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Interviste

Dietrich von Engelhardt

Antropologia del dolore

22/3/1991
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  • Professor von Engelhardt, il dolore è tra le realtà più misteriose e inquietanti dell'uomo. Quali interrogativi suscita e quali discipline interpella? (1)
  • Come è stato concepito e combattuto il dolore dalla medicina antica e medioevale? (2)
  • Con la sua antropologia dualista di origine cartesiana, quale posizione ha assunto, la cultura moderna, di fronte al dolore? (3)
  • Se il dolore non è soltanto un fatto fisiologico ma ha anche un valore sociale ed esistenziale, diventa centrale la questione dell'espressione del dolore. Come comunica l'uomo la sua sofferenza psichica o fisica? (4)
  • Il dolore è stato da sempre oggetto di sublimazione artistica, di interpretazione filosofica, di giustificazione teologica. Quali sono gli scenari di “senso” entro cui l'uomo, nelle diverse culture storiche, ha collocato il dolore per comprenderlo e sopportarlo? (5)
  • Di fronte al dolore si sono avuti tentativi di demonizzazione ma anche forme di idealizzazione. Il dolore, cioè, è stato sentito sia come scandalo e oltraggio alla dignità umana, sia come privilegio e strumento di sensibilità e conoscenza. Possiamo fare degli esempi concreti di questi due modi di concepire e vivere l'esperienza del dolore? (6)
  • Qual è la funzione della medicina di fronte al dolore? Deve essa ridursi ad una mera tecnica di guarigione o deve comprendere la realtà di chi soffre nella sua globalità? (7)
  • In che misura il concetto che noi possediamo del dolore e il senso che gli attribuiamo influiscono sulla prassi medica? (8)



    1 - Professor von Engelhardt, il dolore è tra le realtà più misteriose e inquietanti dell'uomo. Quali interrogativi suscita e quali discipline interpella? 

    «Si nasce tra le lacrime e si muore tra le lacrime». E’ questo un detto molto antico che esprime quanto sia grande la presenza del dolore nella vita dell’uomo. Senza dubbio il dolore è uno dei temi originari, ma anche una motivazione originaria della medicina. Il dolore non può essere ridotto soltanto alla biologia, il dolore è un tema della psicologia, della sociologia, della filosofia e anche della teologia. Una medicina che non voglia esaurirsi in una tecnica di guarigione, ma voglia essere anche una cultura della guarigione dovrà sempre prendere in considerazione anche queste altre dimensioni del dolore. La storia della medicina, la storia della cultura europea, anche la storia di altre culture extraeuropee, ci hanno dato molti stimoli a percepire il dolore in queste altre dimensioni. Già l’immagine di Laocoonte ci mostra in quali dimensioni il dolore venga percepito: in primo luogo sul piano corporeo, poi però sul piano sociopsicologico – qui Laocoonte è colpito dal dolore dei suoi figli, dal proprio dolore – ed anche sul piano religioso e trascendente, nel quale pure ha luogo la sofferenza di Laocoonte. Sul piano corporeo-biologico dall’antichità sino ad oggi ci sono stati dei tentativi sia di comprendere il dolore che di alleviarlo o eliminarlo terapeuticamente, di dare una risposta sul piano degli aiuti o della guarigione che possono essere dati.


    2 - Come è stato concepito e combattuto il dolore dalla medicina antica e medioevale?

    La medicina dell’antichità ha compreso il dolore nel grande schema dei quattro elementi, quattro liquidi, quattro qualità, uno schema cosmologico proprio della medicina ippocratica. Il dolore significava una disarmonia e, corrispondentemente, si orientavano anche i tentativi terapeutici di alleviare o eliminare il dolore. Di fatto le possibilità di alleviare il dolore di cui disponevano l’antichità, il Medioevo, ma anche buona parte dell’epoca moderna, erano molto poche. Corrisponde a questa circostanza il detto degli antichi che «è opera divina lenire il dolore». Oltre alle possibilità di affrontare il dolore sul piano psichico, l’antichità e il medioevo disponevano soltanto di alcool e di oppio e di poche altre possibilità. Nel Medioevo non è cambiato niente di questo modo tradizionale di combattere il dolore, molte altre possibilità non ce n’erano. Considerate le scarse possibilità della medicina Tommaso d’Aquino ha detto, che «l’unica e decisiva reazione al dolore è la contemplazione del Divino». 


    3 - Con la sua antropologia dualista di origine cartesiana, quale posizione ha assunto, la cultura moderna, di fronte al dolore? 

    L’epoca moderna sul piano medico-biologico, per quanto riguarda l’interpretazione del dolore e anche la reazione ad esso da un punto di vista terapeutico, sta all’insegna della divisione cartesiana di corpo e anima. Da un lato, nel corso dell’epoca moderna, si sono avuti molti successi a livello medico-biologico per comprendere il dolore e per fornire una risposta terapeutica; dall’altro, con questa divisione di corpo e anima, che corrisponde alla filosofia cartesiana, è comparso un disinteresse per il piano psichico, sociale e anche filosofico-teologico. Già Paracelso, all’inizio della modernità, ha ideato degli esperimenti di tipo chimico-biochimico, per superare o, quanto meno, lenire il dolore. Sul finire del XVIII secolo e all’inizio del XIX sono state fatte nuove scoperte nella chimica dei gas. L’anestesia è una conquista del XIX secolo come l’asepsi e l’antisepsi. Con l’anestesia del secolo XIX la chirurgia e la lotta per lenire o eliminare il dolore entrano in una nuova epoca. E’ l’epoca in cui ci troviamo in fondo ancor oggi. La situazione attuale è contrassegnata dalla presenza di una gran quantità di teorie sull’origine del dolore e sulle terapie che ne conseguono. Una nota teoria contemporanea è quella sviluppata da Mehlsack che prende il nome di teoria get-control. Ci sono una infinità di domande aperte, anche in relazione a quegli ultimi sviluppi della biochimica e della chimica che rendono possibile superare il dolore restando in stato di coscienza. Queste domande che sono ancora aperte non si trovano oggi soltanto sul piano medico-biologico, bensì, ed è importante, sul piano psicologico e sociopsicologico da un lato, sul piano filosofico, teologico e artistico dall’altro. Non si dovrebbe mai dimenticare che proprio le arti, la letteratura ma anche le arti figurative, hanno sviluppato una quantità di osservazioni interessanti per l’interpretazione del dolore. Le concezioni più moderne, anche nella medicina, per una terapia palliativa e per una lotta al dolore recepiscono queste altre possibilità sociopsicologiche, e, in parte, anche filosofiche e artistiche, di terapia. 


    4 - Se il dolore non è soltanto un fatto fisiologico ma ha anche un valore sociale ed esistenziale, diventa centrale la questione dell'espressione del dolore. Come comunica l'uomo la sua sofferenza psichica o fisica?

    Sul piano sociopsicologico dall’antichità attraverso il medioevo sino ai tempi moderni il dolore ha sempre destato attenzione. Ad esempio il problema era già quello: «come potere esprimere il dolore»? I differenti popoli hanno sviluppato linguaggi molto differenti per l’espressione del dolore. La lingua araba possiede centinaia di espressioni per la sofferenza, per il dolore, mentre i linguaggi europei, sotto questo aspetto, sono molto più limitati, sicché con il variare delle possibilità espressive di un linguaggio variano anche le possibilità dell’individuo di parlare del dolore, di comunicare col medico. Nella comunicazione medico-paziente si parla del dolore in termini generali, del luogo, dell’ora in cui compare, della sua intensità e anche della sua qualità. La comunicazione medico-paziente sul dolore si esaurisce in queste quattro dimensioni. Il lato socio-psicologico del dolore oltrepassa però questo linguaggio, questa comunicazione medico-paziente, ma coinvolge essenzialmente le questioni del senso e anche il problema degli effetti del dolore sulla situazione sociale, sui rapporti del sofferente all’interno della famiglia oppure nel posto di lavoro e nella società. Nella antichità è stato osservato che esiste, ad esempio, un rapporto tra la durata di un dolore e la sua violenza. Si diceva che quando il dolore è breve, è forte, pesante; quando è lungo, è invece più debole. Il lato sociale del dolore, quell’isolamento dell’uomo che può accompagnare il dolore, è stato pure ripetutamente messo in evidenza nei secoli dall’antichità ai giorni nostri. Goethe ad esempio dice che «solo il proprio dolore, quello che è stato provato personalmente, mette nelle condizioni di immedesimarsi nel dolore altrui». Gli stessi medici del XVIII secolo hanno sofferto sin troppo a causa dell’incapacità o dei limiti della medicina di confrontarsi con il dolore. Non si dovrebbe dimenticare che, per esempio, le amputazioni del seno nel XVIII secolo dovevano essere eseguite senza l’anestesia che oggi abbiamo e si può capire come mai le donne abbiano fatto passare del tempo prima di decidersi ad un intervento del genere, spesso troppo tempo per cui di frequente era oramai troppo tardi per intervenire. In relazione a questa situazione c’è un detto della medicina francese del secolo XVIII che sostiene che il medico non poteva fare molto di più «che consolare e rasserenare il paziente»: consoler et amuser era il detto del XVIII secolo. Il secolo XIX ha creato con l’anestesia possibilità del tutto nuove, ma anche nuovi conflitti, di cui riferiscono tanto i medici che i pazienti. Conflitti di questo genere: si è avuta la sensazione di abbandonare con il superamento del dolore la tradizione cristiana o anche la tradizione antropologica del vivere consapevolmente. Il grande fisiologo francese Magendie ha detto molto chiaramente di non volersi in nessun caso affidare ad un chirurgo in quello stato di incoscienza reso possibile dall’anestesia, dalla narcosi eterea, dalla morfina e da altre possibilità. Si sa pure di ginecologi che avevano le loro difficoltà con il parto indolore, perché si ricordavano delle parole bibliche secondo cui «le donne devono partorire nel dolore». Già nell’antichità si è visto un legame essenziale tra la malattia e il dolore. Seneca ha definito il dolore corporeo, dolor corporis, una caratteristica essenziale della malattia. La dimensione sociopsicologica è stata seguita nel nostro secolo da molti ricercatori; vi sono molte ricerche sulle forme di espressione del dolore, sulle sue conseguenze sociali, sul modo in cui il mondo circostante può misurarsi con il dolore e con i dolori di un paziente. C’è una intera serie di strani dolori per i quali v’è a stento un linguaggio e che in parte sono privi di un sostrato reale, corporeo, il cosiddetto dolore immaginato. In questi casi un uomo prova dolore in un arto che non c’è più. Nella medicina e nella psicoterapia noi siamo sempre chiamati a trovare risposte per fornire una comprensione e anche per alleggerire il paziente dalla situazione in cui si trova quando ha dolore, anche se la anestesia moderna fin troppo spesso libera i pazienti da questo dolore, da questo tormento. Accanto al piano medico-biologico e accanto a quello sociopsicologico si trova come dimensione del tutto decisiva l’interpretazione filosofica e teologica del dolore. 


    5 - Il dolore è stato da sempre oggetto di sublimazione artistica, di interpretazione filosofica, di giustificazione teologica. Quali sono gli scenari di “senso” entro cui l'uomo, nelle diverse culture storiche, ha collocato il dolore per comprenderlo e sopportarlo?

    Proprio nella nostra epoca è importante richiamare ripetutamente alla memoria queste tradizioni della filosofia e della teologia, che hanno sviluppato concezioni essenziali per la comprensione del dolore le quali, nell’epoca dell’anestesia e della modernità, sono andate perdute, ma potrebbero in molti casi essere d’aiuto agli uomini nelle più diverse situazione di dolore. Nell’antichità era in primo piano una donazione di senso al dolore sulla base di una antropologia cosmologica. Il dolore era una caratteristica dell’uomo, il dolore era una caratteristica anche della natura dell’uomo. Aristotele ha compreso il dolore come “passione”. Conseguentemente la terapia del dolore doveva essere più che altro filosofica. Di passaggio sia detto che le malattie psichiche fino al secolo XVIII sono state dominio della filosofia. Così pure nell’antichità la sopportazione del dolore veniva considerata come una caratteristica dell’uomo, come un signum antropologico. Nel Medioevo il dolore fu posto sotto la visione trascendente della realtà, cioè nel dolore l’uomo prende parte alla passio Christi. Ci sono comunque nel Medioevo voci che mettono in guardia da una eccessiva idealizzazione del dolore. Agostino, padre della Chiesa, ha coniato questa espressione: «E’ vero che si possono accettare molti dolori, ma nessuno può essere amato». Nel mondo medioevale ci sono molti esempi impressionanti di uomini che durante la loro vita hanno sempre sopportato dolori fisici e psichici e li hanno interpretati nel quadro della visione cristiana della trascendenza. Hildegard von Bingen, abbatessa e medico del medioevo, è stata ammalata durante tutta la sua vita. Ha sempre sofferto e, scrivendo le sue visioni, con la sua fede, ha trovato il modo di dare una soluzione alla sua sofferenza, al dolore. Un cronista suo contemporaneo, a proposito della sua sofferenza, scrive che «tutta la sua vita è stata un morire prezioso». E’ stata un morire “prezioso” nel senso che la sua opera è stata quella di potere sopportare la sofferenza e di dare un senso alla sofferenza e che il valore di un uomo non è soltanto nel superare il dolore, nel vivere senza dolori, come dice la famosa definizione della salute data dall’ “Organizzazione mondiale della Sanità”, ma nel collegare anche un senso a questo dolore, nel riuscire a integrare costruttivamente il dolore nella propria vita. Anche dopo quella separazione di anima e corpo, dovuta alla filosofia cartesiana, che è stata assai decisiva per lo sviluppo moderno della medicina con tutte le sue possibilità positive, ma anche con i suoi limiti, anche dopo questa introduzione ad opera della filosofia cartesiana o dopo l’introduzione di questa separazione di corpo e anima condizionata dalla filosofia cartesiana, ci sono state molte voci sia da parte di filosofi e di teologi, ma anche da parte di letterati, di pittori, le quali hanno affermato di avere strappato un senso alto al dolore. Ad esempio Montaigne, che segue la tradizione stoica dell’antichità, apprezza i propri dolori, per quanto preferisca non averli e per quanto ne possa soffrire, perché gli hanno mostrato quanto sia grande la capacità dell’uomo di mantenere la sua coscienza, di conservarla, anche quando ci sono dolori. In altri termini, la qualità dello spirito umano si mostra proprio nel superamento del dolore, nella capacità di mantenere la coscienza, la ragione, anche se il dolore fisico minaccia di farla perdere. Pascal ha visto nell’essere ammalati, nel dolore, la condizione naturale del cristiano, poiché, come egli disse, proprio in questa condizione di sofferenza e di dolore noi veniamo portati a ciò che costituisce autenticamente l’uomo, cioè a non dipendere dai beni materiali, neanche dai piaceri, e a rivolgerci totalmente alla conoscenza interiore, alla conoscenza della relazione con Dio. L’epoca dell’Idealismo tedesco, del Romanticismo ha dato una interpretazione profonda non solo della malattia, non solo della terapia, ma anche del dolore. Hölderlin, il grande poeta idealista classico, romantico, ha ricordato il detto degli antichi che «gli Dei colpiscono colui che amano». Egli stesso l’ha vissuto personalmente. Quando dalla Francia è ritornato in Germania, malato e con dei disturbi psichici, scrive al suo amico «.... ed io lo so, Apollo mi ha colpito». 


    6 - Di fronte al dolore si sono avuti tentativi di demonizzazione ma anche forme di idealizzazione. Il dolore, cioè, è stato sentito sia come scandalo e oltraggio alla dignità umana, sia come privilegio e strumento di sensibilità e conoscenza. Possiamo fare degli esempi concreti di questi due modi di concepire e vivere l'esperienza del dolore?

    Secondo Hegel il dolore è un privilegio degli esseri più elevati, un privilegio della vita, dell’uomo; solo l’uomo, la natura, la natura vivente può sentire dolore, poiché solo la natura sta nel contrasto tra l’idea e la vita. Questo dissidio tra la vita e l’idea, percepito nella coscienza è, per Hegel, la causa e la manifestazione del dolore. Una pietra non prova dolore, una pianta nemmeno, un animale può sviluppare dolori sino ad un certo grado, ma sentirli al più alto livello reale della coscienza lo può solo l’uomo. Questa è una chiarificazione del dolore filosofica, filosofico-naturale e antropologica. Allo stesso modo anche altri poeti, Novalis e molti altri dell’epoca, Giacomo Leopardi, hanno attribuito al dolore un significato molto alto nella vita dell’uomo, un significato che può sempre essere anche d’aiuto per coloro che soffrono a causa del dolore. I poeti del diciannovesimo secolo, tanto i realisti che i naturalisti, hanno portato avanti questa linea di interpretazione, ma spesso l’hanno anche trascurata, ciò vale in particolare per i poeti naturalisti. Questa interpretazione è stata ripresa nuovamente nel ventesimo secolo dai filosofi e dai teologi e anche da quei medici della “medicina antropologica” da loro influenzati. Uno di questi medici antropologi, Buytendijk, una volta ha detto che «il dolore passa, ma l’aver sofferto non passa mai», cioè la situazione del dolore, del dolore immediato va via, può essere superata, ma è caratteristico dell’uomo il fatto che egli si ricordi ripetutamente della situazione di dolore. V’è pure un detto profondo del filosofo Scheler: «una esistenza senza dolore induce alla superficialità metafisica», cioè una vita umana che non ha mai sopportato il dolore, che non è mai stata messa alla prova nell’affrontare il dolore, nel superarlo, in senso autentico, non sa cos’è la vita umana. Contemporaneamente i filosofi, e Karl Jaspers ne è un buon esempio, hanno ripetutamente messo in guardia dall’idealizzare il dolore, proprio come già all’inizio del Medioevo il padre della Chiesa Agostino. In questo dissidio tra il donare senso al dolore ed il superamento del dolore si trova l’intera medicina moderna e la storia della cultura. Da un lato si registrano i tentativi di superare il dolore, di bandirlo dalla vita dell’uomo, dall’altro noi abbiamo il fatto che la cosa non sempre riesce e che dobbiamo per questo dare un senso al dolore. O, da un lato, si è inserito il dolore nella vita dell’uomo senza sopravvalutarlo, oppure, cosa a cui i poeti romantici, i medici romantici occasionalmente sono stati anche inclini, lo si è sopravvalutato, sicché non si può dire proprio esattamente cosa secondo la loro concezione stia più in alto: la morte o la vita, il dolore o l’assenza di dolore? Un esempio particolarmente impressionante dell’aver fatto propria questa concezione, anche sul piano biografico, è il suicidio di von Kleist insieme alla sua amica, visto che questo suicidio significava per lui un riempimento della vita umana, poiché per lui la morte in un certo senso valeva più della vita. Karl Jaspers, Agostino e molti altri hanno cercato di ricavare dal dolore un significato particolare, di concepirlo come una caratteristica essenziale della vita umana e contemporaneamente di non porlo al posto più alto. 


    7 - Qual è la funzione della medicina di fronte al dolore? Deve essa ridursi ad una mera tecnica di guarigione o deve comprendere la realtà di chi soffre nella sua globalità?

    Se si considera la storia culturale del dolore si potrà ripetutamente osservare che il dolore costituisce un anello di congiunzione tra la natura e la cultura. Da un lato il dolore è un fenomeno biologico, dall’altro uno culturale ed è spesso difficile, molto difficile, definire quale aspetto in un dato momento stia in primo piano, quello biologico e fisiologico oppure quello culturale, psicologico e anche linguistico. La medicina viene ripetutamente sfidata a riflettere sulla sua posizione fondamentale a cavallo tra le “scienze della natura” e le “scienze dello spirito”, a recuperare la sua dimensione antropologica, quella cosmologica e quella metafisica. Proprio nell’incontro tra il medico e il paziente il medico deve calarsi nella soggettività del paziente, nella sua percezione del dolore e non solo in quella, ma anche nella sua valutazione del dolore – il paziente in fondo non percepisce soltanto il dolore, lo valuta anche. Quel medico che guarda al paziente nella pienezza della altrui soggettività, farà bene a interpretare il dolore non soltanto sul piano fisiologico e nemmeno solo sul piano psicologico, farà suo anche il piano valutativo, i punti di vista normativi sul dolore, domanderà al paziente anche che cosa è per lui il dolore, come egli lo valuti e se questi, nonostante tutti i tentativi di alleviare il dolore – cosa che resta comunque il fine essenziale di ogni medicina, di ogni terapia, anche di ogni terapia palliativa – non possa ricavare un senso dal dolore in quanto capisce che al dolore corrisponde sul piano cosmologico, nella evoluzione della natura, un determinato grado di sviluppo – questo è l’aspetto filogenetico del dolore – e che il dolore possiede anche nello sviluppo individuale di ogni individuo un ruolo essenziale – questa sarebbe la funzione ontogenetica del dolore – e che, oltre a ciò, nella sfera sociale esso apre al mondo circostante, anche ai suoi amici, ai suoi parenti, una chance di partecipare a questo dolore, laddove è giusto ricordare di nuovo il detto di Goethe secondo cui «i dolori possono essere capiti, solo da chi li ha personalmente provati». Anche questo è un punto di vista sul quale sin dall’antichità è stata richiamata l’attenzione della medicina. Che forse il medico può capire solo quei pazienti le cui malattie egli ha già avuto. Infine – anche questo è qualcosa che nel contatto con il sofferente gli si può sempre offrire – gli si faccia capire che nel dolore si manifesta anche una dimensione antropologica, oppure una metafisico-filosofica, nel senso che quel contrasto che noi avvertiamo fondamentalmente tra le idee e il mondo della realtà, trova qui ciò che vi corrisponde sul piano corporeo, mentre all'uomo religioso si farà vedere che nel dolore si esprime il contrasto tra la vita terrena e quella nell’Aldilà. In altre parole si dovrebbe trasformare la medicina da tecnica di guarigione in cultura della guarigione in modo che nella conoscenza scientifica, a contatto con il dolore, nella descrizione e anche nelle risposte terapeutiche, essa tenga presente queste altre dimensioni del dolore, che noi possiamo acquisire dalla storia culturale del dolore. 
    Ci sono due titoli di due libri contemporanei che forse dicono con particolare esattezza quali sono le dimensioni, qual è l’orientamento da tenere quando si è a contatto con i dolori. Il primo titolo proviene da Gadda ed è La cognizione del dolore. Resta sempre molto importante fare in modo che alla descrizione scientifica, scientitifico-naturale e fenomenologica non sfugga che cosa è il dolore. Questo resta uno dei compiti essenziali insieme a quello di cercare ancora nella biochimica e nella chimica altre possibilità di affrontare il dolore sul piano terapeutico. L’altro titolo proviene da Neruda ed è Trasformare in speranza il dolore del mondo. Questo è il secondo compito, quello di vedere in che modo l’uomo che soffre, in che modo tutti noi che soffriamo a contatto con il dolore, possiamo acquisire una dimensione di speranza, guardare avanti e vedere una possibilità di integrare costruttivamente nella vita il dolore e la sofferenza.


    8 - In che misura il concetto che noi possediamo del dolore e il senso che gli attribuiamo influiscono sulla prassi medica?

    Per la medicina e la sua terapia ha una grande importanza qual è il concetto di dolore che le sta alla base. Una tecnica della guarigione può definire il dolore come un guasto di una macchina mentre una cultura della guarigione partirà sempre dalla dimensione antropologica, cosmologica e anche metafisica del dolore. Vi sono delle relazioni assolutamente chiare infatti tra la terapia e il concetto del dolore. Se noi siamo in grado di definire il dolore solo sul piano biologico, nella terapia ci muoveremo soltanto sul piano biologico. Se noi invece comprendiamo il dolore come un fenomeno sociale, psicologico, sensato, anche nella terapia dovremo misurarci con queste dimensioni psicologiche e sociologiche. Il concetto moderno di una cura palliativa, che è stato adesso discusso in un congresso a Parigi a cui è seguito subito dopo un altro in Assisi, un tale concetto oltrepassa l’immediata lotta al dolore, ma comporta piuttosto che il sofferente, l’uomo che ha dolori, venga assistito sul piano psichico, sociale, e culturale e può a ragione farsi guidare dall’idea che, se vengono presi in considerazione anche questi piani ulteriori, l’immediato dolore fisico può essere sopportato più facilmente, forse addirittura lo si può superare più facilmente. Sul piano di una cultura della guarigione resta comunque sempre importante chiedersi qual è il significato che si attribuisce al dolore. Molti filosofi possono farci da stimolo, molti di essi durante questa lezione sono gia stati nominati. Si dovrebbe sempre ricordare Kant che ha detto che «nel dolore noi sentiamo un aculeo che ci spinge ad agire» e che «solo con questo aculeo a essere attivi noi percepiamo la nostra esistenza». Ma non si dovrebbe neanche dimenticare il detto di Rilke - e una medicina come cultura della guarigione farà sempre bene ad ascoltare i poeti - secondo cui «il dolore ci porta spesso in regioni incommensurabili per le quali a stento abbiamo un linguaggio», e che la poesia - lo stesso Rilke ne è un ottimo esempio - può esserci d’aiuto in queste regioni incommensurabili, per sviluppare un linguaggio e per trovare una parola che possa essere compresa dal medico, dal paziente e da chi ci sta intorno.

Abstract:
Il dolore è uno dei temi fondamentali della medicina, per spiegarne le connotazioni non solo fisiche, ma anche sociali e psicologiche Dietrich von Engelhardt presenta l'immagine di Laocoonte (1). La medicina antica ha inquadrato il dolore nello schema cosmologico ippocratico, combattendolo spesso solo con palliativi, come del resto avveniva nel Medioevo (2). L'epoca moderna si trova sotto l'insegna della divisione cartesiana di corpo ed anima e si disinteressa degli altri aspetti del dolore; von Engelhardt ricorda i progressi resi possibili dall'anestesia, che ha trasformato le tecniche per lenire il dolore; attualmente si ha un gran numero di teorie e terapie in proposito, con una ripresa dell'attenzione per gli aspetti sociopsicologici, filosofici ed artistici (3). I vari popoli hanno sviluppato linguaggi differenti per esprimere il dolore e per interrogarsi sul suo senso, che certo va al di là del rapporto tra medico e paziente e coinvolge anche l'aspetto sociale, se non altro per l'isolamento cui costringe; le possibilità dell'anestesia hanno messo in crisi una certa visione cristiana ed antropologica del dolore, lo studio della dimensione sociopsicologica ha invece aperto nuove dimensioni, lasciando intravedere anche la presenza di dolori immaginati (4). Nell'antichità si riteneva che il dolore avesse un senso sulla base di un'antropologia cosmologica; da Aristotele era considerato come “passione”, nel Medioevo lo si collocò in una visione trascendente della realtà come partecipazione alla passione di Cristo, anche se Agostino metteva in guardia dal non amarlo. Von Engelhardt ricorda anche la figura di Hildegard von Bingen, medico medievale, che riuscì a dare senso alle sue sofferenze; nonostante la scissione tra anima e corpo introdotta dalla filosofia cartesiana, anche nell'epoca moderna ci si è interrogati sul senso del dolore, per esempio in Montaigne, che rifletteva sull'importanza di conservare la ragione, in Pascal, che vi individuava l'esperienza del distacco dai beni materiali, oppure in Hölderlin che riprendeva concezioni antiche nel considerare la malattia come inviata dagli dèi (5). Per Hegel il dolore è il privilegio degli esseri più elevati, anche Novalis e Leopardi gli hanno attribuito un significato molto alto, nel XX secolo la corrente della medicina antropologica ha riflettuto sull'esperienza del dolore, sottolineandone il senso (Scheler) o mettendo in guardia dalla sua idealizzazione (Jaspers), in proposito von Engelhardt ricorda il suicidio di Kleist come esempio di un’inversione di valori (6). Il dolore costituisce un anello di congiunzione tra natura e cultura, così come la medicina, nel suo confrontarsi con il dolore, deve porsi a cavallo tra le scienze della natura e quelle dello spirito, affrontando il dolore non solo sul piano fisiologico e psicologico ma interrogandosi anche, per esempio, sul suo senso filogenetico ed ontogenetico, antropologico e filosofico e diventando pertanto cultura della guarigione e non semplice tecnica (7). Ricordando il titolo di un celebre libro di Gadda, von Engelhardt sottolinea l'importanza della “cognizione” scientifica del dolore; rifacendosi a Neruda mette poi in risalto la dimensione di speranza che deve essere mantenuta (8). La cultura della guarigione deve tener conto delle dimensioni culturali: già la cura palliativa riconosce la necessità di un'assistenza psicologica per sopportare meglio il dolore; per concludere von Engelhardt si riferisce a Kant, secondo cui il dolore è una spinta ad agire, e a Rilke, che assimilò l'esperienza inesprimibile ed incommensurabile del dolore al linguaggio poetico (9).

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Biografia di Dietrich von Engelhardt

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