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Interviste

Vittorio H÷sle

La rivoluzione copernicana di Kant

20/12/1990
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  • - PerchÚ Kant ha potuto chiamare la sua idea centrale della filosofia teoretica una svolta copernicana e perchÚ mai Heine l'ha paragonato a Robespierre? (1)
  • - Professor H÷sle, in che misura la rivoluzione copernicana attuata da Kant si riflette anche sulla sfera morale? (2)
  • - Il pensiero di Kant pu˛ essere caratterizzato come una forma di idealismo. In che cosa si distingue dalle altre proposte idealiste quello che Kant chiama "idealismo trascendentale"? (3)
  • - L'idealismo trascendentale permea tutta la filosofia di Kant, non solo quella teoretica. Pu˛ illustrarci gli effetti dell'impostazione idealista kantiana sulla sua filosofia pratica? (4)
  • - Si pu˛ dire che dopo Kant la filosofia pre-kantiana risulta privata di stringenza e pertanto desueta? (5)
  • - Qual Ŕ il significato della distinzione kantiana tra proposizioni logiche e proposizioni empiriche, tra giudizi sintetici, analitici e sintetici a priori? (6)
  • - In che relazione sta l'analisi delle proposizioni svolta da Kant con quello che possiamo definire il problema fondamantale della sua indagine filosofica, vale a dire il problema di una critica della ragione? (7)

1. Perché Kant ha potuto chiamare la sua idea centrale della filosofia teoretica una svolta copernicana e perché mai Heine l'ha paragonato a Robespierre?

Nell'ambito della filosofia moderna, il pensiero di Kant ha sicuramente un'originalità paragonabile a quella di Socrate nell'ambito della filosofia greca. Come Socrate ha rivoluzionato il pensiero del suo tempo costringendo la filosofia ad occuparsi, per esempio, dell'etica in una maniera precedentemente impensabile, così Kant ha impresso una svolta decisiva e tuttora determinante sia nell'ambito della riflessione teoretica che in quello della filosofia pratica. In generale si può dire che Kant ha trasformato in maniera radicale non semplicemente le risposte da dare ai grandi problemi filosofici, ma la maniera stessa di porre le questioni fondamentali.

Per quanto riguarda la famosa asserzione kantiana, secondo la quale il suo pensiero avrebbe introdotto nella filosofia teoretica una svolta paragonabile a quella che Copernico aveva impresso all'astronomia del suo tempo, l'argomento centrale è il seguente: se la filosofia tradizionale riteneva che le cose ci dettassero le leggi del loro apparirci, secondo Kant è al contrario il nostro intelletto a dettare alle cose le strutture all'interno delle quali esse possono fenomenizzarsi. Schematizzando si può dire che, come Copernico ruppe col geocentrismo del mondo antico e medievale introducendo l'ipotesi eliocentrica, così Kant non fa più ruotare la ragione intorno alle cose, ma viceversa le cose intorno alla ragione. Kant ritiene insomma che la sua interpretazione "soggettivista" del problema delle categorie - interpretazione secondo la quale esse non sono il risultato di un'astrazione dalle cose ma piuttosto il risultato dell'attività della nostra mente - abbia definitivamente ed irrevocabilmente trasformato la natura della filosofia.

Si può dire a ragione che con Kant incomincia un nuovo paradigma filosofico: mentre la filosofia classica dell'antichità e in parte anche la filosofia medievale e moderna sono caratterizzate da un primato dell'ontologia, in Kant la coscienza diventa la struttura fondante. Si è ritenuto in seguito che nel XX secolo il tema del linguaggio avrebbe superato il problema della coscienza, così come quest'ultimo aveva superato il paradigma ontologico e che pertanto il nuovo paradigma dell'intersoggettività, impensabile senza un'analisi del linguaggio come strumento comune a una pluralità di uomini, sarebbe da considerare come il terzo paradigma della filosofia: è la celebre tesi di Habermas ed Apel. Secondo una prospettiva del genere, Kant sarebbe l'iniziatore del secondo periodo della filosofia, caratterizzabile globalmente attraverso il paradigma della coscienza, che corregge in maniera radicale il tema del rapporto con il mondo esterno e con la natura, facendo raggiungere alla ragione un'autonomia rispetto alle cose precedentemente impensabile.

 

2. Professor Hösle, in che misura la rivoluzione copernicana attuata da Kant si riflette anche sulla sfera morale?

Possiamo dire che, per quanto concerne la filosofia pratica, Kant è probabilmente ancora più originale che non nella sua riflessione teoretica, giacché in fondo posizioni idealiste erano esistite anche prima di Kant. C'era stato l'idealismo empirico di un Berkeley, ma in fondo anche nell'empirismo edonistico di Locke le riflessioni sulle qualità secondarie conducevano ad una sorta di idealismo. 

L'autonomia del mondo dell'autocoscienza rispetto al mondo delle cose esterne fu già un'idea centrale in Cartesio, anche se ciò non lo condusse affatto a conseguenze idealistiche. Ma dopo il grande dualismo tra essere esteso ed essere cosciente, dualismo che appare per la prima volta in Cartesio, Kant introduce il secondo grande dualismo della modernità, ossia il dualismo tra essere e dover essere. Kant è convinto che la validità morale non ha nulla a che vedere con ciò che semplicemente "è", vale dire né la natura, né Dio, né la storia hanno alcun potere di legittimazione e neanche possono attribuirsi la funzione del dover essere. Kant stesso non era consapevole del fatto che questa scissione fra essere e dover essere poteva portare a risultati terribili, in quanto la soggettività che si riflette al di fuori di tutta la società reale e di tutta la natura è in fondo un prodotto della scissione kantiana. Kant stesso era convinto che la ragione, dopo aver dato luogo a questo terribile dualismo tra essere e dover essere, sarebbe stata in grado di dettare, attraverso l'imperativo categorico, norme vincolanti e allo stesso tempo fondate nell'autonomia della ragione umana.

Non tutti i filosofi post-kantiani hanno condiviso la fiducia di Kant che la ragione possa risolvere da sola il problema morale, tuttavia è stata in genere accettata la sua posizione estremamente critica nei confronti delle pretese di validità avanzate in linea di fatto, includendovi anche le norme della propria società, accettate in genere come scontate. Dall'Ottocento in poi noi non analizziamo più i valori di una società come un qualcosa di assolutamente valido o che avanza perlomeno una pretesa di validità parziale, ma li consideriamo piuttosto come meri fatti, come uno zoologo analizzerebbe il comportamento di un animale senza per questo sentirsi in nessun modo legato o vincolato ad esso. Questo tipo di posizione è stato assunto in particolare nel neo-kantismo ed attraverso Max Weber è diventata la posizione dominante nel pensiero sociologico del nostro secolo.

Attraverso la sua critica, Kant ha effettivamente distrutto i legami normativi che garantivano l'accettazione della propria società, almeno in maniera parziale, da parte di un tipo di uomo fedele ai valori tramandati dagli antenati e vincolato implicitamente alla tradizione, perciò Heine ha ragione a chiamarlo un Robespierre, sottolineando così l'analogia tra lo spietato distruttore della vecchia tradizione metafisica e il carnefice implacabile dell'ancien régime. Il fanatismo della ragione, la quale non accetta nulla che non risulti fondato su solidi principî, basati a loro volta sull'autonomia della ragione, accomuna in fin dei conti Kant e la Rivoluzione francese. Indubbiamente questo fanatismo ha anche inaugurato una nuova epoca di libertà nella storia umana, dando peraltro libero corso a gravi rischi e pericoli, che epoche anteriori a quella kantiana non avevano affatto conosciuto.

 

3. Il pensiero di Kant può essere caratterizzato come una forma di idealismo. In che cosa si distingue dalle altre proposte idealiste quello che Kant chiama "idealismo trascendentale"?

Kant è convinto che le strutture determinanti, le categorie che ci permettono di concettualizzare il mondo, non scaturiscono dalle cose, ma dalla ragione, e che perciò non sono le cose a prescrivere alla ragione l'uso delle regole categoriali, ma che è piuttosto la nostra ragione a prescrivere al mondo ontologico le sue categorie come regole. Questo nodo centrale del pensiero di Kant è connesso al problema del sapere sintetico a priori, tema che diventerà essenziale per tutta la filosofia post-kantiana. Per Kant molte asserzioni di grande importanza non sono, come pensava ancora Leibniz, né riducibili all'esperienza, né riconducibili alla logica formale. 

Esistono proposizioni che sono certamente sintetiche, e cioè non analiticamente basate sul principio di non-contraddizione, ma che al tempo stesso non sono neanche empiriche, per esempio l'asserzione secondo cui "ogni cambiamento ha una causa". Non possiamo saperlo a partire dall'esperienza, perché senza la categoria di causalità non avremmo esperienza del mondo, del resto non è neanche basata puramente sulla logica, giacché non è illogico né contraddittorio assumere che ci siano eventi senza causa.

Altre proposizioni sintetiche a priori di importanza non minore sono i principî della morale. Un principio assai concreto come "non uccidere" evidentemente non è una proposizione empirica, poiché esistono persone che di fatto uccidono, d'altro canto non è neanche possibile considerarla come basata sulla logica formale, visto che non è contraddittorio sostenere: uccidi pure quante persone vuoi, ma evita di farti prendere! Dunque la nostra ragione è basata su alcuni principî che trascendono sia l'esperienza che la logica formale. E il problema di Kant è stabilire da dove vengano questi principî. Egli stesso presuppone che tali principî siano validi, perciò non tenta di fondarli, ma si chiede come debba essere strutturata la nostra ragione affinché essa abbia la stessa capacità di conoscenza che noi presupponiamo tipica della scienza e che ritroviamo invece anche nell'etica e in ogni estetica che voglia andare al di là del soggettivismo più crudo.

 

4. L'idealismo trascendentale permea tutta la filosofia di Kant, non solo quella teoretica. Può illustrarci gli effetti dell'impostazione idealista kantiana sulla sua filosofia pratica?

Anche per quanto riguarda la filosofia pratica la riflessione kantiana fu assai radicale, ancor più che non la sua filosofia teoretica. Schematizzando si può dire che non è più Dio, come ancora in Cartesio, a garantire l'unità del mondo, ma piuttosto l'unità dell'autocoscienza a garantire l'unità di un mondo non più articolato, cartesianamente, in res cogitans e res extensa, ma piuttosto nel dinamismo di essere e dover essere. A questo proposito si può sostenere che Kant abbia scoperto qualcosa di radicalmente nuovo. Certamente la cosiddetta legge di Hume secondo cui non è possibile dedurre proposizioni normative da proposizioni descrittive è da considerarsi rilevante in questo contesto, ma Kant per primo ha basato tutta la etica su una tale cognizione, aprendo all'uomo incredibili prospettive di libertà. Non è un caso che la Rivoluzione francese fosse stata da lui accolta entusiasticamente, rinvenendovi il tentativo di fondare le relazioni umane e la politica stessa sui principî della ragione. Kant era convinto che la ragione, dopo essersi liberata dall'essere - dopo aver cioè compreso che il dover essere e la morale non possono essere fondati né su dati di fatto naturali, né su fatti storici, e neanche su un Dio extra-mondano che dà ordini irrazionali - dopo aver quindi liberato la filosofia morale da legami di tipo ontologico, ha la capacità di fondare un'etica che sia allo stesso tempo autonoma, cioè basata sulla ragione stessa, e vincolante per l'uomo.

Dopo Kant è stato più facile essere degli scettici, cioè accettare la parte destruens dell'etica kantiana e negare ogni legame tra dover essere e fatti reali, senza però credere come Kant alla capacità della ragione di fondare un'etica. Perciò paradossalmente il nichilismo morale si fonda proprio sul radicalismo kantiano. Un passo importante di questo paradossale itinerario fu per esempio il neokantismo, che accetta anche i valori proposti dalle singole culture e dalle singole società come meri fatti empirici, che possiamo descrivere, ma che non hanno alcuna pretesa di normatività nei nostri confronti. Attraverso il neokantismo una posizione analoga si impose nella sociologia, per esempio a partire da Max Weber. Anche la posizione che si appella alla libertà dei valori, o forse si dovrebbe dire libertà dai valori, tipica delle scienze sociali contemporanee, si ispira in fondo a Kant, così come quell'utopismo astratto che considera più importanti le mie convinzioni soggettive, rispetto ai valori realizzati nei sistemi sociali del mondo.

 

5. Si può dire che dopo Kant la filosofia pre-kantiana risulta privata di stringenza e pertanto desueta?

Credo che il punto essenziale sia il problema delle proposizioni sintetiche a priori. Dopo Kant non si può più fare filosofia senza riflettere su questo punto e non si possono prendere sul serio pensatori che non si siano misurati con il problema. Alcuni filosofi hanno negato l'esistenza di proposizioni sintetiche a priori: tutto il circolo di Vienna e il positivismo logico è basato essenzialmente sulla negazione della possibilità di proposizioni sintetiche a priori. Ma a mio parere questa posizione è autocontraddittoria, perché la stessa assunzione che non esistano proposizioni sintetiche a priori evidentemente non deve essere una proposizione empirica, giacché non si tratta di una constatazione di fatto, ma di una proposizione che avanza una pretesa di validità, inoltre non si tratta neanche di una proposizione analitica, giacché la sua contraria non contiene alcuna contraddizione logica: se io sosengo infatti che sono possibili proposizioni sintetiche a priori non mi contraddico in alcun modo. Ma questo significa allora che l'assunzione secondo la quale non si danno proposizioni sintetiche a priori è essa stessa una proposizione sintetica a priori!

 

6. Qual è il significato della distinzione kantiana tra proposizioni logiche e proposizioni empiriche, tra giudizi sintetici, analitici e sintetici a priori?

Kant distingue le proposizioni in due tipologie diverse. La prima distinzione è quella tra proposizioni empiriche e proposizioni logiche. Le proposizioni empiriche sono semplici constatazioni di fatto, che esempio che qualcuno si trova in un certo luogo, pertanto la loro verità o meno non dipende in nessun modo dalla logica, ma dal fatto cui ci si riferisce. Una proposizione logica si basa invece meramente sul principio di non contraddizione. Una tautologia è logicamente non contraddittoria, e pertanto vera: se dico per esempio che il vino rosso è rosso non mi contraddico in alcun modo. Ma si ha un rapporto di non contraddizione logica anche tra un assioma matematico e un teorema che non lo contraddice, per esempio se io accetto i cinque assiomi di Peano allora i numeri primi devono essere infiniti. Kant capì però che una parte consistente della nostra conoscenza non può essere basata né sull'esperienza, né sulla logica, e a questo proposito introdusse il concetto di proposizione sintetica a priori. Le proposizioni analitiche sono tutte proposizioni a priori perché basate sulla ragione e sull'analisi dei concetti. Le proposizioni sintetiche, come si assumeva prima di Kant e come spesso si assume tuttora, sono proposizioni il cui predicato non è contenuto nel soggetto e che pertanto, poiché forniscono qualcosa di imprevisto, sembrano fondate solo sull'esperienza. Kant sostiene invece che esistono proposizioni sintetiche, ossia non basate soltanto sulla logica formale, che però sono al tempo stesso a priori, e cioè non semplicemente basate sull'esperienza, ossia a posteriori, ma fondate piuttosto nella ragione stessa.

 

7. In che relazione sta l'analisi delle proposizioni svolta da Kant con quello che possiamo definire il problema fondamentale della sua indagine filosofica, vale a dire il problema di una critica della ragione?

Si può anche dire che l'idea centrale di Kant è stata l'idea di critica. Non a caso le opere più note di Kant la evocano già nel titolo: Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica, Critica del Giudizio. Kant è convinto che è ingenuo voler filosofare senza riflettere prima sulle capacità della nostra ragione, egli ritiene inoltre che esistano problemi irrisolvibili da parte della ragione stessa e che sia tempo perso tentare di giungere ad una soluzione. A questo proposito Kant risulta estremamente moderno e non a caso la filosofia successiva si è ispirata al suo pensiero in questo punto. Anche chi, a differenza di Kant, crede che la ragione possa risolvere alcuni dei problemi da lui considerati irrisolvibili, dovrà poi sempre accettare che esistono domande insensate, che esistono problemi senza soluzione e che, prima di tentare di trattare della libertà o della legittimazione dello Stato, noi dobbiamo riflettere su che cosa vuol dire legittimare o fondare, su che cosa significa avere un'esperienza del mondo reale.

Da questo punto di vista Kant è un modello, ma insieme anche un pericolo: se paragoniamo Kant con la filosofia classica antica, rimaniamo sbalorditi per l'ingenuità fenomenologica dei Greci. I Greci non riflettono a lungo sul problema se noi possiamo avere o meno un'esperienza del mondo, loro esperiscono il mondo, descrivono la natura, lo Stato, l'arte in una maniera forse ingenua, ma ricca di contenuti. Ormai invece un problema consistente della filosofia post-kantiana, come si può facilmente riscontrare, per esempio, nella tradizione analitica, è che ci si occupa talmente tanto di questioni metodologiche preliminari, che si finisce per perdere del tutto di vista la realtà. E in fondo si tratta di un pericolo implicito nella posizione kantiana, nonostante Kant stesso abbia sempre considerato le sue critiche solo come un passo necessario, ma non sufficiente e nonostante egli abbia sviluppato delle metafisiche proprio a partire dalle sue critiche, sia nel campo della filosofia della natura, sia in quello della filosofia pratica.

Kant non vuole affatto negare il ruolo e la funzione della metafisica, alcune delle sue opere più importanti sono anzi dedicate, già nel titolo, proprio al problema della metafisica. Ma egli crede che la metafisica può essere presa sul serio solo se si è passati attraverso la critica. A questo proposito sono convinto che dopo Kant una metafisica acritica non abbia più un'esistenza legittima, la neo-scolastica, per esempio, sarebbe una forma di metafisica acritica. Ma credo anche che non dobbiamo lasciarci tentare dalla stringenza di queste suggestioni kantiane per negare in maniera immotivata la necessità di giungere ad una filosofia post-critica. A questo proposito ritengo che abbiamo molto da imparare dall'idealismo tedesco, che è un tipo di metafisica non semplicemente pre-kantiana, anche se si riallacchia ai grandi sistemi metafisici classici e soprattutto alla metafisica di Platone e di Aristotele, tentando di evitare tuttavia la loro ingenuità metodologica.


Abstract

La rivoluzione copernicana di Kant, imperniata su un'interpretazione "soggettivista" del problema delle categorie, sostituisce al primato dell'ontologia la struttura fondante della coscienza. In tal modo, Kant si pone come l'iniziatore del secondo periodo della filosofia, caratterizzato dal paradigma della coscienza, che segue il paradigma ontologico e precede il paradigma del linguaggio. L'originalità dell'idealismo kantiano è ancora più evidente nell'ambito della filosofia pratica, dove delle posizioni idealistiche erano già sostenute prima di Kant. In tale ambito, Kant ha il merito di aver introdotto il secondo grande dualismo della modernità, il dualismo tra essere e dover essere, che assicura l'autonomia della ragione pratica e la possibilità di stabilire delle norme etiche vincolanti. Un tema carico di conseguenze pratiche e tuttora presente nel pensiero contemporaneo, che ha visto in Kant addirittura il fanatismo della ragione di un Robespierre. La svolta rappresentata dall'idealismo trascendentale kantiano si può riassumere nella formulazione da parte di Kant della nozione di sintesi a priori, che permette di interpretare tutta quella parte della conoscenza umana che non è né riducibile all'esperienza né, tramite il principio di non contraddizione, alla logica formale (3). Al dualismo cartesiano di res cogitans e res extensa Kant sostituisce il dualismo di essere e dover essere, che ispira la sua filosofia pratica, la concezione dell'autonomia della ragione e persino l'entusiasmo per la Rivoluzione francese. Hösle considera quindi i riflessi che il radicalismo di Kant nel negare ogni possibile legame tra dover essere e fatti reali, su cui paradossalmente si fonda anche il nichilismo morale, ha avuto sul neokantismo, sulle scienze sociali e su certo utopismo astratto. 

Il problema costituito dalle proposizioni sintetiche a priori restò cruciale anche nella filosofia postkantiana. Hösle mette in luce l'interna contraddizione in cui si involve chi vuole dimostrare, come il circolo di Vienna, l'intrinseca impossibilità della conoscenza sintetica a priori . Hösle distingue quindi tra proposizioni logiche, a priori perché basate sul principio di non contraddizione, e proposizioni empiriche, basate sull'esperienza; Kant comprese che la conoscenza non poteva essere ristretta all'una o all'altra alternativa e perciò introdusse il concetto di proposizioni sintetiche a priori. La sua idea centrale fu quella di una critica della ragione, al cui paragone la filosofia greca risulta invece del tutto ingenua, anche se essa mette in luce al tempo stesso il rischio che corre il kantismo di perdere ogni contatto con la realtà; Kant si occupò anche di metafisica su base critica, e il successivo idealismo tentò di recuperare invece da un punto di vista post-critico la tradizione della metafisica classica .


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Biografia di Vittorio H÷sle

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