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Guy Planty-Bonjour

Hegel e il principio di non contraddizione

1/3/1988
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  • Si assiste oggi ad un ampio dibattito sul concetto di contraddizione, dibattito che ha implicazioni non soltanto filosofiche, ma anche politiche. Qual è l'importanza della categoria di contraddizione nella storia della filosofia? ( 1 )
  • Spesso i filosofi hanno cercato di evitare la contraddizione insistendo sul momento dell'unità e dell'identità; Hegel, al contrario, si appella ad Eraclito, filosofo greco che insiste piuttosto sul movimento incessante di ogni cosa. In questa ripresa di spunti eraclitei è forse da individuare una continuità con la tradizione filosofica classica, o si tratta piuttosto di una rottura? ( 2 )
  • Il rimando ad Eraclito ci fa pensare alla celebre polemica sviluppata da Aristotele contro di lui. Dobbiamo pensare con Aristotele che occorre eliminare la contraddizione dal pensiero se si vuole che questo abbia un senso, oppure dobbiamo accettare la sfida eraclitea? ( 3 )
  • Il principio di non-contraddizione ha assunto un significato non solo logico, ma anche ontologico. Quali sono le differenze di prospettiva aperte dall'uno e dall'altro tipo di considerazione? Vi è forse implicito anche un determinato tipo di visione del mondo? ( 4 )
  • Se la filosofia non può mettere in questione il principio di non-contraddizione in quanto esso si trova alla base di ogni tipo di comunicazione, non solo filosofica, Hegel sembra tuttavia mettere totalmente in questione tale principio anche da un punto di vista strettamente logico. Si tratta forse di una rinuncia alla comunicabilità? ( 5 )
  • Hegel non solo parla ripetutamente dell'onnipresenza della contraddizione, ma critica aspramente il principio logico di non-contraddizione. Se lo si segue in questa sua confutazione, non si rischia di non avere più alcun criterio per discutere su solide fondamenta? ( 6 )
  • Ma allora, se Hegel non intende affatto negarne la validità, se egli è cosciente che altrimenti sarebbe intaccata la possibilità stessa di comunicazione tra gli uomini, qual è l'origine di quella celebre tesi hegeliana secondo cui nella realtà ci sarebbero contraddizioni obiettive? ( 7 )

1 - Si assiste oggi ad un ampio dibattito sul concetto di contraddizione, dibattito che ha implicazioni non soltanto filosofiche, ma anche politiche. Qual è l'importanza della categoria di contraddizione nella storia della filosofia? 

Ci troviamo di fronte, in effetti, ad una categoria filosofica di primaria importanza. Fin dagli inizi del pensiero filosofico, la riflessione cercò al tempo stesso l'unità, la coerenza e la saggezza, riconoscendo alla filosofia il compito di conferire un ordine alle cose, come è espresso anche nel detto classico: “sapientis est ordinare”, il saggio è arbitro dell'ordine. Di conseguenza, fin dalla sua origine la filosofia ha tentato di evitare la contraddizione, anche se il fatto di fuggirla non ha certo impedito che questa continuasse a sussistere nella realtà. È inoltre un tema che ci tocca da vicino, perché riguarda la nostra vita quotidiana e non solo quella politica e spirituale: possiamo per esempio riconoscere che l'arte è una presa di coscienza di contraddizioni reali ed una maniera di superarle e di eliminarle attraverso un processo di idealizzazione. Ecco perché non basta presentare la filosofia come quell'atteggiamento che ricerca l'unità e la saggezza; infatti, essa deve confrontarsi anche con il problema della contraddizione, se vuole davvero giungere alla verità.

2 - Spesso i filosofi hanno cercato di evitare la contraddizione insistendo sul momento dell'unità e dell'identità; Hegel, al contrario, si appella ad Eraclito, filosofo greco che insiste piuttosto sul movimento incessante di ogni cosa. In questa ripresa di spunti eraclitei è forse da individuare una continuità con la tradizione filosofica classica, o si tratta piuttosto di una rottura? 

Fin dall'origine del pensiero, il tema dell'unità e il problema della diversità o della contraddizione sono risultati intimamente connessi. La questione dell'unità è stata magnificamente illustrata da Parmenide, la cui eco è ancora chiaramente percepibile in Platone e addirittura nel platonismo rinascimentale. Spesso si è opposto a Parmenide il pensiero di Eraclito, a cui Hegel tenterà di ridar vita restituendogli, all'inizio del XIX secolo, una posizione e un'importanza che in fondo non erano mai state messe in discussione. Ma la grande tradizione razionalista del pensiero e della filosofia classica è stata caratterizzata piuttosto dallo sforzo, se non proprio di sfuggire alla contraddizione, perlomeno di ridurla, dando più valore e più importanza all'unità. Lo stesso Eraclito, che aveva perfettamente compreso il problema della contraddizione, è stato in genere recepito in modo alquanto marginale dalla riflessione filosofica successiva, che si è rapportata invece assai più a Parmenide. Come è noto, è stato proprio Parmenide il punto di riferimento di Platone in occasione del celebre “parricidio”, grazie al quale la diversità poteva finalmente essere collocata all'interno dell'essere parmenideo, altrimenti monolitico.

3 - Il rimando ad Eraclito ci fa pensare alla celebre polemica sviluppata da Aristotele contro di lui. Dobbiamo pensare con Aristotele che occorre eliminare la contraddizione dal pensiero se si vuole che questo abbia un senso, oppure dobbiamo accettare la sfida eraclitea? 

Evidentemente Aristotele ha permesso un notevole affinamento della riflessione sulla categoria di contraddizione dialettica. Si tratta di una presa di coscienza straordinaria, che trova posto soprattutto nel terzo libro della Metafisica, allorché si affronta il principio di non-contraddizione. Come è noto, Aristotele respinge ogni eventualità che il pensiero possa contraddirsi; a questo riguardo perviene a una formulazione in termini estremamente precisi, semplici e al tempo stesso filosoficamente pregnanti del famoso principio secondo cui una cosa non può essere e non essere nello stesso tempo e sotto lo stesso rispetto. Ma in questa breve formula sono già presenti le categorie più decisive del pensiero occidentale: se si dice “una cosa”, già si fa uso della categoria di identità; se poi tale cosa deve essere considerata “in uno stesso tempo”, ciò implica la categoria della temporalità; che possa “essere o non essere”, coinvolge le nozioni di affermazione e di negazione; il fatto poi che la considerazione debba avvenire “sotto lo stesso rispetto” rimanda alla categoria di relazione; il “poter” essere o non essere mette in gioco infine le categorie di modalità , in quanto si pone il problema della possibilità . In poche battute si trova insomma raccolto quanto diventerà oggetto di uno dei più grandi dibattiti della riflessione filosofica: siamo di fronte a qualcosa che apparirà come insuperabile per più di duemila anni. In fondo, anche il pensiero moderno, quale si è espresso in filosofi della statura di un Descartes o di un Kant, malgrado tutta la loro forza di rottura rispetto alla tradizione classica, rimane nel solco della prospettiva disegnata dal principio aristotelico di non-contraddizione, che continua tuttora ad essere un punto di riferimento fondamentale.

4 - Il principio di non-contraddizione ha assunto un significato non solo logico, ma anche ontologico. Quali sono le differenze di prospettiva aperte dall'uno e dall'altro tipo di considerazione? Vi è forse implicito anche un determinato tipo di visione del mondo? 

Nell'indagare che cosa sia in gioco nel principio di non-contraddizione, quale esso risulta definito nella Metafisica di Aristotele, ci dobbiamo evidentemente confrontare con un problema di difficile soluzione. Si tratta in primo luogo di un principio d'ordine logico, che rappresenta la regola fondamentale del nostro pensiero: se dico una cosa e nello stesso istante mi contraddico, in conclusione non avrò detto nulla; perciò il principio di non-contraddizione è non solo la regola ultima del pensiero, ma anche la regola fondamentale del linguaggio, quella che permette la comunicazione. Anche per questo motivo il principio di non-contraddizione continuerà ad essere quella regola intangibile che nessun filosofo vorrà mettere in questione.
Ma dobbiamo anche riconoscere che se non mi contraddico è semplicemente perché pretendo di dire che una cosa è effettivamente così com'è: ecco perché, nel momento stesso in cui la affermo come esistente, non posso pensare che non lo sia. In altri termini, la suprema regola logica del linguaggio è data in effetti dalla realtà stessa e di conseguenza questo principio logico fondamentale appare innanzitutto fondato sulla realtà; esso risulta essere pertanto un principio di ordine ontologico: poiché il reale è ciò che è, io non posso dire che sia diverso da com'è effettivamente.

5 - Se la filosofia non può mettere in questione il principio di non-contraddizione in quanto esso si trova alla base di ogni tipo di comunicazione, non solo filosofica, Hegel sembra tuttavia mettere totalmente in questione tale principio anche da un punto di vista strettamente logico. Si tratta forse di una rinuncia alla comunicabilità? 

Certamente la comprensione dello hegelismo passa innanzitutto attraverso un'adeguata interpretazione di quanto Hegel sostiene a proposito del principio di non-contraddizione. Nella Scienza della logica si trovano effettivamente dei passaggi che autorizzano a credere che Hegel rinunci alla validità di tale principio. Tra l'altro, fin dal 1840, e cioè pochi anni dopo la morte di Hegel, avvenuta notoriamente nel 1831, l'aristotelico Trendelenburg aveva presentato la filosofia hegeliana come radicale contestazione della logica aristotelica e in particolare proprio del principio di non-contraddizione. Negli stessi anni Charles Sanders Peirce si trovava anch'egli su posizioni simili. In seguito Eduard von Hartmann dichiarerà che i logici non possono discutere con degli hegeliani, precisamente per il fatto che gli hegeliani non rispettano tale legge fondamentale del pensiero. Anche ai giorni nostri i filosofi analitici si muovono su posizioni analoghe; ecco perché non ci si deve meravigliare se Karl Popper, in modo un po' focoso, considera come una perdita di tempo discutere con gli hegeliani, giacché questi, a suo parere, non accetterebbero il principio di non-contraddizione. È un tipo di lettura del pensiero filosofico hegeliano che ha una solida tradizione e che probabilmente è destinato a perpetuarsi.

6 - Hegel non solo parla ripetutamente dell'onnipresenza della contraddizione, ma critica aspramente il principio logico di non-contraddizione. Se lo si segue in questa sua confutazione, non si rischia di non avere più alcun criterio per discutere su solide fondamenta? 

A mio parere, questa interpretazione di Hegel come di un filosofo che metterebbe in questione la validità del principio di non-contraddizione aristotelico non è solidamente fondata. Ci sono certo dei testi nei quali Hegel sembra opporsi a tale principio, ma non credo che debbano essere interpretati in un senso puramente negativo. Come sostengono anche molti altri studiosi ed interpreti hegeliani, Hegel non ha mai ritenuto di dover rinunciare alla validità del principio aristotelico di non-contraddizione: non è certo contraddicendosi che si accede a quella verità superiore a cui si aspira.
Occorre a questo proposito distinguere accuratamente tra ciò che possiamo chiamare il principio logico di non-contraddizione, di provenienza aristotelica, e la contraddizione dialettica di cui tratta Hegel. Anche se le due nozioni devono essere ben distinte tra di loro - ed anzi occorre mantenere una qualche forma di opposizione tra la contraddizione logica e quella dialettica - tuttavia ciò non deve indurre a concludere che la contraddizione dialettica, come Hegel la intende, faccia a meno delle leggi logiche del pensiero. D'altronde quando Hegel critica i filosofi che lo hanno preceduto, come Leibniz, spesso rimprovera loro per l'appunto di essersi contraddetti. Leibniz, per esempio, non avrebbe compreso che le monadi singolari sono distinte dalla monade universale; Kant, da parte sua, avrebbe proposto princìpi morali che renderebbero contraddittorio il contenuto della Critica della ragion pratica. Quindi Hegel stesso utilizza il principio logico di non-contraddizione per confutare i suoi avversari, visto che non è possibile alcuna confutazione senza far leva precisamente su tale principio. In un celebre paragrafo dell'Enciclopedia delle scienze filosofiche possiamo addirittura leggere il rimprovero che Hegel muove agli aristotelici per aver opposto il principio di identità e il principio del terzo escluso, senza capire di avvolgersi così loro stessi in una contraddizione logica. Anche sulla base di questi riferimenti testuali, mi pare dunque davvero eccessivo sostenere che Hegel avrebbe rinunciato alla validità del principio logico di non-contraddizione.

7 Ma allora, se Hegel non intende affatto negarne la validità, se egli è cosciente che altrimenti sarebbe intaccata la possibilità stessa di comunicazione tra gli uomini, qual è l'origine di quella celebre tesi hegeliana secondo cui nella realtà ci sarebbero contraddizioni obiettive? 

Il principio aristotelico di non-contraddizione è essenzialmente formale, tende cioè a mettere a punto una legge del pensiero indipendentemente da ogni contenuto. Hegel invece è assai attento a non separare il carattere formale da quello oggettivo e reale, ossia il pensiero dal suo contenuto. All'origine della riflessione hegeliana sul principio di non-contraddizione si trova in realtà un confronto con delle esperienze umane ben precise, che si configurano allora come dei contenuti.
Nel periodo di Francoforte, e cioè prima dell'esperienza di insegnamento all'Università di Jena, Hegel affrontò filosoficamente il problema dell'amore umano e di quello divino: l'amore è precisamente ciò che rende possibile l'unione di due esseri che precedentemente erano in una condizione di scissione e di separazione. Ma la sua riflessione sull'amore divino va ancora più lontano, giacché affronta il tema della morte di un Dio incarnato che si dona, pervenendo così a porre la suprema scissione, o la suprema contraddizione, per cui il finito e l'infinito si incontrano e si separano.
Hegel stesso è vissuto in un periodo assai travagliato, ancora prepotentemente segnato dalla Rivoluzione francese e dalle sue conseguenze; visse in prima persona le guerre napoleoniche e, come è noto, dovette nascondere in una tasca del mantello la Fenomenologia dello spirito mentre Jena era già occupata dall'esercito francese. Proprio mentre tuonava il cannone della conquista napoleonica fu conclusa la sua magistrale opera prima; anche per questo la sua riflessione risulta circostanziata e guidata da una precisa idea politica. Dietro alle contraddizioni della vita sociale, egli individuava infatti il crollo del vecchio mondo: nel 1806 spariva il Sacro Romano Impero, per fare posto ad una nuova organizzazione politica dell'Europa, che si annunciava in eventi carichi di violenza e furore. Su questa nuova esperienza concreta si inserisce poi la ripresa della grande tradizione filosofica che proviene da Eraclito, tradizione all'interno della quale le nozioni di polemica e di contraddizione godono di una centralità che caratterizza per esempio anche il pensiero di un mistico medievale come Meister Eckhart o di un autore rinascimentale come Nicola Cusano. Sono in fondo le realtà concrete della vita familiare, religiosa e politica, oltre che i risultati dell'attività filosofica, ad imporre a Hegel una più stringente riflessione sulla logica dialettica e sulle sue concrete applicazioni.

01/03/1988

abstract:
Quella di contraddizione è per Planty-Bonjour una categoria filosofica di fondamentale importanza. Hegel si rifece per essa a Eraclìto e, nel sostenere la centralità della contraddizione, prese le distanze da quella tradizione filosofica che, fin da Parmenide, poi da Aristotele, aveva sostenuto l’unità dell’essere. Gli antecedenti del problema sono da individuare nella Metafisica di Aristotele, in cui è formulato il principio di non-contraddizione: esso è logico, cioè regola del linguaggio e del pensiero, ma anche ontologico. Il principio hegeliano di contraddizione non va inteso come una contestazione radicale della logica aristotelica, perché la contraddizione di cui parla Hegel è dialettica, non logica. Hegel comunque non separa l’aspetto logico-formale da quello oggettivo-reale del pensiero, tant’è vero che le sue considerazioni sul principio di contraddizione derivano anche dalla riflessione su esperienze umane come l’amore o le contraddizioni sociali e politiche.

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Biografia di Guy Planty-Bonjour

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