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Interviste

Michel Hulin

India: la trasmigrazione delle anime

12/10/1990
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  • Professor Hulin, l'idea della trasmigrazione delle anime dopo la morte appartiene soltanto all'India, o la si trova anche in altre culture? (1)
  • Qual è l'origine della nozione di samsara, o circolazione universale delle anime, e come è stata recepita in Occidente? (2)
  • In India l'atto, il karma, è considerato per se stesso, o ha dei prolungamenti nel tempo? (3)
  • La credenza nel karma non è una forma di fatalismo? (4)
  • Si può dire che il principio del karma equivale a una forma di giustizia immanente? (5)


 1 - Professor Hulin, l'idea della trasmigrazione delle anime dopo la morte appartiene soltanto all'India, o la si trova anche in altre culture? 

L'idea della trasmigrazione delle anime è antica come il mondo. La si trova, per esempio, nella Grecia antica, già presso i Pitagorici, per poi essere ampliamente sviluppata da Platone e da Plotino. In altre parole in tutta la civiltà greco-antica questa nozione è presente, anche se non dominante. Si trovano larghe testimonianze della presenza di tale idea anche in altre culture, come in quella dei Celti. E' noto inoltre che nei primi secoli del Cristianesimo, all'epoca in cui la dottrina non si era ancora definita, parecchi dottori della Chiesa primitiva mostravano una certa predilezione per credenze di questo genere.
In seguito tale idea ha continuato a condurre in Occidente un'esistenza più o meno sotterranea attraverso tutta l'Antichità e il basso Medioevo. Certe eresie, come quella dei Catari, vi aderivano, e più tardi, nel XVIII e XIV secolo, si trovano ancora degli autori isolati che la sostengono. Essa è riapparsa poi con maggiore spicco nel XIX secolo: non è un caso che un poeta come Victor Hugo, per esempio, l'abbia messa quasi al centro dei suoi ultimi grandi poemi, quali Leggenda dei secoli e Dio.
E per venire ai tempi attuali, è degno di nota che, come molti recenti sondaggi d'opinione dimostrano, questa credenza, sia pure sotto forme alquanto particolari, è condivisa nelle nostre società da un gran numero di persone.
Inoltre, in forme meno elaborate e più fluide, tale idea è presente anche in Africa e in Oceania: testimonianze di una diffusione e di una presenza costanti attraverso il tempo e lo spazio. 


 2 - Qual è l'origine della nozione di samsara, o circolazione universale delle anime, e come è stata recepita in Occidente?

Il termine, divenuto poi classico, di samsara, è stato coniato in India, e indica la trasmigrazione infinita delle anime che passano da un corpo all'altro. Attualmente si hanno scarse informazioni sulle circostanze esatte in cui questa credenza si è cristallizzata in India. In ogni caso vi ha fatto la sua apparizione molto anticamente, assai prima dell'Era cristiana, e attraverso alterne vicende si è mantenuta quasi intatta fino ai giorni nostri, in cui è ancora seguita dalla maggior parte della popolazione.
Tuttavia, sotto questo riguardo, occorre sottolineare una differenza essenziale tra le credenze indiane di ieri e di oggi, da una parte, e quella particolare versione dell'idea di trasmigrazione che certi settori della cultura occidentale accolgono oggi con favore. In Occidente infatti la credenza nella trasmigrazione ha spesso preso il posto della fede nell'immortalità dell'anima o perlomeno nella sopravvivenza dell'anima individuale nel senso cristiano del termine. Ciò vuol dire che la credenza nella trasmigrazione, oggi, per gli occidentali, ha in genere una tonalità nettamente positiva e contiene una nota di fiducia. Coloro i quali la condividono vi investono delle speranze e la considerano volentieri sotto la forma di una evoluzione, attraverso forme di rinascita sempre più alte, sempre più luminose, finalizzata al conseguimento di una sorta di salvezza.
Al contrario, nello spirito della tradizione indiana, la trasmigrazione è vissuta come una sorta di inferno, perché è vista come alternanza indefinita di situazioni ora luminose ora vili, e come alternanza infinita di speranze e di delusioni. In tale credenza, dunque, è fortemente sottolineato l'aspetto della circolarità, circolarità che non porta a nulla. Il sigillo della sofferenza vi si imprime, poi, con un significato tutto particolare, e certe immagini che nell'India antica sono usate per descrivere il samsara, ne rendono perfettamente la tonalità. Esiste, per esempio, l'immagine dell'asino o del bue, dagli occhi bendati, che gira in tondo ogni giorno, azionando un argano che tira sù acqua da un pozzo. L'animale subisce indefinitamente il lavoro impostogli con rassegnazione, sotto la frusta del suo padrone, con una sorta di tristezza e di avvilimento senza speranza.
Dunque, in un certo senso, la continuazione dell'esistenza da una forma all'altra, da un corpo all'altro, è sentita nel pensiero indiano tradizionale come una sorta di maledizione, come un circuito senza fine, da cui si aspira a uscire. Questa possibilità di uscire, di sottrarsi al ciclo delle rinascite è ciò che tradizionalmente si chiama in India "liberazione". Anche se non si sa bene in che cosa consista, questa liberazione è vista essenzialmente come il rovescio misterioso, ma infinitamente attraente, della fin troppo nota sofferenza connessa con la trasmigrazione. 


3 -  In India l'atto, il karma, è considerato per se stesso, o ha dei prolungamenti nel tempo?


La concezione indiana della trasmigrazione è più coerente e più compiuta di molti schemi apparentemente simili, che si incontrano in altre parti del mondo, nel senso che essa collega, in maniera molto chiara ed esplicita, gli atti, il loro peso, le loro specifiche qualità con la peculiare modalità della rinascita. L'idea fondamentale è che gli atti - e con questa parola non si intende soltanto gli atti propriamente detti, ma anche le intenzioni, i pensieri, i discorsi, i desideri - lascino una sorta di scia dietro di loro. In un certo senso anche nella cultura occidentale un tale principio potrebbe essere considerato valido, ma l'India ne fa un uso più ampio e sistematico in base al principio che l'atto, una volta compiuto ha un effetto retroattivo: il suo autore ne subisce un contraccolpo. Si ponga, per esempio, che un soggetto compia un atto: non soltanto ne subirà le conseguenze, nel senso che indurrà nella realtà un corso di circostanze che non sarà in grado di controllare, ma il suo psichismo stesso verrà modificato dall'atto compiuto.
Ma vediamo ora il meccanismo che i filosofi indiani hanno immaginato per spiegare come tale modificazione psichica si traduca, alla fine, in termini di reincarnazione. Tali filosofi hanno fatto ricorso alla nozione di "corpo sottile". Con "corpo sottile" si designa in genere ciò che all'interno dell'organismo, pur senza essere direttamente visibile, è nondimeno parte integrante dell'organismo stesso, nel senso che integra le funzioni sensoriali, la parola, i circuiti mentali e la capacità di associare le idee. Si suppone pertanto che tutte queste funzioni abbiano una materialità sottile, ma reale, in cui gli atti iscrivono delle tracce che vengono denotate in sanscrito con i termini samskara o vasana.
Inoltre si suppone che il corpo sottile in questione, non avendo comune misura con la materia ordinaria, con la materia grossolana, non venga distrutto dagli agenti fisici che corrompono i cadaveri e quindi venga come liberato dalla morte per venire a imprimersi, a iscriversi, in un nuovo organismo, o in una nuova incarnazione. In base a ciò si pensa che la reincarnazione traduca sempre fin nei particolari, nelle nuove condizioni di esistenza che procura, i gusti, le tendenze, le propensioni, che gli atti del soggetto in questione hanno manifestato durante l'esistenza anteriore. Dunque non si tratterà propriamente, benché questi termini siano spesso usati, di punizione o di ricompensa, ma di un modo per essere ammessi, con una nuova nascita, a una forma di esistenza segnata da un particolare rapporto di affinità con l'orientamento generale degli atti compiuti in precedenza.
In questo senso, evidentemente, si può parlare di una retribuzione degli atti e il principio fondamentale è che in questo processo nulla si crea e nulla va perduto, anche se la retribuzione non è necessariamente immediata a causa del fatto che deve verificarsi tutto un insieme di circostanze favorevoli, inserito a sua volta nel gioco universale delle cause e degli effetti. Ma il postulato fondamentale resta che nessun atto, nessuna intenzione, per minima che sia, vada perduta e che tutti gli esseri, combinandosi in diversi modi, debbano trovare la loro retribuzione in ciò che gli accadrà di bene o di male, di piacevole o di spiacevole nel corso delle loro esistenze ulteriori. 


4 -  La credenza nel karma non è una forma di fatalismo?

Che la credenza nella legge del karma sia una forma di fatalismo è in effetti un pregiudizio molto diffuso. Tuttavia coloro i quali alimentano e propagano questo pregiudizio sono in qualche modo giustificati, nella misura in cui i discorsi tenuti da molti induisti sembrano incoraggiarli. Infatti, è molto frequente in India ascoltare persone che dicono di sentir pesare su di loro come una sorta di fardello: il peso delle loro esistenze anteriori. Assai spesso è una facile scusa, per quelli che non sanno resistere a una tentazione o non sanno manifestare l'energia sufficiente per condurre a termine un certo progetto, fare appello a forze contrarie, promananti dalle esistenze anteriori, che li renderebbero incapaci di compiere questa o quella azione.
Dunque, è possibile dare una interpretazione fatalistica di questa dottrina. Tuttavia ritengo che si tratti più di una perversione del suo senso originario, che di una interpretazione fedele. E fondo il mio giudizio su una distinzione fatta dai testi più tradizionali, che separano sempre molto nettamente l'atto, in quanto compiuto hic et nunc, nell'esistenza attuale, dallo stesso atto, in quanto destinato a tradursi, una volta immagazzinato, in una certa forma di fruizione o di retribuzione. Ma appunto il lato fruizione, o retribuzione, non appartiene all'ordine dell'atto. Cioè l'atto produce, o piuttosto induce - talvolta in questa stessa vita, talvolta in una esistenza ulteriore - circostanze, incontri, contingenze, favorevoli o sfavorevoli, buone o cattive, ed è quindi il carattere essenzialmente positivo o negativo, con tutti i gradi intermedi, di quegli incontri e di quelle esperienze mediante le quali si entra in una esistenza futura, che costituisce l'aspetto "retribuzione".
Tuttavia non si dà prolungamento degli atti nel senso di una tendenza alla loro ripetizione meccanica. Non è perché si sono commessi atti di una certa natura, che si è più inclini a riprodurli in una esistenza ulteriore, nel qual caso effettivamente la determinazione integrale da parte del passato sarebbe la regola e se ne potrebbe dedurre una forma di fatalismo. Al contrario, l'esatta corrispondenza tra l'atto e le sue conseguenze è al tempo stesso una corrispondenza tra l'intenzionalità originaria dell'atto e la qualità dei vissuti, delle esperienze che ne rappresentano le "ricadute", le conseguenze ultime.
Ma dal punto di vista dell'atto stesso, la possibilità di decidere è sempre aperta in qualsiasi punto del tempo. Ciò che non si può evitare è in realtà di subire gli effetti di atti che si sono commessi nelle esistenze passate (benché normalmente non se ne serbi alcun ricordo e li si subisca quindi in una condizione di impotenza) anche se si presentano sotto la parvenza di strani accidenti. Viceversa è possibile in ogni istante fare qualcosa per orientare il proprio destino a venire in un senso più favorevole. 


5 - Si può dire che il principio del karma equivale a una forma di giustizia immanente?

Ritengo si possa dire che il principio del karma equivalga a una forma di giustizia immanente se con quest'ultima si intende il fatto che ciascuno riceve nell'esistenza, in fatto di buona o di mala sorte, in proporzione esatta dei meriti o dei demeriti accumulati. Naturalmente, tutto ciò presuppone che ci sia accordo su una definizione universalmente accettata di bene e di male, di giusto e di ingiusto. A ogni modo, nel mondo indiano tradizionale esiste un largo accordo intorno alla nozione di dharma, cioè di dovere, che si attua, per esempio, nei doveri di casta, nei doveri relativi al proprio stato. Ciascuno, in linea di principio, è tenuto a sapere ciò che deve fare per contribuire al mantenimento del dharma, cioè dell'ordine buono, dell'ordine giusto e universale, e ogni deroga in rapporto a questo dovere rientra nel campo dell'adharma. In questo senso dunque si ha una definizione chiara di ciò che comporta merito o demerito.
Ne consegue che la coscienza indiana, almeno quando si tiene vicina alla tradizione, all'ortodossia, non ha la tentazione di fronte, per esempio, alle sofferenze del giusto, come il Giobbe dell'antico Testamento, di gridare allo scandalo, di appellarsi al Giudizio universale, o a un'istanza divina trascendente, affinché l'ingiustizia flagrante, che regna sulla terra, rappresentata per esempio dal trionfo dei malvagi e dalla sofferenza dei buoni, sia risarcita nell'al di là. In India è proprio funzione del karma ristabilire continuamente la giustizia, l'equilibrio.
Tuttavia occorre aggiungere che, benché immanente, quella giustizia è nondimeno spesso differita nella sua applicazione. Non si tratta affatto di una sorta di ricompensa o di punizione interiormente avvertita da ognuno, subito dopo che ha commesso un certo atto o pronunciato una certa parola. Una buona parte di quel processo si svolge in una sfera di esperienza che si sottrae all'ordinaria osservazione. Dopo tutto non si ha che la coscienza di una vita, poiché non si sa né ciò che l'ha preceduta, né ciò che verrà dopo ed è certo che nei limiti ristretti dell'orizzonte della vita presente, si può fin troppo facilmente constatare una sproporzione spesso flagrante tra la condotta di certuni e la loro buona o mala sorte e viceversa.
Ma questa credenza generalizzata nel karma, in pratica, toglie alla famosa questione del male - che è così pregnante in Occidente - la sua acuità, il suo aculeo. E' vero che la filosofia indiana arriva a porre la questione, ma, allo stesso tempo, dà in linea di principio una risposta che soddisfa la maggior parte dei credenti. Anche se forse, nel momento in cui gli assertori del karma sperimentano una sofferenza estrema o una disavventura o una catastrofe improvvisa, in un primo tempo potrebbero anche essere tentati di rivoltarsi, assai presto l'idea-madre, l'idea-quadro della trasmigrazione e del karma interviene a graduare o addirittura ad abolire quasi completamente la loro rivolta.
In un senso generale, d'altronde, si può dire che questa credenza nel karma abbia un ruolo regolatore molto importante per il mantenimento dell'ordine sociale. E' evidente che un ordine sociale come quello indiano, legato alle caste, dalle quali non è possibile uscire nel quadro di una singola vita, in virtù di una promozione individuale, un ordine che, nei termini della civiltà occidentale è il più inegualitario che esista, è stato almeno fino a data recente, relativamente bene accetto all'immensa maggioranza degli indiani, maggioranza che comprendeva anche quelli che si trovavano in basso nella scala sociale, perché tutti erano intimamente convinti di avere in qualche modo meritato le loro misere condizioni di vita in funzione di atti assai gravi commessi nelle loro esistenze anteriori. Ma questo non è fatalismo, infatti la posizione sociale a volte miserabile che gli indiani occupano, non li induce tuttavia a disperare, perché in qualsiasi condizione è sempre possibile fare qualcosa che a lunga scadenza permetta di migliorare il proprio bilancio karmico e di ottenere rinascite più favorevoli. 


6 -  Il samsara interessa soltanto le specie viventi?
Ritengo si possa dire che il samsara sia riservato alle specie viventi, ma a condizione di precisare che la specie umana è semplicemente una tra le altre e che il campo di applicazione della trasmigrazione copre tutto l'insieme dei viventi. In altri termini, anche se, naturalmente, questo discorso si rivolge innanzi tutto agli uomini, la sua logica interna esige che le condizioni di rinascita per chi esce da una vita umana non siano necessariamente limitate a rinascite umane. Per fare un esempio, si può immaginare che certi crimini particolarmente gravi, come quelli previsti nel famoso trattato Le leggi di Manu, quali uccidere un brahmano o altre cose del genere, implichino, in una esistenza futura, una degradazione più profonda ancora di una rinascita nelle caste più vili e più assoggettate, ovvero una rinascita animale. E' una cosa questa che può stupire e disorientare, benché, per esempio, anche i Pitagorici l'ammettessero tranquillamente. Bisogna tenere ben presente che il circuito della trasmigrazione riguarda tutti i livelli della scala dei viventi, anche i più umili. La trasmigrazione non è soltanto passaggio incessante da un'esistenza a un'altra, ma una sorta di viaggio attraverso le specie, con promozioni, salite e ridiscese.
Si può aggiungere d'altronde che nell'Induismo tradizionale c'è non soltanto una disposizione su infiniti piani delle specie viventi, infra-umane, ma c'è anche la credenza in forme di esistenza sovrumane, divine o semidivine. E si suppone che la trasmigrazione si attui attraverso l'intero campo delle esistenze. La specie umana mantiene, nondimeno, una posizione di privilegio, perché se si ammette, sia pure con qualche riserva, che tutte le forme di vita costituiscono possibili condizioni di retribuzione, cioè che in linea di principio si può rinascere, a partire dai propri atti, in qualsiasi forma di vita, in compenso è generalmente ammesso che soltanto all'interno della specie umana si possono compiere atti che hanno un senso di bene o di male, atti che rispettano o no il dharma.
Il buon senso in qualche modo inclina anche gli Indiani ad ammettere che negli animali, e ancor più nelle piante, non è ragionevole cercare un autentico senso morale, una libertà, una capacità di scegliere tra bene e male. E per ragioni meno facili da comprendere, ma in un certo senso simmetriche, si ritiene ugualmente che nemmeno in condizioni di esistenza superiori a quelle dell'uomo, sia presente questo potere in se stesso drammatico di scegliere tra il bene e il male. E' per questo che tutte quelle condizioni nelle quali si permane in funzione di atti anteriori, ma che in se stesse non sono capaci di produrre nuovo karma, buono o cattivo che sia, si chiamano "condizioni di pura retribuzione".
Tuttavia bisogna aggiungere che il passaggio attraverso la specie umana è considerato dalla filosofia indiana assai raro e assai poco probabile, e ciò in funzione di una certa preminenza della condizione umana, la sola in cui si possa veramente fare qualcosa per salire o scendere nella scala degli esseri, e in funzione del sentimento, per altro giustificato, che hanno gli Indiani che la specie umana sia quantitativamente poca cosa nell'universo delle forme viventi. Un certo pathos accompagna perciò la condizione umana. Poiché questa è considerata come un bene prezioso, si è invitati a non dissiparla. Infatti ha molto più peso, ha molta più importanza per la determinazione della sorte ulteriore dell'individuo, un'esistenza umana, che non qualsiasi altra forma di rinascita, fosse pure in una condizione paradisiaca, sotto forme divine o semidivine.
A questo proposito diverse parabole illustrano la prospettiva drammatica in cui è vista la partecipazione all'esistenza umana. Si dice, per esempio, che ottenere una rinascita umana sia raro come la probabilità per una tartaruga di mare che vive al largo di un estuario, di emergere per respirare proprio nel centro di una ghirlanda abbandonata alla fine di un rito e che il fiume ha sospinto fino al mare. L'immagine della tartaruga, che per un caso quasi miracoloso emerge dall'oceano, per trovarsi intorno la corona di fiori, simbolizza in modo evidente la rarità della condizione umana, così come è vista nell'Induismo e l'importanza che di conseguenza vi assume.
C'è infine un ultimo aspetto, connesso a questa condizione, o meglio alla dialettica fra l'esistenza umana, sotto certi riguardi singolare e privilegiata, e il suo inserimento nella scala delle forme viventi. L'indù avverte in maniera profonda, anche se non sempre è capace di esprimerla chiaramente, la sua solidarietà con il mondo dei viventi. Egli, grazie a un sapere confuso, appena conscio, sa e sente di avere dietro di sé un vasto passato, molteplici rinascite di ogni specie, in condizioni a volte prodigiosamente luminose (come monarca o imperatore) a volte estremamente basse e miserabili. Sa di essere stato tartaruga, cane, verme della terra, mille e mille volte, e questo non è privo di conseguenze rispetto al suo comportamento quotidiano. Sono convinto infatti che il famoso tema della non violenza, che ha certo altre radici, riceva da questo sentimento una più diretta possibilità di applicazione. All'indiano ripugna profondamente attentare a qualsiasi forma di vita e perfino infliggere sofferenza a viventi anche molto inferiori, perché sa di essere impastato con la stessa argilla, sa molto bene che l'aleatorietà della trasmigrazione rende del tutto plausibile per lui la prospettiva di una ricaduta, dopo la morte, nell'immensa massa anonima dei viventi più umili. Credo che molti aspetti del rapporto degli Indiani col mondo animale e vegetale e con la natura nel suo complesso si chiariscono in riferimento alla credenza nella trasmigrazione. 


Abstract:
Hulin ricorda che l'idea della trasmigrazione delle anime si trova nella Grecia antica, ma anche in altre culture, nel cristianesimo eretico come nella letteratura ottocentesca, ed è tuttora una concezione assai diffusa in tutto il mondo (1). Il termine indiano “samsara” indica la circolazione delle anime da un corpo all'altro, credenza assai antica ed ancora molto viva in India, intesa come una specie di maledizione che costringe ad una circolarità senza speranza e piena di sofferenza, dalla quale ci si può misteriosamente liberare (2). Nella cultura indiana l'atto (karman) ha una sua autonomia e modifica il nostro psichismo; fondamentale è anche il concetto di “corpo sottile”, che non può essere distrutto dalla morte e che si reincarna in un processo di retribuzione degli atti in cui nulla va perduto (3). Per Hulin non si tratta di una forma di fatalismo, non si dà infatti prolungamento degli atti già compiuti nel senso di una loro ripetizione meccanica, la possibilità della decisione rimane piuttosto sempre aperta, anche se dobbiamo subire le conseguenze di atti commessi nelle esistenze passate (4). Si può dire che si tratta di una giustizia immanente, per cui la buona o cattiva sorte corrispondono a meriti o demeriti accumulati ('dharma', 'adharma'); ciò rende meno pressante il problema del male; la credenza nel karman ha inoltre un ruolo importante per il mantenimento dell'ordine sociale, perché permette di accettare la rigida suddivisione in caste senza disperare (5). Il campo di applicazione della trasmigrazione copre tutto l'insieme dei viventi, ma la specie umana mantiene una posizione di privilegio, perché solo al suo interno ha senso la scelta tra il bene e il male; la credenza nella reincarnazione è per Hulin alla base del profondo rispetto che hanno gli indiani per la vita della natura e contribuisce a spiegare perché si sia affermata proprio in India la scelta della non violenza (6).

Napoli -  Istituto Italiano per gli Studi Filosofici  -  Palazzo Serra di Cassano   - 12 ottobre 1990


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Biografia di Michel Hulin

Aforismi derivati da quest'intervista

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