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Interviste

Francesco Valentini

Che cos'è la politica?

2/10/1991
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Dopo aver definito la politica come l'attività con cui una comunità organizzata regola la sua vita interna e le sue relazioni esterne e si costituisce come "Stato", come luogo di decisioni supreme e monopolio del potere e della coercizione, Francesco Valentini indica nel progresso tecnico uno strumento utile per realizzare l'istanza egualitaria posta dalla filosofia politica moderna. Valentini si sofferma sui due più frequenti luoghi comuni che accompagnano la discussione politica: da un lato il pregiudizio nei confronti delle teorie politiche di Machiavelli che ha dato origine e diffuso l'idea della "politica" come cinismo, corruzione ed astuzia; dall'altro la vulgata che vuole la politica come un ambito totalizzante che assorbe al suo interno tutte le altre attività di una comunità organizzata. Secondo Valentini non si può ridurre il valore di un'azione politica alla sua efficacia pratica, perchè il fine dello stato, già per Aristotele, doveva essere non il vivere, ma il "ben vivere", cioè non l'utile, ma l'accrescimento del senso e della libertà. Tutte le forme di opposizione alla politica come dimensione del bene pubblico, secondo Valentini, possono essere ricondotte alle filosofie personalistiche di ispirazione cristiana che vedono nello stato una minaccia per l'individuo o a quelle liberali che oppongono allo stato la libera iniziativa della società civile:esse, in ogni caso, non possono essere delle alternative alla politica, ma forme diverse di prassi politica che legittimano la resistenza del singolo contro le invadenze dello stato. Questo diffuso antistatalismo, secondo Valentini, risale a tutte quelle correnti politiche ottocentesche - liberalismo, socialismo, cattolicesimo ed anarchismo - che hanno visto nello Stato un fattore di oppressione e di dominio auspicandone in forme e modi diversi l'estinzione, diversamente dal pensiero nazista e fascista che, al contrario, ha realizzato una sorta di divinizzazione dello stato. Tra gli estremi opposti di un liberismo individualista di ispirazione smithiana e di uno statalismo dispotico ed oppressivo, secondo Valentini si colloca l'equilibrata riflessione di Hegel che ha auspicato l'integrazione tra società civile e stato, per realizzare una equa distribuzione della ricchezza, all'interno di una concezione della politica non come strumento dell'utile e del benessere ma del senso e della libertà. Poichè la politica ha bisogno di valori metapolitici e non ha nell'utile la sua misura, per Valentini la morale si configura come la ratio iudicandi della politica. La cattiva fama di cui gode la politica, secondo Valentini, trova la sua origine nel fatto che essa realizza in grado eminente il carattere "ideologico" dell'agire, per cui il suo linguaggio è esortativo, persuasivo e sfugge alla stessa alternativa del vero e del falso. Valentini passa poi ad analizzare il progetto kantiano di una "pace perpetua" come eterno dover essere, come ideale a cui l'umanità deve tendere e l'idea più realistica, e forse più attuale, di Hegel che auspicava uno stato sovranazionale con un potere effettivo sui suoi membri. Nonostante i fatti sembrino smentire ogni speranza in una pace mondiale, Valentini non è d'accordo con la tesi di Carl Schmitt secondo cui la politica è riducibile al conflitto amico-nemico e la guerra è l'unica soluzione all'ineliminabile conflittualità presente nell'uomo. La formulazione aristotelica del concetto di "democrazia" come il "governo dei poveri", secondo Valentini, dimostra che questo regime implica non solo l'acquisizione di certe procedure formali e giuridiche, ma anche una equa distribuzione delle fortune economiche.


Biografia di Francesco Valentini

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