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Interviste

Leo Lugarini

La dottrina del concetto nella logica hegeliana

31/3/1994
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  • - Professor Lugarini, questa conversazione verte sulla Dottrina del concetto nella Scienza della logica di Hegel. Vuole innanzitutto presentarcene un inquadramento generale? (1)
  • - Visto questo contesto in cui si inquadra, come si articola poi la dottrina del concetto? (2)
  • - A questo punto sarà opportuno tracciare quanto meno uno schema della prima sezione del La dottrina del concetto. Che cosa significa il titolo stesso, La soggettività, che Hegel attribuisce a questa sezione? (3)
  • - Dunque, il sillogismo, in particolare il sillogismo disgiuntivo, costituisce, secondo Hegel, la forma appropriata all'esplicarsi dell'attività concettuale. Questo è il risultato della prima sezione della Dottrina del concetto. Vogliamo ora passare alla seconda sezione dedicata all'oggettività. Che cosa significa qui il termine "oggettività"? (4)
  • - Ecco, Lei accennava giustamente a Kant, che si intravede sullo sfondo di questa parte della logica hegeliana relativa al rapporto tra meccanicismo e teleologia. Qual è il giudizio che Hegel formula su Kant a questo proposito? (5)
  • - Poco fa ha parlato di "finalità esterna" e "finalità interna". Vuole precisarne meglio il rapporto secondo Hegel? (6)
  • - Siamo dunque arrivati alla terza sezione della Logica soggettiva: L'idea. Che cos'è l'idea per Hegel? (7)
  • - Dunque l'idea esprime l'unità di concetto e oggettività, ma in cosa consiste l'idea assoluta, che è poi il punto di arrivo della logica hegeliana? (8)

1 - Professor Lugarini, questa conversazione verte sulla Dottrina del concetto nella Scienza della logica di Hegel. Vuole innanzitutto presentarcene un inquadramento generale? 

La Dottrina del concetto rientra nella Logica soggettiva, che a sua volta è la seconda parte della logica speculativa hegeliana. La logica speculativa hegeliana si compone quindi di Logica oggettiva - articolata in Dottrina dell'essere e Dottrina dell'essenza -, e Logica soggettiva - che fa tutt'uno con la Dottrina del concetto. Dunque la Dottrina del concetto si inserisce nell'ultima fase della logica hegeliana e risulta dall'epilogo della Logica oggettiva.
In breve, la logica oggettiva si occupa della "realtà", per usare un termine molto vago, prima dal punto di vista dell'"essere", poi dal punto di vista dell'"essenza". Dal punto di vista della logica dell'essere la realtà è considerata così come si presenta quotidianamente, in modo anche immediato, a partire dal vacuo, indeterminato essere puro. La dottrina dell'essenza, invece, interpreta la realtà a partire dall'essenza, che Hegel presenta come la verità dell'essere - una verità negativa. Muovendo dalla negatività dell'essenza Hegel mostra come sorga prima il mondo del fenomeno e poi la realtà effettuale, e come in ultimo si concluda questo ciclo, che egli pone sotto il titolo di "metafisica". Infatti, nell'impostare la stessa Scienza della logica, Hegel dichiara che la logica oggettiva prende il posto della metafisica precedente. Il riferimento è alla metafisica wolffiana, la struttura della quale prevedeva da un lato la metaphysica generalis - chiamata anche "ontologia" -, il cui tema è l'ens in generale, e dall'altro una triplice articolazione della metaphysica specialis: psicologia razionale, cosmologia razionale, teologia razionale. Sono le tre branche che Kant discute nella Dialettica trascendentale della Critica della ragion pura, sostenendo che non è possibile una dottrina filosoficamente scientifica né dell'anima, né del mondo, né di Dio - posizione dalla quale consegue l'impossibilità per Kant della metafisica come scienza. Hegel, dunque, avverte subito il lettore che la logica oggettiva prende il posto dell'ontologia o metafisica generale; poiché affronta anch'essa la questione dell'ens in generale, merita a sua volta il titolo di "ontologia". Ma questa ontologia si sviluppa a due livelli: anzitutto al livello della logica dell'essere, e poi al livello della logica dell'essenza; è uno svolgimento grandioso e molto arduo a seguirsi.
Il risultato di tale sviluppo è l'emergere del concetto dalla sfera della realtà effettuale. Circa l'espressione "realtà effettuale", dirò solo che designa la sostanza spinoziana "riveduta e corretta"; la realtà cioè concepita non come scissa in due sfere, in un "al di qua" e in un "al di là", ma in maniera unitaria, sulla scia di Spinoza. Da questa realtà spinozianamente riconfigurata, Hegel, al termine della Logica oggettiva, nella Dottrina dell'essenza, vede sorgere il concetto.
Con il concetto si apre un'altra sfera, la sfera della soggettività, e perciò Hegel intitola questa seconda parte della Scienza della logica - costituita dalla Dottrina del concetto - Logica soggettiva. Il mondo della logica oggettiva è il mondo della metafisica classica nata con Platone e Aristotele, e poi trasformata nel corso dei secoli; la logica soggettiva, invece, si muove nell'ambito dischiuso da Kant, il quale nella Critica della ragion pura - in particolare nella Logica trascendentale -, ha reso tematica la considerazione dell'attività pensante, di quell'attività che egli chiama "concetto trascendentale", "io trascendentale" - insomma l'attività del concepire nelle sue varie articolazioni. Hegel riprende questa tematica kantiana; pur radicalizzandola, trasformandola e rendendola addirittura irriconoscibile, egli si mette, nella Logica soggettiva, lungo la strada aperta da Kant. La "soggettività" di cui qui si tratta, indica non tanto il dominio dei sentimenti, delle passioni, delle rappresentazioni, delle conoscenze, empiriche o scientifiche che siano, quanto l'ambito del concepire, del concipere, del begreifen (Begriff, che traduciamo con "concetto", ha per corrispondente il verbo begreifen, che traduciamo con "concepire" e che in latino tradurremmo con concipere).

2 - Visto questo contesto in cui si inquadra, come si articola poi la dottrina del concetto? 

La Logica soggettiva è suddivisa in tre sezioni, intitolate, nell'ordine, La soggettività, L'oggettività, L'idea. La parola "soggettività" non ha nel primo di questi tre titoli il significato che prima indicavo riferendomi al titolo generale di Logica soggettiva; allora osservavo che Logica soggettiva rimanda alla sfera della soggettività, e in particolare all'elemento pensante che in questa sfera rientra. Invece il titolo della prima sezione - La soggettività -, riguarda la soggettività del concetto. Hegel intende qui il concetto nella sua immediatezza - si pensi, per esempio, al concetto di rosa, al concetto di vegetale, al concetto di uomo etc.. Questa prima sezione si articola in tre capitoli: Il concetto, Il giudizio, Il sillogismo. La seconda sezione, L'oggettività, riguarda non più quel mondo di oggettività dove non figurano gli agganci con l'attività concettuale - che era il tema, l'ambito di movimento della Logica oggettiva -, ma riguarda l'oggettività del concetto, l'oggettività nella prospettiva dell'attività concettuale - una posizione che ci rimanda di nuovo a quella kantiana propria dell'Analitica trascendentale. Questa seconda sezione si sviluppa attraverso i tre momenti de Il meccanismo, de Il chimismo e de La teleologia, per approdare alla terza sezione intitolata L'idea. Qui si entra nella sfera conclusiva della Scienza della logica, in cui, come Hegel subito annuncia, si attua l'assoluta unità del concetto e dell'oggettività. Potremmo dire che quanto è stato esposto nella prima sezione - La soggettività -, e poi nella seconda, - L'oggettività -, viene a confluire nella terza sezione che va sotto il titolo, in parte enigmatico, de L'idea.

3 - A questo punto sarà opportuno tracciare quanto meno uno schema della prima sezione del La dottrina del concetto. Che cosa significa il titolo stesso, La soggettività, che Hegel attribuisce a questa sezione? 

Sotto questo titolo Hegel intende mettere in chiaro la struttura formale del concetto. La logica tradizionale di derivazione aristotelica prevede, nella sistemazione scolastica medioevale, la trattazione dei famosi principi logici - il principio di identità, di non contraddizione e del terzo escluso -, e quella delle dottrine del concetto, del giudizio e del sillogismo. Nella logica hegeliana avviene qualcosa che può anche riuscire sorprendente: il mondo della logica della tradizione aristotelica viene ridotto a una sezione - la prima della Logica soggettiva -, mentre la logica hegeliana stessa si estende alla logica oggettiva - cioè al regno della metafisica, dell'ontologia -, e, nelle sezioni intitolate L'oggettività e L'idea, ad altri aspetti della logica soggettiva. All'interno della prima sezione della Logica soggettiva si attua una trasformazione di quanto si sosteneva tradizionalmente circa la struttura del concetto. La struttura del concetto segna questi momenti di esplicazione: Il concetto nella sua immediatezza, Il giudizio, Il sillogismo.
Il concetto nella sua immediatezza è, per esempio, il concetto di vegetale. Hegel, riprendendo un motivo classico della logica formale, riconosce che sono tre i momenti strutturali del concetto nella sua immediatezza: l'universalità, la particolarità, la singolarità. La sua posizione differisce però da quella tradizionale perché l'universale non è disgiunto dal particolare e il particolare non è disgiunto dal singolare. Se prendiamo come esempio di universale il concetto di vegetale - e quindi ci poniamo nella prospettiva tradizionale che è quella, per Hegel, dell'intelletto, del Verstand -, allora l'universale - il vegetale - è disgiunto dal particolare - albero, fiore, o erba che sia. Abbiamo allora tre livelli: l'universale è il vegetale, il particolare sono le ramificazioni del genere universale - come l'albero o il fiore -, mentre il singolare è la rosa o un qualunque fiore determinato. Nell'ottica dell'intelletto, del Verstand, l'universale non è il particolare e il particolare non è il singolare (esemplificando come sopra: il vegetale non è erba, non è fiore, non è pianta, e il fiore non è rosa, non è giglio etc.). Questa è, per Hegel, una situazione dovuta alla vis divisiva dell'intelletto; se rivediamo lo stesso esempio dal punto di vista e con i mezzi della ragione, della Vernunft, constatiamo - ed è quello che si constata anche empiricamente tutti i giorni - che l'universale, il vegetale, non sussiste isolato nei particolari, ma è determinato intrinsecamente come pianta fiore, erba ecc. E a sua volta il particolare è determinato intrinsecamente come rosa, giglio, orchidea garofano... Nel complesso nell'ottica della Vernunft risulta che l'universale è intrinsecamente determinato come particolare e come singolare. In questa connessione indissolubile di universale, particolare e individuale, Hegel riconosce la concretezza costitutiva dell'universale in dissenso da larga tradizione della logica formale.
Il secondo momento in cui si articola la struttura del concetto è quello del giudizio. Noi alla parola "giudizio", secondo l'eredità della logica formale, diamo senza difficoltà il senso di "rapporto tra soggetto e predicato uniti dalla copula" - per esempio ne "la rosa è un fiore", abbiamo soggetto, copula, predicato. Hegel viceversa riconosce nel giudizio il secondo momento del concetto. La parola "rosa" per se stessa non ha significato; se vogliamo dargliene uno dovremmo dire, per esempio: "la rosa è un fiore". Il concetto di rosa si è così sdoppiato in due concetti, e precisamente in quei concetti che nella forma del giudizio si collocano l'uno come soggetto - la rosa -, e l'altro come predicato - il fiore. Il giudizio è pertanto la "partizione originaria" (Ur-Teil) del concetto - noi traduciamo Urteil con la parola "giudizio", che non ha alcun rapporto con il significato che Hegel conferisce al termine tedesco. Siamo dunque passati da un momento di unità immediata non ancora dispiegata e articolata, che è il concetto nella sua immediatezza, alla partizione di questo concetto nella forma del giudizio. Ma a questo punto si apre un'antinomia in seno al giudizio; la partizione originaria è una contraddizione. Proviamo a riscontrarla nell'esempio di prima. L'esempio era questo: se vogliamo dare senso alla parola "rosa", dobbiamo esplicitarlo mediante un rapporto predicativo: "la rosa è un fiore". Ma in questo modo sul piano formale affermiamo che il singolare - la rosa - è un particolare - il fiore; se poi proseguiamo affermando che il fiore è un vegetale, si ripete la stessa situazione: il fiore - il particolare -, è un vegetale - è cioè un universale. C'è però un'incongruenza di comprensione, di ampiezza, tra universale, particolare e individuale. La copula "è" dice, ma nasconde; dice un rapporto unificante, ma nasconde il rapporto separante, nasconde proprio ciò che il giudizio pensato come Ur-Teil, come partizione originaria, esprime. Il giudizio non esprime proprio ciò che esso enuncia: la discrepanza tra soggetto e predicato. Questa è la contraddizione del giudizio da cui Hegel vede scaturire la dialettica del giudizio stesso. L'unità del concetto, che si è nascosta sotto la separazione costituita dal giudizio, poco per volta, lievemente, senza che sia colta sulle prime, emerge, si fa strada, fino a che da ultimo giunge a mostrarsi; si ristabilisce così l'unità che il giudizio, in quanto "partizione originaria", ha spezzato.
Allorché l'unità del concetto si ristabilisce non si ha più il giudizio, ma un'altra figura: il sillogismo. Il sillogismo infatti non ha più due termini, ma tre: gli estremi e il medio. Il medio ha la funzione di unificare, di congiungere quello che nel giudizio sono semplicemente il soggetto e il predicato. Il medio, nella misura in cui realizza questa sua funzione unificante, ristabilisce l'unità del concetto perduta nel giudizio. Si chiude così il ciclo che è partito dall'unità del concetto, ne ha seguito la scissione nella forma apparentemente unificante del giudizio e poi, attraverso la dialettica del giudizio, ha mostrato il ricostituirsi della stessa unità. In essa il concetto riattua se stesso secondo la sua unità originaria, che ora non più immediata, ma è mediata da tutte le mediazioni intercorse.
Il sillogismo a sua volta presenta ricche articolazioni. Nella storia del pensiero occidentale si sono affermate tre tipi di sillogismo: quello categorico aristotelico, quello ipotetico introdotto dagli Stoici, e quello disgiuntivo sopravvenuto poi negli sviluppi ulteriori della storia della logica. Il giudizio del sillogismo categorico è quello celeberrimo dell'esempio famoso: "tutti gli animali sono mortali, tutti gli uomini sono animali, dunque tutti gli uomini sono mortali". Ma questa è semplicemente la concatenazione tra giudizi e, come tale, ripete per tre volte l'inconveniente del giudizio - cioè l'antinomia o la contraddizione del giudizio alla quale accennavo prima. Il sillogismo categorico è quindi una forma ancora imperfetta di unificazione degli estremi attraverso il medio, e costituisce soltanto un primo passo nel processo del ristabilirsi dell'unità del concetto nella forma del medio. Il secondo tipo di sillogismo è rappresentato dal sillogismo ipotetico di origine stoica; l'esempio celeberrimo degli Stoici è: "se c'è luce è giorno; ma c'è luce, dunque è giorno". Qui la concatenazione non è affatto presente; il sillogismo ipotetico si svolge semplicemente su un piano empirico e per Hegel non ha un grande rilievo nel processo che deve ristabilire l'unità del concetto. Questa unità secondo Hegel si ristabilisce alla fine di tutto un difficile cammino, in fondo al quale compare il sillogismo disgiuntivo. Il sillogismo disgiuntivo era stato, dopo aver avuto una sua storia, ripreso in termini molto pregnanti da Kant nella Critica della ragion pura. Il suo schema formale è il seguente: "A (l'universale) è o B o C o D", per esempio "il vegetale è o fiore o pianta o erba" (premessa maggiore); "A non è né C né D", per esempio "il vegetale non è né pianta né erba" (premessa minore); dunque "A è B", cioè "il vegetale è fiore" (conclusione). Abbiamo dunque un processo di esclusione, che si può esprimere con un esempio molto spicciolo; supponiamo di entrare da un fiorista e di chiedergli dei fiori. Il fiorista dice: "Volete questi? Sono rose", e noi: "No"; "Volete questi altri? Sono orchidee", e noi: "No"; "Volete questi altri? Sono garofani?" e noi: "No". Infatti noi vogliamo, per esempio, delle violette; sulla base di una disgiunzione, che è l'articolazione del fiore in quanto fiore, siamo arrivati a determinare un particolare, uno specifico fiore, che è ad esempio la violetta piuttosto che la rosa. Secondo Hegel, questa è la forma del sillogismo in cui si attua pienamente l'unità del concetto.
Ricapitolando: quella unità che nella sua immediatezza è un concetto qualsivoglia, si è scissa nella figura del giudizio, ed ha solo cominciato a ristabilirsi con il primo tipo di sillogismo, il sillogismo categorico. Soltanto nell'ultimo e più maturo tipo di sillogismo, il sillogismo disgiuntivo, tale unità si ristabilisce pienamente, e il concetto raggiunge la propria piena compiutezza; si ha allora a che fare con il concetto in sé e per sé.

4 - Dunque, il sillogismo, in particolare il sillogismo disgiuntivo, costituisce, secondo Hegel, la forma appropriata all'esplicarsi dell'attività concettuale. Questo è il risultato della prima sezione della Dottrina del concetto. Vogliamo ora passare alla seconda sezione dedicata all'oggettività. Che cosa significa qui il termine "oggettività"? 

Come titolo globale della Dottrina dell'essere e della Dottrina dell'essenza la Logica oggettiva considera la libertà, per esprimermi molto semplicisticamente, indipendentemente da eventuali interventi dell'attività concettuale. Invece nella seconda sezione della Dottrina del concetto, l'oggettività è intesa in un altro senso: è l'oggettività del concetto. Hegel distingue molto accuratamente due sensi o significati di "oggettività"; uno è quello corrente, per il quale l'oggettività è ciò che sta di contro al soggetto, al concetto - e non è questo il senso in cui Hegel tratta dell'oggettività nella seconda sezione della Dottrina del concetto. Secondo l'altro significato, invece, l'oggettività è l'essere in sé e per sé del concetto, il concetto che formalmente si è compiutamente realizzato, affermato - il che è avvenuto nella forma del sillogismo, in particolare del sillogismo disgiuntivo.
Vorrei, per dare un orientamento più preciso, richiamarmi a risultati della Logica oggettiva; allorché compare il concetto e si entra nella sfera della Logica soggettiva, Hegel sostiene che l'essenza e l'essere con tutte le loro determinazioni molteplicemente configurate tramontano - nel senso hegeliano della negazione conservativa, dell'Aufhebung - nel concetto; nasce un concetto senza realtà. Si fa allora avanti il problema, dice Hegel, della "realizzazione del concetto". Più precisamente il concetto a questo punto avrà da attuare quella realtà che in lui è scomparsa, tirandola fuori da se stesso, generandola con i propri mezzi, che sono per Hegel mezzi strettamente dialettici. Questo tema della realizzazione del concetto in generale trova la sua prima attuazione nella sezione intitolata L'oggettività.
A prima vista il concetto ha che fare con una attività concettuale nostra, umana, e con una realtà esteriore che è di fronte a noi e che sembra già costruita, già elaborata e costituita. Ma facciamo un passo indietro, risaliamo un momento a Kant: che cosa aveva sostenuto Kant a questo proposito? Che quella che a noi si presenta empiricamente come una realtà già costituita in effetti è il prodotto di un'attività del concetto; l'attività concettuale, attraverso quelle sue forme che sono i concetti puri e a priori, e cioè le categorie, viene a costituire l'esperienza possibile - in termini hegeliani: viene a costituire l'oggettività. Allora l'oggettività non è più da prendere come una realtà già compiuta di fronte alla quale noi ci troviamo e che saremmo tenuti a cercare di capire, ma va rinnegata a partire da quella funzione oggettivante che, già in Kant, è l'attività concettiva. L'oggettività, seconda sezione della Dottrina del concetto, si incarica di assolvere proprio a questo compito, su un piano non più trascendentale, kantiano, ma dialettico, hegeliano.
I momenti di questa prima fase della realizzazione del concetto in generale sono: meccanismo, chimismo, teleologia. I primi due li assocerei senz'altro sotto il termine, che anche Hegel usa per riferirsi a tutti e due, di "meccanicismo". Di nuovo disponiamo di una specie di pietra di paragone nella Critica della ragion pura, precisamente nell'Analitica trascendentale. Infatti ne L'oggettività viene esposta l'attività mediante la quale il concetto con le sue funzioni categoriali organizza il mondo dell'esperienza possibile - Hegel direbbe: la soggettività foggia l'oggettività. Nell'ambito della prospettiva kantiana dell'Analitica trascendentale, l'oggettività è strutturata secondo quella categoria-principe che per Kant è la relazione causa-effetto. Dietro questa posizione kantiana c'è la fisica newtoniana, di cui Kant, secondo alcuni interpreti - e alludo in particolare alla scuola di Marburgo - ha inteso offrire la fondazione filosofico-trascendentale. Si ha allora, in Kant, una struttura globalmente meccanicistica dell'oggettività, della realtà esteriore. Ma in realtà l'oggettività si presenta come costituita da un'azione determinante dell'attività concettuale, che in Kant va sotto il termine globale di "meccanicismo" e in Hegel si articola in due momenti: meccanismo e chimismo. Più un terzo: la finalità, e qui i conti di Hegel e Kant tornano diversamente.
Hegel chiama la finalità "teleologia", e riconosce a Kant il grande merito di aver fatto una distinzione di estrema importanza, quella di finalità esterna e finalità interna. Ciò che Hegel intitola Teleologia, cioè il terzo momento della realizzazione del concetto nell'oggettività, riguarda la finalità esterna. (La finalità interna sarà trattata più avanti, ed Hegel non mancherà di rimandare ad Aristotele come a colui che per primo ne ha istituito il concetto). Nel rapporto meccanicistico tra un fenomeno ed un altro, i termini sono due: causa ed effetto. Il rapporto teleologico, invece, si configura in modo diverso. Riporto un esempio di Hegel, l'esempio dell'aratro. Se vogliamo seminare un campo, dobbiamo utilizzare l'aratro; i termini del rapporto teleologico sono tre: noi che vogliamo arare quel campo, il campo da arare e l'aratro che ci serve da mezzo per ararlo. Questo terzo termine è il medio che, nella struttura formale del concetto, ha preso la figura del sillogismo. Si passa così dalla figura duale del giudizio alla figura triale del sillogismo: l'aratro è il medio che permette la congiunzione tra noi che vogliamo seminare un campo e la semina del campo stesso. Inoltre è sopravvenuto il concetto di scopo, che presenta delle caratteristiche peculiari. La relazione causale non è reversibile, è unidirezionale: se diciamo che il fulmine è la causa del tuono non possiamo rovesciare e fare del tuono la causa del fulmine. Nell'esempio della semina, invece, lo scopo precede e dà direzione a quello che io voglio fare: la causa dell'operazione chiamata aratura è lo scopo, il termine d'arrivo. Il rapporto causa-effetto si ribalta grazie all'intervento del termine mediatore, che nel nostro esempio è l'aratro. Grazie all'intervento della funzione non più giudicativa, ma sillogistica del concetto, si stabilisce così un'unità dove il concetto di scopo è la fine - l'obiettivo che voglio realizzare - e insieme l'inizio - ciò che mi spinge a compiere quelle determinate azioni. La fine, perciò, oltre ad essere nello stesso tempo l'inizio, è anche la causa e insieme l'effetto. Questa è la circolarità che sopravviene allorché si passa alla sfera dell'attività teleologica del concetto - un tema che del resto aveva indicato già Kant.

5 - Ecco, Lei accennava giustamente a Kant, che si intravede sullo sfondo di questa parte della logica hegeliana relativa al rapporto tra meccanicismo e teleologia. Qual è il giudizio che Hegel formula su Kant a questo proposito? 

Dobbiamo rifarci adesso non più alla Critica della ragion pura, ma alla Critica del Giudizio, dove Kant affronta il tema della finalità esterna e interna . Nella Critica del Giudizio la parola "Giudizio" non indica il rapporto soggetto-predicato, ma traduce Urteilskraft, cioè l'attività giudicativa (è per questa ragione che in italiano bisogna scriverla con l'iniziale maiuscola). Kant in quest'opera distingue due funzioni dell'attività giudicativa: una funzione "determinante" (Giudizio determinante), ed una funzione "riflettente" (Giudizio riflettente). Determinante è, ad esempio, l'attività concettuale nell'Analitica trascendentale della Critica della ragion pura: l'intelletto, mediante le categorie, connette i fenomeni e conferisce loro l'impalcatura categoriale che è in grado di dar conto della struttura meccanicistica del mondo, o dell'esperienza possibile. Il concetto, cioè, "determina" l'oggettività; Kant dice che in questo caso l'universale - che è il concetto - sopravviene a determinare il particolare - i fenomeni di cui di volta in volta si tratti. Del Giudizio riflettente Kant si occupa in maniera tematica e molto ampia nella Critica del Giudizio. L'attività riflettente del giudicare è costituita da un rapporto inverso rispetto a quella determinante: si muove dal particolare anziché dall'universale, e muovendo dal particolare si mira all'universale, cioè all'elemento di universalità che il particolare non esprime di per sé. Per esempio, se partiamo da un'opera d'arte particolare e ne cerchiamo un elemento di universalità - il suo "valore estetico" -, il processo è dal particolare all'universale. Kant chiama questo tipo di attività giudicativa Giudizio "riflettente", perché è "riflettendo" sul particolare che possiamo avviarci in direzione dell'universale, e questa riflessione fa sì che la funzione determinante del concetto sia esclusa. Il giudizio teleologico secondo Kant rientra nelle attività riflettenti del Giudizio, e non in quelle determinanti.
Hegel dissente totalmente da Kant su questo punto perché ritiene che anche l'attività teleologica sia un'attività determinante e non semplicemente riflettente; infatti la teleologia , pur venendo dopo il meccanismo e il chimismo, continua sulla stessa linea, poiché anch'essa è un'attività determinante del concetto. Il distacco da Kant è dunque vistoso: Hegel intende attribuire all'attività concettuale una funzione determinativa, analoga a quella che presso Kant hanno le categorie nella Critica della ragion pura, e di riportare così la sfera della Critica del Giudizio al mondo dell'Analitica trascendentale. A proposito della teleologia torniamo all'esempio di prima, quello dell'aratro. In cosa consiste l'azione, determinata mediante il concetto di scopo, sull'oggettività? Nel fatto molto semplice che aro il campo e lo predispongo per la semina (e poi compirò quell'altra operazione che si chiama semina). Poiché lo scopo è un concetto, l'oggettività viene dunque forgiata anche teleologicamente dal concetto, dalla nostra attività concettuale. Il concetto che ho di ciò che voglio attuare non è più semplicemente un giudicare riflettente, ma, secondo Hegel, è un'attività determinante. A questo punto però il livello non è più quello del meccanismo e del chimismo, ma è quello della teleologia. L'attività riflettente ha preso, come prima accennavo, la configurazione del sillogismo per via del medio, piuttosto che quella della partizione originaria, dell'Ur-Teil, del giudizio. Siamo nella fase di piena esplicazione del concetto che si è ormai avviato a realizzare, in maniera vicino a esser compiuta, se stesso.

6 - Poco fa ha parlato di "finalità esterna" e "finalità interna". Vuole precisarne meglio il rapporto secondo Hegel? 

Sotto il titolo di Teleologia Hegel tratta solo della finalità esterna. Nell'esempio della semina l'aratro è il medio tra colui che vuole seminare qualche cosa e la semina. C'è un rapporto di diversità tra un estremo - colui che vuole arare -, l'altro estremo - aratura e semina - e il medio - l'aratro. Nel sillogismo che questi tre termini costituiscono gli estremi non si possono sostituire l'uno l'altro, e il medio rimane medio, non è intercambiabile con gli estremi. Questa per Hegel è soltanto una forma ancora esterna di attività teleologica, appunto perché formalmente non è suscettibile di una intercambiabilità fra gli estremi. Il medio ha una direzione unilineare: dal concetto - lo scopo di arare - all'uso del mezzo - l'aratura.
Quando si entra nella finalità interna le cose cambiano. Di nuovo sullo sfondo della trattazione hegeliana c'è Kant, e in particolare la Critica del Giudizio. Con l'espressione "finalità interna" Kant si riferisce al mondo dei viventi, all'organismo; egli osserva che nell'organismo non c'è qualcosa che punti ad altro e che rimanga in qualche maniera esteriore, ma ogni membro è parte integrante di quel tutto che è l'organismo stesso, il vivente. Ogni membro è il mezzo per il sussistere e il vivere dell'organismo, ma è anche il suo fine, nel senso che l'organismo si riversa a sua volta nel membro: la mano fa parte dell'organismo, come ne fa parte il cuore, il polmone e tutto il resto. C'è una reciprocità per cui si inverte la direzione unilineare che prima notavamo nella finalità esterna. In luogo di un passaggio irreversibile da un estremo ad un altro estremo attraverso un medio, sopravviene la reversibilità. Hegel vede come questo concetto di organismo o di vita da Kant prospettato nella Critica del Giudizio nell'ambito della sua discussione del giudizio teleologico, sia stato affermato per la prima volta da Aristotele, per poi esser dimenticato per molti secoli. Hegel riprende dunque da Kant e da Aristotele questo tema e lo inserisce nel quadro generale dell'attività teleologica del concetto.
In questo modo si passa dalla finalità esterna alla finalità interna e sopravviene quella struttura formale in cui gli estremi del sillogismo si intercambiano: non solo le membra sono in funzione dell'organismo, ma l'organismo a sua volta è in funzione delle sue membra. L'organismo nasce compiuto e si sviluppa nella stessa compiutezza, si dispiega; le mani non si aggiungono strada facendo, né i polmoni, ma tutto l'organismo è un tutto compiuto in se stesso e concresce in se stesso e su se stesso in questa sua stessa compiutezza. Per dirla in termini aristotelici si ha un'attuazione di ciò che virtualmente è già contenuto fin dall'inizio nell'organismo, nel vivente; l'organismo attuato - direbbe Aristotele - è la sua entelécheia, è nel proprio télos, cioè nel proprio fine attuato, è il passaggio globale dalla potenza all'atto.
Hegel riprende questi motivi, per lui aristotelici prima che kantiani. Di grande importanza è per lui la discussione che Kant fa nella Critica del Giudizio in cui si interpreta il vivente - l'"organismo", come egli lo chiama - nel senso di una finalità interna, dove la novità rispetto alla finalità esterna, argomento della Teleologia, è l'intercambiabilità tra gli estremi del sillogismo e il medio. Il rapporto causa-effetto perciò non soltanto si inverte, ma si inverte attraverso la mediazione apportata dal medio, e questa inversione dà luogo a un tutt'uno organico che prende appunto il nome di "organismo". Si entra così nella terza ed ultima sezione della Logica soggettiva: L'idea.

7 - Siamo dunque arrivati alla terza sezione della Logica soggettiva: L'idea. Che cos'è l'idea per Hegel? 

A questo punto il concetto ormai è alle soglie del sua completa realizzazione. Il primo momento di questa sezione si occupa della vita. Che cosa intende Hegel per "idea"? La risposta apparentemente è curiosa: l'assoluta unità del concetto e dell'oggettività. Qui occorre dare alcuni chiarimenti, perché la parola "idea" ha ricevuto significati molto diversi fra loro. In Platone, l'"idea" (idéa, eîdos) è il modello rispetto agli individui e alla molteplicità di quanto si incontra dell'esperienza, e dunque ha un significato che potremmo caratterizzare come "metafisico". In Cartesio "idea" ha tutt'altro significato. Egli parla di "idee chiare e distinte", e intende con questa parola le nostre conoscenze chiare e distinte, cioè le conoscenze vere; non si ha più un significato metafisico, ontologico, ma un significato strettamente gnoseologico. Per Kant le idee trascendentali - le tre famose idee dell'anima, del mondo e di Dio - sono concetti, non conoscenze; concetti ai quali, secondo Kant, non può corrispondere nessun oggetto. Le idee trascendentali non appartengono alla sfera conoscitiva, ma, direi, ad una sfera concettuale; hanno però una propensione di carattere metafisico che ci riporta, come del resto Kant stesso fa, al pensiero di Platone. In Hegel la parola "idea" prende ancora un altro significato. Secondo la definizione drastica che egli ne dà, l'idea è "l'assoluta unità del concetto e dell'oggettività" (G.W.F. Hegel, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse §213, Hamburg, Meiner, 1975, pag. 182; tr.it. di B. Croce, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Bari, Laterza, 1980, pag. 198). Questa unità si presenta per la prima volta allorché sopravviene la finalità interna, vale a dire allorché si entra nel mondo dei viventi e in generale - come Hegel intitola il primo momento de L'idea - della vita, perché il concetto di scopo non è più qualcosa di estrinseco rispetto all'obiettivo da raggiungere, ma si attua quella reciprocità a cui prima accennavo fra gli estremi del sillogismo, che sono uniti nel loro intercambiarsi. È il concetto che realizza pienamente se stesso nel mondo degli organismi, dei viventi e della vita.
Forse è opportuno richiamare il percorso precedente: la sezione intitolata L'oggettività descrive il processo attraverso il quale il concetto si realizza, forgiando, improntando di sé una realtà presuntivamente esteriore, una esteriorità. Con l'aiuto di Kant Hegel approda a un livello in cui la struttura meccanicistica del mondo fisico non è in sé, ma è dovuta all'operosità dell'intelletto - come direbbe Kant - o alla operosità del concetto, della Vernunft - come dice Hegel. Così l'attività concettuale - il begreifen - comincia a realizzarsi, ma in modo ancora incompiuto, perché permane la struttura duale del giudizio. Anche la teleologia per Hegel, diversamente da Kant, possiede una virtù determinante, che non appartiene a un giudizio che dall'esterno riflette sui particolari, ma ha una struttura formale che più che del giudizio è propria del sillogismo. Il concetto quindi realizza maggiormente se stesso allorché impronta teleologicamente l'oggettività, la plasma, come accade nella sfera della vita. Per Hegel quello della finalità interna è il momento in cui la realizzazione del concetto e la sua presa sull'oggettività raggiungono il loro compimento, un compimento però ancora iniziale, che ha da compiersi a sua volta. Si arriva così al mondo dell'idea. Ecco perché Hegel dichiara che l'idea non è una entità metafisica - come in Platone -, né una conoscenza - come in Cartesio - e nemmeno il concetto che rimanda al di là delle esperienze possibile, ma è tout court l'unità compiutasi di concetto e oggettività; la parola "idea" presenta nella logica hegeliana questo preciso significato.

8 - Dunque l'idea esprime l'unità di concetto e oggettività, ma in cosa consiste l'idea assoluta, che è poi il punto di arrivo della logica hegeliana? 

L'idea, terza sezione della Dottrina del concetto, ha a sua volta uno svolgimento. Hegel presenta la vita come l'idea nella forma dell'immediatezza; essa è, dunque, il primo affacciarsi di quella unità di concetto e oggettività alla quale Hegel dà appunto il nome di "idea". Questa immediatezza a sua volta comporta uno svolgimento, uno sviluppo dialettico, sicché alla vita seguono l'idea del vero e del bene - cioè la vita teoretica e la vita pratica, e infine l'idea assoluta. Hegel afferma che quando il concetto ha realizzato compiutamente se stesso - e ciò avviene dopo essere passati attraverso le sfere della vita, dell'attività pratica e dell'attività teoretica - la presunta realtà esteriore si presenta come un mondo compaginato e sostenuto dal concetto; il concetto ha realizzato pienamente sé stesso e ha raggiunto sé stesso, si ritrova nell'oggettività. Hegel sostiene perciò che l'idea assoluta è il compimento della sua logica.

31/ 03/ 1994

abstract:
Leo Lugarini decrive la struttura della Scienza della logica di Hegel, distinta in “logica oggettiva” e in “logica soggettiva” o “dottrina del concetto”, dove per soggettività si deve intendere l'attività del concepire nelle sue varie articolazioni. La dottrina del concetto è suddivisa in tre sezioni: la soggettività, l'oggettività, l'Idea. Qui la soggettività riguarda la soggettività del concetto, vale a dire il concetto nella sua immediatezza e si articola in concetto, giudizio, sillogismo; l'oggettività vista nella prospettiva dell'attività concettuale si sviluppa in meccanismo, chimismo e teleologia. Leo Lugarini riporta la critica hegeliana alla logica formale riguardo al rapporto tra universale, particolare e singolare; spiega il significato dell'“universale concreto” in Hegel e del sillogismo disgiuntivo. Si sofferma quindi a parlare del rapporto tra meccanismo e teleologia. Nella Critica del giudizio Kant distingue tra giudizio determinante e giudizio riflettente, a sua volta distinto in giudizio estetico e in giudizio teleologico, e ritiene che il giudizio teleologico rientri nell'attività riflettente dell'attività giudicativa e non in quelle determinante. Per Hegel, invece, l'attività teleologica è un'attività determinante e non semplicemente riflettente. Leo Lugarini chiarisce le nozioni di “finalità esterna” e di “finalità interna” e la definizione hegeliana dell'Idea come l'“assoluta unità del concetto e dell'oggettività”. Conclude, quindi, spiegando l'espressione “idea assoluta”, punto d'arrivo della Scienza della logica.

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Biografia di Leo Lugarini

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