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Interviste

Francesco Adorno

La nascita della scienza

21/2/1988
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  • - Professor Adorno, quando e come si è stabilita la distinzione tra filosofia e scienza nel mondo greco? (1)
  • - E' corretto dire che la filosofia in principio è solo una messa in discussione, una critica della doxa , dell'opinione comune, dell'abitudine a ragionare sulle cose così come appaiono immediatamente? (2) 
  • - Per noi la distinzione tra filosofia e scienze esatte è un fatto scontato; quando è sorta questa distinzione? (3)
  • - E' possibile affermare che le scienze si costituiscono nella storia? E se è vero ciò, per Platone cosa era la scienza? (4)
  • - Che rapporto c'è per Platone tra matematica e verità? (5)
  • - Comunemente si crede che la fisica, come tutte le altre scienze naturali, sia nata dalla filosofia; d'altra parte i primi filosofi, come Anassimene e Anassimandro, furono dei fisici. E' nata quindi prima la fisica, e poi la necessità di superare la mera osservazione dei fatti naturali, grazie alla filosofia, o è nata prima quest'ultima? (6)
  • - Qual è la critica che Epicuro mosse alla fisica aristotelica? (7)
  • - E' noto che Epicuro abbia anticipato in qualche modo le scoperte fondamentali della chimica. Come mai queste geniali intuizioni sono rimaste nell'oblio per secoli e secoli? (8)

1. Professor Adorno, quando e come si è stabilita la distinzione tra filosofia e scienza nel mondo greco?

Si tratta di un argomento piuttosto complesso, poiché, in genere, nell'epoca moderna, filosofia e scienza naturale sono sempre state considerate come due discipline ben distinte. In verità esse sono nate e si sono sviluppate insieme, come dimostra il termine stesso "filosofia", che fin dall'origine ha indicato il "desiderio di sapere", il desiderio di conoscere le condizioni che permettono un tipo o l'altro di sapere, e quindi le condizioni che permettono un tipo o l'altro di scienza.

La divisione fra le due discipline avvenne in epoca tarda, quando ormai la filosofia aveva assunto il significato di "concezione generale", significato che ancora oggi ha, tanto è vero che si usano espressioni del tipo: "la filosofia di una partita di calcio", per indicare solamente un modo di concepire un incontro calcistico.

All'origine la situazione non era questa. Il termine filosofia, o desiderio - "filia"  - di sapere - "sofia" - nacque, infatti, in Grecia, e venne usato per la prima volta dagli storici, che facevano appunto "storia", o "istoria" , termine che in greco vuol dire letteralmente "le cose viste". Dunque, il ragionamento sulle cose viste e il rendersi conto di cosa esse fossero, rappresentava il "desiderio di sapere" perché e come tali cose erano avvenute. La filosofia, all'origine, non aveva pertanto nessun contenuto; era l'esigenza di rendersi conto, di non accettare supinamente nulla, e di conoscere le condizioni che permettevano i vari tipi di sapere. Da qui prese origine la scienza; ma la filosofia non è la scienza, bensì è il desiderio di sapere come nasce la scienza stessa, la quale, in questo senso, acquista un significato storico. Platone usa un'espressione splendida per indicare la filosofia: egli dice che la filosofia è la figlia della meraviglia; essa è la curiosità, è il non accettare le cose come sono e il tentare di rendersi conto di tutto; è il gioco del "perché?", del "cos'è?" dello "a che serve?", e quindi, in questo senso, è il metodo comune a tutte le scienze.

Naturalmente di qui si sviluppa la logica, che studia quali sono le condizioni che permettono il discorso, o logos ( in greco, intorno ai singoli argomenti, poiché una cosa è il discorso della matematica, un'altra è quello della fisica, e un'altra cosa ancora è il discorso sul come sia possibile il rapporto umano. Infatti tale rapporto costituisce un "costume", un "uso", in latino mos, moris e in greco ethos : si è dunque nell'ambito della morale, che studia le condizioni che permettono i rapporti tra gli uomini.

2. E' corretto dire che la filosofia in principio è solo una messa in discussione, una critica della doxa , dell'opinione comune, dell'abitudine a ragionare sulle cose così come appaiono immediatamente?

Ritengo che questo sia il punto essenziale. Noi infatti siamo costantemente presi dalle cose, dalle mode, dalle opinioni comuni. Ora, anche una corrente scientifica, nel momento in cui diventa moda, si trasforma in un'opinione, o doxa in greco, che viene accettata supinamente, "patita". Se fossi, per esempio, un razionale puro, innamorato della ragione, farei della ragione una "passione", sarei un patito, e non considererei tanti altri aspetti dell'uomo che pure esistono.

Quando chiudo il mio giudizio solo in una determinata forma, e ne sono tutto preso, sono fuori dal "nous "; poiché nous, in greco, significa "saper articolare tra di loro gli aspetti diversi", a differenza di "dianoia"  che indica il passaggio dall'uno all'altro aspetto nel discorso stesso; quando sono preso da un solo aspetto, sono fuori, accanto, o "para" in greco, al "nous", e sono quindi "paranoico". Paranoia , come il termine latino "delirio", vuol dire appunto essere preso da un solo giudizio, senza saperlo articolare con gli altri giudizi nella loro totalità.

Il filosofare, quindi, è il tentativo di rendersi conto di tutti gli aspetti, per poi saper giudicare, criticare. La filosofia, dunque, va intesa non come passione, come "doxa", bensì come dialettica, ciò mediante cui - "dia"  - si ragiona, si calcola - "legesthai".

Il motivo per il quale proprio nella cultura greca sia sorto un così sviluppato desiderio di conoscenza in termini razionali, rimane uno dei misteri più grandi nella storia dell'uomo. Tuttavia, ritengo che la causa di ciò risieda, probabilmente, nei linguaggi. Si prenda come esempio l'Egitto: il mondo egiziano si basava su di un linguaggio ideogrammatico. Se si doveva scrivere "uomo", in Egitto, non si usavano delle lettere, ma si realizzava un disegno stilizzato, una sorta di asta attaccata ad altre due.

Ora, l'ideogramma porta con sé una visione statica, contemplativa, non storica. Da questa constatazione nasce la tesi per cui, di fatto, i popoli che ricorrono a scritture ideogrammatiche, come i Cinesi o i Giapponesi, non avrebbero una storia, sarebbero fermi, e sarebbero quindi più vicini a posizioni religiose, contemplative, sacerdotali.

La scrittura greca, invece, è alfabetica, e l'alfabeto implica dei segni che vanno interpretati attivamente: la visione implicata è dunque dinamica e, in questo senso, storica. L'utilizzo di un alfabeto composto da suoni che con-suonano con altri, e quindi di un linguaggio interpretativo, potrebbe spiegare le ragioni della disposizione intellettuale degli antichi greci.

 

3. Per noi la distinzione tra filosofia e scienze esatte è un fatto scontato; quando è sorta questa distinzione?

Ritengo che sia stata la nostra mentalità ad aver diviso le scienze esatte dalla filosofia, verso il I, II secolo a.C.. Ciò è accaduto in un'epoca in cui si andavano affermando varie correnti religiose, derivanti in parte dal mondo semitico e in parte da quello arabo.

In realtà tutte le discipline filosofiche sono scienze, poichè il problema è comunque quello di determinare quali sono le condizioni che rendono possibile un discorso corretto. Tuttavia, se si cercano le condizioni che rendono possibile un discorso di tipo aritmo-geometrico, si dovrà ragionare in termini aritmo-geometrici, e i principi ai quali si giungerà saranno connessi a tali termini; se invece si ricerca nel campo della metafisica, ci si baserà su altri principi e si giungerà ad altri fini: è questo ciò che rende diverse le scienze.

Per questo oggi si distingue tra l'attività del guardare la realtà quale è in base alle nostre capacità conoscitive - cioè la teoretica, da theoreo , che in greco vuol dire "guardare", tanto che ancora oggi abbiamo dei "teatri", cioè dei luoghi dove si va a guardare - e l'atteggiamento dell'uomo verso un mondo non da guardare, ma da fare, da costruire - cioè la prassi, o praxis, che in greco vuol dire "azione".

La distinzione che oggi intercorre tra filosofia, fisica e matematica è diversa e al contempo simile. Aristotele, a tal proposito, distingue la teoretica, la scienza del guardare, in tre filosofie: la "filosofia prima", la "fisica" e la "matematica".

Per "filosofia prima", Aristotele intende la ricerca delle condizioni che permettono di pensare l'esistente, cioè la "metafisica". Occorre sottolineare, però, che i greci di quell'epoca non disponevano del termine "metafisica", infatti tale parola nacque nel II secolo d.C., quando furono editi i libri di Aristotele, e il curatore ritenne che i libri che aveva riunito dovessero essere quelli scritti "dopo i libri della fisica" "ta meta ta fysika".

La "fisica", o "filosofia seconda", invece, è la ricerca delle condizioni e dei principi che permettono l'esistente.

Infine, la "matematica" è la ricerca delle condizioni che permettono di astrarre dall'esistente. Si tratta, in altre parole, della geometria e dell'aritmetica: esse infatti costituiscono un modo di apprendere che in greco viene denominato manthano , termine dal quale deriva appunto la parola mathesis .

 

4. E' possibile affermare che le scienze si costituiscono nella storia? E se è vero ciò, per Platone cosa era la scienza?

Ritengo che ogni singola scienza sia nata storicamente nel momento in cui è stata riconosciuta come la condizione prima per poter conoscere. Per esempio, Platone ritenne possibile la scienza etica perché costituita dall'uomo stesso, quale arte del saper pensare bene, in modo che tutto andasse dove era bene che andasse, mentre non ritenne possibile una fisica, perché convinto che per realizzarla, si sarebbe dovuto cogliere, per esempio, l'uomo, o il pidocchio, o il cane per quello che erano, mentre, in realtà, ciò che si vedeva era sempre la definizione di queste cose.

In greco definire si dice orizomai, donde deriva il termine "orizzonte", che indica il circondare qualcosa. Ora, per Platone era impossibile pensare o vedere qualcosa che non fosse esteso, definito. Pertanto, per vedere, per pensare, si aveva bisogno di una definizione o di una rappresentazione mentale, concetto che in greco si traduce con il termine idea. Dunque, per Platone, non era possibile cogliere l'essenza di una cosa perché si frapponeva il diaframma dell'idea che chiudeva, che definiva la cosa stessa, e siccome non c'era un'idea se non la si de-terminava, se non la si denominava, la cosa si trasformava in un nome, dietro al quale non si coglieva l'essenza.

Geometria e aritmetica erano invece possibili, per Platone, perché appunto, per poter ragionare, per, non si potevano unire delle qualità, ma si dovevano congiungere delle quantità. Noi pensiamo geometricamente e aritmeticamente proprio perché abbiamo bisogno di determinare le cose quantitativamente. Per esempio non è possibile sommare cappelli e cavalli, ma tanti cappelli e tanti cavalli danno un certo numero, che è possibile calcolare.

Il termine italiano "pensare" viene da "pondo", che vuol dire "ponderare", "soppesare"; la parola "ragionare" deriva invece dal termine latino "reri", che vuol dire "calcolare". Dunque, pensare equivale a calcolare, tuttavia occorre sapere cosa è possibile calcolare, sottrarre e sommare e cosa no. Si arriva così alla capacità di giudizio.

Secondo Platone si trattava di vedere se davvero l'uomo avesse già in sè le condizioni per poter giudicare, per poter pensare con la propria testa. Infatti, fino a che si è presi da qualcosa si è passivi, mentre, nel pensare con la propria testa, si giudica; non si è più dominati, ma si domina nel giudizio. Normalmente, nella vita quotidiana, non si pensa, ma si è pensati, in quanto si pensa secondo la morale corrente, o i modi di pensare correnti. Secondo Platone questo accadeva perché tutto il sapere era stato obliato, era diventato "lethe", termine che deriva dal greco "lanthano" , che dà anche il nome al fiume dell'oblio, e che vuol dire letteralmente "copertura". Si trattava dunque di rientrare dentro se stessi, per cogliere i modi del ragionare, e così dominare, possedere il giudizio, la "a-letheia" , che in greco vuol dire letteralmente "verità".

Nel Menone, Platone mostrò che anche a uno schiavetto che non sapeva nulla, se ben condotto, era possibile far cogliere, mediante la maieutica socratica, una certa verità. Questa verità però non era estratta dal ragazzo, come credono coloro i quali sono abituati alla vecchia tradizione delle idee innate; il personaggio di Socrate, infatti, non tira fuori nulla dal giovanetto, ma semplicemente lo porta a costruire un teorema di geometria, costruzione alla quale potremmo arrivare tutti, in quanto uomini dotati di ragione. Per esempio, quando vediamo una figura geometrica che racchiude uno spazio entro tre lati, comprendiamo immediatamente che si vengono a costituire tre angoli, abbiamo l'intuizione, o noeseis, che ciò non è contraddittorio. Allo stesso modo, dall'analisi del triangolo risulta che la somma degli angoli interni è uguale a un angolo piatto: ciò non è qualcosa di aggiunto, ma è una necessaria conseguenza de-ducibile analiticamente dalla definizione stessa di triangolo.

Tuttavia non è possibile pensare nulla senza determinare una certa estensione; questo implica che ogni cosa sia fatta di tanti punti, i quali implicano a loro volta un numero concettuale, quello che i greci chiamavano il "numero matematico", l'uno. In altre parole, se si vuole pensare al numero dieci non si richiamerà alla mente l'immagine di dieci palline, ma quella dell'unità-dieci; l'essenza del dieci risiede dunque nell'essere "un" dieci. Pertanto quando si pensa al dieci concettualmente, esso sarà un numero matematico; quando invece lo si pensa fisicamente, esso diverrà un numero-idea, costituito da punti. Una serie di punti rappresenta una retta; una serie di rette diventa un piano, una serie di piani dei parallelepipedi, cioè delle forme geometriche.

Secondo questo principio è possibile tradurre, per esempio, la figura umana in una sfera, un cilindro, eccetera, in altre parole è possibile tradurla in termini geometrici e matematici, termini che rappresentano la condizione per poter pensare. Non si potrà pensare mai un pendolo in se stesso, sia esso di ferro o di legno, mentre invece è possibile pensare alla formula 2 p Vn/g, che può essere considerata l'essenza del pendolo, in quanto è la legge geometrica e matematica la condizione che permette di pensarlo. E' alla luce di ciò che Platone affermò che geometricamente e aritmeticamente si può cogliere la realtà.

 

5. Che rapporto c'è per Platone tra matematica e verità?

La geometria e l'aritmetica esistevano sicuramente già prima di Platone, infatti, a parte Pitagora - del quale non si sa molto -, si possono certamente ricordare grandissimi matematici, quali Filolao e Archita. Ai tempi di Platone, poi, operarono Teeteto e Teodoro, che, all'Accademia, tenevano seminari su argomenti aritmetico-geometrici, come la duplicazione del cubo. E fu all'Accademia che nacque il primo studio sistematico della radice quadrata, con la scoperta dei numeri razionali e irrazionali.

A Platone spettò comunque il merito di aver trovato le condizioni che rendevano possibile la geometria e l'aritmetica. Ora, il termine aritmetica deriva dal greco "arithmos", che significa "numero", mentre geometria deriva dal greco "geometria", che vuol dire "agrimensura", pertanto essa è la scienza delle misure, o meglio della misurazione della terra.

Platone, quindi, individuò le condizione necessarie per studiare la terra, o meglio, la realtà stessa, attraverso un discorso di tipo matematico piuttosto che fisico. Non è un caso che Platone non scrisse mai una fisica, come, d'altra parte, ribadì egli stesso nella Settima lettera, mentre di geometria e matematica sì. Ecco perché sulla porta dell'Accademia si dice ci fosse scritto: "qui non entri nessuno che non sappia di geometria e di aritmetica".

La matematica era, per Platone, soltanto una delle forme del conoscere, che certo non escludeva le altre, come, per esempio, la fisica. Tuttavia riteneva che il filosofo avesse bisogno di rifugiarsi nei "logoi"  e non nelle cose fisiche. Egli infatti nel Fedone affermò di aver bisogno di rifugiarsi nei "logoi"  perché la verità stava nel logos , cioè stava nel giudizio, non nella cosa. La cosa in se stessa non era né vera né falsa, ma il vero e il falso stavano nel giudizio, nel saper giudicare. Per egli dunque, la geometria e la matematica stavano nei logoi; la verità, l'aletheia , delle cose stava nel giudizio stesso che la veniva esprimendo.

 

6. Comunemente si crede che la fisica, come tutte le altre scienze naturali, sia nata dalla filosofia; d'altra parte i primi filosofi, come Anassimene e Anassimandro, furono dei fisici. E' nata quindi prima la fisica, e poi la necessità di superare la mera osservazione dei fatti naturali, grazie alla filosofia, o è nata prima quest'ultima?

Ritengo che questa sia una domanda molto intelligente, poiché in effetti i naturalisti Ionici - Talete, Anassimandro, Anassimene - sono sempre stati considerati dei fisici, ma ciò in parte è vero e in parte non lo è.

In origine, Talete, Anassimandro e Anassimene non sono stati considerati nemmeno filosofi. Platone, per esempio, non fa menzione né di Anassimandro né di Anassimene, e ricorda solo una volta Talete, per dire che era un "eumechanos", espressione che in greco vuol dire un "buon ingegnere", una persona abile nel realizzare le cose.

Questi pensatori, in verità, cercavano di descrivere la realtà in termini naturalistici; ma, in greco, la parola "natura" trae origine dal termine "phyo" , che vuol dire letteralmente "produrre". Dunque essi andavano alla ricerca di ciò che permetteva l'esistere, di ciò che permetteva la produzione. Inoltre, andando alla ricerca delle essenze, di ciò che permetteva il nascere delle cose, essi descrivevano la natura. Da questo punto di vista quindi, gli ionici non erano dei fisici ma dei descrittori.

Ora, in greco "descrivere" si dice "mythein"; ciò spiega perché, più tardi, si disse che gli ionici avevano generato soltanto miti, e non teorie fisico-scientifiche. Loro infatti si erano limitati a una descrizione della natura, e non avevano trovato le condizioni, le leggi fisiche della natura stessa.

Qual è, dunque, la condizione affinché lo studio della natura diventi fisica? Aristotele, nel tentativo di superare Platone, cercò una risposta a tale quesito. Ora, Platone fu un grande matematico, o perlomeno colui che ordinò la scienza aritmo-geometrica, che poi ebbe i suoi sviluppi con Senocrate e Speusippo, sulla linea del cosiddetto "pitagorismo platonico".

Aristotele, invece, si ripropose di comprendere la realtà attraverso la fisica piuttosto che la matematica. Di qui nacque la sua problematica secondo la quale non si poteva pensare qualcosa che non fosse un tutt'uno di materia e forma. Se fosse vero, si domandava Aristotele, che la cavallinità è separata dai cavalli, come sosteneva Platone, quando si incontra un cavallo come si fa a riconoscerlo come tale? Per questo un cavallo è pensabile soltanto come un insieme di forma e di materia, di forma e contenuto, cioè a dire un "sinolo".

A. questo punto, al posto di una definizione, era possibile impiegare un termine, una parola, che diveniva la definizione della cosa: la parola "cavallo" stava per il cavallo, non esprimeva la natura del cavallo, e grazie a essa era possibile operare congiunzioni, articolare un termine con l'altro. Se, però, ogni cosa era quello che era perché si realizzava in un fine, si delineava una concezione per cui l'essenza era forza vitale. Non è un caso che, quando Aristotele definì la natura, affermò che il termine "natura" derivava da "phyo" , che vuol dire appunto "produzione", come d'altra parte la parola italiana "natura" che deriva dal latino "nascor". Le condizioni erano date da una "natura naturans" che diventava una "natura naturata", che ne rappresentava l'opposto, ma che a essa era unita.

Se phyo era una forza vitale, la sua produzione era la vita, e, invece di scrivere una "fisica", parlando della natura si veniva a scrivere una teleologia, e insieme una "biologia", una scienza della vita.

Se Platone usò come modello l'aritmo-geometria, Aristotele usò la biologia: i suoi libri più grandi, infatti, erano dedicati agli animali, al loro movimento, allo studio del loro funzionamento e alla finalità della vita. La fisica vera e propria nacque dopo, con Epicuro, nel quadro della critica ad Aristotele e a Platone.

7 Qual è la critica che Epicuro mosse alla fisica aristotelica?

Epicuro si rese conto di come Aristotele avesse inteso proporre la problematica relativa alla fisica sul piano linguistico. Se "fisica", come Aristotele dice nel V libro della Metafisica, viene da "phyo" , che vuol dire "attività produttiva", la condizione perché ci sia l'esistere su di un piano logico, e non ontologico, è che ci sia da una parte una materia, una forma, ma dall'altra anche un "qualcosa che fa sì" che la cosa sia.

Si tratta di chiedersi - e si tenga presente che "chiedere" in greco è "aiteo", donde deriva il termine "aitia"  che noi traduciamo come "causa" - che cosa fa sì che la cosa sia, in altre parole occorre dare la colpa a qualcuno - in quanto "aiteo"  vuol dire anche "incolpare" - dell'esistenza della cosa. Quale è la condizione perché ci sia una cosa? Da un lato c'è una causa materiale, dall'altro c'è una causa formale; ma che cosa unisce tali cause? E' necessario un "efficit", una causa efficiente.

Ora, la causa efficiente, col suo operare, tende a realizzare un proprio fine; ecco quindi una quarta causa, la causa finale. Ma se è causa finale, la causa efficiente in quanto tale è attività, produce, è "phyo", è vita.

Quindi il principio della fisica, secondo Aristotele, è l'attività, è la vita, che tende sempre a realizzare un fine. Vita in greco si dice "bios", e il discorso intorno a come si realizza la vita è la biologia, come si dice ancora oggi. La biologia consiste dunque nel rendersi conto dei fini a cui tende un certo organismo.

La critica che Epicuro mosse ad Aristotele fu quella di non aver colto la realtà, ma di aver costruito un ragionamento, di aver fatto fisica mediante la dialettica, e di aver realizzato così una fisica fatta a tavolino, da professori universitari, e non da scienziati, perché non sperimentava come stavano effettivamente le cose.

Diogene Laerzio offre una testimonianza su Epicuro che giudico di grande importanza. Egli infatti afferma che gli epicurei ritenevano superflua la dialettica nel campo della fisica, in quanto bastava avere l'umiltà di sapere ascoltare le voci delle "cose esistenti", dei "pragmata". Ora in greco si fa una distinzione tra l'esistente e l'essente: io che sono qui e ora sono esistente, sono "pragmata ", mentre ciò che "fa sì che" io sia è la mia essenza, il "to on" , la "ousia". "Ousia" deriva da "einai" - voce del verbo essere, participio passato femminile- e quindi significa "essenza".

Quando Epicuro parlava della dialettica si riferiva alla dialettica di Aristotele, che confrontava tra di loro posizioni, opinioni, o "doxai" , diverse, fino a trovare quella meno contraddittoria, dalla quale far discendere tutto il discorso scientifico. L'utilità di questa dialettica, in ambito morale, era riconosciuta anche da Epicuro, che comunque insisteva sul fatto che se si voleva costituire la scienza fisica, non si doveva ricorrere alla biologia, all'aritmetica o alla geometria, ma si doveva ascoltare ciò che giungeva dall'esperienza.

Epicuro stesso, nella Lettera a Erodoto, spiegò come questo avvenisse: per pensare a qualsiasi cosa, si ha bisogno della testimonianza dei sensi poiché occorre conoscere le cose così come appaiono, e non si può pensare nulla che appaia nell'immediatezza che non sia un corpo, o "soma" , in un luogo, o "topos". Naturalmente, occorre poi trovare le condizioni che permettono di pensare i corpi e i luoghi.

A proposito dei luoghi, Epicuro affermò che a essi si può giungere anche "meta logo" , cioè mediante un ragionamento, e non più attraverso l'esperienza. Firenze, per esempio, è un luogo che si trova in una regione, la Toscana, che è a sua volta un luogo collocato in una più ampia zona; quindi, affinché esistano tutti i luoghi, si deve poter pensare a un luogo che non ha luogo, cioè lo spazio. Epicuro, rifacendosi al modo in cui Platone, nel Timeo, chiamava lo spazio, definì il luogo senza luogo il "vuoto" o "chora", che in greco vuol dire letteralmente "regione".

Inoltre, per Epicuro, i corpi potevano essere pensati come una retta in quanto aventi un'estensione. Ora, la retta non può essere pensata se non come divisibile all'infinito. Infatti è possibile dividere una retta in A-B, ma tra A e B ci sono infiniti punti, quali A1, A2, A3, e altrettanti punti intercorrono tra A e A1. Tuttavia, accettare l'infinita divisibilità paradossalmente implica l'accettare l'infinita indivisibilità, gli infiniti non passaggi da un punto all'altro. Occorre quindi riconoscere, come condizioni logiche, da una parte l'infinita divisibilità, il vuoto, e dall'altra l'infinita insecabilità, i non passaggi.

L'idea di non passaggio in greco è espressa dal termine "atemno" (a-temno) che vuol dire "intagliabile", "insecabile", donde la parola "atomo". Pertanto le condizioni affinché esistano i corpi sono rappresentate dagli atomi, e dalla c"hora", che è la regione dove gli atomi si possono legare insieme costituendo i luoghi nei luoghi.

In tal modo Epicuro giunse a individuare l'origine della realtà non nelle sostanze, nelle essenze, divine o non divine, nei principi che tendono a un fine, ma negli atomi, dai cui incontri nascevano per egli le cose. Tuttavia egli non studiò il motivo per il quale si incontrano gli atomi, poiché lo studiarlo avrebbe voluto dire ricadere nella ricerca di una finalità. In altre parole il mondo per egli doveva essere posto a caso, perché, se così non fosse stato, sarebbe esistita una ragione finale, e la fisica avrebbe dovuto essere sostituita dalla teologia.

Tutta la realtà scaturiva dunque dall'incontro degli atomi, che, per Epicuro, possedevano un movimento. Il processo atomico era pertanto meccanico. L'acqua o il fuoco non erano viste come sostanze, essenze prime che rimangono eterne e tendono a un loro fine, ma come schemi di atomi. A seconda di come gli atomi si "mettevano insieme", si aveva l'acqua o il fuoco.

Il mondo dunque non era altro che un incontro di atomi che andavano a creare una struttura; quando questa struttura cambiava, cambiava anche il mondo: in questo consisteva la teoria epicurea degli infiniti mondi possibili.

La scoperta che tutto avviene secondo un moto meccanico, e che quindi non c'è bisogno di ricorrere a spiegazioni teologiche o finalistiche, rappresenta la nascita della fisica intesa in senso moderno. Ma la meccanicità è anche la condizione prima per poter pensare logicamente come si leghino tra di loro le cose.

Questo potrà apparire anche come materialismo, ma rappresenta una posizione molto più logica di quella razionalistica. Chi garantisce, infatti, che la struttura razionale sia uguale alla struttura che si può verificare nei fatti? Questa identificazione era, secondo Epicuro, un atto illecito, un passaggio irrazionale, egli non a caso affermò che non era possibile trovare nessuna ulteriore ragione al di là dei fatti, perché se la si fosse trovata, il passaggio compiuto sarebbe stato illogico.

 

8. E' noto che Epicuro abbia anticipato in qualche modo le scoperte fondamentali della chimica. Come mai queste geniali intuizioni sono rimaste nell'oblio per secoli e secoli?

Tale oblio si fonda su una duplice ragione: da un lato la mancanza degli strumenti adatti per realizzare il progetto scientifico di Epicuro, dall'altro la concorrenza da parte dello stoicismo, il cui sviluppo iniziò con Zenone di Cizio.

Zenone non era di origine greca, ma semitica, e portò con sé concezioni religiose simili a quelle semitiche, basate sull'idea di un ordine del tutto. Egli era un commerciante, proprietario di una flotta che, a seguito di un enorme nubifragio, perse le sue navi e rimase ad Atene ridotto alla miseria. Cominciò così a interessarsi di filosofia. Chiesto a un libraio chi potesse offrirgli degli insegnamenti, fu indirizzato alla scuola di Cratete platonico, dove rimase e si dedicò agli studi, traducendo le proprie concezioni in un linguaggio filosofico.

Zenone, e dopo di lui Cleante e tutti gli stoici, ordinarono il mondo in una visione totalitaria, dove tutto si scandiva come era giusto e bene che fosse. Su questa base si svilupparono, soprattutto in seno alla cultura ebraico-cristiana, altre esperienze filosofico-religiose, quali quella di Filone l'ebreo.

Filone visse in Egitto, e tradusse l'esperienza ebraica in termini greci, restando fedele alla visione di un ordine del tutto. La sua religiosità non era dunque quella di un Dio uno e trino, di un Dio creatore, ma quella di un Dio che era l'ordine del tutto, e a cui si arrivava attraverso la ragione.

E' chiaro che, da questo punto di vista, Epicuro, che affermava che il mondo è fatto dall'uomo, che il mondo si modifica, e che non esistono l'essenza e i fini, cominciò a essere visto come un ateo, come un nemico. Inoltre, a Roma, l'epicureismo non ebbe fortuna in quanto sia Lucrezio sia Filodemo di Gadara, commentatori di Epicuro, facevano parte dell'ambiente dei Pisoni, vale a dire di una fazione contrapposta al Senato Romano. Tanto più che lo stoicismo si adattava meglio a quelli che erano gli interessi di Roma, poiché grazie a tale filosofia era possibile persuadere i soldati a morire in guerra.


Abstract

Dopo aver illustrato l'etimologia del termine "filosofia" che indica non il sapere ma il "desiderio di sapere" e aver ricordato l'immagine platonica della filosofia come "figlia della meraviglia", Francesco Adorno la definisce come problematizzazione dell'ovvio e dell'opinione comune, come superamento della "para-noia" nella "dia-noia" quale capacità di articolare il discorso. Nel linguaggio alfabetico meno statico del linguaggio ideogrammatico Adorno indica la ragione ultima dell'origine della filosofia nell'area culturale della Grecia. La distinzione tra filosofia e scienza, però, è il frutto della moderna epistemologia che ha separato nettamente le cosiddette "scienze esatte" dalle discipline morali e filosofiche, che al contrario, in origine, erano tutte "scienze" filosofiche nel senso di indagini sulle condizioni che rendono possibile un discorso corretto. Aristotele, spiega Adorno, si limita a distinguere tra prassi e teoria e, all'interno di quest'ultima, tra filosofia prima o metafisica e filosofia seconda (3). Adorno passa, poi, a spiegare il significato dei termini platonici "idea", "ragione", "verità" e accenna alla dottrina dell'anamnesi esposta da Platone nel Menone per dimostrare che è possibile fondare non una fisica, ma solo una scienza matematica, la quale, benchè esistesse prima di Platone,solo in lui ha trovato una rigorosa fondazione. Platone si ispira ad un modello aritmo-geometrico di tipo pitagorico, al quale Aristotele, rivolgendo il suo interesse verso la physis ed elaborando una spiegazione dell'esperienza fondata su quattro cause, sostituisce un modello medico con cui fonda la biologia ed Epicuro un modello atomistico con cui fonda la scienza fisica. La fisica epicurea, configurandosi in termini meccanicistici e non finalistici e fondando l'esperienza su due condizioni- l'atomo e il vuoto - concepisce il mondo come la combinazione casuale di elementi semplici, dentro la quale si realizza la libertà umana e la sua capacità di trasformare la realtà.


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Biografia di Francesco Adorno

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