellettuale, la sua biografia intellettuale e ci ha mostrato attraverso questo itinerario come lavora uno storico. Lei ha parlato proprio adesso dell'importanza dei rapporti di parentela nello studio della condizione femminile, ci ha fatto comprendere come, da storico, ha lavorato attingendo a tante fonti. Possiamo adesso fare un esempio di un avvenimento in particolare, magari traendolo proprio dalla storia medioevale e usarlo come paradigma, mostrando, magari in un microevento, come lo storico accede a questo microevento, facendo riferimento alle varie fonti?

Porterò come esempio una ricerca assai particolare sul personaggio di Eloisa. Ho cercato di comprendere quello che c'era dietro il testo famoso dell'Historia calamitatum di Abelardo e le Lettere tra Eloisa e Abelardo. Testi famosi, quanto sospetti, perché ci sono arrivati in condizioni tali che è legittimo interrogarsi sulla loro autenticità. Certo c'è una grossa parte di autenticità; ma ci sono anche dei rimaneggiamenti. Ho tentato di rileggere quei testi e di ricostruire la storia che li sottende.

La storia raccontata in questa raccolta di lettere comincia con una prima lunghissima lettera che narra la vita di Abelardo e i suoi primi rapporti con Eloisa. Si tratta in effetti di una storia magnifica, scritta in uno straordinario latino, che ha sedotto ininterrottamente i lettori nel corso dei secoli e che continua ancora a sedurli. Ma io ho tentato di leggerla diversamente dai romantici e di scorgere dietro quelle parole qualcosa di diverso da una manifestazione immediata di femminilità da parte di Eloisa. Guardando le cose più da vicino, mi sono reso conto che quest'insieme di testi, conservato in un monastero, il monastero di cui Eloisa era stata badessa e Abelardo il fondatore, mira essenzialmente a celebrare i due personaggi che erano all'origine dell'istituzione. È una specie di monumento edificato per la loro gloria e, attraverso il racconto della passione che li aveva uniti, in fondo intende dare anche una lezione di morale, mostrando come un uomo e una donna possano a poco a poco elevarsi dalla condizione del peccato, che si manifesta essenzialmente come peccato sessuale - il peccato per gli uomini del Medioevo è in primo luogo il sesso - verso l'elemento spirituale, sotto la guida dell'uomo.

Bisogna tener presente che la condizione primordiale, il postulato che è alla base delle relazioni tra il maschile e il femminile a quel tempo, è che la donna è un essere inferiore, che non può orientarsi nella vita se non è guidata dall'uomo. In questo testo si ritrova un percorso ascendente, per gradi, lungo il quale le passioni dell'amore vengono a poco a poco sublimate, si trasformano nel contrario e si trasferiscono nella ricerca del divino. Quel testo intendeva anche dimostrare che si poteva conseguire la salvezza all'interno del matrimonio: è un elogio del matrimonio. E qui ritroviamo un problema generale di quel tempo: è infatti l'epoca in cui la Chiesa lavorava appunto a costruire una morale del legame matrimoniale.

8. Professor Duby, la memoria è un potere che può tradursi in una forma di dominio e spesso il potere si è rivolto alla storia con lo scopo di manipolare il presente. Il metodo storico è in grado di salvaguardarci dal rischio della manipolazione della memoria, e dunque del passato?

La storia è sempre stata uno strumento politico. Sempre, in tutti i tempi, gli storici, certi storici almeno, sono stati al servizio del potere. Con la nascita delle grandi potenze la storia, a poco a poco, è arrivata a costituirsi come genere letterario. E gli uomini, che detenevano il potere, hanno sempre cercato nella storia delle giustificazioni e il mezzo per trascinare il popolo con l'esempio del passato e con il miraggio di utopie le cui radici affondavano nel passato. Questa situazione non è cambiata: c'è sempre una manipolazione del ricordo, della memoria storica, con la conseguenza di arrivare a dei controsensi, rispetto a ciò che insegnano le fonti.

Il nazionalismo, questo veleno che infetta l'Europa di oggi, e non solo l'Europa ma l'intero pianeta, poggia essenzialmente su una memoria manipolata. Perciò l'insegnamento della storia ha un ruolo molto importante nell'evoluzione dei metodi didattici. Per esempio, nella Terza Repubblica alla fine del XIX secolo, in Francia, l'insegnamento della storia è stato lo strumento fondamentale per introdurre nelle menti dei giovani, fin dalla scuola elementare, il sentimento nazionale: l'idea di appartenenza ad una comunità e dei doveri di fronte ad essa, e in particolare il dovere di partire, seguendo i loro fratelli maggiori, alla conquista dell'Alsazia e della Lorena. O, al contrario, per restare all'esempio della Francia, la storia è sembrata a volte sovversiva e così il regime totalitario francese, il regime di Vichy del maresciallo Pétain, ha fatto di tutto per ridurre l'insegnamento della storia. A quel tempo io cominciavo a insegnare nei licei e mi ricordo benissimo che non si insegnava più la storia del passato più recente. Ci si fermava prima e si autorizzava lo sguardo sul passato solo per i periodi più antichi, perché non si potessero acquisire elementi di riflessione sull'attuale abiezione del potere. 
Dunque la storia è sempre stata manipolata. Ma io penso che il dovere degli storici sia di rettificare quelle manipolazioni. Se la storiografia ha un ruolo nella difesa della pace e della democrazia, deve puntare il dito sulle deformazioni, deve dire che le cose non stanno in un certo modo, deve controllare che i manuali scolastici siano veramente in accordo con la realtà.

 


Abstract

Duby non solo non ritiene più attuale il sogno di una restituzione integrale del passato, ma è anzi addirittura convinto che la possibilità stessa di cogliere la verità sia illusoria. La storia, come dice anche Braudel, è conoscenza del passato, non previsione del futuro. C’è un metodo d’analisi della veracità, ma poi ogni ricostruzione necessita dell’immaginazione dello storico per colmare le lacune.

Le scienze umane fondamentali oggi per la storiografia sono la geografia, l’antropologia e l’economia. Il marxismo è importante per l’elaborazione della problematica storica, e in particolare per lo studio del XVIII e XIX secolo. Duby ha scelto il Medioevo come principale campo di ricerca, interrogandosi specialmente sulle strutture di parentela e sulle ideologie. Egli esemplifica il suo metodo di lettura attraverso il caso dell’epistolario di Abelardo ed Eloisa. La storia è da sempre anche strumento politico, di potere, ma gli storici hanno il dovere di rettificare le manipolazioni.


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Biografia di Georges Duby

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