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Interviste

Jan Sperna Weiland

Albert Camus tra filosofia e letteratura

7/5/1992
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  • - Professor Sperna Weiland, Camus è noto soprattutto come scrittore, e la sua opera non appartiene, in senso stretto, al dominio della filosofia. Eppure Camus è considerato anche uno dei maggiori esponenti dell'esistenzialismo francese? Attraverso quali opere si mostra la sua rilevanza filosofica? (1)
  • - Camus è stato influenzato, tra gli altri, da Nietzsche. In che senso? (2)
  • - Torniamo al testo in questione. Come svolge Camus il motivo della contrapposizione tra grecità e modernità, tra la misura e la compostezza della natura e lo smisurato e tragico divenire della storia? (3)
  • - Il rapporto con Sartre, in tutta la sua contraddittorietà, è decisivo per Camus. Può parlarcene? (4)
  • - Il mito di Sisifo è una delle opere più note di Camus. Può riassumercene il senso ? (5)
  • - L'obiettivo polemico di Camus è l'esistenzialismo. Quali sono i suoi interlocutori effettivi o ideali? E inoltre di fronte all'assurdità dell'esistenza, per Camus, quale soluzione appare la migliore ? (6)
  • - L'altra grande opera di Camus è L'uomo in rivolta. Quali novità introduce? (7)
  •  - Rivolta e rivoluzione sono le parole d'ordine di Camus e Sartre di fronte alla crudeltà del potere. Qual è la differenza tra questi due atteggiamenti? (8)

1. Professor Sperna Weiland, Camus è noto soprattutto come scrittore, e la sua opera non appartiene, in senso stretto, al dominio della filosofia. Eppure Camus è considerato anche uno dei maggiori esponenti dell'esistenzialismo francese? Attraverso quali opere si mostra la sua rilevanza filosofica?

A prima vista può sembrare forse strano che venga riservato ad Albert Camus un posto nell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, perchè egli è stato sì un grande scrittore, ma, in fondo, non si può dire che la sua opera appartenga alla filosofia nel senso tecnico della parola. E' stato lo stesso Camus a sostenere con grande enfasi: «La mia opera non è filosofia». Camus ha scritto una serie di romanzi: L'ètranger (Lo straniero), pubblicato nel 1942; La peste, pubblicato nel 1947 - il famoso libro che gli ha reso, infine, il premio Nobel per la letteratura - e poi, negli anni Cinquanta, ha scritto un libro enigmatico, molto difficile da interpretare, La chute (La caduta). Inoltre ha scritto una serie di opere teatrali. La più conosciuta è Les justes (I giusti), nella quale si tratta della violenza nella politica. Camus ha elaborato per il teatro grandi libri del passato, per esempio I demoni di Dostoevskij. E infine ha scritto un gran numero di articoli come giornalista, prima a L'Algeir rèpublicain, e più tardi a France Soir.

Tutti questi libri non giustificano l'attribuzione a Camus di un posto in un'Enciclopedia, nella quale si tratta di filosofia. Ci sono invece due libri che la giustificano - due libri i quali, come sostiene anche lui, non sono filosofici, ma sono livres d'idèes, libri nei quali vengono sviluppate determinate idee. In primo luogo si tratta del libro Le mythe de Sisyphe (Il mito di Sisifo), pubblicato nell'anno 1943, lo stesso in cui Sartre pubblicò il suo grande libro L'étre et le nèant (L'essere e il nulla). Il secondo libro è L'homme rèvoltè (L'uomo in rivolta), dell'anno 1951.

In un appunto del suo diario, nell'anno 1950, Camus dice di aver costruito la sua opera intorno a tre figure della mitologia greca: prima di tutte la figura di Sisifo, in secondo luogo quella di Prometeo, e come terza la Dea Nemesi, che figura in questo caso non come la dea della vendetta ma come la dea della misura. Questo vale - sostiene Camus- per l'opera che ho scritto finora, per i libri su cui mi impegno adesso, e vale per i libri che intendo ancora scrivere nel futuro. Non è tanto difficile classificare i Livres d'idèes, Le mythe de Sisyphe e L'homme rèvoltè: in questo schema. Le mythe de Sisyphe appartiene evidentemente alla figura di Sisifo, L'homme rèvoltè si confà, e ciò sarà più chiaro in seguito, alla figura di Prometeo. Ma nello stesso momento devo aggiungere che non è possibile distinguere le tre figure chiaramente l'una dall'altra. Queste figure si intersecano, per così dire. L'uomo assurdo di Le mythe de Sisyphe è già l'uomo della rivolta di L'homme rèvoltè, come viceversa L'homme rèvoltè resta sempre l'uomo assurdo di Le mythe de Sisyphe.

 

2. Camus è stato influenzato, tra gli altri, da Nietzsche. In che senso?

Ci sono due motivi che Camus ha tratto da Nietzsche e che attraversano tutta la sua opera. Il primo motivo è la «morte di Dio», il secondo è quello della volontà di potenza. La «morte di Dio», come da Nietzsche di regola fra virgolette, significa che il Dio cristiano è diventato inattendibile. Che il racconto del Dio, che governa come l'onnipotente con i suoi eterni decreti il mondo, che delibera sul destino degli uomini, sulla loro vita e la loro morte, perfino sulla morte eterna degli uomini, è diventato inattendibile. Il mondo di Albert Camus è un mondo che si potrebbe chiamare di un ateismo deciso. Perciò la «morte di Dio». Il secondo motivo è quello della volontà di potenza. La volontà di potenza sta, secondo Nietzsche, alla base di tutto. «Vuoi sapere - dice in un brano famoso -vuoi sapere che cosa è il mondo? Allora, io ho la risposta, il mondo è la volontà di potenza e nient'altro. Vuoi sapere che cosa è l'uomo? Allora la risposta è la medesima: «l'uomo è volontà di potenza e nient'altro». E con ciò Nietzsche costruisce tutta una metafisica. Camus prende da Nietzsche il motivo della volontà di potenza, ma ci aggiunge espressamente: «Io non scrivo metafisica, provo solamente a capire che cosa sta accadendo nella storia, e ciò che allora vedo è la volontà di potenza, che supera tutte le misure, tutti i limiti, e che finisce, e deve finire, con la distruzione dell'umanità». Queste due motivi ricorrono attraverso tutto il testo L'ètè, nel quale Camus costruisce ciò che segue.

 

3. Torniamo al testo in questione. Come svolge Camus il motivo della contrapposizione tra grecità e modernità, tra la misura e la compostezza della natura e lo smisurato e tragico divenire della storia?

Camus comincia con una descrizione dell'armonia del cosmo greco. Poi afferma che il cristianesimo ha causato la fine del mondo antico e con ciò anche la fine dell'armonia antica. In seguito mette a confronto l'una con l'altra l'antichità greca e la filosofia moderna. L'antichità greca conosceva e riconosceva i valori dai quali l'agire umano viene guidato e per i quali viene tenuto entro i limiti propri di quei valori. La filosofia moderna, al contrario, ha spostato i valori alla fine dell'agire. La filosofia moderna ha accolto la volontà, la passione della volontà, nella ragione, nel cuore della ragione stessa, per cui la ragione ha assunto infine un carattere omicida. I Greci capivano che l'uomo deve rispettare la misura e che gli uomini che ne oltrepassano i limiti vengono per questo colpiti dalle Erinni. La filosofia moderna oltrepassa tutti i limiti senza badare alla misura che era insita nei valori stessi. I valori non sono più di per se stessi, essi diventano, essi nascono nella storia. E alla fine sfociamo in una situazione in cui le opinioni sui valori divergono, in cui la lotta può prolungarsi fino all'infinito, proprio per questa divergenza delle opinioni sui valori. Il luogo in cui sfociamo è un mondo nel quale i messianismi si urtano l'uno contro l'altro, e nel quale il tumulto si mescola con i conflitti fra gli imperi che noi abbiamo fondato nella storia.

Siamo in balia della smisuratezza, e adesso cito letteralmente, «La smisuratezza è un fuoco», dice Eraclito. Nietzsche è superato. L'Europa non filosofa più a colpi di clava ma a colpi di cannone. Ciononostante, e questo è molto caratteristico per il pensiero di Camus, ciononostante il cielo, la natura c'è sempre. La natura c'è sempre, e essa pone il cielo azzurro e la sua propria ragionevolezza di fronte alla follia degli uomini e della storia. Fino al momento, e così finisce il brano da L'ètè, fino al momento che l'atomo s'infiamma. Qui si pensa ovviamente alla catastrofe di Hiroshima. E la storia finisce con il trionfo della ragione e il tramonto dell'umanità. I Greci - ancora una volta Camus ritorna sui Greci - i Greci non hanno mai sostenuto che l'uomo non potrebbe superare la misura. Quel che hanno detto i Greci è una cosa del tutto diversa: quando gli uomini hanno l'audacia di superare la misura posta agli uomini stessi, allora vengono conseguentemente colpiti senza pietà. «E - così finisce - non c'è niente nella storia dei nostri tempi che ci dia motivo di contraddire i Greci».

4. Il rapporto con Sartre, in tutta la sua contraddittorietà, è decisivo per Camus. Può parlarcene?

Nel 1944 ha luogo il primo incontro con Sartre. Siamo dopo la Liberazione, e Camus si esprime su quell'incontro molto chiaramente: «La prima volta che Sartre e io ci siamo incontrati abbiamo concluso che esistono divergenze molto grandi fra le nostre idee. Ambedue abbiamo scritto i nostri libri prima di incontrarci, e l'unico livres d'idèes che ho scritto prima del 1944, Le mythe de Sisyphe, è un libro in cui mi oppongo all'esistenzialismo. «Fra noi due corre una grande diversità ed è molto ingiusto che veniamo citati sempre insieme». Quando, nel 1945, viene costituita da parte di Sartre la redazione della rivista Les temps modernes, Camus non viene invitato a farne parte. E, se Sartre lo avesse invitato, penso che Camus avrebbe rifiutato di prendere parte alle attività della redazione di Les temps modernes. Camus è nel frattempo redattore di Combat, che non è più il giornale della Resistenza ma è diventato, dopo la Liberazione, uno dei vari giornali parigini. Ed egli segue, accanto a Sartre, la sua propria strada. La rottura - perchè in fin dei conti hanno rotto i legami - la rottura fra Camus e Sartre è avvenuta immediatamente dopo la pubblicazione del libro L'homme rèvoltè nel 1951. Nella rivista Les temps modernes appare allora una critica su questo libro, non di Sartre ma di Francis Chanson, in cui si ritiene che la conclusione del libro L'homme rèvoltè sia in fondo una specie di quietismo che fa il gioco della borghesia violenta e che per questo motivo, visto obiettivamente e malgrado tutte le buone intenzioni che Camus possa aver avuto, il libro è reazionario. A ciò Camus, offeso, reagisce con una lettera aperta alla redazione di Les temps modernes, e cioè a Sartre. Sartre risponde con un articolo su Les temps modernes nel quale prende pienamente parte per Francis Chanson. Per Camus è questo il momento in cui non vuole più avere a che fare con Sartre. E dimostrerò più oltre ancora, a proposito di L'homme rèvoltè, che, quando si tratta della relazione fra Camus e Sartre, si ha in realtà a che fare con due mondi diversi.

5. Il mito di Sisifo è una delle opere più note di Camus. Può riassumercene il senso ?

Le mythe de Sisyphe è un libro con delle limitazioni molto chiare. «A proposito di queste limitazioni -scrive Camus stesso- non ho inventato io che è un libro limitato». E' Camus che lo dice: «Si tratta di un certo senso della vita, di una certa atmosfera che è ampiamente presente nell'aria: quello dell'assurdità dell'esistenza». Ma egli aggiunge espressamente: «Ciò che scrivo non è filosofia assurda, io non faccio altro che una descrizione di quel senso della vita di cui Sisifo è il grande simbolo. Sisifo che rotola il suo macigno verso l'alto sulla china della collina, per vederlo ricadere, appena ha raggiunto finalmente la cima, sul fondo; dopodichè riscende e ricomincia a spingere in alto quella massa rocciosa sempre lungo la stessa china». Inoltre, l'assurdo sta sia nel soggetto del libro che nel punto di partenza dal quale Camus vuole avanzare verso la domanda: «In che modo vivere, come vivere umanamente in un mondo assurdo?». Il libro comincia con la seguente frase - e la cito quasi letteralmente: «Esiste per la filosofia un solo vero problema, ed è il problema del suicidio. C'è per la filosofia una sola vera domanda alla quale la filosofia stessa deve cercare di dare una risposta. La domanda è: "La vita vale la pena di essere vissuta oppure è il caso di non viverla?"». Perchè viviamo? Perchè continuiamo a vivere? Perchè non decidiamo, vista l'assurdità dell'esistenza, di smettere di vivere? La conclusione logica dell'assurdità dell'esistenza è il suicidio. A ciò va aggiunto che l'assurdità non sta nel mondo in sè. L'assurdità non sta nell'uomo preso a sè. L'assurdità sta nell'incontro dell'uomo con la sua esigenza di riconoscere un'unità, un rapporto, un senso e uno scopo nella sua vita e un mondo che non dà risposte alle sue domande. Nel mondo non c'è da riconoscere un senso, non c'è da riconoscere uno scopo. La conclusione del confronto dell'uomo con un mondo silenzioso, non trasparente, è che dobbiamo rinunciare a tutte le illusioni che noi ci possiamo fare della vita. E' chiaro che si nasconde nell'uomo una certa nostalgia. C'è un desiderio di unità, c'è un desiderio di un nesso. C'è dentro un desiderio che la vita sia più di un susseguirsi inutilmente di avvenimenti inutili. C'è nell'uomo una speranza che la vita renderà di più. E Camus a un certo momento dice con una certa pietà: «Anche se ci sono nel cuore delle persone molte cose più perseveranti, però la speranza si deve abbandonare. Infatti, non si tratta altro che di una concatenazione inutile di eventi inutili».

 

6. L'obiettivo polemico di Camus è l'esistenzialismo. Quali sono i suoi interlocutori effettivi o ideali? E inoltre di fronte all'assurdità dell'esistenza, per Camus, quale soluzione appare la migliore ?

Su questo tema vorrei ricordare un testo splendido, L'esilio di Elena , dove Camus contrappone il mondo greco alla filosofia moderna, e intende con filosofia moderna soprattutto l'esistenzialismo, contro il quale s'indirizza la sua critica. Nell'anno 1943 la sua critica riguarda Kierkegaard, Chestov - un uomo di grande nome all'epoca sua, e oggi più o meno dimenticato -, Heidegger, e soprattutto Jaspers. A quell'epoca Sartre non ne fa parte, poichè nel 1943 il suo grande libro L'ètre et le nèant non è ancora stato pubblicato. L'unica cosa che Camus ha letto di Sartre fino a quel momento è il romanzo La nausèe e la raccolta di saggi Le mur. E Sartre viene semplicemente incluso nel gruppo di coloro che danno seguito a quel sentimento di assurdità che c'è nell'aria. La nausèe, dice Sartre a un certo punto, è l'assurdità che descrivo. Questo vuol dire quindi che Sartre appartiene ancora completamente al mondo di Camus. Ma gli altri, Kierkegaard, Shestles e Jaspers, hanno visto l'assurdità della vita e nello stesso tempo hanno trovato uno sbocco a quello che Jaspers definisce come la trascendenza verso il Dio della tradizione cristiana. Loro hanno trovato uno sbocco inesistente, per cui hanno conservato delle illusioni alle quali noi dobbiamo rinunciare.

A questo punto abbiamo, per così dire, un triangolo: a un lato l'impegno nell'assurdità dell'esistenza, a un secondo lato la conclusione logica dall'assurdità dell'esistenza, il suicidio, e al terzo lato la speranza. Dopo che Camus ha cancellato la speranza, per cui dobbiamo rinunciare a tutte le illusioni, ci restano ancora due possibilità: la prima è di resistere nell'assurdità dell'esistenza, la seconda è di trarne la logica consequenza: il suicidio. Il suicidio viene infine respinto da Camus tanto risolutamente così come respinge la speranza, e quel che resta è il persistere nell'assurdità dell'esistenza. Questa è la rivolta contro la conclusione logica che si dovrebbe trarre dall'intuizione dell'assurdità dell'esistenza; questo è la rivolta. E qui si spiega come le tre figure dalla mitologia greca, Sisifo, Prometeo e Nemesi, non si lasciano separare in modo netto. Qui Prometeo, l'uomo della rivolta, compare già nel mondo di Sisifo: persistere in una vita della quale il senso non può essere riconosciuto, della quale si deve stabilire la mancanza di uno scopo, e che deve essere vissuta senza illusioni. Si direbbe che questa debba essere un'esistenza molto triste, e che l'ambiente in cui la gente passa la sua vita sia abbastanza misero, e che si finisca alla fine nella disperazione. Camus nega questo. E di nuovo incontriamo sullo sfondo del suo pensiero Nietzsche. Nietzsche ha parlato dell'amor fati, ed è l'amor fati che in qualche modo ritorna nel pensiero di Camus. Ma c'è anche, dopo aver percepito l'inutilità dell'esistenza, la gioia elementare della vita con il sole e il mare e le stelle e le farfalle, e tutto. C'è ancora un'altra cosa, c'è la gioia del lavoro creativo, lo scrivere un libro come L'etranger, come anche la scrittura del libro nichilista Le mythe de Sisyphe, che è un'opera che l'uomo esegue con gioia. Ed è questa gioia che permette a Camus di continuare a vivere. Ed egli finisce a un certo punto dicendo - è l'ultima frase del suo libro ed è una bellissima frase -: «Dobbiamo immaginarci Sisifo felice». Tutta la storia di Sisifo finisce in una maniera che non ci si aspetterebbe dopo aver seguito nel pensiero lo svolgimento del racconto. Finisce con: «L'esistenza è buona, malgrado tutta la sua assurdità». Edipo, nella splendida tragedia di Eschilo, finisce col sapere che tutto è buono. Raskolnikov, dallo splendido libro di Dostoesvkij, arriva alla stessa conclusione e anche Sisifo sa che, malgrado l'assurdità dell'esistenza, tutto è buono.

 

7. L'altra grande opera di Camus è L'uomo in rivolta. Quali novità introduce?

Adesso, dopo Le mythe de Sisyphe, e siamo molto più avanti nel tempo, arriviamo a L'homme rèvoltè. L'homme rèvoltè, commenta Camus, è il proseguimento del libro sul Mito di Sisifo. Non sono due libri separati: l'uno è la conclusione logica dell'altro. In Le mythe de Sisyphe si trattava della domanda: per quale motivo, in fondo, viviamo? E perchè continuiamo a vivere? Perchè non traiamo dalla vita la logica conclusione di farla finita? In L'homme rèvoltè la domanda, alla quale ha dato adesso una risposta, si sposta all'altra domanda: quella dell'omicidio. E con ciò entrano gli altri nel campo visivo. Rivedendo Le Mythe de Sisyphe, si nota che Sisifo è solo, e forse si è sentito ogni tanto solo con le sue spalle contro quel masso di roccia verso l'alto sulla china della collina. Colui che decide di dare fine alla vita, o colui che termina la sua vita senza essersi deciso a ciò - perchè anche questo accade - è sicuramente solo. E per quel tanto che si pensa agli altri, si può dire solamente che la vita di quell'altro sia tanto assurda quanto la vita di Sisifo. Qui gli altri entrano in un modo nuovo dentro il campo visivo. «Ogni mattina - dice Camus in quel libro - entrano uomini in uniforme in una cella». Il problema è l'omicidio. E nel libro L'homme rèvoltè si sottolinea ancor più che nel libro Le mythe de Sisyphe il fatto che viviamo in un'era di nichilismo. E la caratteristica del nichilismo è l'indifferenza per la vita, l'indifferenza per la vita degli altri e in fin dei conti anche l'indifferenza per la propria vita. L'homme rèvoltè è un tentativo di vincere quell'indifferenza per la vita, di cui l'omicidio, che si compie dappertutto, ne è la conseguenza. Come nel mito di Sisifo, Camus si è posto come scopo di tralasciare la conclusione logica dell'assurdità della vita. Il ragionamento è in fondo molto semplice: quando ho deciso di vivere la vita, quantunque sia una vita assurda, non posso negare agli altri intorno a me, il diritto di vivere. Anche loro possono quindi vivere e devo abbandonare l'indifferenza per la vita degli altri. E così giunge - e questo è molto sorprendente per coloro che partono dell'idea che il mondo di Camus deve essere stato più o meno quello di Sartre e viceversa - al punto che era per Albert Schweitzer il punto di partenza per tutta la morale: giunge al rispetto per la vita. Ho accennato a Descartes, e voglio riprenderlo un attimo. Descartes comincia la sua filosofia con il dubbio. Dubbio metodico con lo scopo di trovare la sicurezza, nella quale non è più possibile dubitare. E giunge al Cogito ergo sum, Je pense donc je suis. oppure, in una forma più breve, perchè una consequenza logica non c'è, Cogito sum, je pense, je suis (penso, sono). Camus ha apportato a ciò un variante, che considero un variante indimenticabile, proprio perchè in essa viene trasgredita la solitudine, la solitudine finale del cogito di Descartes, del soggetto del mondo: «Je me rèvolte, donc nous sommes (Sono in rivolta, quindi siamo)»

Con quanto scrive ne L'homme rèvoltè, Camus esprime il concetto che l'uomo non è solo nel mondo e che il punto di partenza per ogni pensiero ulteriore deve essere la solidarietà incondizionata con gli altri, con tutte le persone. Questo è detto in modo molto bello. Ma viviamo nella storia, viviamo nell'anno 1951, viviamo nell'epoca dei sistemi totalitari, dello stalinismo e con le conseguenze del nazionalsocialismo. Viviamo nel periodo del nichilismo, di un mondo solo in apparenza cristiano. Viviamo nell'epoca in cui si lotta per l'indipendenza dell'Algeria e dove si parte da ambedue i lati dal concetto che il fine giustifica tutto. Colui che ha scelto per la solidarietà con tutti gli uomini non può restare da parte, deve invece opporsi a quel nichilsmo, a quella indifferenza, in favore del destino degli uomini.

 

8. Rivolta e rivoluzione sono le parole d'ordine di Camus e Sartre di fronte alla crudeltà del potere. Qual è la differenza tra questi due atteggiamenti?

Camus si è trovato così nella Resistenza francese nel 1942, ma non solo nella Francia occupata. Anche nella Francia del dopo 1944-45 Camus si trova nel mondo della resistenza contro l'indifferenza cinica con la quale il potere s'impone. E con ciò si crea una situazione insolita rispetto alla relazione fra Camus e Sartre, una situazione che si potrebbe forse riportare a due lemmi: da una parte la parola rivolta, dall'altra parte la parola rivoluzione. La rivolta non è una rivoluzione, ma è una rivolta contro la violenza rivoluzionaria. Rivolta contro l'assassinio, rivolta contro le grande rivoluzioni che vorrebbero creare un mondo nuovo, che vorrebbero stabilire il regno della libertà sulla terra con processi, con scomuniche, con tutte le forme di violenza che è possibile immaginare. E così Camus e Sartre si trovano infine, dopo il 1951 - quando Camus ha scritto L'homme rèvoltè e ha rotto definitivamente con Sartre -, l'uno di fronte all'altro: da una parte la rivolta, Camus; dall'altra parte la rivoluzione, Sartre, lo stalinismo, Castro e Mao, perchè in fin dei conti Sartre è arrivato fin lì, al Maoismo. E probabilmente non si è mai ucciso tanto nella storia dell'umanità quanto nel periodo della rivoluzione culturale. Sartre giustifica la violenza. Sartre parte dal concetto che il regno della libertà va pagato con la vita degli uomini che si oppongono al futuro e che vogliono conservare il mondo vecchio. Camus contrappone a ciò semplicemente il fatto che la rivolta contro la rivoluzione è una lotta per umanità, è la lotta per un mondo nel quale gli uomini non vengano più ammazzati. E per quel che concerne il contributo di Camus alla filosofia, possiamo affermare che tale contributo sta nel fatto che, nel periodo dei sistemi totalitari e della violenza totalitaria, Camus ha difeso l'umanità. L'ateo convinto, che Camus è stato, si è trovato d'accordo infine con convinzione con i Dieci comandamenti del Vecchio Testamento, e soprattutto con quel comandamento che in seguito è diventato il nucleo de L'homme rèvoltè: «Non ammazzare».


Abstract

Alcune opere di Camus, pur non essendo filosofiche in senso stretto, hanno sviluppato alcune idee e quindi possono vantare una certa rilevanza filosofica. Sperna Weiland ricorda gli influssi nietzschiani nell'opera di Camus, così come l'importanza del rapporto tra lo scrittore e Sartre. Entrando nel merito della letteratura camusiana viene affrontata affrontata la questione della contrapposizione tra grecità e modernità (3). Sperna Weiland riassume, quindi, il contenuto de Il mito di Sisifo. Come emerge alla fine del libro per lo scrittore francese l'esistenza è buona, malgrado tutta l'assurdità. In L'uomo in rivolta Camus scrive che viviamo in un'era di nichilismo, di indifferenza per la vita nostra e degli altri. Alla fine Jan Sperna Weiland mette a confronto Camus e Sartre.

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Biografia di Jan Sperna Weiland

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