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Interviste

David Sedley

Atomismo ed epicureismo

7/3/1988
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  • Professor Sedley, come si distinguono le scuole filosofiche dell'ellenismo dalle scuole di Platone e di Aristotele? Possiamo inoltre parlare della scuola epicurea, che forse è la scuola più importante dell'ellenismo? (1)
  • Parliamo dell'atomismo. Quali sono le differenze tra l'atomismo e l'epicureismo e che rapporto c'è tra i paradossi di Zenone e l'atomismo di Leucippo e di Democrito? (2)
  • Può parlarci della teoria atomistica di Epicuro? (3)
  • La visione del mondo atomistica è stata considerata piattamente materialista. Ma è vero che Epicuro concordava con la conclusione per cui esistono solo degli atomi e il vuoto? (4)
  • Secondo Epicuro gli stati mentali sono riconducibili a meri fenomeni atomici? Nel quadro di una visione meccanicistica, inoltre, quale può essere il ruolo della libera volontà dell'uomo? (5)
  • Per Epicuro la mente può agire sulla materia. Ma come avviene il contrario? Qual è la meccanica della sensazione? (6)
  • Qual è il ruolo degli dèi in tale sistema materialistico ed empirista? (7)

1 Professor Sedley, come si distinguono le scuole filosofiche dell'ellenismo dalle scuole di Platone e di Aristotele? Possiamo inoltre parlare della scuola epicurea, che forse è la scuola più importante dell'ellenismo?

L'atmosfera culturale e politica del periodo ellenistico è molto diversa da quella della Grecia classica, e questo si riflette anche sul pensiero delle scuole filosofiche. Credo che la differenza principale sia questa: le scuole fondate da Platone e Aristotele non erano soltanto scuole filosofiche. Erano centri culturali nel senso più ampio del termine, dove si ricercava in diverse aree del sapere, molte delle quali si trovano al di fuori del moderno concetto di filosofia: infatti vi si insegnavano la matematica, la storia politica, la critica letteraria, e moltissime altre discipline. La filosofia, nel senso moderno della parola, costituiva solo una parte dell'attività.

Fu nel periodo ellenistico che la filosofia divenne una disciplina specializzata, così come la concepiamo oggi. Solo una piccolissima parte della ricerca scientifica e culturale che veniva svolta nelle scuole di Platone e di Aristotele venne proseguita nelle scuole filosofiche di Atene. Per diverse ragioni, il nuovo centro della ricerca scientifica divenne Alessandria d'Egitto. Atene rimase il centro solo della filosofia in senso stretto. Ecco perché, per la prima volta, nel periodo ellenistico la filosofia venne definita come uno studio teoretico e concettuale.

Il secondo tratto distintivo è che la filosofia del periodo ellenistico, e in particolare quella stoica ed epicurea, è molto più sistematica rispetto a quella di Platone e di Aristotele. Benché fosse possibile ricostruire retrospettivamente il sistema platonico e aristotelico, nel periodo ellenistico la filosofia veniva proposta direttamente come un sistema completo per la comprensione del mondo e per l'interazione con esso. Una filosofia doveva dare innanzitutto ai suoi aderenti una visione della struttura del mondo, una teoria su come raggiungere la conoscenza, e infine una dottrina su come comportarsi nel mondo. Ora, queste caratteristiche ben si attagliavano all'epicureismo e allo stoicismo, i due sistemi principali di quel periodo.

Il discorso andrebbe variato per le diverse scuole di scetticismo, presenti nel periodo ellenistico, se non altro perché questi scetticismi, per ragioni ovvie, non erano sistemi completi: i loro sostenitori, infatti, affermavano che la conoscenza era impossibile. Tuttavia, fino a un certo punto, anche la struttura della filosofia scettica riprese la struttura dei sistemi stoici ed epicurei. Questo significava che, anche da uno scettico, ci si aspettava che la sua filosofia insegnasse come comportarsi in relazione al mondo circostante.

Per quanto riguarda l'epicureismo la difficoltà che si incontra consiste nel fatto che i testi originali non sono sopravvissuti, se non in misura ridottissima. La situazione, dunque, è ben diversa da quella della filosofia di Platone e di Aristotele, che conosciamo direttamente grazie ai loro scritti. Invece, nel caso di Epicuro, tutto ciò che ci rimane sono tre riassunti della sua dottrina, che egli scrisse in forma di lettere, due collezioni di detti, e alcuni frammenti su papiro trovati dagli addetti agli scavi di Ercolano nel XVIII secolo. Da questi frammenti è stato possibile ricostruire lo stile della sua scrittura e del suo pensiero. Ma, a parte i frammenti, la nostra conoscenza dipende da fonti secondarie, e da persone che hanno scritto sull'epicureismo, talvolta con simpatia, ma il più delle volte con ostilità, e ciò rende il problema dell'interpretazione doppiamente complesso.

2 Parliamo dell'atomismo. Quali sono le differenze tra l'atomismo e l'epicureismo e che rapporto c'è tra i paradossi di Zenone e l'atomismo di Leucippo e di Democrito?

Per l'atomismo, così come per l'epicureismo, il mondo è composto di piccoli atomi che cozzano tra di loro e danno origine alle cose. In linea di principio, gli epicurei fecero proprio il sistema degli atomisti del V secolo a.C., quali Leucippo e Democrito. Epicuro, infatti, riprese da loro lo schema del sistema, variando la teoria della direzione del moto degli atomi e della natura dell'indivisibilità.

Un altro celebre punto sul quale Epicuro divergeva dall'atomismo democriteo era il seguente: egli riteneva che il sistema di Democrito implicasse un determinismo inaccettabile. I moti degli atomi, nel sistema di Democrito, erano fissati dalle leggi della fisica in modo assoluto, cosa che, secondo Epicuro, significava un'immediata minaccia dell'esistenza della libera volontà. La risposta di Epicuro fu che i moti degli atomi non erano completamente determinati dalle leggi della fisica. Egli infatti riteneva esistesse una certa flessibilità, un piccolo grado di indeterminatezza nel moto.

Il confronto con Zenone è fondamlentale per l'atomismo. Democrito e Leucippo, gli atomisti del V secolo, scelsero infatti la parola "indivisibile", per rispondere agli enigmi posti da Zenone di Elea, i celebri paradossi, che derivavano dall'idea secondo la quale la materia e le grandezze erano infinitamente divisibili. Le domande più insidiose poste da Zenone erano le seguenti: se un corpo consiste di infinite parti, come può essere di misura finita? Infatti, la somma di una infinità di parti è essa stessa infinita. Inoltre, chiedeva Zenone, come è possibile il moto? Se qualcosa deve muoversi dal punto A al punto B, dovrà raggiungere innanzitutto il punto a metà strada tra A e B; ma, prima, dovrà raggiungere il punto che si trova a un quarto dell'intera distanza; e prima ancora dovrà raggiungere il punto a un ottavo della distanza da B, e così via all'infinito. Dunque, per potersi muovere, un oggetto dovrà compiere una serie infinita di operazioni, una dopo l'altra, e questo sembra impossibile.

La risposta di Democrito e del suo immediato predecessore, Leucippo, fu che la divisibilità non procede all'infinito. Esistono grandezze minime che sono indivisibili, denominate atomi. Questa è la teoria di base.

Ma il problema era il seguente: se gli atomi sono indivisibili in termini semplicemente fisici, se, in altre parole, sono particelle troppo dure per essere divise, allora non è chiaro come queste particelle atomiche possano rappresentare una risposta ai paradossi di Zenone. Zenone avrebbe potuto chiedere infatti: anche se non si può tagliare un atomo, come si può attraversarlo? Non bisognerebbe prima di tutto raggiungere la metà della sua lunghezza? E prima di arrivarci, non si dovrebbe raggiungere il punto a un quarto della sua lunghezza? A tali domande tentò di rispondere Epicuro.

3 Può parlarci della teoria atomistica di Epicuro?

Sembra che Epicuro abbia riflettuto molto seriamente sull'atomismo, concludendo che le teorie di Democrito andavano parzialmente modificate. Da una parte egli, infatti, concordava con Democrito ritenendo che un atomo dovesse essere indivisibile da un punto di vista semplicemente fisico: esso dunque non rappresentava la grandezza più piccola esistente, ma solo la particella più piccola nella quale era possibile ridurre la materia. Epicuro si rese conto del fatto che, se gli atomi non venivano considerati assolutamente solidi e indistruttibili, non ci sarebbe stata nessuna base su cui poter costruire un'immagine del mondo fisico. Se gli atomi avessero potuto cambiare, non ci sarebbe stato nulla di stabile nel mondo.

Da un altra parte egli si rendeva anche conto del fatto che questo non rispondeva alla sfida di Zenone, ed elaborò così una nuova risposta, in base alla quale un atomo poteva essere ulteriormente analizzato e scomposto in parti. Queste parti dell'atomo vennero presentate come davvero indivisibili, nel senso forte del termine: non, cioè, come talmente dure da non poter essere divise, ma come la più piccola grandezza possibile, come punti di grandezza, punti evanescenti. Non esisteva dunque la metà di una di queste grandezze minimali, e un atomo, in quanto tale, non poteva identificarsi con una di esse, perché gli atomi dovevano variare nella forma e nella misura. Questo significa che ogni atomo era considerato una pluralità, consistente cioè di una pluralità di grandezze minime, sebbene non potesse mai essere diviso fino a ridursi a quelle grandezze.

Epicuro pensava che questa teoria poteva spiegare perché i paradossi di Zenone non rappresentavano una minaccia. Si prenda, per esempio, il paradosso del moto: Epicuro poteva affermare che muoversi non è attraversare un numero infinito di parti, dato che ogni grandezza consiste solo di un numero finito di parti, e cioè di un numero finito di queste grandezze indivisibili. Con questa teoria dunque, Epicuro sperava di raggiungere un doppio obbiettivo: da una parte, ottenere un sistema di atomi capace di spiegare una vasta serie di fenomeni, e, dall'altra, di rispondere alle sfide teoriche lanciate da Zenone.

La teoria epicurea delle grandezze indivisibili presentava alcuni problemi, di cui Epicuro era ben consapevole. Tali problemi, in effetti, erano stati già esplicitati da Aristotele, che aveva cercato di mostrare come fosse inconcepibile che le grandezze potessero consistere di parti a loro volta così piccole da essere indivisibili e senza parti. Fondamentalmente le difficoltà sollevate da Aristotele, che Epicuro conosceva ma che era convinto di poter risolvere, erano tre.

Prima di tutto, Aristotele sottolineava ciò: se esistessero grandezze indivisibili, la matematica sarebbe falsa, e ancor di più sarebbe falsa la geometria. Infatti è un principio cardinale della geometria quello per cui alcune grandezze sono incommensurabili con ogni altra. Il caso più noto è quello della diagonale del quadrato, che è incommensurabile con il lato: ciò significa che non esiste alcun esatto sottomultiplo condiviso da queste due grandezze. Ma secondo la teoria degli indivisibili, tutte le grandezze contengono un sottomultiplo comune. Quindi, si può sempre trovare un rapporto esatto tra due linee qualsiasi.

Epicuro riconobbe, come sottolineava Aristotele, che sulla base della sua teoria delle grandezze indivisibili la geometria risultava falsa; ma egli preferiva accettare questa conseguenza, dichiarando che non esisteva in natura alcun quadrato perfetto, per non dover rinunciare a tale teoria.

In secondo luogo, Aristotele si chiese come era possibile costruire una grandezza più ampia a partire da grandezze indivisibili. Come potrebbe una fila di indivisibili - a esempio gli indivisibili che costituiscono una linea - essere in contatto con qualsiasi altro indivisibile? In quanto, di norma, se si ha una fila di tre particelle, quella che sta nel mezzo tocca la particella sulla sinistra con il suo lato sinistro, e la particella sulla destra con il suo lato destro. Ma se queste particelle sono indivisibili, e non consistono di parti più piccole, diventa impossibile parlare della parte sinistra o della parte destra.

La risposta di Epicuro fu alquanto brillante. Egli infatti sostenne che, nonostante tutto, è possibile concepire il modo in cui queste grandezze sono in contatto, perché è possibile concepire una loro analogia visibile. Si consideri qualsiasi grandezza visibile: si vedrà che essa contiene delle parti più piccole, così piccole che qualunque cosa più piccola risulti invisibile. Sebbene non si possano vedere le parti distinte di questi puntini - infatti ogni puntino è di per sé la cosa più piccola che si possa vedere - è possibile vederli allineati secondo una sequenza; dunque, in un modo o nell'altro, è possibile vederli, e quindi è possibile concepire un contatto che non sia contatto tra parti, ma per giustapposizione di interi.

Infine, Aristotele sottolineò che, se fosse esistita una grandezza più piccola di tutte, sarebbe stato impossibile spiegare la diversa velocità degli oggetti. Poniamo che esista una grandezza minima della distanza; pensando a un oggetto A che si muove più velocemente dell'oggetto B, sorge il seguente problema: quando l'oggetto A ha attraversato un'unità minima di quella distanza, quanto lontano è andato l'oggetto B? Non è possibile affermare che B ha percorso una distanza minore di A, perché non c'è nessuna distanza minore di quella unità minima. Diventa pertanto impossibile rendere conto delle differenze di velocità.

Epicuro rispose affermando che si sarebbe potuta accettare la seguente conseguenza: forse non esistono differenze di velocità. A prima vista una persona può camminare più velocemente di un'altra; ma può darsi che, a livello atomico, qualsiasi moto avvenga a una velocità unica. Infatti, tutti i moti sono moti di atomi, e tutti gli atomi si muovono a una velocità unica, estremamente elevata. L'impressione che le cose si muovano a velocità diverse è un'impressione macroscopica, basata sui movimenti di composti. Si prenda, per esempio, il gruppo di atomi che costituisce una mano: quando essa si muove, sebbene la tendenza globale di questo gruppo di atomi possa variare di velocità, gli atomi all'interno della mano si muovono tutti in direzioni multiple secondo questa unica velocità atomica.

4 La visione del mondo atomistica è stata considerata piattamente materialista. Ma è vero che Epicuro concordava con la conclusione per cui esistono solo degli atomi e il vuoto?

Ritengo che Epicuro non fosse affatto d'accordo con questa conseguenza. La teoria di Democrito era molto attraente, ma Epicuro sapeva che occorreva rispondere alle obiezioni che le erano state opposte. Democrito era, o credeva di essere, ciò che nel linguaggio moderno si chiamerebbe un riduzionista. Egli credeva di poter spiegare perché le cose appaiono, per esempio, colorate, mentre in realtà consistono di atomi del tutto privi di colore. La conclusione di Democrito era che soltanto gli atomi e il vuoto sono reali, mentre i colori non sono altro che impressioni dovute all'interazione tra gli oggetti e i sensi. Anche la mente umana, anche i pensieri, le credenze individuali, per Democrito, non erano nient'altro che processi atomici.

Epicuro, quando adottò il sistema di Democrito, si trovò faccia a faccia con questa teoria, ma non riuscì ad accettarla, per due ragioni di fondo: innanzitutto egli pensava che, se Democrito aveva ragione nel dire che ci sono solo gli atomi, e che i colori sono soltanto un'illusione, allora i nostri sensi ci ingannano in modo sistematico. Infatti tutto ciò che vediamo consiste di proprietà sensibili, come appunto il colore. Dunque, in base alla teoria di Democrito tutti i fenomeni del mondo si rivelerebbero una mera illusione, e pertanto non resterebbe che essere degli scettici: si tratterebbe cioè di concludere che nulla può essere conosciuto, perché, se non si ha alcuna conoscenza del mondo circostante, non si ha nessuna base su cui costruire il sapere. Ma, secondo Epicuro, lo scetticismo era una posizione che si auto-confutava; infatti se si crede, come facevano gli scettici, di non avere alcun accesso alla conoscenza, allora si deve anche credere di non essere in grado di asserire alcunché. Se si crede di non essere in grado di asserire alcunché, allora non si è nemmeno in grado di asserire la verità dello scetticismo.

L'altro aspetto dell'attacco di Epicuro alla visione di Democrito riguardava la posizione, lo status, delle proprietà mentali, ovvero delle entità mentali quali le convinzioni o gli atti di volontà. Secondo la teoria democritea, nell'interpretazione di Epicuro, i processi mentali sono semplici processi meccanici atomici. Ne consegue che ci si illude di avere una volontà libera, e di essere padroni delle proprie scelte, mentre ciò che accade effettivamente - per usare una metafora più moderna - è che le "palle da biliardo atomiche" di cui l'uomo è costruito rimbalzano da una parte all'altra in base a leggi meccanicamente determinate, e producono un determinato comportamento.

5 Secondo Epicuro gli stati mentali sono riconducibili a meri fenomeni atomici? Nel quadro di una visione meccanicistica, inoltre, quale può essere il ruolo della libera volontà dell'uomo?

Secondo il punto di vista democriteo, le facoltà mentali erano riducibili a fenomeni fisici. Questa riducibilità del mentale al fisico, che ricorrerà nel pensiero del XX secolo, era inconcepibile per Epicuro. Egli, basandosi sull'idea dell'auto-confutazione, affermò che se è vero che l'uomo non è altro che meccanismi, allora un determinista non è in grado di sostenere il proprio punto di vista, perché sostenere un punto di vista filosofico significa presupporre che sia chi parla, sia chi si oppone, siano agenti razionali, i quali scelgono i propri punti di vista. Epicuro cercò di dimostrare che proprio il fatto che i deterministi si siano sentiti tenuti ad argomentare il loro punto di vista indicasse che neppure essi potevano credere in questo. Ritengo sia giusto dire che Epicuro fosse un anti-riduzionista, anche se questo è un punto non poco controverso. Per egli, infatti, sia i colori che gli stati mentali erano realtà, ma una realtà irriducibilmente diversa dagli atomi. Egli infatti afferma che quando gli atomi si uniscono, formando diverse disposizioni complesse, emerge qualcosa di nuovo. A un livello semplice emerge il colore; salendo a un livello più sofisticato, possono emergere addirittura gli stati mentali. In tal modo i complessi atomici possono diventare entità autoregolate e auto-determinate.

Anche questa è una teoria frequente nel XX secolo, che spesso viene definita "teoria dell'emergenza". In essa si sostiene che da ciò che avviene a livello atomico possono emergere, a un livello più alto quale, per esempio, quello mentale, proprietà di tipo non-atomico.

Epicuro pensava che gli stati mentali fossero irriducibilmente diversi da quelli fisici. Egli sosteneva, per esempio, che quando prendiamo una decisione che ci sembra libera, e agiamo di conseguenza, non siamo preda di un'illusione, né agiamo come un meccanismo che non può fare a meno di agire così. Il nostro atto di volontà è un'entità indipendente. Epicuro pensava inoltre che anche gli stati mentali avessero una specifica attività causale, e che le menti potessero veramente agire sulla materia. Egli infatti sosteneva la teoria secondo la quale i movimenti della materia non sono interamente predeterminati dalle leggi della fisica. Egli affermava che se le entità mentali, come gli atti di volontà, riescono a dirigere la materia del corpo in modo che questo possa fare cose che non potrebbe fare secondo le sole leggi della fisica, significa che tali leggi non sono completamente deterministiche.

Per questo Epicuro introdusse la sua famosa teoria denominata in latino (ad esempio nel De rerum natura di Lucrezio) clinamen, secondo la quale gli atomi deviano lievemente dalle loro traiettorie, imprevedibilmente e in modo del tutto privo di causa. Egli riteneva che il clinamen desse in qualche modo alla mente l'opportunità per interferire in questo processo e per far deviare gli atomi che costituiscono il corpo. Non c'è accordo tra gli studiosi su come Epicuro pensasse che ciò potesse avvenire.

É molto interessante, invece, che lo stesso problema si sia ripresentato nel pensiero del XX secolo. Nel 1928 Heisenberg pubblicò Il principio di indeterminazione, e rese definitivamente chiaro ai fisici che, al livello più elementare, le particelle sub-atomiche non sono del tutto predeterminate nei loro movimenti, e che esiste una vera e propria indeterminatezza.

Poiché il determinismo era ormai sconfitto, molti filosofi ritennero di poter ritornare a credere nella volontà libera. Le leggi della fisica - pensarono - non sono deterministiche: dunque il libero arbitrio non è minacciato. Ma nei decenni successivi non si riuscì a chiarire ulteriormente come questo indeterminismo potesse, nei fatti, puntellare la causa del libero arbitrio.

Pertanto, il problema di interpretare il pensiero di Epicuro va di pari passo con un problema attuale: è possibile davvero dire che esista una connessione fra la libertà umana e l'indeterminismo descritto dalla meccanica quantistica?

6 Per Epicuro la mente può agire sulla materia. Ma come avviene il contrario? Qual è la meccanica della sensazione?

Epicuro credeva che quello della sensazione fosse un processo fondamentalmente meccanico; un'opinione che, in base ai criteri moderni, appare molto primitiva.

Per Epicuro l'uomo era realmente in contatto con gli oggetti esterni. Si prenda il caso della vista, che è l'esempio-tipo usato per spiegare la sensazione. Poiché egli non aveva una chiara comprensione della funzione della luce per la vista, affermò che gli atomi costituenti un corpo esterno sono sempre in movimento, e sono estremamente volatili. Pertanto dallo strato superficiale degli oggetti sfugge costantemente un effluvio di atomi che viaggia nell'aria ad altissima velocità. Quando colpisce un occhio, questo flusso, può penetrarlo, e dato che interi flussi di questi strati esterni, chiamati simulacra in latino, penetrano continuamente nei nostri occhi, possiamo farci un'immagine composita degli oggetti esterni. Questo meccanismo, in un certo senso, ci mette in contatto con la superficie dell'oggetto. Per l'udito e per gli altri sensi egli elaborò teorie simili.

Epicuro sostiene la tesi, a prima vista paradossale, per cui tutte le sensazioni sono vere. per ripudiare l'alternativa democritea, così come la interpretava, in base alla quale tutte le sensazioni sono false perché i colori e gli altri oggetti dei sensi sono irreali. Epicuro doveva quindi decidere tra due alternative: (A) tutte le sensazioni sono vere e, (B) alcune sensazioni sono vere e altre false. Egli decise di difendere l'opinione secondo la quale tutte le sensazioni sono vere, affermando che non si può scegliere tra due sensazioni contrastanti. Sarebbe arbitrario e irrazionale, quando due sensazioni si contrastano, dire che una è vera e l'altra è falsa, perché tutte le sensazioni sono uniche, e in tal modo non possono contraddirsi a vicenda.

Le implicazioni di questa affermazione sono molte; ma soffermiamoci su un caso particolarmente interessante. Si è spesso detto che è possibile che un senso confuti un altro senso. Epicuro tuttavia non trovava molte difficoltà nel negare questa possibilità. Se, infatti, qualcuno gli avesse chiesto se la vista potesse contraddire l'udito, Epicuro avrebbe risposto di no, perché, per egli, la vista aveva come oggetto-proprio esclusivamente il colore, mentre l'udito aveva come oggetto-proprio esclusivamente il suono. I due sensi giudicano, quindi, due cose diverse, e dunque non potrebbero in alcun modo essere in contrasto.

Fin qui tutto sembra chiaro. Ma, già all'epoca, era risaputo che vi sono alcuni oggetti comuni a più sensi. Il caso più semplice è quello, citato dallo stesso Epicuro, della forma. Senz'altro la forma può essere sia vista che toccata. Ora, non è forse possibile vedere un oggetto nella forma, per esempio, di un parallelogramma, per poi scoprire che al tatto risulti in realtà rettangolare? Non si tratta appunto di un caso in cui un senso confuta la testimonianza di un altro? Epicuro rispose che non è così. Potrebbe sembrare che sia così, ma in realtà questi due sensi, vista e tatto, non hanno gli stessi oggetti.

Dal momento che l'oggetto primario della vista è il colore, la vista può scoprire la forma solo nelle sembianze della forma di una macchia di colore, mentre l'oggetto proprio del tatto, secondo Epicuro, è il corpo in se stesso. A questo punto potrebbe essere che la forma di un corpo, così come il tatto la presenta, coincida con la forma della macchia di colore che da quel corpo giunge alla vista. Ma potrebbe darsi anche il caso in cui queste due forme non corrispondono. Potrebbe darsi, per esempio, che ci siano alcune regole-base di ottica che coinvolgono il simulacro, o le immagini che provengono dall'oggetto, per effetto delle quali, simulacro e immagini cambiano forma mentre viaggiano nell'aria. Quindi, non si dovrebbe essere affatto sorpresi quando si vede che le leggi della prospettiva rendono la forma visibile di un oggetto diversa dalla forma che esso presenta al tatto. Pertanto non c'è alcuna contraddizione reale tra i due sensi, perché essi informano su cose diverse.

Raccogliendo diverse considerazioni di questo tipo, Epicuro giunse alla conclusione che i sensi dicono sempre la verità, e comunicano sempre i loro oggetti immediati. Quando si usa la vista non si apprende direttamente qualcosa sul corpo esterno, che potrebbe trovarsi a distanza, oppure apparire in modo distorto, come un remo nell'acqua. Quando i simulacra, le immagini, arrivano agli occhi, vengono visti esattamente come sono in quel momento e, quindi, offrono una testimonianza genuina sugli oggetti esterni. Se si interpretano i simulacra correttamente, essi non indurranno mai in errore. Se ci si sbaglia, la colpa non è dei sensi, proprio come nel caso di una fotografia sfocata: l'errore non è imputabile alla macchina fotografica o alle leggi della prospettiva, ma a un giudizio errato.

Se la sensazione per Epicuro è infallibile, il suo metodo scientifico sarà empirico; Epicuro era un empirista irriducibile. Secondo lui l'unico mezzo per comprendere il mondo erano, in ultima analisi, i sensi. Tuttavia questa opinione va incontro a ovvi problemi, poiché le teorie scientifiche - Epicuro se ne rendeva ben conto - non si basano sulle evidenze dei sensi. Può trattarsi infatti di teorie sulle cause nascoste dei fenomeni, dove le cause spesso sono eventi che si svolgono a livello atomico, e non sono aperti alla percezione attraverso i sensi. O può trattarsi di teorie sulle cause della rivoluzione del sole intorno alla terra, o su altri avvenimenti lontani, che non è possibile verificare direttamente attraverso i sensi. Tuttavia occorre dire che Epicuro si rese conto che c'era un vuoto da riempire tra i dati naturali della sensazione e la teoria scientifica.

7 Qual è il ruolo degli dèi in tale sistema materialistico ed empirista?

Questo è un problema molto controverso che ha coinvolto gli studiosi dell'epicureismo, tuttavia alcuni aspetti sono evidenti. Prima di tutto gli dèi non hanno alcun ruolo esplicativo nella cosmologia epicurea. Epicuro insiste sul fatto che nessun fenomeno naturale ha bisogno di un deus ex machina per essere spiegato. Egli ritiene infatti che non solo si possono spiegare i fenomeni naturali più che adeguatamente in termini puramente fisici, ma che è anche incompatibile con la stessa concezione di un Essere supremo e sacro, qual è un dio, il doversi occupare dell'amministrazione del mondo. É a partire dunque da ciò che Epicuro elimina gli dèi dalla sua fisica cosmologica.

Allo stesso tempo, tuttavia, egli afferma di credere nell'esistenza di dio, tanto è vero che, all'interno della sua etica, la figura di dio occupa un ruolo di rilievo. La ragione è che il dio epicureo è una sorta di ideale morale che tutti gli uomini dovrebbero cercare di emulare nella propria vita. Tale concetto non era del tutto nuovo: già Platone aveva avanzato l'idea che l'obiettivo di ciascuno fosse quello di diventare in qualche modo simile a dio, e Aristotele aveva poi sviluppato la stessa idea in modo diverso. Nella filosofia epicurea, invece, la natura degli dèi è determinata da considerazioni etiche. Epicuro ritiene infatti che gli dèi debbano essere sommamente felici, e che la felicità suprema non si raggiunga tramite il coinvolgimento nell'amministrazione del mondo, ma attraverso la tranquillità e il distacco. Egli, quindi, concepisce gli dèi come assolutamente tranquilli e distaccati.

Il saggio epicureo è egli stesso uno specchio della natura divina perché anch'egli riconosce che la felicità può essere acquisita solo staccandosi dal mondo politico, dalle ambizioni, dalla rivalità, dall'odio e dalla paura. Egli conduce dunque una vita tranquilla in una comunità distaccata dalle cose mondane.

Secondo Epicuro, quindi, ogni essere umano ha una qualche concezione di dio. Alcuni ne hanno una giusta, altri ne hanno una sbagliata. Quella giusta è appunto quella di un essere tranquillo e distaccato. La concezione sbagliata è condivisa da molti, ed è il risultato di difetti morali. Molte persone - in armonia con le antiche credenze religiose - credono che dio sia bellicoso, perfido e sempre pronto all'inganno, perché attribuiscono al dio le pessime caratteristiche morali di cui sono esse stesse le portatrici e le ammiratrici. Quindi, la concezione di dio che ciascuno si forma rispecchia la propria visione morale. Pertanto, il fine di una educazione morale è, in parte, quello di correggere la comprensione della natura di dio, per giungere alla giusta concezione di dio come ideale morale.

Non è chiaro se l'epicureismo comporti o no la convinzione che gli dèi esistano e vivano in qualche parte nell'universo, mentre è chiaro che affermi che essi non intervengono nel mondo. Alcuni, nell'antichità, ritenevano che Epicuro intendesse dire che gli dèi esistono realmente da qualche parte, come esseri viventi, forse fuori dal mondo. Secondo altri egli voleva dire che gli dèi erano solo concetti morali privi di esistenza reale. Questo è un aspetto della teologia epicurea ancora discusso animatamente.


David Sedley parla delle scuole filosofiche del periodo ellenistico, sottolineando le differenze con l'Accademia platonica e con il Liceo aristotelico . La fisica di Epicuro si ispira all'atomismo di Democrito e di Leucippo, di cui respinge però la concezione dell'indivisibilità fisica dell'atomo e il rigido determinismo. L'atomismo del V secolo era sorto come risposta ai paradossi di Zenone, che negavano l'esistenza del movimento. Secondo Sedley Epicuro, per evitare un esito scettico dell'atomismo, cercò di salvaguardare il carattere non deterministico e materialistico degli atti di conoscenza e di volontà , ammettendo che i movimenti della materia non sono predeterminati totalmente dalle leggi della fisica e introducendo la celebre dottrina del "clinamen", cioè di una deviazione casuale degli atomi . Epicuro concepisce la sensazione come un processo rigorosamente meccanico e in linea con una prospettiva empirista . In conclusione Sedley si sofferma sulla teologia epicurea, che esclude un intervento attivo della divinità nel mondo.

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Biografia di David Sedley

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