Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
www.filosofia.rai.it
Search RAI Educational
La Città del Pensiero
Le puntate de Il Grillo
Tommaso:
il piacere di ragionare
Il Cammino della Filosofia
Aforismi
Tv tematica
Trasmissioni radiofoniche
Articoli a stampa
Lo Stato di Salute
della Ragione nel Mondo
Le interviste dell'EMSF
I percorsi tematici
Le biografie
I brani antologici
EMSF scuola
Mappa
© Copyright
Rai Educational
 

Interviste

Vittorio Hösle

La filosofia di Giambattista Vico

2/11/1987
Documenti correlati

Val all'abstract

  • - Vico è nato nel 1668 ed è morto nel 1744. La sua vita appartiene quindi per la maggior parte al XVIII secolo, eppure è stato spesso chiamato un pensatore del '600. Quali sono i motivi che hanno indotto Vico a guardare indietro, piuttosto che verso la sua epoca? (1)
  • - Vico rimase sconosciuto per tutto il periodo della sua vita e per tutto il '700; poi fu riscoperto nell'800 e soprattutto nel '900 come precursore di molte teorie moderne. Quali sono queste teorie e come si spiega questa capacità "profetica" di Vico? (2)
  • - Quali sono le fonti principali del pensiero di Vico e quanto hanno inciso su questo le vicende umane di Vico? (3)
  • - Quali sono i temi fondamentali di uno dei primi scritti vichiani di una certa rilevanza filosofica, De nostri temporis studiorum ratione e del Liber metaphysicus? (4)
  • - Parliamo dell’opera fondamentale di Vico, Scienza nuova: qual è il suo scopo principale e la sua struttura? (5)
  • - Che rapporto vi è tra la teoria dei "cicli storici" e il concetto di "sviluppo"? (6)
  • -  Qual è la funzione che svolge la "provvidenza" nella concezione vichiana della storia e come si potrebbe istituire un confronto tra Vico ed Hegel nel quadro di una filosofia della storia? (7)
  • - Nel quadro delle distinzioni che per Vico sussistono tra i vari stadi della storia, come possono essere conosciute le "fasi arcaiche"? (8)

1. Vico è nato nel 1668 ed è morto nel 1744. La sua vita appartiene quindi per la maggior parte al XVIII secolo, eppure è stato spesso chiamato un pensatore del '600. Quali sono i motivi che hanno indotto Vico a guardare indietro, piuttosto che verso la sua epoca?

È una delle più grandi curiosità nella storia della filosofia che un pensatore geniale come Giambattista Vico abbia volutamente ignorato il pensiero del proprio tempo. La maggior parte dei libri che Vico leggeva erano precedenti al 1700. Leggeva i classici naturalmente e le opere erudite del '600. Nella prima metà del '700 ci sono stati, soprattutto nel campo della storiografia, lavori importantissimi, scoperte rivoluzionarie, ad esempio le prime opere di Montesquieu, uno spirito affine a Vico, o i lavori di storiografia medievale del Muratori con il quale egli intratteneva una corrispondenza; Vico ha ignorato però queste opere, si è ritirato dalla filosofia a lui contemporanea ed ha elaborato il suo sistema filosofico, come diceva Gramsci, da un "angoletto morto della storia".

Da una parte sicuramente vi sono state ragioni personali che hanno indotto Vico a guardare indietro, piuttosto che verso la sua epoca. Egli ha subito molte frustrazioni durante la sua vita, non ha realizzato la carriera accademica che aveva sperato e questo fallimento ha contribuito all'isolamento intellettuale nel quale è vissuto. Un'altra ragione, più importante, è il suo atteggiamento di ostilità nei confronti della cultura moderna. Vico ha individuato nella scienza e nella filosofia del suo tempo tendenze centrifughe che avrebbero secondo lui condotto alla "nuova barbarie della riflessione", simile a quella che dominò lo spirito del tempo del basso Impero romano. Questa avversione verso la cultura contemporanea spiega perché Vico preferì occuparsi dei classici, degli umanisti e dei grandi filosofi del '600, Spinoza e Hobbes ad esempio.

 

2. Vico rimase sconosciuto per tutto il periodo della sua vita e per tutto il '700; poi fu riscoperto nell'800 e soprattutto nel '900 come precursore di molte teorie moderne. Quali sono queste teorie e come si spiega questa capacità "profetica" di Vico?

Tra le teorie vichiane, che sono state più tardi interpretate come una anticipazione dei temi fondamentali della cultura dell'800 e del '900, vi è quella sviluppata nel terzo libro della Scienza Nuova, "La discoverta del vero Omero", secondo la quale le opere di Omero non sono opere di un unico individuo, ma sono state elaborate nel corso di secoli. È la teoria poi formulata, su base filologica più rigorosa, da Friedrich August Wolf all'inizio dell''800 e ulteriormente convalidata dalla filologia del nostro secolo. Un'altra teoria importante del Vico è la sua critica alle fonti della vecchia storia romana; secondo Vico i leggendari re di Roma non sono personaggi storici, ma sono "caratteri universali", cioè simboli, allegorie delle antiche istituzioni politiche di Roma. Qui Vico precorre la fondazione della nuova storiografia antica iniziata da Niebuhr nella prima metà dell'800.

Vico può essere inoltre considerato un predecessore della teoria dello sviluppo parallelo di ontogenesi e filogenesi: in questo quadro sono da interpretare la tesi dello sviluppo parallelo del bambino verso l'età adulta e delle culture arcaiche verso le culture moderne, la teoria della cultura come prodotto dalla repressione della sessualità - tesi che in un certo senso precorre le teorie di Freud -, la teoria del mito come struttura nella quale è contenuta una sapienza originaria, non frutto di riflessione, ma immaginativa, fantastica, la quale conferisce un senso specifico alle culture arcaiche. Un altro dei punti nei quali Vico anticipa temi del nostro secolo si riferisce alla "teoria dei sistemi" della sociologia moderna. Vico è infatti uno dei primi pensatori che analizza sistemi sociali come strutture che contengono sottosistemi, che lottano contro altri sistemi: in questo contesto viene anticipata la teoria marxiana della "lotta tra le classi".

 

3. Quali sono le fonti principali del pensiero di Vico e quanto hanno inciso su questo le vicende umane di Vico?

Vico, nell'Autobiografia, nomina quattro autori che sono stati fondamentali per lo sviluppo del suo pensiero: prima di tutto Platone, poi Tacito e, nella filosofia moderna, Bacone e Grozio, che sono rispettivamente il più grande filosofo dell'antichità, il più grande storico romano, il fondatore del metodo empirico e il fondatore del diritto internazionale. La storiografia filosofica moderna ritiene che anche altri autori abbiano molto influito nella formazione di Vico, autori che egli non nomina nell'Autobiografia e dell'influsso dei quali, probabilmente, non era del tutto consapevole: tra questi Lucrezio, Machiavelli e Spinoza. Si può dire che la genialità di Vico sia consistita proprio nell'integrare le teorie di questi pensatori materialisti e naturalisti in un sistema "idealistico" di matrice platonica.

Vico ha visto inoltre, in generale, nelle varie avversità della sua vita un senso profondo che lo portò, proprio attraverso il dolore e attraverso la necessità, a ripensare alle proprie opere in una prospettiva filosofica più ampia. Egli era figlio di un povero libraio della via San Biagio de' Librai a Napoli. Si può sicuramente dire che nella sua simpatia per i plebei romani, per le classi oppresse, riecheggi la sua origine sociale. Dopo aver studiato giurisprudenza, probabilmente all'Università di Salerno, è stato per vari anni educatore dei figli del marchese di Vatolla e ha passato nel castello del marchese, nel Cilento, alcuni anni, importanti, nei quali, come scrive egli stesso nell'Autobiografia, si è formato in buona parte il suo pensiero. Ha ricevuto poi a Napoli una cattedra come professore di retorica con uno stipendio molto basso. Vico aveva molti figli e sentiva perciò l'esigenza di guadagni più alti. Per molto tempo ha sperato, invano, di ricevere una cattedra di diritto in quanto comportava una migliore retribuzione.

Questa fu una grande frustrazione per Vico, il quale però, in accordo con la sua teoria della 'provvidenza', ebbe la saggezza di interpretare le frustrazioni della sua vita come qualcosa di necessario che lo spinse verso qualcosa di più alto. Scrisse, ad esempio, che la mancata sovvenzione da parte del cardinale Orsini, poi Papa Clemente XII, in occasione della pubblicazione della prima edizione della Scienza Nuova, che lo costrinse a vendere un suo anello, fu un segno della provvidenza perché lo obbligò a scrivere il libro in un'altra maniera più concisa e efficace.

 

4. Quali sono i temi fondamentali di uno dei primi scritti vichiani di una certa rilevanza filosofica, De nostri temporis studiorum ratione e del Liber metaphysicus?

Il De nostri temporis studiorum ratione è importante in quanto anticipa alcuni temi sviluppati nella Scienza nuova; in tale scritto Vico insiste sul concetto di una "educazione globale". Il concetto dell'universalità del sapere, dell'unità delle varie sfere dello scibile è fondamentale per il Vico e gli proviene da Platone. Il De nostri temporis è uno lavoro che si richiama alla "querelle des anciens et des modernes" del tardo '600, cioè alla disputa in cui si cercava di stabilire la superiorità culturale degli antichi o dei moderni. Vico cerca di arrivare a una mediazione fra le due posizioni opposte, riconoscendo le ragioni di entrambe le parti. Questo si ritrova nella Scienza nuova, in cui Vico spiega lo sviluppo dalla società arcaica verso quella moderna riconoscendo, insieme al "progresso", anche alcuni elementi di superiorità dell'arte antica. Anche per quanto concerne il diritto, nel De nostri temporis, si individuano alcuni principi che determinano lo sviluppo e la storia del diritto, i quali verranno poi sviluppati in maniera più profonda nella Scienza nuova.

Il Liber metaphysicus di Vico è incentrato sul tentativo di ricostruire la vecchia sapienza dei popoli italici che abitavano l'Italia nel primo millennio prima di Cristo. Qui Vico, a differenza della posizione sviluppata nella Scienza nuova, sostiene che vi sia una sapienza filosofica che possiamo ricostruire dalle etimologie della lingua latina. Una delle idee filosofiche fondamentali di quest'opera è il famoso principio del "verum factum", l'idea cioè che di verità possiamo parlare solo in quanto siamo noi a crearla, come avviene ad esempio nella matematica. Gli oggetti matematici sono creati da noi; per questo abbiamo una conoscenza assoluta della matematica, mentre non possiamo arrivare ad una conoscenza completa per ciò che riguarda il mondo della natura. Possiamo però arrivare ad una conoscenza parziale attraverso gli esperimenti, riproducendo, in qualche misura, negli esperimenti, la creazione divina. Mi sembra che con questa teoria Vico si avvicini molto al "costruttivismo" moderno.

Un'altra opera importante di Vico è il Diritto Universale in quanto rappresenta il primo abbozzo della Scienza Nuova. Si distingue però da quest'ultima poiché si propone di ricostruire la cultura arcaica basandosi sull'analisi del diritto. Nella Scienza nuova invece non ci si limita più soltanto al diritto; c'è una teoria dello sviluppo del diritto, ma essa è al tempo stesso una teoria dello sviluppo dell'arte, delle forme politiche, dei vari tipi di mentalità culturale che si sono presentate nel corso della storia. Il Diritto universale è suddiviso in tre parti: "De uno universi iuris principio et fine", "De costantia iurisprudentis", che consiste a sua volta in due sottovolumi sulla filologia e sulla filosofia; la terza parte è formata invece da note, annotazioni che Vico ha scritto dopo aver pubblicato i primi due volumi e nei quali approfondisce alcuni dei temi trattati.

 

5. Parliamo dell’opera fondamentale di Vico, Scienza nuova: qual è il suo scopo principale e la sua struttura?

Quando si parla della Scienza nuova - il titolo completo è Principi d’una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni - bisogna distinguere tra le sue tre edizioni. La differenza più consistente è tra la prima e la seconda edizione; Vico ha infatti riscritto completamente l'opera e quindi l'edizione del 1725 e quella del 1730 sono molto diverse tra loro; le modifiche intervenute con la terza, del '44, sono invece abbastanza irrilevanti. La Scienza nuova è, in generale, un tentativo di fondare una nuova scienza sulla natura comune ai diversi popoli e di capire le leggi che determinano lo sviluppo delle varie culture. In questo contesto naturalmente la storia assume uno statuto fondamentale in quanto non è una congerie confusa di fatti, ma un insieme che segue determinate leggi e si evolve secondo certi principi. Vico è convinto che esistano parallelismi nello sviluppo delle varie culture e che solo sulla base di questi parallelismi sia possibile parlare di una forma scientifica nello studio della storia. Egli è infatti d'accordo con il principio fondamentale della filosofia aristotelica e platonica secondo cui si può avere scienza solo dell'universale. Proprio perché esistono "elementi universali", parallelismi, nello sviluppo delle varie culture Vico è in grado di presentare i risultati delle sue analisi nel quadro di una "scienza". Nella Scienza nuova incontriamo il principio del "verum factum" che viene applicato alla storia degli uomini. È la nuova scoperta di Vico rispetto al Liber metaphysicus, in cui questo principio si applicava soltanto agli enti matematici: Anche la storia è infatti è un prodotto umano ed ha un grado di realtà superiore a quello degli "enti ideali" della matematica.

La Scienza nuova è divisa in cinque libri e comincia con un'ampia introduzione, l’"Idea dell'opera", che spiega una immagine posta da Vico all'inizio dell’opera. Il primo libro tratta della individuazione dei principi. Si sviluppano poi le "Degnità", gli assiomi che determinano le ricerche che seguiranno. Qui Vico tratta dei vari principi che sono alla base dell'"umanità": fondamentali sono la religione, la sepoltura dei morti e il matrimonio. Segue una sezione sul metodo in cui Vico svolge alcune riflessioni di grandissima importanza metodologica. Il secondo libro è quello più ampio e anche quello più confuso. Si cerca di ricostruire la sapienza poetica del mondo antico in undici sezioni che trattano le varie discipline: la metafisica, la logica, la morale, l'economia, la politica, la storia, la fisica, la geografia. Il terzo libro è dedicato ad Omero; in esso Vico pone per la prima volta, in modo adeguato, la "questione omerica" e cerca di fornirne una soluzione. Il quarto libro analizza lo sviluppo che le forme di cultura hanno avuto nelle tre epoche in cui si suddivide la storia e i corrispondenti tre tipi di giudizio, di giurisprudenza, di governo ecc. Il quinto libro analizza i ricorsi che si verificano nella storia a causa di periodiche e cicliche ricadute nella barbarie; questo è soprattutto dedicato ad un'analisi dei parallelismi che esistono tra la cultura antica, greca e romana, e la cultura del primo medioevo.

 

6. Che rapporto vi è tra la teoria dei "cicli storici" e il concetto di "sviluppo"?

Vico pensa in primo luogo che vi sia un "paradigma" secondo il quale la storia si sviluppa. La storia segue determinate fasi e questa legge che la governa si ripete eternamente, ad infinitum. Esiste dunque una logica dello sviluppo della storia, che si ripete nelle diverse nazioni, anche nel caso del "ricorso", della ricaduta nella barbarie: questa struttura ferrea è la "storia ideale eterna". Vico non ha dato però una risposta soddisfacente alla questione circa il rapporto, che sembra di contrasto, tra la teoria dei 'cicli storici' e il concetto di 'sviluppo'. Per lui il medioevo è una ripetizione della cultura arcaica; non si chiede perciò se il medioevo sia anche qualcosa di più alto del mondo arcaico dei greci e romani. Si potrebbe pensare che non si tratti di veri cicli, ma di una spirale e che le ripetizioni si verifichino comunque ad un livello superiore. Ma Vico non dice nulla in proposito. Ciò è tanto più sorprendente in quanto Vico si è sempre professato cattolico e cristiano e ci si aspetterebbe quindi che sottolinei come nel primo medioevo vi fosse il cristianesimo e non più la religione pagana dei Gentili. Ci sono alcune allusioni a questa differenza tra cristianesimo e paganesimo, non però una riflessione profonda. Vico è soprattutto interessato alle similitudini tra il primo medioevo e le culture arcaiche e non analizza, al di là di queste somiglianze, il problema anche sulla base di un eventuale progresso nei cicli che si susseguono.

L’assenza, nel pensiero di Vico, di una riflessione sul concetto di 'sviluppo storico' può derivare, in parte, dal fatto che la categoria di 'progresso' sarà definita soltanto verso la fine del '700; la categoria di ‘progresso’ infatti è una categoria che al tempo di Vico non aveva ancora una rilevanza fondamentale. La teoria vichiana è inoltre molto influenzata dal pensiero di Platone, nel quale questa categoria non sussiste: il cosmo è una struttura che si ripete eternamente e che non può implicare un progresso infinito. In questo direi che c'è in Vico perfino qualcosa di pagano, di diverso rispetto all'idea della storia di matrice cristiana. Nella convinzione della "ripetizione eterna dei cicli", egli scrive che perfino se ci fosse un infinito numero di mondi, questi cicli si ripeterebbero sempre: questo è indubbiamente un elemento anticristiano e antiprogressivo.

 

7. Qual è la funzione che svolge la "provvidenza" nella concezione vichiana della storia e come si potrebbe istituire un confronto tra Vico ed Hegel nel quadro di una filosofia della storia?

Tra le questioni più tormentate dell'esegesi del pensiero di Vico si trova proprio la questione riguardante l’ortodossia o l’eterodossia, dal punto di vista della religione cattolica, del concetto di 'provvidenza' in esso formulato: a mio giudizio, questo concetto non può essere definito come "ortodosso". La provvidenza della quale parla Vico ha una razionalità indubbiamente superiore alla razionalità cosciente dei singoli uomini, in quanto governa gli eventi al di là dei singoli fatti che hanno per protagonisti gli uomini stessi; è comunque una però razionalità che può essere spiegata in maniera naturale. La provvidenza che agisce nella storia, secondo Vico, non è fatta di miracoli, ma agisce in maniera naturale, almeno nella storia dei pagani. Vico fa un'eccezione per la storia degli ebrei che secondo lui è guidata in maniera sovrannaturale dalla provvidenza divina. La provvidenza divina nella storia della quale lui si occupa, riferita alla storia pagana, agisce però in maniera totalmente naturale e si può paragonare all'"astuzia della ragione" di Hegel.

Nella filosofia della storia di Hegel viene anzitutto a mancare la teoria dei cicli. Hegel è infatti convinto che la storia non si ripeta e perciò proprio l'argomento fondamentale di Vico, per cui la storia può essere scienza solo se ci sono analogie strutturali tra le varie culture che in essa si susseguono, non è presente nel pensiero hegeliano. Se si vuole paragonare Vico con la filosofia della storia moderna, è più pertinente il raffronto con Spengler e con Toynbee. Piuttosto mi sembra che vi siano analogie profonde tra il concetto di 'provvidenza' in Vico e quello di "astuzia della ragione" in Hegel. Rispetto alla questione della "scientificità" della storia, delle sue leggi e delle sue costanti, penso invece che le differenze tra i due siano enormi.

 

8. Nel quadro delle distinzioni che per Vico sussistono tra i vari stadi della storia, come possono essere conosciute le "fasi arcaiche"?

Vico ha avvertito molto profondamente il problema della conoscenza di un'altra cultura. Vico è uno dei primi filosofi a porsi il problema di come possiamo capire una cultura diversa dalla nostra, di come possiamo entrare nella "mentalità" di un'altra cultura. Mentalità diverse dalla nostra non hanno infatti soltanto contenuti differenti, ma implicano anche altre forme di pensare che, secondo Vico, rendono necessaria un'astrazione dai nostri pregiudizi, dalla "boria dei dotti" che credono che il loro sapere sia vecchio come il mondo. Secondo Vico noi non possiamo "sentire" come sentono gli uomini appartenenti ad altre culture e possiamo soltanto intendere, con fatica, la mentalità degli altri popoli.

Vico è quindi in un certo senso un critico ante litteram della teoria dell'Einfühlung sviluppata da Dilthey, secondo la quale dobbiamo tentare di immedesimarci con il sentire degli altri popoli e delle altre persone. Per Vico questa via ci è totalmente preclusa: non sentiremo mai come sentirono i primi uomini; possiamo però capire e studiare il loro agire. Una possibile chiave, per entrare nella forma mentis dei popoli arcaici, è ricordarci della nostra infanzia e osservare i bambini perché, secondo Vico, il comportamento dei bambini riflette il comportamento degli uomini in una cultura arcaica.

 

 

Abstract

Vico è un pensatore ostile all'epoca moderna, estraneo alla cultura del suo tempo, in cui ravvisa la "nuova barbarie della riflessione", e rivolto ai classici, agli umanisti e ai grandi filosofi del '600 (1). Vico, secondo Vittorio Hösle, ebbe una capacità profetica, anticipando alcuni temi della cultura filosofica ottocentesca e novecentesca: la "discoverta del vero Omero", la fondazione di una nuova storiografia romana ripresa dal Niebhur, la teoria della corrispondenza di ontogenesi e filogenesi; l'interesse per la cultura arcaica e per il mito, l'analisi delle strutture sociali ripresa dalla moderna teoria dei sistemi (2). Le fonti del pensiero vichiano sono: Platone, Tacito, Bacone, Grozio, Lucrezio, Machiavelli e Spinoza. Le vicende biografiche di Vico sono, per Hösle, in sintonia con la sua teoria della provvidenza: il filosofo napoletano seppe ravvisare nelle avversità e nelle sconfitte una spinta a ripensare le proprie opere e ad attingere una sapienza più vasta e più alta. Hösle accenna, poi, ai principali scritti vichiani che precedono e la Scienza Nuova: il De nostri temporis studiorum ratione che insiste sul concetto di universalità e unità del sapere e analizza lo sviluppo del diritto; il Liber metaphysicus, tentativo di ricostruzone dell'antica sapienza italica, contenente la prima formulazione del principio del "verum factum"; e il Diritto Universale, primo abbozzo della Scienza Nuova. L'opera principale di Vico rappresenta il tentativo di fondare una "scienza nuova" su alcune regole generali comuni alle diverse culture, secondo il principio aristotelico per cui scienza si può dare solo dell'universale. Il secondo libro dell'opera è quello più importante, perchè tenta di ricostruire la sapienza poetica del mondo antico; il terzo libro è dedicato alla questione omerica; il quinto elabora la nota teoria dei "corsi e ricorsi storici" . Centrale nella filosofia vichiana è il concetto di "storia ideale eterna", secondo cui la storia si ripete secondo precisi paradigmi, avendo in sè una logica ed una struttura identica che si manifesta nella storia contingente dei vari popoli. Concependo il tempo come ciclicità, conformemente al paradigma pagano, secondo Hoesle, Vico mette in secondo piano l'idea cristiana di una temporalità lineare. Secondo Höesle, il concetto vichiano di "provvidenza" non può essere interpretato come ortodossamente cristiano, in quanto essa è una sorta di razionalità sovraindividuale immanente allo sviluppo storico, come la hegeliana "astuzia della ragione", anche se Hegel, poi, diversamente da Vico - più vicino a Spengler e Toynbee - respinge l'idea di una ciclicità della storia. In conclusione, Hoesle sottolinea l'originalità e l'importanza di Vico, che, per primo, si pone il problema della comprensione delle culture e delle mentalità lontane dalle nostre, a cui bisogna accostarsi senza pregiudizi., ricordando che le civiltà primitive riproducono il comportamento dell'infanzia dell'uomo .


Biografia di Vittorio Hösle

Interviste dello stesso autore

Partecipa al forum "Tommaso - La storia, è utile ricordare?"

Tutti i diritti riservati