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Paul Ricoeur

L'etica secondo Aristotele

6/4/1989
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  • Professor Ricoeur, la dottrina etica di Aristotele è al centro di un nuovo interesse. Da quale testo aristotelico si deve partire per cogliere gli aspetti di maggior forza delle sue teorie etiche? (1)
  • La riflessione politica aveva toccato dei punti veramente alti nel pensiero greco. Possiamo ricordare i sofisti, Socrate, Platone. Non bisogna poi dimenticare l'apporto dei tragici. Ora, l'insegnamento della sofistica e l'insegnamento di Socrate e Platone rappresentano due posizioni teoriche irriducibili: da una parte la massima dissoluzione del valore assoluto dell'etica, dall'altra l'etica elevata a valore assoluto. Come si pone Aristotele rispetto a queste due interpretazioni dell'etica? (2)
  • C’è un rapporto tra l’Etica Nicomachea e la Poetica di Aristotele? (3)
  • In Platone, come in Socrate, dunque troviamo l’identità del vero col bene. In Aristotele quest’identità si rompe. Tuttavia, in Aristotele non troviamo la teorizzazione del relativismo etico o dell'irrazionalismo: quale è dunque la via che prende Aristotele? (4)
  • Qual è il rapporto fra la responsabilità del cittadino di fronte alla società ed agli altri in genere, e l’ideale della felicità, considerando che l'uomo si trova talvolta a dover sacrificare la propria felicità al bene comune? (5)
  • Aristotele distingue tra virtù «etiche» e virtù «dianoetiche». Quale è il senso di questa distinzione? (6)
  • Un ruolo importante nell’Etica Nicomachea è svolto dalla categoria dell’amicizia. (7)

1 Professor Ricoeur, la dottrina etica di Aristotele è al centro di un nuovo interesse. Da quale testo aristotelico si deve partire per cogliere gli aspetti di maggior forza delle sue teorie etiche? 

Credo che dovremmo scegliere l’Etica Nicomachea. Disponiamo di due o tre trattati di etica di Aristotele, ma questo è il più completo, il più noto, ed il suo testo è il più sicuro e il meglio studiato. L’opera inizia con una serie di considerazioni volte a orientare il lettore verso un fine che è anche quello dell'autore, di Aristotele. Ciò che essi hanno in comune e a cui entrambi mirano è la felicità, intesa come la realizzazione di una vita felice. Tutti gli uomini vi tendono: Aristotele non si preoccupa di dimostrarlo, ma ammette che tutti la perseguano con le loro azioni, i loro pensieri ed i loro sentimenti.
A partire da questo dato Aristotele si interroga su come tale scopo possa essere «ragionevolmente» conseguito. Non dico «razionalmente», perché esiste forse una ragione morale che non è identica alla ragione scientifica. 
Aristotele comincia con lo stabilire quello che si deve intendere con azione umana. Il problema morale esiste perché l’uomo è un soggetto che agisce, che soffre, che può fare delle scelte ragionevoli: il problema dell’etica è quello di mettere in rapporto la capacità di scegliere, che è in ciascuno, con la ricerca della felicità. Quali sono gli elementi intermedi? Aristotele li riunisce in un solo concetto: la «virtù». Ma la parola «virtù» ha, nel nostro linguaggio, una cattiva reputazione. Perciò preferirei tradurre con «perfezione»: ossia fare bene quello che si fa. 
Aristotele classifica dunque le virtù secondo i campi in cui si può essere perfetti, in cui si può essere i migliori e ci si può giudicare tali, perché si è ottenuto un buon risultato. Egli ripropone le virtù conosciute ai suoi tempi, introdotte nell’educazione attraverso la lettura dell’Iliade, dell’Odissea, dei tragici, degli oratori. Vi si ritrovano la temperanza, che è il buon uso dei desideri, dei piaceri e dei dolori; la magnanimità, il coraggio, la giustizia, di cui parleremo più a lungo, l’amicizia - ad essa è dedicato il libro che forse preferisco dell’Etica Nicomachea. Compiuto l’intero percorso si termina là dove si era cominciato, con la ricerca originaria della felicità. Questo è il punto con cui inizia il grande libro decimo dell’Etica Nicomachea, in cui si mettono a confronto la vita contemplativa e quella pratica. 
Nello scrivere questo libro, in fondo, lo stesso Aristotele non compie un'azione pratica; egli parla della pratica, scrive un’opera del pensiero teoretico sulla pratica. Ed il suo libro si conclude appunto con l'analisi del rapporto tra teoria e pratica.
Uno dei concetti fondamentali dell’Etica Nicomachea è quello di «giusto mezzo» che costituisce l’apporto principale di Aristotele. Noi ci troviamo di fronte ad una molteplicità di virtù: a seconda delle classificazioni, se ne distinguono quattro, sette, od otto. Che cosa hanno in comune? Questo problema è di competenza del filosofo, ed è qui che egli compie un lavoro di riflessione che si distingue sia dal senso comune, sia dal metodo seguito dai poeti. Aristotele ha scoperto - e in ciò consiste il suo apporto filosofico - che tra tutte le virtù c'è almeno questo tratto comune: il fatto di indicare un giusto mezzo tra due estremi. 
Prendiamo il caso degli estremi. Per il coraggio, ad esempio, il primo estremo è la temerarietà, il rischiare la propria vita inutilmente; l’altro estremo è la viltà, l’aver paura. Il coraggio sta tra i due. La parola «giusto mezzo» non ha buona reputazione, perché viene considerata una forma di compromesso; ma l’idea di Aristotele è che il giusto mezzo sia ciò che è più difficile da trovare, perché è un punto di equilibrio estremamente fragile - e spero che la nostra discussione ci permetterà di ritrovare questo problema, più tardi, in situazioni contemporanee in cui, tra due posizioni estreme, è appunto difficile trovare il giusto mezzo. Credo che ci sia un testo di Aristotele in cui si dice che il giusto mezzo è un crinale, una vetta, e non una specie di palude in cui si affondi.

2  La riflessione politica aveva toccato dei punti veramente alti nel pensiero greco. Possiamo ricordare i sofisti, Socrate, Platone. Non bisogna poi dimenticare l'apporto dei tragici. Ora, l'insegnamento della sofistica e l'insegnamento di Socrate e Platone rappresentano due posizioni teoriche irriducibili: da una parte la massima dissoluzione del valore assoluto dell'etica, dall'altra l'etica elevata a valore assoluto. Come si pone Aristotele rispetto a queste due interpretazioni dell'etica? 

I sofisti erano gli educatori dei giovani intellettuali che ambivano a conquistare dei ruoli di potere; ad essi insegnavano ad ottenere il successo mediante un abile uso del linguaggio. Platone si era opposto vigorosamente all'insegnamento dei sofisti, proponendo un’idea della giustizia del tutto opposta all’abilità, al successo. Riguardo al problema morale, ed in particolare a quello della giustizia, Platone aveva proposto l’idea che il bene e le sue forme fossero, esattamente come gli oggetti matematici, degli oggetti assoluti, che ci precedono ed hanno una realtà propria; sono insomma delle idee. 
Aristotele ha voluto invece avvicinare il bene all’uomo, mostrando che esso è contenuto nell'aspirazione alla ricerca della felicità e nelle strutture dell'azione. Il merito di Aristotele fu pertanto quello di ricollegare le virtù all’azione umana. La nozione di prassi, che poi ha avuto così grande fortuna con Marx, è nata con Aristotele. La prassi è l’azione, il luogo del bene e del male. E tutte le «perfezioni», che chiamiamo virtù, sono delle forme che egli chiama abituali, delle disposizioni generali all’azione, riferite a situazioni tipiche, come il coraggio è riferito al pericolo, la moderazione alla tentazione degli eccessi del piacere e del dolore.

3 C’è un rapporto tra l’Etica Nicomachea e la Poetica di Aristotele? 

Si può vedere meglio il rapporto nell’altro senso, dalla Poetica all’Etica: il tratto comune, se così si può dire, è appunto l’azione. Qual è infatti l’oggetto della Poetica? È l’imitazione creatrice, da parte dei poeti, di azioni notevoli, che conducono gli uomini migliori alla sventura, mediante uno sviluppo dell’azione che sta appunto sotto il segno dell’«eccesso». La Poetica è dunque la contropartita dell’Etica, non soltanto un trattato di estetica. 
L'etica ci dice che l’uomo consegue la felicità praticando la virtù; la Poetica invece fornisce degli esempi inventati, le grandi finzioni narrative, come una specie di laboratorio del pensiero, per combinare, nelle maniere più diverse, quattro termini: il bene, il male, la buona e la cattiva sorte. 
Ogni tragedia è un itinerario diverso, che appunto mette in scena - è il caso di dirlo - il rapporto dell’azione con la felicità e l’infelicità, attraverso la virtù e il vizio.

4 In Platone, come in Socrate, dunque troviamo l’identità del vero col bene. In Aristotele quest’identità si rompe. Tuttavia, in Aristotele non troviamo la teorizzazione del relativismo etico o dell'irrazionalismo: quale è dunque la via che prende Aristotele? 

Socrate resta un enigma per tutti i commentatori, perché, siccome non ha scritto niente, lo conosciamo solo attraverso Platone, qualche passo di Aristotele, un po' di Senofonte ed i sarcasmi di Aristofane. Ma quale è il vero Socrate? Quello che sappiamo di Socrate ci porta a dire che egli oppose ai sofisti, che insegnavano un uso perverso del linguaggio per ottenere il successo, un intellettualismo estremamente forte. È nell’uso della ragione che risiede il principio stesso del bene, secondo quello che comunemente si definisce intellettualismo etico. L’uomo non è cattivo per propria volontà, ma per mancanza di conoscenza, di educazione, di cultura. 
Da questo punto di vista Aristotele rappresenta un correttivo molto importante, perché prende la categoria di azione in un senso assai più largo. La struttura dell’azione comporta per lui, oltre agli aspetti intellettuali, indicati come «deliberazione», in cui ritroviamo l’elemento socratico, anche il desiderio. Perciò egli definisce spesso la virtù come un desiderio ragionato, sensato. In Aristotele troviamo pertanto un rapporto molto più stretto con il contenuto del desiderio, e questo si comprende, perché nel suo pensiero è presente l’aspirazione alla felicità, che viene dalle viscere stesse dell’uomo desiderante. Il problema per Aristotele è quello di introdurre l’elemento della razionalità in questa aspirazione fondamentale; si tratta di una nota molto diversa dall’intellettualismo di Socrate.
Ma credo che si debba rendere giustizia ad entrambi: non siamo obbligati a fare una scelta, poiché essi non avevano gli stessi avversari. Si potrebbe dire che Socrate risponde ai sofisti, mentre Aristotele risponde a Platone, e dunque replica alla risposta che Platone aveva dato ai sofisti. C’è un gioco assai complicato di correttivi, di aggiustamenti, e non si può prendere un pensiero in blocco, al di fuori del rapporto dialogico con i suoi contemporanei - e anche con i suoi predecessori -, dato che Aristotele è sempre in discussione con Platone e quindi anche con Socrate e i sofisti, e talvolta con i presocratici.

5 Qual è il rapporto fra la responsabilità del cittadino di fronte alla società ed agli altri in genere, e l’ideale della felicità, considerando che l'uomo si trova talvolta a dover sacrificare la propria felicità al bene comune? 

Non bisogna mai dimenticare che per Aristotele c’è, tra etica e politica, un nesso assai stretto: ma, per coglierlo, dobbiamo tornare al concetto di azione, di prassi, che è il mobile centro di tutto il suo pensiero.
L’azione vera è quella che ha luogo in pubblico, nella agorá, nella discussione pubblica per la gestione della città. C’è un testo, proprio all’inizio dell’Etica Nicomachea, in cui si afferma addirittura che l’etica è una parte della politica, perché la politica, per usare il linguaggio di Hannah Arendt, è lo spazio pubblico di manifestazione delle azioni umane. Di conseguenza, è per astrazione che certe virtù si possono considerare appartenenti, come diremmo oggi, alla vita privata. Ma per un greco, a cui quell’opera era destinata, non esisteva la separazione tra vita pubblica e vita privata, che è un prodotto dell’individualismo moderno. L’uomo greco, o almeno l'uomo cui si rivolge Aristotele, è, integralmente, un cittadino. Non esiste per lui la nostra opposizione di privato e di pubblico. Ne abbiamo una traccia nelle virtù stesse: parecchie virtù sono pubbliche, e la più importante è la giustizia, di cui si parla nel quinto libro, poiché essa consiste nel lottare contro gli estremi del voler avere troppi utili e minori oneri, ad esempio fiscali. Il giusto mezzo è incarnato dalla legge della città, che distribuisce i profitti e gli oneri, dunque i beni comuni. 
La linea di demarcazione tra etica e politica è estremamente flessibile. Siamo noi moderni che abbiamo fatto della morale un affare privato e della politica un affare pubblico, regolato da criteri diversi.

6 Aristotele distingue tra virtù «etiche» e virtù «dianoetiche». Quale è il senso di questa distinzione? 

Senza fare della filologia, bisogna tenere presente un fatto elementare: «etica» deriva da una parola greca, êthos, che vuol dire «costume», ma che ha un omonimo, éthos, che significa «carattere». Le virtù che Aristotele prende in esame nel primo libro, come la temperanza, il coraggio, la magnanimità, la giustizia, si possono chiamare virtù del carattere, perché fanno parte delle disposizioni ordinarie di un uomo all’azione. Ciò che si giudica in etica non è ogni azione singolarmente presa, ma la disposizione ad agire in un certo senso. Ma Aristotele si pone un secondo problema, chiedendosi quale sia la virtù che si riferisce alla deliberazione ed all'attuazione delle virtù. 
Si può dire che ci troviamo qui di fronte a una virtù di secondo grado, al problema della phrónesis. È difficile tradurre questa parola. I latini l’hanno tradotta con prudentia, ma la parola «prudenza» ha per noi un senso molto diverso; nel concetto di prudenza c’è l’idea di precauzione, mentre per Aristotele phrónesis è una parola estremamente forte: si tratta della saggezza pratica che si attua in circostanze determinate. 
Potrei spiegarmi in questi termini: Aristotele ha incontrato il problema della deliberazione nel libro che precede l'enumerazione delle virtù, il libro terzo, in cui si parla della prâxis e della poíesis. In questo libro Aristotele esprime un’idea assai limitata del ruolo della deliberazione e, in un certo senso, della ragione, che consiste per lui soltanto nel calcolare bene i mezzi, una volta posto il fine. Se un uomo fa il medico, per essere un buon medico deve saper purgare, somministrare medicine o, al contrario, tagliare; se fa l’architetto, deve saper costruire case.
Come dice Aristotele, non si delibera sui fini, ma sui mezzi. Nel libro sesto invece, in cui parla della prudenza, della saggezza pratica, ciò che viene messo in questione è proprio il fine. In rapporto al perseguimento della felicità, si deve fare il medico o l’architetto? Per questo affermo che siamo di fronte a una virtù di secondo grado, che rimette in causa i fini, che non erano affatto in discussione quando si diceva che c’è deliberazione soltanto sui mezzi. Qui si delibera intorno ai fini: è ciò che fa un adolescente, e che anche noi facciamo in tutti i momenti importanti della nostra vita, quando prendiamo una decisione per la nostra carriera, quando facciamo la scelta di quello che si dice in termini moderni un progetto di vita, un programma di vita. Si attua qui una deliberazione che investe il rapporto tra i fini e la felicità, e non più soltanto quello tra i mezzi e i fini. Alla fine del sesto libro dell'Etica nicomachea si trova un capoverso che non finisce di stupirmi, dove si afferma, in definitiva, che più importante della phrónesis, della saggezza, è il phrónimos, l’uomo saggio, perché è il suo gusto, il suo tatto morale, che gli permette in una data situazione di riconoscere in che senso si può agire bene o male. 
Aristotele paragona la phrónesis anche con la sensazione, la aísthesis, che ci mette in contatto con le cose singole. Si può dire che la phrónesis ci mette in rapporto con le situazioni singole, a partire dalle grandi scelte di vita, che sono esse stesse ordinate alla felicità. La phrónesis circola dal basso in alto: in alto c’è l’idea che ci facciamo della felicità, in mezzo le diverse virtù con cui la perseguiamo, e in basso le singole azioni. La phrónesis è l’arte di accordare tutti i livelli, dunque un’arte morale.
Si può dire che la phrónesis è la grande virtù della vita pratica, ma colui che pratica questa virtù non lo sa. Colui che ne fa la teoria è il filosofo. È per questo che Aristotele non conclude con la vita pratica, ma con la vita contemplativa: solo l’uomo contemplativo è capace di confrontare dei generi di vita, come la vita pratica, appunto - che per lui è la stessa cosa che la politica - e la vita speculativa che gli è propria.

7 Un ruolo importante nell’Etica Nicomachea è svolto dalla categoria dell’amicizia. 

In primo luogo mi permetta di dire che la parola ha per noi un senso assai più ristretto di quello che aveva per i Greci. Per noi l’amicizia è un rapporto di intimità che ci lega a pochissime persone, a pochi amici; Aristotele, invece, non dice che si debbano avere molti amici, ma dice che l’opposto dell’amico è il nemico. Quando si tiene presente questa opposizione, si vede che si tratta di qualcosa di assai più largo di un rapporto preferenziale con una cerchia di amici eletti: si tratta invece dello stesso rapporto sociale.
È l’amicizia, potremmo dire, che permette di vivere insieme nella città. Perciò credo che non si debba opporre l’amicizia alla politica, perché il rapporto sociale è una specie di estensione a tutta la città di quel nucleo di amicizia che sperimentiamo effettivamente verso coloro che abbiamo scelto come amici. È evidente che da un lato bisogna prendere l’amicizia in un senso più lato che non l'amicizia nella sua accezione moderna; ma dall’altro, se si dice che è lo stesso rapporto sociale, bisogna aggiungere che questo rapporto sociale è limitato agli eguali, e quindi esclude gli schiavi e gli stranieri. Direi quindi che l’amicizia è selettiva più dal punto di vista politico che dal punto di vista delle scelte individuali.



Nell'Etica nicomachea Aristotele mette in relazione la facoltà di scegliere dell'uomo con la ricerca della felicità, interrogandosi sui vari modi dell'«agire bene», sulle varie virtù. Il merito di Aristotele è per Ricoeur l'aver individuato il tratto comune delle virtù nel loro essere «giusto mezzo» tra due estremi, in senso non banale. Arisotele considera infatti la prassi umana come il luogo del bene e del male, e non cerca, come Platone, di definire le forme del bene come idea assoluta. Questo connette l'Etica nicomachea alla Poetica, in cui si mostrano esempi di azioni rapportate alla felicità tramite il vizio e la virtù. Per Ricoeur, Aristotele, includendo l'aspetto del desiderio nel concetto di azione, tempera anche l'intellettualismo di Socrate. Inoltre, essendo l'azione sempre pubblica, e la virtù principale essendo la giustizia, l'Etica è legata anche alla Politica. Mentre le virtù etiche sono considerate disposizioni all'azione, quelle dianoetiche, soprattutto la phronesis, riguardano il fine dell'azione. La phronesis può essere teorizzata come virtù pratica solo nella vita contemplativa. Altra virtù fondamentale è l'amicizia, intesa come rapporto sociale, anche se, per la struttura della società greca, ne vengono esclusi schiavi e stranieri.

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Biografia di Paul Ricoeur

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