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Interviste

Seyla Benhabib

La filosofia politica femminista

17/5/1992
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  • Professoressa Benhabib, negli ultimi vent'anni, sia in Europa che nell'America settentrionale, siamo stati testimoni dell'esplosivo emergere della teoria femminista. Cosa pensa di questa teoria e come spiega la sua straordinaria diffusione? (1)
  • Ci può spiegare il significato di espressioni come “la politica della differenza di genere” o “il sistema sex-gender”? (2)
  • Può parlarci dell'origine, della funzione e del futuro del sistema “sex-gender” così come lo ha definito? A questo riguardo, vi sono approcci contrastanti all'interno del movimento femminista? (3)
  • Considera l'opera classica di John Stuart Mill Sulla servitù delle donne un esempio di tale posizione? (4)
  • Mi sembra che tra psicoanalisi e femminismo vi sia una specie di amore-odio. E' d'accordo? (5)
  • Pensa che il cosiddetto movimento postmoderno che si è affermato nella filosofia contemporanea abbia dato contributi significativi anche alla teoria femminista? (6)
  • A proposito della rilevanza teoretica della filosofia femminista, sarebbe pronta a sostenere che esiste un'epistemologia femminista, una metafisica femminista, una teoria morale femminista e una filosofia politica femminista? (7)
  • Vi sono casi interessanti di operazioni interpretative nel senso femminista, ad esempio nelle opere di Hanna F. Pitkin su Machiavelli o nei Suoi stessi lavori su Hegel e negli studi su Rousseau. Si può dire che il femminismo non ci hasoltanto spinto a ripensare i testi filosofici e a confrontarci con essi in modo diverso, ma ci ha costretto concretamente a farlo? (8)
  • Dunque il femminismo ha aperto possibilità di interpretazione dei testi classici che, solo alcuni anni fa, non sospettavamo neppure. Ma ciò vale anche per la filosofia morale e la filosofia politica femministe? (9)
  • Professoressa Benhabib, Lei ritiene che esista un contesto di gender alle origini della scienza moderna e – se sì - che ciò implichi, ad esempio, che le categorie della biologia, della fisica, della chimica moderne sono influenzate dal gender? (10)
  • Ritiene che la filosofia femminista possa essere considerata una critica della ragione? E se è così, di quale ragione? (11)

1 Professoressa Benhabib, negli ultimi vent'anni, sia in Europa che nell'America settentrionale, siamo stati testimoni dell'esplosivo emergere della teoria femminista. Cosa pensa di questa teoria e come spiega la sua straordinaria diffusione?

Ritengo che il femminismo sia uno dei più interessanti movimenti sociali, politici, culturali e intellettuali della seconda metà di questo secolo. Esso, infatti, pone questioni estremamente significative e rilevanti per l'intera civiltà: invita le donne a interrogarsi sulla propria identità, sul proprio corpo, sulle proprie emozioni, sulla propria sessualità, a riflettere e a divenire consapevoli di aspetti dell'esistenza mai considerati prima, o a cui si era prestata ben poca attenzione. Sotto questo aspetto, il femminismo è una rivoluzione di lunga durata, la più lunga di tutte, perché, contrariamente a ogni rivoluzione che ha di mira trasformazioni di tipo politico, sociale ed economico, la posta in gioco è l’identità, il modo autentico di essere sessuati all'interno del proprio corpo.
La tendenza attuale del movimento femminista – e a cui ci si riferisce solitamente con l’espressione “femminismo della seconda ondata” - è emersa dopo il movimento studentesco del '68. Tra questo e l'attuale movimento delle donne ci sono interessanti connessioni e rapporti antagonistici, ma possiamo comunque rintracciare l'origine del secondo in certi temi sollevati all'interno del movimento del '68. Uno degli slogan sostenuti dalla seconda ondata del movimento femminista è stato “il personale è politico”. Questo slogan può essere frainteso in molti modi, perché è difficile comprendere come il personale possa divenire politico senza invadere l'ambito della libertà individuale, della privacy, dell'autonomia, che siamo soliti salvaguardare dallo stato. Così, ad una lettura immediata lo slogan “il personale è politico” può essere inteso quasi come un appello totalitario a meccanismi politici che limitino ulteriormente la vita privata. Ma una riflessione più attenta, questo slogan significa che è necessario essere consapevoli del modo in cui, al livello più profondamente individuale e intimo dell'esistenza, modelli collettivi, culturali e sociali determinano e condizionano la formazione delle nostre identità. E dobbiamo essere consapevoli del ruolo politico del “gender” nelle nostre vite.
Rispetto a questo background, nel senso più ampio e generale definisco la teoria femminista come la lotta delle donne per l’uguaglianza, la giustizia e l’emancipazione in ogni cultura e comunità del mondo.

2 Ci può spiegare il significato di espressioni come “la politica della differenza di genere” o “il sistema sex-gender”?

Prima di tutto, occorre distinguere tra sex e gender. Possiamo dire anzitutto, con una formulazione provocatoria, che il gender sta alla teoria femminista come la produzione, il lavoro e i rapporti di classe stavano al marxismo, o come la sessualità sta alla psicoanalisi; con la categoria di gender, un termine che non esiste neppure in molte lingue europee (dove è quindi difficile distinguere tra sex e gender), ci si riferisce a ciò che i francesi chiamerebbero champ épisthémologique, “campo epistemologico”. Questo definisce l'intero ambito della teoria femminista, che riguarda infatti origine, funzione, riproduzione e spiegazione delle relazioni di “genere” (gender).
Per comprendere la distinzione tra sex e gender è utile a mio avviso riferirsi all'antropologia. Questa ci mostra che, nella maggior parte delle società umane a noi note, tra maschio e femmina c'è innanzitutto una distinzione di ordine culturale. Il fatto che gli uomini siano aggressivi e amanti della guerra, e le donne siano inclini alla passività e alla vita domestica, costituisce culturalmente una variabile. E la gamma di variazioni è veramente molto ampia. Le diverse culture e società umane attribuiscono all'uomo e alla donna qualità molto differenti rispetto a quelle a cui ci ha abituati il punto di vista della nostra cultura moderna occidentale. Vi sono, per esempio, alcune comunità tribali in cui sono gli uomini a fare la parte dei “civetti”, mentre alle donne spetta l'atto sessuale della seduzione. E' bene quindi tener presente che, mentre la differenziazione maschio-femmina sembra essere una costante nelle società umane, le caratteristiche culturali che attribuiamo al maschio e alla femmina variano da cultura a cultura. Questo è un primo elemento.
Un secondo aspetto è che, nella maggior parte delle società umane, sembra esserci una divisione sessuale del lavoro. Essa implica che, solitamente, sia la donna a prendersi cura dei bambini, dei giovani e in molti casi degli anziani e dei malati. Si dovrebbe comunque prestare attenzione al fatto che non è necessariamente la madre biologica ad avere questi compiti. Il fatto che sia la madre biologica a prendersi cura del neonato è frutto di una innovazione culturale molto recente; è comunque alla donna che viene generalmente assegnato il compito di prendersi cura dei giovani e dei bambini, per non parlare dei malati e degli anziani.
Sulla base di queste considerazioni, le femministe - e non tutte condividono del resto l'idea degli universali antropologici - concludono che c'è una differenza essenziale tra differenza sessuale e gender. Con “differenza sessuale” si intendono in questo caso le differenze anatomiche tra femmina e maschio: il fatto cioè che una donna possa allattare, rimanere incinta, partorire un bambino, avere le mestruazioni, entrare in menopausa, che sia di solito più minuta di un uomo, abbia meno peli, etc. Il gender riguarda, invece, la differenza culturalmente elaborata, le posizioni sociali di potere e le relazioni sociali in cui uomini e donne vengono inseriti sulla base della loro diversità anatomica.

3 Può parlarci dell'origine, della funzione e del futuro del sistema “sex-gender” così come lo ha definito? A questo riguardo, vi sono approcci contrastanti all'interno del movimento femminista?

Riprendendo Freud, potremmo dire che “l'anatomia è il nostro destino”. Con questo concetto, Freud intendeva dire che le caratteristiche anatomiche femminili definiscono e determinano la psiche, la posizione nella vita, i sogni, l'intero futuro della donna. Ciò che il femminismo oggi rifiuta, invece, è anzitutto la tesi che l'anatomia o la biologia rappresenti il destino della persona. Questa, tra l’altro, è la premessa che unisce oggi scuole di teoria femminista assai divergenti. In questa sede, vorrei analizzare tre approcci fondamentali che elaborano la categoria di gender e il nesso tra gender e sesso. Chiameremo il primo approccio, “approccio teoretico al ruolo” del femminismo liberale; il secondo “approccio psicoanalitico”; il terzo può essere invece caratterizzato come “postmoderno” e parleremo pertanto di “interpretazioni femministe postmoderne”.
La teoria dell'“approccio teoretico al ruolo” sostiene che le differenze culturali tra uomo e donna possono essere spiegate fondamentalmente con il fatto che le donne si sono trovate in una situazione di subordinazione e di ineguaglianza. Se ricostruissimo e riformassimo la società in modo da renderla egualitaria rispetto al gender, avremo allora altrettanti astronauti, neurochirurghi, matematici, compositori, giocatori di baseball di sesso femminile quanto maschile. Negli Stati Uniti c'è un movimento molto interessante che fa giocare le ragazzine a baseball in piccole squadre sulla base dell'assunto che non c'è alcuna ragione per cui le ragazze non possano o non debbano saper giocare a baseball come i ragazzi, se vengono incitate a farlo. C'è qualche ragione per cui una donna di talento non debba diventare compositore? Perché la società le impedisce questo tipo di obiettivi? L'assunto, quindi, è che la società è stata organizzata in modo ingiusto, in modo da precludere sulla base del gender alla maggior parte degli individui di talento le posizioni che ad essi spettavano. Nella teoria dei ruoli, in conclusione, le differenze di gender sono spiegate in termini di distribuzione diseguale nella società (rispetto agli uomini e alle donne) di alcuni tipi di opportunità di carriera.

4 Considera l'opera classica di John Stuart Mill Sulla servitù delle donne un esempio di tale posizione?

Certamente. Penso che John Stuart Mill dia la definizione filosofica più articolata di femminismo liberale. Infatti, dicendo espressamente che l'ineguaglianza fondata sul gender e la preclusione di determinati tipi di occupazioni alle donne sulla base delle loro differenze anatomiche sono due fatti assolutamente in contraddizione con la condizione moderna, Mill afferma che, con l'abolizione della distinzione tra schiavo e uomo libero, tra servo e padrone, è impossibile conservare quella tra uomo e donna, e tenere le donne in una posizione subordinata. Mill fa anche l'esempio della regina Vittoria e si domanda: “Se abbiamo le regine, come è possibile che non abbiamo donne membri del parlamento?”.
Penso comunque che politicamente il femminismo liberale abbia avuto un ruolo estremamente importante, in particolare per i modi in cui si è sviluppato parallelamente alle rivoluzioni borghesi, americana e francese. Il programma del femminismo liberale, infatti, ha combattuto per la parità dei diritti delle donne, per l'uguaglianza di fronte alla legge e nelle più alte istituzioni e ancora oggi fa parte per questo del programma di tutto il femminismo. Non mi trovo invece d'accordo con l'idea che la distinzione tra maschio e femmina, come prodotto di cultura e di civilizzazione, possa essere spiegata semplicemente in termini di ruoli sociali. Al riguardo, il femminismo liberale ha un concetto piuttosto superficiale della persona e una comprensione limitata delle relazioni che intercorrono tra gender e identità. Prendiamo un esempio molto elementare: una donna può diventare neurochirurgo, ma continuare a subire nella propria vita privata una situazione di ineguaglianza; può essere una moglie maltrattata, o può soffrire comunque di insicurezze profonde e di senso di inadeguatezza per quanto concerne il proprio essere donna. In altre parole, la teoria del gender non spiega il modo in cui il gender è parte delle nostre identità, delle nostre fantasie, del nostro subconscio, di chi siamo e di come concettualizziamo il nostro stesso essere nel mondo. Mi sembra che la teoria del ruolo si situi alla superficie delle istituzioni politiche e giuridiche: il suo obiettivo è la persona pubblica, ma non indaga sull'identità individuale che sta dietro di questa.

5 Mi sembra che tra psicoanalisi e femminismo vi sia una specie di amore-odio. E' d'accordo?

Certamente. Alcune tra le battaglie intellettuali più interessanti degli ultimi dieci o quindici anni sono state combattute sul terreno della psicoanalisi e del femminismo. Perché se ne comprendano le ragioni, cominciamo con uno sguardo retrospettivo. Per la prima volta nella storia intellettuale dell'Occidente, la psicoanalisi apre alla riflessione, alla cura e alla trasformazione un ambito dell'esistenza umana che era considerato al di fuori della comprensione razionale, almeno nel periodo moderno: si tratta sostanzialmente dell'ambito dell'inconscio, del corpo, della sessualità, dei desideri. In epoca moderna, tutto questo era stato considerato dominio della donna. Si pensava, infatti, che la donna fosse più vicina al mondo delle emozioni, del corpo, della sessualità. È questa la ragione per cui vi è una sorta di coalizione intorno a un certo campo tematico, a cui guardano sia il femminismo che la psicoanalisi.
Oltre a questo, credo anche che femminismo e psicoanalisi condividano un approccio molto interessante alla relazione tra coscienza e teoria o, volendo avvalersi del francese (in cui tale nesso si esprime meglio), tra “conscience” e connaissance. Gli individui si avvicinano alla psicoanalisi a causa dell'esperienza del dolore, e non per un interesse puramente teoretico per le tesi di Freud: è l'esperienza della sofferenza, del disorientamento che l'individuo sperimenta, che lo porta a cominciare a riflettere, ad analizzare se stesso o a pensare a se stesso in altri modi. Talvolta ci si riferisce alla psicoanalisi come a una cura della parola. Una relazione analoga tra coscienza da un lato e teoria e conoscenza dall'altro si ha nel femminismo. Il femminismo parte da un'esperienza di contraddizione e di infelicità vissute, di disorientamento vissuto e poi procede alla spiegazione teorica, o meglio va alla ricerca di una spiegazione teorica delle origini di quella condizione. Così, per entrambi questi aspetti - la coincidenza del campo tematico e la relazione tra coscienza e teoria - psicoanalisi e femminismo sono in un rapporto di grande familiarità e sono tra loro alleati. E tuttavia, la teoria psicoanalitica considera come proprio modello, come norma, la sessualità maschile adulta: non c'è nessuna teoria psicoanalitica che spieghi lo sviluppo di una donna. Per lo più, la donna viene interpretata in termini di mancanza. Si definì anzitutto il complesso di Edipo, poi si decise che doveva esserci un equivalente femminile, e venne così creato il complesso di Elettra. Poiché i bambini maschi avevano una particolare relazione affettiva con la madre, le bambine dovevano avere la stessa relazione con il padre. Si ipotizzò ad esempio per le bambine la cosiddetta invidia del pene. La bambina dice: “Perché io non ho nulla e lui sì?” E la questione - come hanno osservato alcune femministe - è se non era possibile pensare le cose diversamente: “E l'invidia del seno allora? E il il fatto che una donna possa generare bambini?”. In psicoanalisi, in sintesi, molti modelli di sviluppo, molte categorie e ipotesi esplicative considerano il soggetto maschile come norma. E questa è proprio un'ironia della sorte, perché la maggior parte dei pazienti di Freud erano donne. Di conseguenza, mentre il materiale grezzo della psicoanalisi è sempre stato costituito dalle donne, la riflessione teorica ha riguardato un altro soggetto.

6 Pensa che il cosiddetto movimento postmoderno che si è affermato nella filosofia contemporanea abbia dato contributi significativi anche alla teoria femminista?

Negli ultimi vent'anni, il femminismo e il postmoderno sono stati alleati, hanno combattuto su un fronte comune. Esporrò soltanto un aspetto di questa alleanza: il profondo scetticismo per ciò che si intende per meta-narratività dell'epoca moderna. Il concetto di meta-narratività è di Jean-François Lyotard, secondo il quale la caratteristica principale dei moderni sistemi di pensiero - liberalismo, positivismo, secolarismo, marxismo - è stata l'idea che c'è una storia comune che possiamo raccontare, sia essa la storia del progresso umano, dell'uguaglianza, della giustizia o quella della lotta di classe, a cui seguirà la vittoria del proletariato. Ma c'è comunque un telos unificante. Le femministe affermano che la meta-narratività dell'epoca moderna non ha mai incluso veramente le donne, e che non sappiamo se la modernità, ad un livello molto elementare, abbia significato la stessa cosa per le donne e per gli uomini. E oggi ne sappiamo abbastanza della storia sociale e culturale delle più grandi rivoluzioni della modernità - le rivoluzioni americana e francese - per poter dire che la cosa non è stata la stessa per entrambi. La recente storiografia sulla rivoluzione francese, ad esempio, mostra che c'erano in effetti numerosi clubs, salotti e associazioni di donne prima della rivoluzione e che, nei primi due anni della rivoluzione, queste associazioni indipendenti di donne furono dichiarate incostituzionali e delegittimate. In realtà la rivoluzione francese, che consideriamo un periodo di emancipazione dell'individuo, elaborò un modello repubblicano di figura materna e criticò tutte le donne che non si adeguavano a tale modello. Questo esempio storiografico ci mostra perché il femminismo condivide con i filosofi del postmoderno un certo scetticismo riguardo alla “grande storia”, alla narrazione ufficiale.

7 A proposito della rilevanza teoretica della filosofia femminista, sarebbe pronta a sostenere che esiste un'epistemologia femminista, una metafisica femminista, una teoria morale femminista e una filosofia politica femminista?

La questione è intricata. Procediamo quindi a piccoli passi, chiarendo prima alcuni punti. Anzitutto, occorre nuovamente soffermarsi sulla categoria di gender; da questa passeremo poi alla rilevanza filosofica del femminismo. Nelle risposte precedenti ho contrapposto tre diversi modelli di spiegazione del gender: liberale, psicoanalitico e postmoderno. Mi sono soffermata a lungo sul modello liberale. Il modello psicoanalitico ritiene che l'identità del gender si costituisca sostanzialmente nei primi tre anni di vita, all'interno della famiglia, in relazione alle diverse forme di ego, del padre e della madre, che l'individuo sperimenta. Nell'approccio postmoderno, invece, il gender non è considerato soltanto attraverso le diverse forme di ego e i processi di interiorizzazione nella famiglia, ma si inserisce in una battaglia culturale in senso ampio: i filosofi postmoderni sostengono che è possibile individuare una “microfisica del potere”, che determina e configura il modo in cui acquistiamo un'identità e ci costituiamo come individui. Quando si comincia a pensare al contributo complessivo del femminismo all'epistemologia e all'etica, è necessario anzitutto comprendere cosa significa pensare il gender. Dobbiamo comprendere che cosa significa nel nostro lavoro, nella nostra ricerca, considerare seriamente il gender come una categoria utile per l'analisi storica. Sulla scia di Joan Scott, un'importante storica che ha parlato del gender come di una categoria utile all'analisi sociale e storica, domandiamoci prima di tutto, in modo molto pedagogico: che cosa facciamo quando ci proponiamo di pensare in termini di gender? Mi sembra che abbiamo due obiettivi. Uno, vogliamo pensare il gender come “contesto”. Possiamo comprendere in qualche modo che cosa significhi questa possibilità se pensiamo ad esempio al marxismo. Il marxismo ci ha insegnato che dobbiamo pensare alla classe come contesto, cosicché possiamo interrogarci, per es., sulle origini della tragedia greca in termini di conflitto di classe nel mondo antico. Prima del marxismo, nessuno avrebbe mai pensato di porsi questo genere di domande sulla tragedia greca. In qualche modo il femminismo ci porta oggi a riflettere non solo sulla lotta di classe, ma anche sulla lotta intorno al gender in alcune società; ci chiede di osservare la costruzione sociale del gender e il gender come relazione di potere. E ciò definisce anche il contesto dei testi che stiamo prendendo in esame. La prima indicazione sarebbe quindi: “usa il gender come contesto, come una variabile interpretativa nelle tue analisi”.
La seconda considera invece il gender come sub-testo. Penso che questa categoria sia particolarmente utile quando si ha a che fare con testi filosofici, letterari, con i grandi testi della cultura occidentale. Che cosa significa considerare il gender come un sub-testo? Nella maggior parte dei grandi testi filosofici della nostra tradizione, i testi sono disseminati di osservazioni marginali, note, indicazioni coincidenti, interventi estemporanei, che molto spesso mettono in difficoltà gli interpreti. Il nostro compito è integrare queste annotazioni marginali e comporre, per quanto sia possibile, un quadro d'insieme coerente. Vorrei ricordare che moltissime osservazioni sulle donne, sulla sessualità, sulla famiglia sono di solito interventi marginali, “note a fondo pagina” nei testi classici di filosofia.

8 Vi sono casi interessanti di operazioni interpretative nel senso femminista, ad esempio nelle opere di Hanna F. Pitkin su Machiavelli o nei Suoi stessi lavori su Hegel e negli studi su Rousseau. Si può dire che il femminismo non ci hasoltanto spinto a ripensare i testi filosofici e a confrontarci con essi in modo diverso, ma ci ha costretto concretamente a farlo?

Certamente. Sarà utile offrire a tale proposito alcuni esempi concreti e mostrare che cosa intende fare la scuola femminista con la propria rilettura e ripensamento dei testi filosofici. Cominciamo col dire che in tutte le analisi femministe dei classici della filosofia occidentale la distinzione tra filosofia e letteratura - ad esempio, nel caso di Machiavelli, tra i Discorsi, Il Principe e La Mandragola - non viene eliminata, ma comincia ad essere messa in questione. Si cominciano a integrare tragedia, commedia, racconti all'interno dei testi teorici, perché nei cosiddetti testi letterari moltissime riflessioni di grande interesse per il femminismo vengono in primo piano.
A questo riguardo, il miglior esempio è Jean-Jacques Rousseau. Nel 1762 - lo stesso anno del Contratto sociale - esce anche Emilio, o dell'educazione, il famoso romanzo pedagogico di Rousseau. Quindici anni fa, quando ho studiato Rousseau e ho seguito i corsi di filosofia politica, nessuno si interessava all'Emilio e la considerava un'importante opera filosofica da leggere parallelamente al Contratto sociale. Ma, soprattutto, nessuno si domandava: qual è l'origine dei cittadini del contratto sociale? Chi sono? Dove crescono? Da che genere di famiglie provengono? Quale tipo di comportamento emozionale hanno? E quale tipo di comportamento sessuale? Nell'Emilio, Rousseau tenta di rispondere alla questione dell'origine del cittadino maschio, perché l'opera riguarda proprio l'educazione dell'uomo naturale, dell'individuo naturale, che sarà poi anche il cittadino perfetto per la Repubblica. Un capitolo emblematico (dal nostro punto di vista) dell'Emilio si intitola semplicemente: Sophie, ou la femme. Il libro è dedicato all'educazione di Emilio, ma il capitolo in cui compare Sophie, la donna, riguarda la donna come compagna ideale di Emilio, come compagna del perfetto cittadino maschio. Non abbiamo tempo per illustrare, nella sua complessità, il quadro costruito da Rousseau. Il testo rousseauiano è incredibilmente onesto: a Sophie, la donna, viene detto di accettare un certo assetto del desiderio, nel senso di Foucault. Rousseau afferma esplicitamente che in fondo le donne sanno di essere le più forti. Perché? Perché sono in grado di eccitare le passioni degli uomini; devono, però, usare questa forza per il loro bene, ossia per controllare la sessualità maschile. Oltre alle idee sulle donne espresse da Rousseau nelle sue opere, è interessante osservare che l'originario ideale della famiglia bucolica costruito nell'Emilio finisce per dissolversi. In un'opera postuma, Emilio, ou le solitaire, Rousseau disgrega completamente questa costruzione. Qui Sophie ed Emilio vanno a Parigi; Sophie è infedele e rimane incinta di un altro uomo. Alla fine Emilio abbandona Sophie, se ne va, e diventa legislatore di un'altra repubblica. Qui è dunque il Rousseau romanziere, scrittore letterario, che riflette sul gender e sulla complessa relazione tra sessualità e potere, in modi che non ritroviamo in testi come il Contratto sociale, dove introduce immediatamente il problema della libertà. E' questo dunque il tipo di rilettura della tradizione che il femminismo sta compiendo, divenendo così ermeneutica critica. Il femminismo è anche un’ermeneutica che porta a rileggere la tradizione con occhi completamente nuovi.

9 Dunque il femminismo ha aperto possibilità di interpretazione dei testi classici che, solo alcuni anni fa, non sospettavamo neppure. Ma ciò vale anche per la filosofia morale e la filosofia politica femministe?

La sua domanda riguarda l'epistemologia, l'etica e la teoria politica femministe, che non a caso mi ripromettevo di affrontare. Prima di tutto, pensiamo a cosa significa occuparsi di critica femminista della ragione, nella scienza come nella teoria morale e nella teoria politica in senso ampio. Sottolineo ancora una volta che il femminismo, come il marxismo e come, forse, la teoria della conoscenza di Nietzsche, insiste sul fatto che la conoscenza prende forma dagli interessi della nostra esistenza: la conoscenza non si costituisce in un vuoto, e le determinanti della conoscenza non sono soltanto il contesto teoretico di altre ricerche. Gli interessi messi in luce dal femminismo sono anzitutto il contesto del gender. A questo riguardo il femminismo diviene una forma di filosofia decostruzionista, ma con la d minuscola. Diventa ciò che Paul Ricoeur ha chiamato una volta “un'ermeneutica del sospetto”, che invita a mettere in questione il soggetto, gli assunti dell'epistemologia, dell'etica, della politica.
Il femminismo ci ha obbligati a considerare i testi classici della filosofia politica in modo diverso e, grazie alla prospettiva femminista, abbiamo potuto mettere in luce significati di cui non sospettavamo l'esistenza. Tuttavia, si può affermare che il femminismo, oltre a costringerci a ripensare la nostra tradizione culturale, ha introdotto nuove forme di vita sociale, nuove costruzioni etiche, una nuova filosofia morale. Si tratta di istanze diverse del femminismo ed entrambe sono teoricamente rispecchiate nel panorama attuale. La richiesta di inclusione parte dalla messa in questione delle credenze non solo dei testi classici della tradizione, ma anche delle loro premesse e dei loro principi, poiché viene messo in luce il fatto che c'è una differenza fondamentale nella costruzione del soggetto maschile e di quello femminile. E in effetti i nostri principi, le nostre norme, i nostri ideali rispecchiano questa differenza. L'accento sulla differenza del resto, è diventato estremamente rilevante nella teoria femminista contemporanea; essa ci ricorda che la richiesta non è solo di inclusione, ma anche di differenza; si avanza il diritto di essere differenti. Le donne intendono dire che il femminismo non significa volere che le donne diventino sempre più simili agli uomini, ma invece, se è possibile, costruire un mondo in cui possiamo scegliere di essere tali, nel modo in cui desideriamo esserlo, senza essere punite, discriminate o combattute. Nel femminismo contemporaneo, dunque, esistono almeno due istanze, una verso l'inclusione e l’altra verso la differenza; buona parte di questa tensione tra inclusione e differenza, ovvero tra istanza di universalità da un lato e di differenza dall'altro, è attiva in tutti i campi, nell'epistemologia, nella morale, come nella filosofia politica.
Veniamo a qualche esempio tratto dall'epistemologia. Quando le studiose cominciarono a lavorare con l'epistemologia, si interessarono prima di tutto di storia della scienza e osservarono che la scienza moderna ebbe, per usare un’immagine di Evelyn Fox Keller, una nascita ermafrodita. Se leggiamo i testi di Bacone, vediamo che la natura è rappresentata come una donna e che la scienza deve forzare questa donna a rivelare i suoi segreti. E' la metafora, l'immagine della violenza alla natura simile a quella fatta ad una donna. Dunque, nell'ambito della storia della scienza ci si è interrogati su quale fosse il contesto e il sub-testo di gender, ad esempio nell'area delle moderne scienze matematiche nel XVII e nel XVIII secolo.

10 Professoressa Benhabib, Lei ritiene che esista un contesto di gender alle origini della scienza moderna e – se sì - che ciò implichi, ad esempio, che le categorie della biologia, della fisica, della chimica moderne sono influenzate dal gender?

Questa domanda suona sospetta, come la genetica staliniana. Credo sia giusto essere molto cauti e domandarsi se sia possibile elaborare questo genere di critica epistemologica. Fortunatamente, penso che la scuola femminista sia molto al di là di questa linea riduzionistica che sostiene che le verità della scienza moderna sono vere solo per gli uomini e non per le donne. Non è questo il punto. La scuola femminista imposta in modo molto interessante un altro genere di questioni. Evelyn Fox Keller, ad esempio, si occupa della questione delle metafore e dei modelli nella scienza. Quando gli scienziati usano metafore e modelli per pensare il mondo e i fenomeni, quale tipo di metafore e modelli scelgono? Vi sono delle implicazioni di gender in queste scelte? Evelyn Fox Keller ha studiato la vita di Barbara Mc Clintock, la studiosa di genetica, che si è occupata dello sviluppo genetico del mais, vincitrice del premio Nobel. Fox Keller afferma che Barbara Mc Clintock ha elaborato una teoria genetica differente rispetto ai modelli standard del suo tempo: ha concepito un modello meno gerarchico, più diversificato, a rete di trasmissione genetica in un campo, in opposizione a quello dominante in quel periodo, incentrato su una molecola-guida. Che cosa sta dicendo Fox Keller in questo caso? Non sta dicendo che Mc Clintock si occupava diversamente di genetica, perché era una donna, ma che Barbara Mc Clintock, per il suo essere donna, aveva una sensibilità o trovava un'affinità rispetto a certi modelli nella ricerca scientifica che in quel periodo erano divergenti rispetto ai modelli dominanti e che le hanno consentito di vincere il premio Nobel per le scoperte ad essi collegate. Si tratta di un'affermazione molto sottile e complessa; non intende affatto dire che le donne pensano necessariamente in modo diverso dagli uomini o che non possono pensare come un uomo. Significa che c'è un certo modo di affrontare le questioni, una certa prospettiva e una certa sensibilità rispetto a certi modelli, a certe metafore, la capacità di escogitare un tipo di spiegazioni plausibili, che può essere correlato con le differenze di gender.

11 Ritiene che la filosofia femminista possa essere considerata una critica della ragione? E se è così, di quale ragione?

Anzitutto di un modello di ragione onnipotente, che bisogna ridimensionare. La ragione non è un'entità astratta, fuori e sopra di noi, ma è un prodotto degli esseri umani finiti, che, alla nascita, sono bambini indifesi. La ragione, infatti, viene fuori da corpi incarnati; è un prodotto degli esseri umani, per cui è necessario che il corpo e i suoi bisogni siano messi al primo posto. Così il femminismo mi ha insegnato ad avere un approccio psicogenetico alla ragione, a scapito delle vecchie astrazioni della metafisica e dell'epistemologia, che vedevano la ragione come un'entità indipendente. Mi ha insegnato a chiedermi quale sia la genesi, la nascita del soggetto umano nel quale, se tutto va bene, la ragione funziona. Dobbiamo comprendere quindi come sia vulnerabile, contingente, bisognosa la creatura in cui la ragione sorge. In questo senso, il femminismo ci rimanda molto indietro, alle origini dell'esperienza umana, e ci mostra che dietro a ogni essere umano adulto e razionale c'è un bambino bisognoso, e che la ragione è una capacità che si sviluppa in questa creatura, non è soltanto una proprietà astratta.
La filosofia femminista, dunque, ci invita a pensare ad una concezione meno arrogante, meno trionfalistica della ragione e nella misura in cui ci insegna l'umiltà riguardo alle nostre origini, l'etica e la politica femministe sollevano moltissimi nuovi temi da discutere. Ci sono state diverse discussioni negli Stati Uniti. La più nota è stata quella tra Lawrence Colberg e Carol Gilligan sui temi della teoria femminista. In sintesi, la questione era la seguente: “Si può parlare di una moralità femminile? Le donne hanno un approccio diverso alla moralità rispetto agli uomini? Le donne tendono a pensare maggiormente in termini di bisogni personali e sono più orientate verso le emozioni e la cura degli altri rispetto agli uomini? E gli uomini tendono invece a pensare alla moralità in termini di principi astratti di giustizia, in termini di diritti (mentre le donne pensano in termini di cura)?” E' il cosiddetto indirizzo etico “cura versus giustizia”, all'interno del quale Gilligan sosteneva che la filosofia morale ha trascurato la prospettiva della cura. La distinzione tra la prospettiva della giustizia e quella della cura, dunque, è stata ampiamente dibattuta all'interno della teoria morale.
L'obiezione che viene anzitutto in mente è la seguente: se si ipotizza che l'approccio delle donne alla morale presta più attenzione ai bisogni delle persone, alla cura reciproca, allora si intende dire che il modo di ragionare della donna riguardo alla morale è stereotipicamente femminile, che la donna non sa pensare veramente in termini di principi astratti di giustizia e di politica e che in questo senso l'esperienza morale della donna è determinata dalla realtà morale della famiglia e dei gruppi parentali? In che senso dunque vi sarebbe un contributo positivo delle donne una volta riconosciuto che queste si caratterizzano per un orientamento morale verso la cura piuttosto che verso la giustizia? Il mio personale punto di vista su questo dibattito molto complesso è che l'aspetto più interessante della discussione non sta nel chiedersi se le donne pensino solo in termini di cura e gli uomini soltanto in termini di giustizia. E del resto, le prove empiriche raccolte da Carol Gilligan mostrano che le cose non stanno così. La sua documentazione più recente mostra che un terzo delle donne preferisce orientarsi verso la cura, un terzo verso la giustizia e un terzo adotta un sistema misto. E' interessante, invece, la frattura, lo iato che si riscontra nella teoria e nell'esperienza morale tra cura, relazioni personali, responsabilità e principi astratti di giustizia. Quello che sto tentando di dire non è che dovremmo fonderli insieme e avere solo una politica della cura o che dovremmo avere solo l'ambito della famiglia, o che non dovremmo avere distinzioni in campo morale. Ma penso che dovremmo riflettere sulle dicotomie. Il modo in cui il dualismo nell'esperienza morale ci determina come uomini e donne fa sorgere conflitti e fraintendimenti e, in molti casi, i dualismi, le dicotomie, della nostra esperienza sono anche espressione di una gerarchia e forse di una personalità e di una cultura poco integrate. Perché la giustizia non può assumere in sé un certo grado di altruismo? Perché la cura deve essere necessariamente concepita come cura reciproca tra individui tra loro vicini? Non possiamo pensare il diritto come integrazione di questi due elementi, giustizia e cura? La mia posizione non predica l'unità superiore, che non ritengo possibile né desiderabile; ma possiamo provare a immaginare una nuova combinazione al di fuori di questa dicotomia.


Abstract:
Per Seyla Benhabib il femminismo è una rivoluzione più profonda di qualsiasi altra prima poiché affronta il modo in cui si è un'essere senziente entro il proprio corpo. Il famoso slogan il “personale è politico” stava a indicare l'esigenza di essere consapevoli del condizionamento dei modelli collettivi e del ruolo politico del “gender” (1). La teoria femminista difatti riguarda le relazioni di “gender”, di genere sessuale, che non coincidono con le differenze sessuali, anatomiche, ma sono la loro elaborazione culturale (2).
Così il femminismo nel suo insieme rifiuta anzitutto la tesi che la biologia determini psiche e condizione sociale della donna. Vi sono però tre modi di definire il rapporto tra gender e sesso: l'“approccio teoretico al ruolo” del femminismo liberale, quello “psicanalitico” ed il “post-moderno”. Il primo sostiene che le differenze culturali tra i generi derivano tutte dalla condizione sociale subordinata delle donne, rimossa questa sparirebbero quelle. A parte la sua importanza e i meriti storici tale teoria resta alla superficie della persona pubblica senza indagare l'identità profonda (3-4). Femminismo e psicoanalisi condividono l'interesse per emozioni, sessualità e corpo, e convengono che la conoscenza nasce dalla coscienza di un malessere vissuto. Ma la teoria psicoanalitica ha preso a modello la sessualità adulta maschile (5). Femminismo e movimento post-moderno rigettano l'idea di una comune storia, narrabile, dell'epoca moderna (6). La psicoanalisi vede formarsi il gender nei primi tre anni nella famiglia, mentre il post-moderno lo inserisce in una guerra culturale diffusa tra modelli. Per il femminismo altresì il gender è sia “contesto” - variabile nelle analisi su relazioni sociali e di potere - sia come “sub-testo” cioè insieme frammentario di osservazioni sulla domma che compaiono ai margini di molti testi filosofici. Questa ermeneutica critica del femminismo integra le opere filosofiche con quelle letterarie, come ad esempio Benhabib ha fatto per Rousseau (7-8).
La critica femminista della ragione vede, come Marx e Nietzsche, la conoscenza prendere forma degli interessi della propria esistenza. Critica la ragione onnipotente e astratta, riconducendola entro i bisogni del corpo. Inoltre in tutti i campi filosofici - dalla epistemologia alla morale - il femminismo porta le sue due istanze divergenti: all'universalità o alla differenza (9-10-11).

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Biografia di Seyla Benhabib

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