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Interviste

Giorgio Stabile

Leggere Dante

28/4/1994
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  • - Professor Stabile, cosa ha trasmesso la cosmologia dantesca all'immaginario collettivo? (1)
  • - Su quale concezione dello spazio si basa la cosmologia di Dante? (2)
  • - Cosa rappresenta la Torre di Babele nel pensiero di Dante? (3)
  • - Professor Stabile, nelle diverse opere di Dante è possibile rintracciare, in forme diverse, l'idea di costruire una scala d'ordine gerarchica, nella quale si rispecchia una coerenza di tipo universale? (4)
  • - Il senso della precarietà avvertito da Dante, il pericolo di fronte al moltiplicarsi dei localismi, non possono essere considerati elementi di modernità della concezione dantesca? (5)
  • - Qual è la concezione del tempo in Dante? (6)
  • - Professor Stabile, è possibile proporre ancora Dante come un modello nella nostra cultura? (7)

 

1 Professor Stabile, cosa ha trasmesso la cosmologia dantesca all'immaginario collettivo?

Sistema Tolemaico - Stampa del sec.XVII Dante ha trasmesso un'intera immagine della natura e dell'universo sia dal punto di vista fisico, sia da quello religioso, congiungendo e sistemando, in una struttura coerente, i dati della cosmologia greca arricchita da quelli giudaico-cristiani. È una struttura del mondo chiusa che, dal confine estremo dell'empireo, elemento della tradizione giudaico-cristiana aggiunto alla cosmologia greca, va verso il Primo Mobile, il Cielo Cristallino, il Cielo di Saturno, Giove, Marte, del Sole, di Venere, Mercurio, della Luna, fino al nocciolo del mondo della natura. Nella tradizione greca "il tutto" è una sfera perfetta entro cui, per sfere concentriche, si sviluppano le vicende delle stelle e dei pianeti fino al centro della Terra. "Il tutto" non ha un luogo dove esistere perché è illogico pensarlo in qualche luogo: è in se stesso. La teologia cristiana, rinforzata dalle tradizioni neoplatonica e orientale, inserisce il mondo fisico greco nella mente divina, rappresentata dalla luce perenne dell'empireo, il cielo della fiamma che non brucia, insieme fuoco, luce, virtù, che emette energia sotto di sé e costituisce l'"abituculum electorum", "il precetto degli eletti". Questa struttura cosmologica è gerarchizzata: i cieli sono subordinati gli uni agli altri a tre livelli differenziati. C'è un livello dell'eterna pace, dell'immobilità, della compresenza infinita: è l'empireo, che ha in sé i modelli della realtà, che contempla dall'infinito nell'infinito e presso cui ritornano gli eletti dopo la vicenda terrena. Al di sotto, le sfere cristalline, in cui sono infisse le stelle e, sotto, i pianeti, girano con moto circolare e uniforme, secondo l'idea platonica per cui la perfezione è il cerchio e la perfezione del movimento è il moto uniforme. Con questo moto ogni sfera trasmette alla successiva l'energia derivata dall'empireo, articolandola dall'uno al molteplice fino nella sfera lunare. Da qui nasce il tema delle macchie lunari, per cui il cielo della Luna ha compresente, nelle sue mappe, quella ipotetica di tutte le specie destinate a imprimersi nella materia per dare vita a quest'ultima che, come pura potenza, sta nel nocciolo della natura e genera le specie viventi in un perenne fluire, secondo la regola della generazione e della corruzione. Esiste, nel cosmo dantesco, un livello sommo di eterna contemplazione: il motore immobile che non si muove, ma attrae; per gli antichi è il sommo dell'attività in quanto sa muovere senza muoversi. C'è il moto regolare, uniforme, dei cieli che insistono sul loro centro, in quanto unità perenne che mantiene se stessa muovendosi attorno a se stessa: il moto circolare si avvicina all'interno e alla stabilità, pur in presenza di una traslazione. Sotto il cielo della Luna, c'è il mondo della natura e dei viventi, confuso, complesso, variabile e soggetto al perire e al nascere.

Il cosmo dantesco propone una tripartizione della realtà giunta anche nella cultura popolare: sono tre statuti diversi per il mondo, fissati su una rigida gerarchia in cui dall'alto deriva una virtù indifferenziata che i vari cieli, o le intelligenze preposte ad essi, cominciano a lavorare: così tutte le influenze celesti si combinano tra loro per creare gli individui specifici. È una struttura di tipo neoplatonico: da una totalità unica e indifferenziata si danno, per specificazioni successive, le variazioni: dall'uno al molteplice, dal singolo al numeroso. Un processo che, di per sé, ha l'infinito: per spostamenti o successioni continue non c'è mai termine a questa differenziazione che proviene dalla virtù unica, la quale procede come una struttura ad albero per dare luogo alla molteplicità degli effetti e degli individui.

 

2. Su quale concezione dello spazio si basa la cosmologia di Dante?

Nella cosmologia, sia greca sia dantesca, non si può parlare di "spazio", ma di "luogo". Per la cosmologia antica è necessario delimitare lo spazio e, solo in uno spazio delimitato, si può dar luogo a una struttura interna per suddivisioni successive: i luoghi, le differenziazioni dello spazio. Ogni spazio va identificato non da sé stesso, ma di ciò che lo contorna: il luogo, per essere ubicato, deve essere confinato. La struttura dello spazio della cosmologia antica è organizzata per luoghi confinati: solo così lo spazio diventa luogo, un "ubi stat". Questa categoria di Aristotele implica tale struttura relazionale per cui non si può mai dire dov'è un luogo senza citarne un altro in rapporto al quale ubicarlo. Da qui la necessità di un luogo contenente in cui ubicare il luogo contenuto: è una struttura a cerchi concentrici, una struttura che, dice Aristotele, non può andare all'infinito, altrimenti ci sarebbe un luogo all'infinito opposto di un luogo finito: nasce l'idea di un luogo finale, il Cielo delle Stelle Fisse, l'empireo cristiano, il luogo in cui si colloca il mondo.

Questo concetto del luogo è proprio di una civiltà agraria in cui i luoghi si rappresentano per i confini che hanno e per le caratteristiche differenziate che ognuno di questi confini rappresenta. Un caso tipico è la delimitazione della città, che si costruisce definendo prima un confine, quindi un luogo da organizzare al proprio interno nel modo più ordinato possibile. Per il pensiero antico lo spazio matematico è astratto, uniforme, finché non è confinato in un luogo e differenziato dall'altro.

Il problema del luogo è presente in Dante a diversi livelli. A livello della cosmologia ogni cielo è un luogo che ne contiene un altro, secondo la teoria dei luoghi naturali. I luoghi naturali rappresentano altrettante regioni all'interno del mondo celeste, destinate ai quattro elementi. Il mondo è una topografia precostituita per gli elementi che dovranno rientrarvi. È la concezione aristotelica per cui tutto il movimento del mondo sublunare è una tensione continua tra moti violenti che tendono a dislocare i diversi elementi dal loro luogo naturale e la tendenza a tornare ai loro luoghi naturali. C'è un posto per ogni cosa e una cosa per ogni posto, è un ordine prestabilito, ma è soprattutto gerarchico.

I luoghi si caratterizzano per qualità diverse: qui rientra il concetto di luogo di una civiltà agraria: ogni contadino sa che un prodotto, fuori dal proprio luogo naturale, perde le sue proprietà, secondo la cosiddetta "virtù dei luoghi", tipica della civiltà medievale. Quest'ultima si muove tra due grandi idee tra loro opposte: la valorizzazione della realtà locale e il disegno di un'idea universale di una totalità che comprenda, unifichi e coordini le diverse realtà locali.

Come dice Ruggero Bacone, il luogo è, per ogni prodotto, come il proprio padre: c'è un senso di filiazione tra luogo e prodotto del luogo: questo vale non solo per l'agricoltura, ma anche per la tecnica. In una civiltà in cui c'è una differenziazione dei gerghi tecnici, per cui ciò che si può produrre in un luogo non si può produrre in un altro, si creano una differenziazione e una localizzazione anche nei prodotti. L'artigianato nasce dalle potenzialità che il luogo offre, per cui il luogo produce, oltre che il proprio prodotto naturale, anche il proprio prodotto artefatto, secondo una differenziazione che tende sempre più a dislocarsi in modo differenziato e giustapposto. Una realtà differenziata che Dante sente come una presenza del mondo medievale, ma anche come una maledizione di Babele.

 

3. Cosa rappresenta la Torre di Babele nel pensiero di Dante?

Nella tradizione dell'esegesi biblica, in particolare nella trattazione dantesca della torre di Babele, si sottolinea come Dio abbia introdotto una sottilissima maledizione che non è la distruzione delle opere costruite dagli uomini o degli uomini stessi: Dio fece in modo che ogni corporazione parlasse con un linguaggio separato e che non comprendesse le altre. La separazione dei linguaggi diventa il veicolo principale della maledizione che Dante sente come elemento di differenziazione localistica. Se c'è una caratteristica che differenzia l'Inferno dal Purgatorio e dal Paradiso, è la decrescente localizzazione che avviene dall'Inferno verso il Paradiso, questa crescente drammatizzazione del localismo che avviene dal Paradiso fino all'Inferno. L'Inferno è una pletora di citazioni dei localismi di città, fiumi, personaggi, che identificano questa molteplicità incontrollabile e regolata dalla legge della cupidigia, dell'ingordigia, dell'avarizia, come dice Dante.

Dante esprime una profonda verità: al localismo non c'è mai termine. Nel De vulgari eloquentia studia il modo in cui, dalla torre di Babele, la differenziazione è avvenuta per moltiplicazioni triadiche di linguaggi, tra loro differenti via via che gli uomini, dall'Oriente, popolando i continenti, si disperdeva per località e gruppi linguistici; ognuno di essi, separato, dava a separazioni sempre nuove, secondo una struttura ad albero che si ripeteva in continuazione che non ha mai fine. Dal punto di vista linguistico colpiva il localismo; dal punto di vista civico e sociale questa moltiplicazione dei linguaggi che vedeva, in Italia, separarsi lungo il displuvio dell'Appennino in una sinistra e in una destra per divaricarsi come tanti fiumi che si diramano l'uno dall'altro. Dante affermava, infatti, che, se si dovesse calcolare la quantità e il numero dei volgari esistenti in Italia, si dovrebbe arrivare alle migliaia di migliaia.

Il dialetto come simbolo di realtà locale è potenzialmente infinito e Dante cerca di ritrovare, attraverso una forma linguistica comune, una forma di una legge, una legge dell'invarianza, che cerca la struttura interna del linguaggio, le norme formali che regolano i vari linguaggi. Attraverso quello che chiama il "lavoro dei grammatici", attraverso una forma linguistica e non un contenuto linguistico, egli cercava il mezzo che potesse unire. La lingua, dunque, toscana o italiana, è vista non come un fatto retorico o nazionalistico, ma come legge intrinseca, capace di resistere alla moltiplicazione dissipatrice delle differenze locali.

 

4. Professor Stabile, nelle diverse opere di Dante è possibile rintracciare, in forme diverse, l'idea di costruire una scala d'ordine gerarchica, nella quale si rispecchia una coerenza di tipo universale?

Il sogno dantesco è il tentativo di stabilire una gerarchia organica dei luoghi linguistici: uno dei grandi sogni di Dante è creare una gerarchia dei luoghi sociali e politici.

Attraverso il De vulgari eloquentia dal punto di vista del linguaggio, con La Monarchia, da quello più schiettamente politico e nella Commedia dal punto di vista cosmologico, ideologico e religioso, Dante cerca di dettare un quadro generale in cui ogni ordine sia riportato al proprio luogo gerarchico. Egli non suggerisce una struttura democratica in senso stretto, ma è il rispetto della gerarchia l'unico elemento che riesce a salvare la congruenza dell'insieme. Solo chi riconosce il proprio luogo come proprio luogo naturale e solo chi riconosce il proprio compito all'interno di tale luogo, riconosce la giustezza dell'organizzazione generale.

C'è un elemento a priori in questa struttura, ossia l'idea che il sistema abbia una gerarchia precostituita che ne garantisca la propria durata e la propria congruenza: la ricerca di un imperatore che cavalchi l'insubordinazione della cupidigia umana, di grammatici che facciano tornare indietro dall'incontrollabile proliferazione degli idiomi in linguaggi comuni. L'idea del riconoscimento di una via privilegiata rappresenta il tipico aspetto medievale, dantesco, della gerarchia come principio ordinatore. La gerarchia, in quanto ogni ordine è sottoposto, vive in quanto è generata per rispecchiamento dall'ordine immediatamente sovrapposto. Si tratta di un rapporto di relazione per cui, dal modello iniziale avvengono delle copie delegate e ogni copia deve riconoscere il suo rapporto di dipendenza dal modello da cui dipende. È una sorta di delega che scorre dal culmine fino ai piedi di questa piramide: la gerarchia, ovviamente, regola questa struttura, un ordine fortemente coeso e coerente che Dante sente continuamente in pericolo.

 

5. Il senso della precarietà avvertito da Dante, il pericolo di fronte al moltiplicarsi dei localismi, non possono essere considerati elementi di modernità della concezione dantesca?

La riflessione dantesca sul pericolo della molteplicità e della pluralità delle realtà locali, ha una forte somiglianza all'odierna realtà europea, in cui si assiste a qualcosa di analogo. Credo che la storia mai si ripeta; si ripetono però strutture analoghe e, in questo senso, si sta di nuovo proponendo il tentativo di trovare l'identità nel localismo, nella specificità locale e nel singolo. Al localismo, però, non c'è mai fine, come già capiva e avvertiva Dante. Il localismo ha una struttura ad albero tendenzialmente distruttiva di ogni congruenza e di ogni ordine: è un incentivo all'ingordigia e alla sopraffazione personale, alla dissoluzione sostanziale di quello che è. Queste sono comunque regole politiche cresciute oltre La monarchia di Dante e arrivate fino a Hobbes. La distruzione di un consorzio civile è, di per sé, la scomposizione analitica ad infinitum di un aggregato, sia esso territoriale sia esso sociale, che dà luogo all'individuo contro l'individuo. Nell'ottica del localismo non c'è mai luogo che non possa riconoscersi come un insieme di luoghi a loro volta separabili, non c'è un limite inferiore a questa suddivisione all'infinito. Si tratta di un processo di suddivisione all'infinito che Dante avvertiva sia sul piano politico sia sul piano linguistico.

La moltiplicazione degli idiomi, che sono moltiplicazioni di realtà locali, può rischiare di diventare una regressione al localismo, da considerare come elemento regressivo e potenzialmente dissociativo di qualsiasi norma e di qualsiasi regola. Non c'è più gruppo che renda legittimo il riconoscimento di una legge comune, di una mediazione comune, di una delega comune. È una situazione che viviamo tragicamente in Europa nel momento in cui gli Stati nazionali si stanno dissolvendo proprio in presenza di enormi sistemi che governano a livello planetario il mondo: la vecchia Europa, che si è venuta costituendo nel ricucire le realtà feudali e locali attraverso aggregati superiori, oggi non sta arrivando al federalismo, ma alla separazione per localismi, per gergalismi culturali, sociali ed economici: è propriamente la dissoluzione storica di un aggregato. Credo che Dante, che guarderebbe con preoccupazione questa realtà, e la meditazione di un suo trattato, La monarchia o il De vulgari eloquentia, possano essere, sotto questo aspetto, di illuminante e attuale acutezza.

 

6. Qual è la concezione del tempo in Dante?

In Dante il tempo non è lineare, ma ciclico: è il tempo delle stagioni, del ciclo solare. Il tempo è il circolare perenne e periodico, in primo luogo del cielo delle stelle fisse, quindi dei pianeti che, tornando e ritornando su sé stessi, portano, non soltanto dal punto di vista computistico o astronomico, giorni o mesi. In realtà, le vecchie cronologie privilegiavano del giorno, non il numero, ma il carattere: ancora le nostre nonne riconoscevano un giorno più per il santo, che non per il numero; il contadino riconosce la stagione senza consultare un calendario, ma guardando la vegetazione. Il tempo dantesco si qualifica per cicli annuali regolati attraverso il continuo perenne ritornare su sé stessi dei pianeti che non sono degli oggetti fisici che roteano nel cosmo, ma veri e propri corpi che esercitano una virtù. Questa concezione lega Dante a temi di astrologia per cui, al variare della combinazione degli astri, varia la combinazione del tempo.

Il tempo si differenzia a seconda delle stagioni e, a seconda della qualità dei luoghi, varia anche la qualità del tempo, che è un tempo ciclico proprio perché ritorna. Ritorna per la natura, non per l'uomo: infatti per l'uomo Dante parla di "arco della vita". Secondo la percezione del tempo della vita, questa si percorre attraverso un arco che inizia alla nascita, ha una crescita, un "augmentum", un culmine chiamato "acme" o "fioritura", quindi un decremento e la morte. La ruota della vita, delle stagioni, della fortuna, sono schemi tipici del tempo dantesco, regolato sui sei mesi di produzione e i sei di stanca dell'attività agraria, mesi in cui la produzione vegetale suggerisce la qualità del tempo. Un tempo, quello agrario, che non può essere né sollecitato, né invertito; dice Dante: "Occorre aspettare il tempo opportuno"; oggi, invece, sollecitiamo il tempo, lo anticipiamo.

Per Dante il tempo è una realtà che va vissuta senza sollecitarla né anticiparla. "C'è tempo per tacere e per parlare", dice Salomone nella Bibbia: ciò significa che le nostre azioni devono essere sempre coerenti col tempo opportuno per compierle, così come un contadino non può compiere un'azione fuori del tempo che gli è consentito, perché questo sconvolge l'ordine del tempo: questa concezione riguarda anche l'agire politico; si stabilisce, dunque, una correlazione tra atti che si compiono e tempo opportuno per compierli.

La stessa Commedia è una serie di atti successivi per un tempo della Grazia che va adempiuto. Spesso Virgilio sollecita Dante, perché tra azione drammatica e tempo disponibile deve esserci un perfetto coordinamento e bisogna essere in un punto all'appuntamento esatto. La Grazia aspetta in un punto del tempo e solo se si è in quel punto se ne potrà godere; se si anticipa o posticipa quel momento, la Grazia viene tolta. È un tempo suddiviso a vari livelli: c'è un tempo dell'eterno, perennemente identico a se stesso; un tempo dell'identità, il tempo celeste, che si ripete come un numero periodico fisso che, in presenza di certe variabili, torna costantemente a ripetere se stesso; c'è un tempo degli eventi naturali che dipende dalla disponibilità della materia, informata dai cieli a produrre cose diverse in tempi diversi: ma è anch'esso ciclico, del ritorno sistematico e continuo delle realtà. Questo tempo ciclico sembra negare il tempo del Cristianesimo: si dice che con Agostino l'idea greca del tempo ciclico muoia alla presenza di un tempo cristiano che ha un inizio e una fine, ma in Dante e in pensiero cristiano, questo inizio e fine si muove attraverso cicli ritornanti: è un ritorno di figure che rappresentano modelli di volta in incarnati da persone diverse, un ritorno per figura di aspetti diversi, una invarianza nella varianza.

 

7. Professor Stabile, è possibile proporre ancora Dante come un modello nella nostra cultura?

Ci sono ragioni molto forti per farlo. Non ci si pone il problema se vale la pena distruggere il Colosseo o mantenerlo, se valga la pena di conservare il Giudizio di Michelangelo, o distruggere i disegni di Leonardo. È lo stesso di Montale quando parla della poesia: la poesia è una pietra, sta; non ci si chiede perché mantenerla, si mantiene di per sé come tutte le grandi strutture culturali coerenti come Dante, Shakespeare o Kant. Come Aristotele e come tutti i grandi pensatori, queste grandi strutture create dal loro pensiero valgono come i grandi edifici architettonici che non ci danno una volta per tutte una loro immagine, ma sono strutture complesse, fortemente coerenti al proprio interno. Una struttura, una scultura, un grande edificio antico, a seconda di come vi getto sopra le luci, a seconda di come lo leggo e di come lo traduco in immagini grafiche sul computer, fa scoprire realtà, caratteristiche e novità continuamente diverse. Ciò non è tanto dato dal fatto che il documento contiene in sé un infinito numero di novità, ma semplicemente perché sono documenti o realtà, talmente coerenti al loro interno, che danno la possibilità di rispondere a un numero infinito di domande. Sono oggetti preziosi che mantengono la loro contemporaneità, la loro compresenza, non perché noi facciamo un atto di archeologia del sapere, ma perché è un sapere che continuamente ci si reimpone, continuamente nuovo. Sono realtà suscettibili che rispondono a qualsiasi tipo di domanda si faccia loro.

Una breve considerazione personale e finale. Sono stato uno dei primi ad avere il piacere di lavorare Dante sul computer. Questo significa aprirlo attraverso tutte le combinatorie possibili che il computer può dare: è stata una meraviglia scoprire quanti itinerari e con quante strategie nuove fosse possibile analizzarlo attraverso questa struttura nuova. Dante non è nuovo perché può andare sul computer, ma perché è una struttura che si lascia analizzare con tutta la raffinatezza che il computer richiede. L'ausilio elettronico ha avvalorato un aspetto di Dante, ossia la forte coesione della struttura, la grande simmetria interna, la forza del "tout se tiens", come dicono i Francesi. Ritengo che questo sia un segreto delle grandi culture e dei grandi documenti culturali: avere una struttura cristallina interna che abbia una tale coerenza che, a seconda di come si analizza, riveli sempre novità e tagli di lettura diversi, qualunque sia l'approccio con cui ci si approssima ad affrontarlo. In questo senso, deve essere definitivamente abbattuta l'antica concezione positivistica del documento, secondo cui si possa dire di questo, qualunque esso sia, una volta per tutte tutto quello che su di esso si può dire.

Un documento è aperto all'infinito ed a un'infinita quantità di domande che noi non possiamo mai ipotizzare. Non possiamo mai sapere a quali domande sia pronto a rispondere un documento, sia esso Dante, Shakespeare, la tela di un pittore o il frammento di un papiro. Ciò che fa nuovo un oggetto non è l'oggetto, ma è lo sguardo con cui lo si osserva.


Abstract

Giorgio Stabile nota come Dante abbia trasmesso alla cultura e alla mentalità europee un'immagine fisica e religiosa della natura. La sua Cosmologia fonde coerentemente elementi di quella greca, giudaico-cristiana e aristotelica. A conferma di tale influenza cita l'atlante cosmografico di Apiano del 1553, indicando gli elementi delle tre tradizioni. La struttura del cosmo dantesco, fondata su un processo che dalla virtù unica arriva alla molteplicità degli effetti e degli individui, si presenta gerarchizzata e ordinata in tre livelli: empireo, livello del motore immobile; sfere cristalline (stelle e pianeti); livello della natura e dei viventi. Nella cosmologia greca e dantesca la struttura dello spazio è data da luoghi ubicati cioè definiti da un confine; in questo modo i luoghi hanno qualità diverse e non si concepisce spazio composto da punti indifferenziati. Ogni cielo è perciò un luogo che ne contiene un altro, secondo la teoria aristotelica dei luoghi naturali. Si configura così un ordine gerarchico prestabilito. Stabile osserva come la civiltà medievale si muova tra concezione localistica e idea universale: nel "De vulgari eloquentia" Dante intende trovare una forma linguistica comune, toscana o italiana che sia, capace di resistere alla moltiplicazione delle differenze locali. Il mito della torre di Babele è per Dante espressione della differenziazione linguistica e localistica dell'umanità; Stabile nota anche che nella "Commedia" si attenua nello procedere verso il paradiso il carattere localistico dei personaggi. Quindi individua nelle opera di Dante un quadro generale in cui il rispetto della gerarchia - sia essa linguistica, politica o religiosa - è l'unico elemento capace di salvare la congruenza dell'insieme. In questo Dante è uomo del medioevo, mentre l'attenzione ai pericoli dei localismi è il suo aspetto più attuale. Per Dante il tempo della natura è del tutto circolare, qualificato dai cicli annuali regolati dal perenne moto dei pianeti; invece il tempo dell'uomo è analogo all'arco tracciato dal percorso d'un astro. Stabile, pur annettendo che l'avvento del cristianesimo spezza la circolarità del tempo greco, afferma che per Dante come per molto del pensiero cristiano la linearità di esso è composta di ritorni di modelli, incarnati via via da persone diverse . Per Stabile, uno dei primi studiosi a lavorare su Dante al computer, la forte coerenza interna di un opera come quella dantesca permette una infinità di analisi in quanto essa fornisce sempre nuove risposte.

Napoli 28 aprile 1994

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Biografia di Giorgio Stabile

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