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Interviste

Vittorio Hösle

Il pensiero socratico

9/2/1989
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1 - Professor Hösle, la grandezza e la saggezza di Socrate, nella storia della nostra civiltà è forse seconda solo alla figura di Cristo. Socrate viene infatti ricordato per la sua capacità di far ragionare gli altri, per la sua ironia e per la sua profonda moralità. Come si spiega allora la sproporzione tra questa bella immagine di Socrate e la dura condanna che egli dovette subire?

2 - Nella civiltà greca arcaica è riscontrabile tutta una serie di personaggi mitici o di scrittori che danno delle indicazioni morali, che danno delle indicazioni su come deve essere governata una città e su come gli uomini devono comportarsi, eppure è solo con Socrate che l'argomentazione sulla morale e sulla moralità diventa razionale e stringente. Qual è il rapporto che in Socrate si stabilisce tra sapere e moralità?

3 - Socrate si trovava in mezzo a due tendenze che in quel momento erano presenti in Atene: da una parte la vecchia mentalità arcaica legata alla moralità fondata sul timore e sul rispetto degli dèi e dall'altra una sorta di positivismo sofistico del diritto e della morale, che sosteneva la legge del più forte oppure la legge assoluta della maggioranza. Come si pose, dunque, Socrate rispetto a queste due tendenze?

4 - In Socrate è riscontrabile, perlomeno attraverso il racconto di Platone nel dialogo Menone, una teoria della conoscenza intesa come anamnesi, come ricordo, secondo la quale tutto quello che l'uomo crede di imparare a conoscere è in verità già dentro di lui. Cosa vuol dire ciò?

5 - Socrate è il protagonista principale dei dialoghi di Platone, eppure Platone non si identifica con Socrate, ma anzi pensa di dover superare il pensiero stesso di Socrate. Qual è la differenza sostanziale sul piano filosofico tra Socrate e Platone?

 

1 - Professor Hösle, la grandezza e la saggezza di Socrate, nella storia della nostra civiltà è forse seconda solo alla figura di Cristo. Socrate viene infatti ricordato per la sua capacità di far ragionare gli altri, per la sua ironia e per la sua profonda moralità. Come si spiega allora la sproporzione tra questa bella immagine di Socrate e la dura condanna che egli dovette subire?        

La vicenda di Socrate è molto simile a quella di Cristo, che viene ricordato come il fondatore di una delle religioni più morali che siano mai esistite e che, paradossalmente, è stato messo a morte proprio per aver fondato tale religione. Ritengo che l'aspetto più affascinante di Socrate, che coincide con la ragione per la quale egli irritava in maniera così profonda gli ateniesi, risieda nel suo non essere riconducibile alle categorie con le quali i cittadini di Atene di quel tempo ordinavano il mondo.
La situazione di Atene ai tempi di Socrate era abbastanza semplice: da una parte c'era la cultura tradizionale, conservatrice, che credeva agli dèi olimpici e che rispettava i vincoli della morale tradizionale, dall'altra parte c'erano i Sofisti, che mettevano in dubbio la cultura tradizionale, che si richiamavano alla ragione, che in nome della ragione rigettavano credenze popolari e religiose e che criticavano le assunzioni morali della tradizione in quanto non credevano che ci fossero obblighi morali al di là del proprio interesse razionale. La cosa tremenda e affascinante di Socrate consiste nel fatto che egli era il più grande dei Sofisti; infatti non c'era nessuno che sapeva argomentare bene come lui, non c'era nessuno il cui rigore logico e dimostrativo era superiore, nessuno come lui era in grado di dimostrare le inconsistenze sia della posizione della cultura tradizionale, sia della posizione Sofistica.
Forse se Socrate fosse stato immorale la cultura tradizionale non si sarebbe opposta così fermamente a lui, in quanto avrebbe avuto il piacere di sentirsi superiore moralmente. Invece Socrate appariva come il più grande di tutti i Sofisti e allo stesso tempo come un modello di moralità. Questo, da una parte faceva sì che soprattutto la gioventù di Atene, disorientata in un'epoca di crisi dei valori, fosse completamente affascinata da tale satiro, mentre dall'altra parte faceva sì che gli ateniesi si vergognassero di loro stessi. Ciò è bene espresso nel discorso di Alcibiade nel Simposio platonico, dove questi afferma di augurarsi spesso la morte di Socrate, perché col suo modo di vita lo faceva vergognare.
Infatti, che esista una persona superiore moralmente a noi, è una delle cose che più ci umilia, e, davanti a Socrate tutti si sentivano in torto, umiliati, e, in un certo senso, questo fu acuito dalla sua condanna ingiusta. Socrate, dunque, fece bene a non fuggire dalla prigione, perché rimanendo e accettando la condanna a morte, umiliò ulteriormente i concittadini ateniesi nella maniera più profonda e più estrema che poteva esserci, dimostrando che egli, pur potendo fuggire dal carcere, rispettava comunque l'obbligo della legge.

2 - Nella civiltà greca arcaica è riscontrabile tutta una serie di personaggi mitici o di scrittori che danno delle indicazioni morali, che danno delle indicazioni su come deve essere governata una città e su come gli uomini devono comportarsi, eppure è solo con Socrate che l'argomentazione sulla morale e sulla moralità diventa razionale e stringente. Qual è il rapporto che in Socrate si stabilisce tra sapere e moralità?    

Socrate scoprì un nuovo campo della filosofia. Infatti è stato spesso detto che mentre la filosofia naturale venne scoperta dai presocratici e la dialettica da Platone, Socrate scoprì la filosofia morale. Naturalmente esistevano già dei precetti morali, anteriori a Socrate, grazie ai quali le persone vivevano in maniera onesta, ma Socrate tentò di fondare la morale, tentò cioè di arrivare ad argomenti cogenti, razionali per la necessità di agire in maniera morale. Ora, secondo Socrate questa comprensione logica delle strutture della morale era quello che dava alla morale una vera dignità.
Hegel distingue tra eticità e moralità. Da tale distinzione risulta che le persone etiche sono quelle che fanno il loro dovere senza mai pensare quale questo sia, che non riflettono se sono buone o se agiscono in maniera istintiva. Ora, dopo la crisi della cultura tradizionale che ebbe luogo con i Sofisti, non fu più possibile essere buoni in maniera ingenua come il personaggio di Cefalo nella Repubblica di Platone. Tale personaggio infatti è descritto da Platone all'inizio della sua opera come un buon vecchio che, quando poi la discussione, che vede coinvolto anche Socrate, volge intorno a questioni morali, abbandona la compagnia e si ritira per sacrificare. Cefalo rappresenta il mondo arcaico dell'antica eticità, mentre Socrate rappresenta una persona che crede che dopo la crisi, solo attraverso la ragione si possa riconquistare una moralità.
In una delle poche frasi che è possibile attribuire certamente al Socrate storico si afferma che il sapere è la virtù, che la virtù è un sapere, cioè a dire che solo la persona che consciamente ha riflettuto sulle varie possibilità dell'azione e sulla possibilità del male è in un alto senso morale. La famosa favola di Prodico, che narra di Eracle al bivio che deve decidere tra virtù e male, illustra tale situazione, dove non è più possibile una azione istintiva per il bene ma è necessaria una decisione conscia, ed è proprio in nome di questa decisione conscia che Socrate parlava. Per esempio, è noto, grazie a vari dialoghi di Platone, che Socrate disse che le persone che istintivamente sono coraggiose senza avere riflettuto sui pericoli, non meritano un elogio morale, poiché solo la persona che conosce i pericoli e nonostante tutto è pronta a rischiare, a sacrificare se stessa, può essere detta morale.

3 - Socrate si trovava in mezzo a due tendenze che in quel momento erano presenti in Atene: da una parte la vecchia mentalità arcaica legata alla moralità fondata sul timore e sul rispetto degli dèi e dall'altra una sorta di positivismo sofistico del diritto e della morale, che sosteneva la legge del più forte oppure la legge assoluta della maggioranza. Come si pose, dunque, Socrate rispetto a queste due tendenze?    

Socrate stesso visse l'esperienza della dissoluzione della democrazia ateniese subendo la condanna a morte. Tuttavia ciò non vuol dire che egli si piegasse a ogni ingiustizia, infatti, sotto i Trenta Tiranni, rischiò la propria vita perchè si rifiutò di arrestare una persona che i tiranni volevano fare giustiziare. Egli non era disposto a ubbidire all'arbitrio dei tiranni come non era disposto ad accettare come razionale l'arbitrio della maggioranza. Socrate riteneva che anche la democrazia potesse sbagliare e che non c'era nessuna garanzia che ciò che decideva la maggioranza fosse necessariamente vero. Ciò non vuol dire che egli fosse contro la democrazia, ma che semplicemente cercava un criterio per individuare ciò che era valido moralmente al di là della decisione sia del tiranno, sia del Demos.
Il criterio che Platone fece sviluppare al personaggio di Socrate nel Critone in molti punti ricorda il criterio morale di Kant. In tale dialogo, infatti, Socrate afferma che non sarebbe lecito abbandonare la prigione ed evitare la condanna a morte, perché se così fosse, le leggi di Atene non avrebbero più stabilità, in quanto se un uomo, condannato con una sentenza formalmente corretta, si arrogasse il diritto di non accettare le leggi del proprio paese, allora il paese arriverebbe alla dissoluzione. In altre parole Socrate propone il criterio della universalizzazione, secondo il quale se tutti disubbidissero allora non sarebbe più possibile convivere insieme.
Per un altro verso, Socrate riteneva che l'etica fosse fondata sulla autonomia. Dal che ne consegue che fu Socrate stesso a capire di doversi sottomettersi alla sentenza di morte e che autonomamente decidette di ubbidire. Da questo punto di vista le leggi potevano essere considerate come una esteriorizzazione del suo io. Inoltre,. agendo in tal modo, Socrate sviluppò un'etica che allo stesso tempo era oggettiva, universalmente valida e fondata sulla autonomia del soggetto, piuttosto che su considerazioni eteronome. Ed è per questo che ritengo che la grande scoperta di Socrate nel campo dell'etica sia l'unità di oggettività e autonomia.

4 - In Socrate è riscontrabile, perlomeno attraverso il racconto di Platone nel dialogo Menone, una teoria della conoscenza intesa come anamnesi, come ricordo, secondo la quale tutto quello che l'uomo crede di imparare a conoscere è in verità già dentro di lui. Cosa vuol dire ciò?

Non è un caso che Platone e Socrate abbiano proposto l'idea della conoscenza apriorica, infatti ritengo che le persone che si occupano dell'etica debbano necessariamente arrivare a questa idea, in quanto le proposizioni etiche non sono proposizioni empiriche. Ciò viene fatto vedere molto bene nel Menone di Platone, dove il personaggio di Menone, nel tentativo di definire la virtù, nomina singole virtù, singoli atti buoni che evidentemente non riescono a esaurire il concetto della virtù. Se, infatti, si analizzano singoli atti empirici, è sempre possibile giudicarne alcuni più buoni di altri, ma per fare ciò c'è bisogno di un metro, di un criterio che non sia empirico. Dal che si deduce come la scoperta della moralità, della filosofia morale come una nuova disciplina della filosofia portò alla conclusione che l'uomo aveva bisogno di conoscenze che non scaturissero dall'esperienza.
Nel Menone è descritta la famosa scena in cui Socrate, attraverso opportune domande, fa risolvere a uno schiavo, totalmente a digiuno di matematica, un complesso problema geometrico. In tale dialogo, dunque, Socrate non insegna qualcosa di nuovo allo schiavo, ma attiva la sua capacità di sviluppare a priori conoscenze matematiche attraverso domande mirate. Platone spiegò il fatto che sia in campo matematico che in campo etico l'uomo avesse conoscenze non scaturite dall'esperienza, proponendo il mito della anamnesi, secondo il quale l'anima umana preesisteva al corpo e proprio in tale esistenza pre-corporea acquisiva determinate conoscenze.
E' molto difficile giudicare quanto Platone credesse effettivamente ai suoi miti. Personalmente ritengo che, nel caso dell'anamnesi, egli ci credesse solo in minima parte, ma poiché non era ancora in grado di dare una spiegazione esauriente al come mai l'anima umana avesse conoscenze aprioriche che non scaturivano dall'esperienza, dovette ricorrere a un tale mito, che costituiva comunque una spiegazione plausibile che poteva indicare una direzione corretta.

5 - Socrate è il protagonista principale dei dialoghi di Platone, eppure Platone non si identifica con Socrate, ma anzi pensa di dover superare il pensiero stesso di Socrate. Qual è la differenza sostanziale sul piano filosofico tra Socrate e Platone?      

Dal punto di vista filologico Socrate rappresenta un problema enorme, infatti, come ha affermato lo stesso Olof Gigon, su Socrate non è possibile sapere niente di certo; dunque, paradossalmente, l'agnosticismo che falsamente è stato attribuito a Socrate deve essere utilizzato da noi quando ci confrontiamo con questa figura misteriosa. Il problema è che le testimonianze che possediamo su Socrate sono in gran parte contraddittorie: abbiamo infatti Le Nuvole di Aristofane, dove Socrate ci viene presentato come il più grande dei Sofisti, abbiamo poi i Dialoghi di Platone, dove Socrate appare come un forte critico della Sofistica, abbiamo quattro opere di Senofonte che trattano della figura socratica in una maniera piuttosto banale e gretta, e infine abbiamo testimonianze di autori che non hanno mai conosciuto Socrate, quali, per esempio, Aristotele.
Ora, ritengo che le contraddizioni fra le diverse testimonianze potrebbero essere risolte se si comprendesse che Socrate era il più grande dei Sofisti e allo stesso tempo, proprio in quanto tale, l'autocancellazione della negatività. Infatti Socrate sembra sia stato il primo nella storia della filosofia ad aver scoperto l'argomento secondo il quale una posizione negativa distrugge sè stessa. Nell'Eutidemo di Platone viene esposto l'argomento secondo il quale, se una persona assume che non esiste verità, allora ella stessa non può pretendere che la sua posizione possa essere vera, in altre parole chi nega che esiste una verità oggettiva distrugge la propria pretesa di validità e dunque la sua posizione è sbagliata. Questo argomento è assolutamente cogente, contro ogni forma di relativismo e di soggettivismo, e su questo argomento Socrate basò la sua certezza assoluta che esistesse una verità e che esistessero dei valori.
Socrate, tuttavia, non sembra abbia elaborato questa convinzione, che rimase ancora formale, in un sistema concreto. Egli, per esempio, era convinto che esistesse la verità, ma non intendeva elaborare un sistema delle categorie aprioriche, non intendeva determinare quali fossero le idee fondamentali che determinano la realtà. Platone, invece, fece ciò nel Sofista, e non è un caso che in tale opera, Socrate non sia la persona che guida il dialogo.
Lo stesso vale per la filosofia della natura, Socrate era così coinvolto con il problema umano che si disinteressò completamente alla natura, come attestano quasi tutte le testimonianze. Invece Platone tentò nel Timeo, un altro testo dove Socrate non è quello che guida il dialogo, di sviluppare una filosofia della natura che integrasse le grandi scoperte della filosofia presocratica con la sua teoria delle idee.
Un discorso simile può essere fatto anche per la filosofia politica. Socrate era soprattutto occupato con il problema di che cosa è il bene nella vita individuale, di cosa occorre fare per agire in maniera morale. Inoltre in Socrate c'era anche l'idea di missione politica, infatti egli credeva, come si afferma nell'Apologia, che grazie al suo metodo di indagine egli potesse contribuire a far migliorare i cittadini di Atene, il che avrebbe dovuto dimostrare che la sua attività era politica nel senso migliore della parola. Tuttavia Socrate non era interessato a una teoria delle istituzioni, non era interessato a risolvere la questione di quali istituzioni dovessero essere in uno Stato ideale e giusto, problema che invece Platone affrontò nella Repubblica.
Il primo libro della Repubblica, che forse venne pubblicato come dialogo a sè stante con il titolo Trasimaco, tratta della confutazione del positivismo del potere. In esso Trasimaco, come Callicle nel Gorgia, sviluppa una teoria secondo la quale non esiste nessun bene al di là dei rapporti di potere. Subito dopo il personaggio di Socrate confuta questa teoria facendo notare che una tale posizione non può essere comunicata, poiché se si è convinti che tutto è basato sul proprio interesse, non c'è nessuna ragione di comunicare ciò agli altri, in quanto, se gli altri rappresentano quelle persone ingenue che agiscono secondo gli interessi altrui, è fondamentale che continuino a fare così. In altre parole non ha senso comunicare la teoria della ingiustizia universale, in quanto la persona che crede che esiste solo una ingiustizia deve essere contentissima che ci siano persone che credono nella giustizia. Pertanto l'ingiustizia è una posizione della quale non si può parlare, e dunque, secondo Socrate, non è una posizione vera, perchè la verità è ciò che, per principio, può essere comunicato e riconosciuto da tutti.
Ora, questo argomento che personalmente ritengo molto forte, e che ricorda anche argomentazioni che si ritrovano nella pragmatica trascendentale di Apel e nella filosofia attuale di Habermas, non dimostra cosa è la giustizia, ma dimostra solo che la provocazione più tremenda alle idee tradizionali della giustizia, ovvero il positivismo del potere, è sbagliata.
Nel libro II della Repubblica compare invece una teoria molto complessa sulla natura dell'anima, sulla natura dello Stato e sul rapporto fra i due, sulla funzione della politica e dei poeti nello Stato e sul problema della conoscenza. In altre parole in tale libro compaiono le teorie più propriamente platoniche. Ciò vuol dire che, la parte costruttiva della Repubblica, è un risultato platonico, mentre la confutazione della posizione che nega che esista qualcosa come una giustizia, è un risultato di Socrate. Platone, dunque, indubbiamente superò Socrate, ma fino alla fine della sua vita riconobbe con enorme gratitudine che senza questa sconfitta logica della immoralità e del relativismo epistemico dei Sofisti, non avrebbe potuto sviluppare il suo sistema positivo.

 

Abstract:
Evidenziando le ragioni della grandezza di Socrate, Vittorio Hösle esamina il rapporto del filosofo con i sofisti e con la cultura tradizionale del tempo, riferendosi anche alla figura di Alcibiade del Simposio . Successivamente parla della fondazione della morale come razionalità nel pensiero socratico («sapere è virtù»), confrontandolo con quello di Hegel e con quello «arcaico dell'antica eticità». In seguito Hösle, anche tramite il riferimento al Critone, spiega l'importanza dell'etica socratica in quanto implicante in sè, come quella kantiana, sia il valore dell'autonomia del soggetto, sia l'imprescindibilità di un criterio oggettivo. Successivamente prendendo in esame il tema della conoscenza apriorica in Socrate e Platone, sottolinea nel Menone l'importanza della filosofia morale e dell'anamnesi. Infine Hösle considera le difficoltà che si hanno nel comprendere l'autonomia del pensiero socratico rispetto a Platone e per chiarire ciò si sofferma sui dialoghi platonici dove questo problema emerge con più evidenza: l'Eutidemo, il Sofista, il Timeo, l'Apologia e in modo particolare la Repubblica.


Biografia di Vittorio Hösle

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