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Interviste

Julia Kristeva

Marcel Proust: ontologia e polifonia della narrazione

12/5/1994
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Julia Kristeva spiega perché, al di là del mancato interesse da parte degli scrittori francesi impegnati o dei formalisti, l'opera di Proust è importante: egli, nella forma letteraria, avrebbe conferito significato all'odierna temporalità "frammentata". Una coordinata importante per indagare l'opera proustiana, Alla ricerca del tempo perduto, è il rapporto con il mondo della "sensazione"; per tradurre una sensazione, come nel caso del noto episodio della madeleine, è necessario l'uso della metafora, che condensa in un significato diverse esperienze mediante quello che viene definito lo "spazio dell'intertesto". In tale prospettiva in Proust l'"essere" non è mai unico, ma sempre sdoppiato, duplice, analogico, polisemantico. L'"intertestualità" emerge nell'utilizzo da parte di Proust di un testo di G. Sand, François le Champi, e di un racconto da lui scritto in età giovanile, L'indéfferent, di cui significativamente alcuni elementi, nomi, situazioni, vengono ripresi o rielaborati nella Ricerca. Julia Kristeva mette in rapporto l'uso del termine "essere" nella Ricerca con la concezione ontologica di Schopenhauer, con l'idea dell'essere come forza dinamica che trascende l'uomo, ma che si manifesta, ad esempio, nella genialità umana o nella musica. Proust si discosterebbe da Schopenhauer per la diversa valutazione dell'arte letteraria. Essa è per Schopenhauer, mera "rappresentazione", per Proust invece il racconto, la metafora, sono l'equivalente della musica e possono entrare in unisono con l'"essere". Proust non aveva ricevuto un'educazione strettamente religiosa. Era un ebreo laico, battezzato perchè di padre cattolico ed era molto interessato all'arte cristiana. Il suo rapporto con la religione consiste nell'intenzione di trasporre nel racconto, nella narrazione, l'idea cristiana della transustanziazione. Per Proust il rapporto fra arte ed essere è assimilabile a quello fra Verbo e Carne, al mistero cristiano dell'Incarnazione. L'esigenza di dare un fondamento ontologico all'arte e l'interpretazione temporale dell'essere avvicinano Proust alla filosofia di Heidegger. Lontano dalla prospettiva heideggeriana è invece l'ancoraggio alla sfera delle pulsioni, della sensualità, ossia ad un mondo pensabile mediante, ma anche oltre, le teorie freudiane: un esempio ne è la descrizione dell'esperienza "sadomasochistica" della gioia. Proust fu attratto dalla concezione bergsoniana del tempo, anche se le oppose molte critiche; l'idea di "durata" proustiana si differenzia comunque da quella di Bergson in quanto è inevitabilmente "quantificata" all'interno del linguaggio, del racconto. Il discorso proustiano non si limita al tentativo di "liberazione" dell'essere nell'orizzonte del linguaggio narrativo - la Kristeva propone al riguardo un parallello con la fenomenologia di Merleau-Ponty - ma si apre, in parte, a questioni sociali e politiche. Viene indagata quindi la posizione etico-ideologica di Proust, in particolare nel "caso Dreyfus"; egli prende le parti di Dreyfus, ma in generale è svincolato da ogni forma di impegno e da ogni forma di appartenenza politica sociale o ideologica; Proust offre una prospettiva di trasformazione in senso "pluralistico" e anti-ideologico dell'etica. Julia Kristeva affronta in conclusione il possibile rapporto fra Proust e la psicoanalisi, precisando che non è corretto applicare modelli psicoanalitici all'opera proustiana, anche se la sua narrativa presenta una pregnanza psiconalitica. In alcune vicende dell Ricerca - ad esempio in quella della flagellazione del barone di Charlus - Proust rappresenta l'esperienza "distruttiva" dell'autismo ma anche, attraverso la sua rielaborazione narrativa, la possibilità di superarlo mediante un'apertura alla "vita".


Biografia di Julia Kristeva

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