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Interviste

Luigi Zanzi

Storicismo e storia della natura

27/10/1993
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  • - Professor Zanzi, Lei parla di Storicismo scientifico; perché tale termine?  (1)
  • - Che cosa le scienze, un po' tutte le scienze diciamo, possono apprendere dalla storiografia? (2)
  • - E quali le prospettive di questo incontro allora tra Storicismo, diciamo, e Storia della natura? (3)
  • - Quale significato ha per Lei il passaggio dalla Storia naturale alla Storia della natura? (4)
  • - In questo quadro, come dovrebbero trasformarsi, a suo parere, le metodologie della storiografia?  (5)
  • - In una simile concezione uomo e natura, per così dire, diventano più vicini, che conseguenze vede da questo avvicinamento? (6)
  • - E come vede il rapporto tra lo storicismo scientifico e gli storicismi tradizionali? (7)
  • In quali termini, per concludere, un tale diverso modo di intendere il rapporto tra uomo e natura, quello che Lei auspica, potrà influenzare le nostre visioni etiche e politiche e i valori stessi che sono alla base della nostra cultura?  (8)

 

1. Professor Zanzi, Lei parla di Storicismo scientifico; perché tale termine? 

Mi rendo conto che questo termine, "storicismo scientifico" possa suscitare qualche sorpresa e anche qualche perplessità. Il denominare "scientifico" uno storicismo risulta piuttosto insolito, perché la tradizione storicistica non ha quasi mai avuto, negli ultimi suoi sviluppi, una affinità con l'andamento della cosiddetta cultura scientifica; anzi si è sempre ritenuto di dover opporre una tradizione scientifica ad una tradizione storica, chiamiamola così, di cultura storica, perché alcuni steccati che erano man mano stati eretti avevano separato questi due mondi e avevano quindi opposto la conoscenza storica alla conoscenza scientifica. Ancora oggi, anche per altre vie, non solo per via della tradizione culturale storicistica, si arriva spesso ad opporre il mondo della storia al mondo della scienza, ed è per questo che questa denominazione può risultare insolita e suscitare qualche perplessità. Io credo che uno dei motivi per cui ho voluto scegliere, insieme a Geymonat, tra l'altro, con cui avevamo ragionato la denominazione di questo orientamento, questa denominazione di storicismo scientifico è stato proprio quello anche di indicare una necessità di rottura culturale, in quanto si vuole appunto affermare una solidarietà culturale tra storia e scienza, anzi, una convergenza tra storia e scienza, una indissolubile connessione, senza la quale poi attività scientifica vera e propria non si può fare; quindi Storicismo scientifico va inteso direi proprio principalmente come compendio, tramite tale denominazione, di due obiettivi: riconoscere la scientificità della storia da un lato e d'altra parte riconoscere la storicità della scienza, questi sono i due punti che sono il rovescio l'uno dell'altro e non possono essere separati. E credo che lo Storicismo scientifico si debba intendere proprio come una articolazione della storia, né più né meno come qualsiasi altra metodologia della ricerca scientifica, e della scienza come qualcosa che si struttura storicamente. Da questo punto di vista è importante mettere in evidenza subito un aspetto che sarebbe riduttivo e che quindi non voglio possa gettare ombra su questa definizione. Quando si vuol dire che uno dei momenti cruciali di questa proposta culturale è la storicità della scienza, di solito si è intesi nel senso che anche le teorie scientifiche nel loro seguito, nel loro sviluppo, hanno una dimensione di relatività storica, sono condizionate a un certo tempo, dipendono da una certa cultura, ecc... E fin qui questo è il senso scontato della storicità della scienza, ma secondo me c'è un senso più profondo, più radicale della storicità della scienza, che è appunto quello che lo storicismo scientifico pone in primo piano, ed è il fatto che la scienza stessa, e intendo con ciò anche le scienze cosiddette "dure", le scienze che si confrontano con la natura, devono fare attivamente ricerca storiografica per poter arrivare ai risultati scientifici loro propri; cioè io non credo che la tradizione metodologica che, da secoli ormai, ritiene di individuare nelle scienze naturali il mondo, un mondo nel quale si procede con elaborazioni matematiche, con elaborazioni di esperimenti e null'altro, sia sufficiente a caratterizzare lo stato attuale delle teorie. Le teorie oggi non nascono più, ormai da tempo, direi dalla metà dell'Ottocento, soltanto da questa duplice attività di elaborazione strutturale matematica ed elaborazione sperimentale, ma nascono anche da altre elaborazioni, da altre operazioni, che sono specificamente storiografiche; questo può sembrare a prima vista sorprendente, ma è così, e credo che quindi uno dei significati più rilevanti, più cruciali del parlare di "storicismo scientifico" stia in questo: nel rivendicare che anche le scienze naturali fanno opera storiografica, che anche la ricerca sulla natura passa attraverso, non solo naturalmente ma anche, attraverso un cammino storico. Quindi è uno storicismo attivo, è una attività di storicizzazione, non è solo un lato di passività per cui ogni sforzo di teorizzazione scientifica è relativo a una certa situazione storica e quindi ha una sua condizione di storicizzazione; è un qualcosa di attivo, è uno svolgimento di attività di storicizzazione, e questo a me pare molto importante.

 D'altra parte c'è un altro significato cruciale: un'altra dimensione di questa denominazione è il fatto che la storia, a sua volta, ha appreso proprio dalle scienze naturali, direi dallo sviluppo recente di alcune acquisizioni teoriche delle scienze naturali, qual'è il proprio assetto di lavoro, perché la storia, la conoscenza storica in genere, ha compreso, proprio attraverso recenti teorizzazioni del mondo naturale, che cosa significhi avere a che fare con processi evolutivi, con situazioni avvenimentali che lasciano tracce, con trasformazioni irreversibili, cioè con tutto ciò che costituisce il tema e la materia costitutiva della scienza storica stessa. 

Quindi da questo punto di vista è evidente che non vi è possibilità di conoscenza storica consapevole di come mai al mondo si può fare storia, questo è il punto, se non si passa attraverso queste acquisizioni delle scienze naturali, perché è dall'evoluzionismo biologico e poi dalla termodinamica statistica e poi ancora dagli sviluppi successivi della cosmologia, durante il secolo ventesimo, che la scienza storica ha appreso perché a questo mondo è possibile che esistano individui capaci di utilizzare alcune esperienze del mondo a fini ricostruttivi di processi metamorfici, di avvenimenti che lasciano resti, che quindi parlano di un tempo che è passato e che è passato secondo un senso, secondo una freccia, secondo un andamento che è irreversibile. Cioè credo che dalle scienze la conoscenza storica abbia appreso quali sono i fondamenti suoi, in un certo senso direi che quest'altro aspetto chiarisce quel duplice gioco di rapporto tra scienza e storia, per cui la storia si riconosce scientifica in quanto ha fondamenti di questo genere derivati dalle scienze, e vedremo poi che ha anche possibilità proprio di operare scientificamente, e dall'altra parte la scienza a sua volta si riconosce storica, perché svolge attività storica; ecco quindi che l'endiadi "storicismo scientifico", ristretta, ha una sua giustificazione, mi pare, abbastanza premiata e di significato .

 

2. Benissimo, e che cosa le scienze, un po' tutte le scienze diciamo, possono apprendere dalla storiografia?

 Abbiamo parlato prima di scienze naturali, che sono quelle più difficilmente disponibili a riconoscere che possono apprendere qualcosa da quella che è la lunga tradizione della conoscenza storica, delle tecniche storiografiche, e quindi vale la pena soffermarsi un attimo sulle scienze naturali un po' diffusamente, ma non va certo dimenticato che ci sono altre scienze, che sembrano assai più vicine alla disciplina storiografica, che tuttavia però non è detto che si siano sempre attenute ad una vicinanza di metodo, ad una vicinanza epistemologica con la storiografia; alludo per esempio alle scienze economiche e alla stessa scienza sociologica che, nonostante abbia un'evidente nesso disciplinare con la tradizione della cultura storiografica, tuttavia spesso ha teso a separarsi dalla conoscenza storica, spesso ha visto in termini tutt'altro che scontati questo nesso con la dimensione storiografica, e quindi varrà la pena di soffermarsi un attimo anche su questo aspetto. E' chiaro che le scienze naturali hanno acquisito per loro conto, non perché la tradizione storiografica sia stata capace di farsi maestra delle scienze naturali, alcuni spunti, alcune prospettive di storicizzazione, di cui non possono più fare a meno. 

Dobbiamo evidenziare, da questo punto di vista, per esempio, il fatto che il problema della definizione di cosa fosse una specie naturale ha portato Darwin ha rinunziare a qualsiasi presupposto ontologico di specie e ad attivare una ricerca storica, propriamente storica, per definire la specie stessa; la specie stessa, nella concezione darwiniana, è qualche cosa che non ha senso se presupposta al suo processo di individuazione, e quindi è evidente che è qualche cosa che ha a che fare con una storicità costitutiva, questo è il punto; credo pertanto che le scienze naturali, da questo punto di vista, abbiano trovato, all'interno per esempio dell'evoluzionismo biologico, in un riconoscimento del fatto che la Storia è uno dei momenti stessi che costituiscono la teoria. Credo che tuttavia il problema non stia solo nel mondo dell'evoluzionismo biologico, ma ormai sia noto a tutti, che anche l'evoluzionismo cosmologico ha riconosciuto di dover far capo alla situazione storica come fatto costitutivo. Orbene, da questo punto di vista a me pare che proprio la problematica di una cosmologia storica sia la più pregnante oggi di significato, nell'evidenziare che cosa ancora la scienza naturale, in questo caso la cosmologia, ha da apprendere dalla tradizione storiografica. Ecco, credo che tutti sappiano che ormai la cosmologia ha a che fare con un cosmo che diviene, un cosmo che è nato, un cosmo che finirà, un cosmo che ha sue fasi di sviluppo, evidentemente è un cosmo anche che ha delle sue strutture di permanenza, che ha delle costanti, ecc..., che sono sempre da considerare relative a certe durate; ma è evidente che ancora oggi è sul campo una pretesa antistorica all'interno di questa cosmologia; e cioè vi è ancora, fortemente, un tentativo di dedurre le leggi dello sviluppo cosmologico da principi che non sono storici. Ora io credo che, da questo punto di vista, si sia di fronte ad una difficoltà interna, che vizia l'intera concezione cosmologica attuale, di questa cosmologia evolutiva, perché, e questa credo sia una lezione che possa venire proprio dal mondo della conoscenza storica, non è possibile che si abbia effettiva storicità se si pretende di conoscere la legge di questa storicità a priori, cioè se si crede che si possa prefigurare una legge dello sviluppo storico, derivandolo da principi che non sono essi stessi storici. Credo che gran parte della cosmologia moderna, anche la più recente, abbia ancora da apprendere questa lezione fondamentale; e mi pare che esistano sul campo, con efficacia, alcune posizioni che rivendicano appunto questa esigenza di storicizzazione, basti pensare, per esempio, alla posizione di Prigogine, tuttavia credo che lo scontro, la dialettica tra queste diverse posizioni, sia tutt'altro che risolta. Credo che tra le caratteristiche, per esempio, che dalla conoscenza storica possono essere immediatamente indicate come qualcosa di cui si devono avvalere le scienze naturali, in particolare le cosmologie, ci siano queste: occorre che si riconosca la fattualità della storia cosmologica, cioè in altri termini occorre che si riconosca la creatività del tempo, in termini fattuali, che si riconosca la versione fattuale dell'irreversibilità, c'è un vecchio principio della conoscenza storica che è il "factum infectum fieri nequit", il non potersi trasformare di un fatto in uno "sfatto", in un qualcosa che non è più fatto, ora questa versione fattuale della irreversibilità è fondamentale, ma significa che non si può dar conto della costituzione del cosmo se non in termini anche proprio di resoconto fattuale, il che significa che di questi fatti ci devono essere i resti, le tracce, faccio un caso, la radiazione di fondo, da cui si risale a un avvenimento, il cui corso ha possibilità da parte nostra di essere teorizzato e anche resocontato. Questo è il punto fondamentale: non si ha una cosmologia storica, che sia autenticamente adeguata al fatto incontestabile che il mondo è in evoluzione, fintanto che non si assumono principi di storicizzazione, che vincolano per tanto gli esiti teorici in questo senso. Questo non significa certo abbandonare, lo vedremo, l'esigenza fondamentale della scienza, che è di elaborare delle strutture, delle strutture che devono essere capaci anche di calcolo formale, di calcolo previsionale, ecc...; si tratterà di vedere come operare questi riconoscimenti di storicità attiva all'interno, ma credo che c'è una via ed è la via appunto operazionale di cui credo dopo noi parleremo. Altri aspetti, oltre a questa fattualità, sono per esempio il fatto della incompletezza fondamentale, proprio il principio della costituzione del mondo, quale ormai oggi abbiamo direi acquisito in maniera criticamente fondata, al punto che non certo pensiamo che si possa cambiare; vi è l'idea che nel mondo, in tanto vi è la possibilità di reperire tracce che ci consentono di ricostruire il passato, in quanto ci sono stati processi dispersivi, processi di trasformazione che ci lasciano la possibilità di un cammino neg-entropico, di entropia negativa di acquisizione di informazione, ma questa informazione, certamente, è semplicemente parziale. In altri termini siano di fronte al fatto che siamo in grado di fare storia proprio perché ci sono stati processi che hanno lasciato tracce, ma che, come tali, si sono avvalsi di situazioni dispersive, che in parte ci hanno tolto l'informazione. Quindi è chiaro che, per principio suo, la storia è incompleta, e questo criterio di incompletezza certamente s'aggiunge ad altri criteri che hanno reso più debole, debole tra virgolette, più relativizzata, più flessibile, la concezione stessa della scientificità. Questi sono alcuni dei tratti fondamentali, un altro tratto molto importante è questo: se si è di fronte a fatti costitutivi dello sviluppo cosmologico, e proprio in termini fattuali non in termini di eventi ipotizzati all'interno di una legge deduttiva che nulla ha a che vedere con gli sviluppi storici, se siamo di fronte quindi a fatti, è anche evidente che la scienza stessa da questo punto di vista, nella misura in cui è cosmologia, e questa è una misura che a mio modo di vedere tra l'altro coinvolge la più parte delle discipline, non è più costruita su esperimenti ripetibili; va in crisi il concetto di avere la possibilità di un fondamento sperimentale su esperimenti ripetitivi, in quanto, in parte vi è sempre un aspetto di irripetibilità, che è connesso proprio con la fattualità, e che quindi obbliga a saper manovrare i successivi esperimenti, per elaborare, per manipolare, per enucleare il loro significato, in maniera diversa da quella ritenuta propria della ripetibilità. Credo che questo, tra l'altro, metta in discussione la stessa prospettiva falsificazionista, perché di per sé non esiste la possibilità di fare un esperimento esattamente ripetibile, tal che possa in ipotesi assumersi come prova distruttiva di una asserzione teorica; pertanto occorrerà riaggiustare un po' tutti questi metodi proprio in termini storiografici, in termini di storicizzazione. Questo nel campo delle scienze naturali; credo che anche altre scienze, altri campi scientifici, debbano molto più riportarsi alla storia di quanto non si sia fatto fino ad oggi, per esempio l'economia; io credo che l'economia abbia ottenuto in questo secolo risultati di prim'ordine dal punto di vista del riconoscimento addirittura formale della sua dipendenza da alcune situazioni storiche, caso tra tutti: il "Produzione di merce a mezzo merci" di Sraffa ha indicato esplicitamente come alcune componenti strutturali del processo economico debbano assumersi direttamente da situazioni storiche, quindi dipendono da variabili che non sono definibili all'interno del sistema, ma che dipendono dalla situazione storica di fatto. Orbene, nonostante queste indicazioni precise, che discendono, si badi bene, da una struttura formale, formalizzata rigorosamente, della teoria economica, nonostante questo è raro che si integri una ricerca di storicizzazione all'interno delle scienze economiche, basti pensare, faccio un altro caso, Georgescu per esempio ha teorizzato un rapporto tra economia e processi entropici, imperniando gli stessi fatti economici, quindi la stessa fenomenologia economica, su alcune strutture connesse con le dispersioni energetiche, l'uso energetico, i vincoli energetici, i vincoli di rendimento energetico che sono diversi da quelli che normalmente si ritengono essere i rendimenti tecnici dell'economia, e nonostante la lezione di Georgescu non vi è stata ancora oggi una precisa concezione che inserisca le problematiche dell'economia entro la situazione storica di sviluppo naturale, direi addirittura, della società umana, entro i limiti fisico-naturalistici della società umana. Questo tra l'altro sarebbe importantissimo, perché solo una economia, una scienza economica capace di situarsi storicamente nella natura, sarebbe una scienza economica capace di ecologia, cioè di studiare i vincoli ecologici agli equilibri economici; e questo solo in termini di storici tra l'altro, non vi è altra sede se non quella storica per trovare questi nessi. Ecco quindi che anche qui vediamo una diretta dipendenza di queste scienze, per esempio la scienza economica, da un recupero della storicità, ma non in senso di relativizzazione culturale di una teoria economica o di un certo stato della conoscenza, che, si, è un aspetto molto importante dal punto di vista della storia della scienza, ma che non è importante dal punto di vista della costituzione della scienza stessa; mentre invece quello che a me interessa è proprio vedere come non si dà possibilità di costituzione teorica della scienza economica, se non si introduce un aspetto storico all'interno di essa; questo è un punto mi pare estremamente importante, che va di pari passo con l'introduzione della tecnologia all'interno del sistema economico, tra l'altro. Quindi mi pare che tutte le scienze, da questo punto di vista, debbano ricorrere alle risorse della conoscenza storica, proprio per essere scienze, non quindi in un senso di indebolimento di se stesse, ma nel senso di rafforzamento di se stesse.

 

3. E quali le prospettive di questo incontro allora tra Storicismo, diciamo, e Storia della natura?

 Le prospettive sono molte, devo dire che sono anche di vasta portata. Dal punto di vista culturale a me sta a cuore un aspetto particolare, che è soprattutto questo incontro tra natura e storia e che è certamente una delle novità che più si vivono oggi, già di fatto, nelle varie discipline; ma credo che da questo punto di vista bisogna arrivare a un chiarimento proprio disciplinare: se tutto quello che abbiamo testé detto, brevemente, molto rapidamente, ma direi abbastanza chiaramente, è vero, non ha più senso che noi si pensi alla storia come a una disciplina a se', come se ci fossero tante discipline: nel Disciplinario scolastico noi sappiamo che c'è la Fisica, la Chimica, la Letteratura, la Botanica, varie discipline, e in più, si aggiunge a un certo punto, c'è la Storia; non mi pare che questo sia più accettabile. Noi dovremo, credo, ristrutturare l'intero nostro orizzonte disciplinare in tutt'altro modo, dovremo probabilmente concepire varie discipline secondo pertinenze a vari campi di ricerca, e in ciascuno di essi introdurre una parte metodologica strutturale, cioè di costruzione di strutture, dove secondo me vanno ricomprese le attività proprie della Logica nelle sue varie forme, della Matematica, ecc..., e poi una metodologia di storicizzazione, una metodologia di storicizzazione in cui si dà conto di che lavoro storico si deve fare per affrontare una realtà che di fatto è storica. Ora, se questo è vero, la storia diventa un momento metodologico, da unirsi a quello strutturale dell'elaborazione logico-matematica, da inserire in qualsiasi disciplina, il che significa però, se questo è vero in termini costitutivi, che non c'è possibilità di parlare di fisica se non all'interno di una fisica costruita anche in termini di storia della natura fisica, e così pure non si può parlare di chimica se non vi è una chimica costruita anche in termini di storia della natura chimica, e avanti di questo passo.

 Quindi credo che diventi essenziale concepire una solidarietà della storia con tutte le scienze della natura, ma in questo modo specifico, in questo modo disciplinare, che richiede una profonda rivoluzione disciplinare di quelle che sono le tradizioni scientifiche delle singole discipline. La storia quindi non è più una disciplina che ha a che fare con il resoconto narrativo dei fatti sociali umani, cioè della storia della civiltà umana, della cultura umana, ecc...; questo è uno dei tanti temi della storia, ma la storia a che fare con la storia delle piante, la storia degli animali, la storia degli elementi, la storia del cosmo, ecc...; quindi non c'è possibilità assolutamente di concepire la storiografia come una disciplina a se' stante. 

Ogni teoria, nella misura in cui vuol dar conto in maniera scientifica del mondo, e vedremo questo scientifico cosa significa, significa "con una acquisizione rigorosa di processi di ricerca, che possono continuare rettificando se stessi", questa è l'idea che ho io di scientificità, che è un'idea di nuovo storica di scientificità, in cui quindi chiamo scientifico qualcosa che può aver riscontro tra più ricercatori, più scienziati di una comunità, in un procedimento che è capace di rettificare se stesso, che è capace quindi anche di tramandarsi, di essere rigorosamente riscontrabile di generazione in generazione, o da una ricerca all'altra, con capacità di dimostrare i propri errori e di imparare dai propri errori, di rettificare i propri errori. Orbene, in questo senso nessuna disciplina è scientifica se non è capace anche di fare in questo modo, con questo criterio strategico di scientificità, la storia del mondo, perché nella misura in cui abbiamo visto che la natura stessa dipende dalla sua storia, quindi dalla sua evoluzione, organica o inorganica che essa sia, è evidente che, se non teniamo conto di questo fatto costitutivo storico, non possiamo neanche tener conto, fare, approdare a teorie; quindi è evidente che ciascuna disciplina, o si fa anche in parte storica, oppure non riesce neanche ad essere se stessa. Questo forse è uno degli aspetti principali dell'incontro tra storicismo e storia della natura. Ce ne sono anche altri. Sempre per giocare reciprocamente, potrei anche dire che è molto importante un altro aspetto, cioè che la storia diventa consapevole della sua stessa naturalizzazione; in altri termini la storia non è più un fatto eccezionale all'interno della natura, non è più il miracolo, che dipende dall'apparizione della coscienza umana all'interno della storia della natura, per cui lì dentro, in questo mondo del vissuto coscienziale, ci sarebbe questo fiorire di una particolarissima forma di acquisizione conoscitiva che è la Storia, che procede come se fosse al di fuori, per intervento miracolistico, al di fuori della natura, come se fosse proprio un figlio spirituale, ma di uno spirito che è altrove, che viene da altrove, che non viene dalla natura. Anzi, credo che questo incontro possa dimostrare molto bene come è stato possibile che in un certo cosmo evolutivo, in un certo modo, si sia formato un soggetto che nella sua autopoiesi a un certo punto fa storia per costituire se stesso, e fa storia in risposta a un ambiente naturale che lo porta ad avvalersi della storia per poter conoscere, questo è il punto importante. E adagio adagio allora la storia diventa una risorsa naturale dell'uomo, una risorsa naturale con cui l'uomo risponde all'ambiente, con cui si adatta, con cui modifica se stesso; questo a me pare importante. Per avvicinare il mondo della storia al mondo della natura bisogna disumanizzare, togliere un po' di umanesimo alla storia, nel senso che bisogna portare la storia ad essere adatta a trattare oggetti anche non umani. D'altra parte direi che abbiamo il vantaggio che l'uomo, da questo punto di vista, riconosce se stesso come creatura naturale che fa storia perché la natura stessa gli consente di fare storia e lo porta a fare storia, lo porta a costituirsi come soggetto storiografo. Credo quindi che questi due aspetti siano molto innovatori nella tradizione storicistica, perché fanno una storia non più vincolata solo all'uomo, e dall'altra parte naturalizzano la storia stessa.

 

4. Quale significato ha per Lei il passaggio dalla Storia naturale alla Storia della natura? 

Credo che si debba ricondurre proprio a questo salto abbastanza rivoluzionario tra Storia naturale e Storia della natura uno dei momenti più rilevanti di questa proposta dello storicismo scientifico. Come tutti sanno, la Storia naturale era una delle tradizioni della cultura antica ed era rispondente a una concezione del cosmo in cui si rappresentava il mondo con una spaccatura tra ciò che poteva essere fatto oggetto di scienza, in quanto fuori del tempo, in quanto eternizzabile, conoscibile all'istante ma con un istante appunto che fa uscire la conoscenza dalla fuggitività del tempo e fa approdare all'eternità, e un'altra parte del mondo in cui invece si era nel mondo della contingenza evanescente, della fuggitività, della inconsistenza di ciò che è il divenire. Di questo secondo mondo, di questo mondo terreno, di cui propriamente nel mondo antico si riteneva non si potesse fare scienza, si diceva si può fare storia; e quindi si faceva storia nel senso che si faceva una ricognizione esplorativa, descrittiva, tenendo conto delle informazioni che si conservavano di questo mondo che era nello stesso momento evanescente ed apparente, e che non era il mondo permanente, non era il mondo strutturale, non era il mondo che era al nocciolo della realtà, cioè in un certo senso era il mondo irreale; era questa irrealtà del divenire che consentiva soltanto un percorso esplorativo, conservativo, che si raccontava. In definitiva l'esposizione descrittiva dell'esperienza era l'ideale specifico della storia naturale. Si è parlato a lunghissimo di Storia naturale proprio in opposizione a Filosofia naturale, in quanto il momento storico naturalistico veniva concepito come il momento del "resoconto di viaggio"; il "segretario della natura" di cui parlava Aristotele, aveva questa cura narrativa di tenere una sorta di registro inventariale dell'empirìa e naturalmente poi approdava alla sua torre d'avorio, dove cangiava le sue vesti, da vesti di viaggiatore della natura diventava il filosofo della natura, e là contemplava le strutture eterne, le strutture deduttive derivate da una serie di principi, che in tanto erano accettabili in quanto erano riferibili a ciò che non muta, a ciò che non è storico. Quindi storia della natura era questo, era storia di un mondo apparente e di un mondo di cui non si fa scienza. Passare dalla storia naturale alla storia della natura è tutt'altra cosa, vuol dire proprio esattamente concepire la storicità come uno dei momenti indispensabili per avere una scienza della natura; in altri termini non è più la descrizione inventariale del viaggio esplorativo di ciò che sfugge, che se ne va, e che noi conserviamo a memoria; è qualcosa di più, è la ricerca di tutto ciò che si consenta materialmente di studiare la natura in ciò che è ora, che ci porta ora a nostra disposizione, per risalire a ciò che non è più ora, che la natura è stata in altro tempo. Perché questo? Perché abbiamo imparato a capire che gli enti stessi, di cui la natura è fatta, non sono stati sempre questi e sono costituiti, questi, dai processi con cui la natura si è formata, e quindi non possiamo parlare di entità della natura se non nella misura in cui riusciamo a individuarli nella loro emergenza da questi processi; non li possiamo concepire come qualcosa che una volta ottenuta ha raggiunto una sua fissità, tale che noi possiamo assumerla ad entità di riferimento delle nostre teorie, tutt'altro. Dobbiamo imparare a capire che, solo seguendo la natura passo passo proprio nelle sue trasformazioni, riusciamo a capirla; e quindi a questo punto è evidente che proprio il fatto che la natura è evolutiva, consente di fare storia della natura, e quindi di fare teoria della natura; cioè solo il fatto che la natura è un divenire nel tempo, irreversibile, tale che lascia tracce, tale che ci permette di ricostruire una sequela di fatti in termini processuali, è solo questo che ci consente di farne scienza: è esattamente un rovesciamento nei confronti della opposizione antica. C'è scienza del mondo proprio perché il mondo è storico. Se questo mondo non fosse storico non avremmo possibilità di averne scienza, questo è il punto specifico; questo anche perché le cose poi si connettono in maniera molto specifica: se si intende naturalmente come scienza questo cammino costruttivo di teorie rettificabili, questo cammino di acquisizione parziale che continuamente è in rettificazione, allora si capisce che è possibile solo nella misura in cui nel mondo c'è la possibilità di muoversi, di seguire questo processo, e come il mondo consente questa formazione nuova, creativa, e quindi c'è la creatività della scienza che è molto importante da questo punto di vista, all'interno dello sviluppo stesso del mondo, per cui l'individuo che si forma all'interno del processo naturale riesce ad avvalersi di queste risorse diverse e a camminare in questo modo. Naturalmente è ovvio che uno potrebbe dirmi: se ci fosse un mondo eterno ci potrebbe anche essere una fissità del mondo, ci potrebbe anche essere una rivelazione diretta di una sapienza data da qualcosa che è esterno al mondo e per cui potremmo conoscere il mondo in questo modo, che è il famoso paradigma della conoscenza divina che si oppone alla conoscenza costruita dall'uomo con le sue sole forze. Questa è un'ipotesi però che ci porta fuori da questo mondo, non è certo scienza. La "scienza rivelata" cosiddetta è qualcosa di diverso dalla scienza. Se con scienza si intende ciò che gli uomini hanno sempre fatto per riconoscersi come scienziati, quindi se per scienza intendiamo ciò che facciamo quando facciamo gli scienziati, dobbiamo dire che riusciamo a farlo perché siamo riusciti a costituirci come scienziati all'interno di un processo naturale con cui siamo cresciuti come tali, e riusciamo a fare questo lavoro perché il mondo stesso ci consente di inserirci in questo: ci consente per esempio di tagliare il mondo secondo contesti diversi, ci consente di mettere in evidenza trasformazioni che ci aprono chiavi che altrimenti non avremmo, per potere esplorare il mondo, e avanti di questo passo. C'è tutta una sorta di dipendenza della conoscenza dalla storicità del mondo, che ci aiuta a capire il nostro ruolo di storiografi della natura per potere essere scienziati della natura.

 

5. In questo quadro, come dovrebbero trasformarsi, a suo parere, le metodologie della storiografia? 

Ecco, questo è un punto molto importante; la domanda coglie bene nel segno ciò che ci occorre fare per fare storia della natura nel modo che abbiamo appena detto. E' chiaro che se noi concepiamo lo Storicismo come il complesso delle metodologie storiche, anche con tutto il corredo epistemologico di queste metodologie, che hanno caratterizzato la tradizione storiografica, principalmente quella che è stata assunta ad esempio di alcune teorie della storia, di alcune filosofie della storia del secolo scorso e del nostro secolo, alludo in particolare agli storicismi di varia marca, tra cui quello idealistico, quello crociano per esempio, se noi ci rifacciamo a questo tipo di tradizione metodologica non riusciremo assolutamente a capire in che modo questa storiografia possa fare "storia della natura", tant'è che Croce in pagine estremamente precise disse chiaramente che "storia della natura" in senso proprio non si può fare. Perché? Perché fin tanto che rimaniamo all'interno di una concezione della storicità in termini di mondo vissuto da una coscienza, di mondo intuito nella sua convergenza tra universalità e particolarità, per cui nel fatto particolare si attua un momento ideale e universale e questo attuarsi è qualcosa che si intuisce nello spirito e non altrimenti, è chiaro che noi non potremo mai fare storia delle piante, degli animali, delle stelle, in genere del cosmo. Se io dovessi andare da uno scienziato a dire: "Guarda che oltre all'elaborazione matematica che hai fatto, ai controlli sperimentali che hai fatto, alle ricerche di vario genere che in vario modo hai articolato con vari ricercatori tuoi, devi anche intuire il fatto vissuto in coscienza di come si è formato il DNA per esempio", questo mi risponde:" io non so assolutamente di che cosa stai parlando, non so cosa fare". Io credo però che bisogna avere il coraggio di dire che questa non è la Storia, se la Filosofia idealistica della storia ci ha rappresentato la conoscenza storica in questo modo, è semplicemente perché questo era un paradigma di spiritualismo storicistico che parlava di tutt'altre cose: parlava, secondo me, di quale può essere il valore da riconoscere al vissuto nella coscienza, parlava di qual'è il valore della metamorfosi all'interno dell'esistenza, di quali sono le problematiche del vissuto nell'auto-relazione dell'individuo con se stesso, ecc.; sono problematiche completamente diverse, che non hanno nulla a che fare con il lavoro concreto che qualunque storiografo fa, anche quando si occupa di questioni umane, non naturali. Croce sapeva fare molto bene lo storiografo e sapeva maneggiare ed avvalersi molto bene delle tecniche storiografiche, per altro di queste tecniche non parla mai, di questa metodologia specifica non parla mai; in altri termini, teorizza una visione gnoseologica della conoscenza storica che non ha nulla a che vedere con quello che gli storiografi facevano al suo tempo. Tutta la polemica poi con la storiografia positivistica, che era ad altissimi livelli dal punto di vista tecnico, in definitiva è una polemica imperniata soltanto su certi aspetti categoriali, come benissimo si può riconoscere che la storiografia positivistica fosse insufficiente perché stava tentando di mettere a punto alcune categorie che come sempre sono insufficienti, perché tutte le storiografie sono sempre insufficienti in rapporto alle storiografie successive, in rapporto ai vari andamenti della cultura storiografica, ma era soprattutto uno scontro tra problemi categoriali diversi: da un lato c'erano le categorie dell'acquisizione ulteriore della conoscenza della storia della società umana, dall'altra parte c'erano in gioco le categorie della storicità dell'esistenza, della storicità del vissuto, della storicità dello spirito, tutt'altre cose. Orbene, io credo che oggi noi si debba dire che bisogna ritornare a ripensare la storicità fuori dal modello intuitivo, fuori dal modello letterario narrativo, e quindi riportando la storicità a frutto di un modo di lavoro che è proprio degli storiografi, quindi in termini operazionali dobbiamo poter dire che operazioni si fanno per fare storia, da che cosa dipende la costruzione di una storia; questo è un punto molto importante. Abbiamo parlato prima di necessità di riconoscere la fattualità, la processualità, ecc...; queste cose non sono date, i fatti non sono là da raccontare, da leggere nei documenti con tutte le tecniche ermeneutiche che pur si vogliono accampare; il fatto fondamentale è che noi siamo costretti a ricostruire i fatti, ad operare per ottenere questi risultati. Quindi noi dobbiamo, come ci siamo chiesti in termini direi kantiani ancora qual'è il mondo naturale e che ci consente di fare storia, e l'abbiamo credo individuato attraverso proprio il ricorso alle scienze, a varie scienze, che ci hanno indicato quali sono i vincoli di situazione che ci permettono di fare storia, così ora ci dobbiamo chiedere quali sono le operazioni che noi come soggetti operatori facciamo per ottenere i risultati storici; io credo che per esempio si possa dire a uno scienziato che si occupa di cosmologia quali sono le operazioni che deve fare affinché la sua teoria sia anche storicizzata nel senso attivo che dicevamo prima, e credo che le operazioni siano rigorosamente indicabili secondo uno schema di operazione che non deve essere ridotto a quello che solitamente si intende con l'operare matematico; si è abituati a dire che la matematica ha le sue operazioni, le quattro operazioni fondamentali e le tante altre operazioni che fa la matematica, di solito il termine operazione è ridotto in quell'ambito. Io credo invece che ci sia uno schema generale di operazionismo, che è quello che è stato messo a punto in vario modo, rigorosamente anche, formalizzato compiutamente, da varie correnti di pensiero operazionistico, che in Italia tra l'altro hanno avuto cospicui contributi da parte di Ceccato, Somenzi, da altri che adesso non si tratta qui di rievocare; credo che possa essere individuato uno schema di operazione, che è molto più ampio di quello che è solito nel mondo matematico e che si può in breve dire come un passaggio procedurale da un originario, un materiale originario, ad un risultato, secondo una strategia di trasformazione secondo uno scopo, raggiunto il quale si possa dare un giudizio retrospettivo del procedimento seguito, in termini di efficacia. Credo che con questo schema abbiamo detto abbastanza bene quale sia schema generale e quali siano anche le operazioni della storia che rientrano in questo schema; per esempio io credo che l'operazione fondamentale sia quella di usare alcune cose come resti di avvenimenti del passato, cioè come tracce di quegli avvenimenti e quindi usarle con tecniche ricostruttive. Le tecniche ricostruttive, con le quali si passa da una traccia a un evento e poi si ridiscende da un evento a una traccia per vedere come la traccia si è trasmessa fin ad ora con un suo processo di trasformazione e di tradizione, sono procedimenti molto complessi dal punto di vista logico, richiedono tecniche abduttive di vario genere, richiedono tra l'altro un paziente lavoro e un seguito proprio delle trasformazioni della tradizione; c'è sempre un momento di storia della storiografia, cioè di storia di come la traccia c'è stata tramandata, per poter capire come possiamo ricostruire l'avvenimento; questo vale sia per un documento elaborato dall'uomo, sia per un fossile, sia per la radiazione di fondo; è lo stesso identico modo di operare, e questo operare non richiede affatto né intuitività né narratività, né niente di questo. Alla fine poi potremo anche dar conto di tutto ciò in una esposizione testuale in cui la narrazione ha un suo preciso ruolo, che non si tratta ora di definire e che si può per altro definire molto bene, che è un ruolo che ha che fare con criteri di continuità di senso, ecc..., che hanno una loro specifica trattazione; ma certo è che fin qua non abbiamo alcun bisogno di ricorrere ad elementi misterici, misteriosi, miracolistici, di intuitività, narratività, ecc..., e possiamo operare a fini ricostruttivi, col grande vantaggio che possiamo farlo in équipe, per esempio, possiamo dire a un altro: "fai anche tu questo questo e questo secondo questa procedura"; se io invece dovessi dire a un altro: "per favore intuisci anche tu", oppure: "partecipa anche tu simpateticamente al vissuto di questa ricerca", questo non saprebbe che cosa gli sto dicendo; in questo modo, invece, credo che possiamo comunicarci il da fare. L'operazione ricostruttiva è la prima e la fondamentale operazione della storiografia, ma ce ne sono altre e le posso indicare agli scienziati; perché quando io dico allo scienziato: "Attenzione, tu sei di fronte a un fatto, Big Bang, che ti ha lasciato un resto, radiazione di fondo, vediamo come risaliamo dall'uno all'altro", questo è un lavoro chiaramente ricostruttivo storico. La fine, l'esito di questo lavoro, però, deve essere, non già la conferma di una teoria deduttiva come spesso i cosmologi credono che sia, deve essere proprio la ricognizione precisa di come un fatto è attestato da una traccia attuale che abbiamo, io chiamo queste le r-verità, seguendo uno schema che è quello di Carnap, le c-verità e le f-verità, che distinguono le verità che hanno a che vedere con certe strutture sintattiche da quelle che hanno a che vedere con certe strutture fattuali; credo che si debba dire: "ci sono le r-verità, che sono le verità che dipendono da ricostruzioni su tracce", questo è il punto fondamentale, "verità che sono tali in quanto c'è un resto che ha consentito di raggiungere", bene posso dire, "tu devi raggiungere il Big Bang in questi termini, cioè in termini ricostruttivi che naturalmente si avvalgono di tutte le teorie che tu hai messo in gioco sulla possibilità di questo, e che sono gli aspetti categoriali, gli aspetti di modello, gli aspetti con cui tu hai fatto questa operazione, ma l'operazione è ricostruttiva". Così pure posso dire che ci sono altre operazioni, per esempio l'operazione di contestualizzazione: l'uomo, proprio nella sua ricerca parziale a tagli successivi di rapporto con il mondo della realtà storica della natura, acquisisce diversi frammenti secondo diverse prospettive; li deve contestualizzare. Direi che l'aspetto cosmologico, come diceva Popper, è proprio di qualunque disciplina, perché tutte le discipline devono essere consapevoli del loro taglio parziale, di come la loro tessera si inserisca nel mosaico. La tecnica del mosaico è una tecnica complicatissima. Ora, se c'è qualche cosa che lo storiografo, da sempre, nella tradizione della cultura storiografica ha fatto, è proprio la costruzione dei contesti, con logiche specifiche, con risorse tecniche specifiche. Proprio di questa operazione di contestualizzazione bisogna rendere edotti anche gli scienziati: che sappiano contestualizzare. Direi che una cosa estremamente importante, per esempio, è capire come una singola teoria disciplinare ha il suo significato a seconda di come ha ritagliato il suo contesto, contesto di validità che di solito si chiama "camp". Ma purtroppo questi contesti di solito gli scienziati li individuano per definizioni formali, cioè convenzionalmente; non si accorgono invece che vanno definiti forse anche con dei riferimenti di modello di questo genere disciplinare, ma soprattutto anche come tagli dipendenti dallo sguardo storico con cui si son guardati, "storico" nel senso nuovo, cioè nel senso di "a che punto siamo del processo naturale, che taglio del processo naturale prendiamo in considerazione, che sviluppo stiamo seguendo, ecc...". Ora credo che questa sia un'operazione estremamente ricorrente ed importante nel costituire le stesse scienze naturali, e quindi di nuovo un'operazione che possiamo dire allo scienziato: " devi fare questo"; ed è certamente un'operazione storica. Ma c'è un'operazione che è la più importante, direi, dal punto di vista della storia tradizionale, che è l'operazione di individuazione, cioè riconoscere un individuo, metterlo a fuoco, distinguerlo come tale e farne un individuo, cioè costruire un individuo. Anche lì bisogna avere il coraggio di nuovo di ripetere che gli individui non sono dati, la grande polemica "noi storici ci occupiamo dell'individuale e non del generale", come se l'individuale fosse dato, fosse qualcosa che è là. Credo che si tratti di dire invece che lo storiografo costruisce gli individui con operazioni specifiche, e avanti di questo passo, ne abbiamo anche altri che potremo esaminare; ma credo che sia importante far capire che solo in questa chiave operazionale noi possiamo fare dello storicismo un metodo che deve valere per tutte le scienze, come abbiamo detto prima, e che quindi può essere indicato anche agli scienziati come metodo da seguire.

 

6. In una simile concezione uomo e natura, per così dire, diventano più vicini, che conseguenze vede da questo avvicinamento? 

Credo che questo Storicismo scientifico, è questa prospettiva che abbiamo analizzato in alcuni suoi momenti, si iscriva senz'altro in quella che Prigogine ha chiamato "la nuova alleanza". Ci troviamo di fronte evidentemente a un nuovo inserimento dell'uomo all'interno della natura, laddove la natura viene considerata come qualcosa che è in corso, che non è data una volta per tutte e che è, in un certo senso molto importante, incompiuta. Ho voluto fare riferimento a questo modo di dire, l'incompletezza del mondo, l'incompiutezza del mondo, perché nonostante fosse molto lontano dalle prospettive che sono di Prigogine, già usava questa caratterizzazione del mondo Schlegel, indicando proprio in una capacità di capire l'incompiutezza del mondo, la vicenda avventurosa che la natura stessa corre con l'uomo, uno degli elementi che potevano dare una nuova prospettiva di umanesimo naturalistico all'uomo stesso. C'è una cultura importante del Romanticismo storico o di Storicismo romantico, che ha avvertito questa esigenza di un nuovo rapporto con una natura in corso, in compimento, come elemento fondamentale di nuova visione dell'uomo. Credo che da questo punto di vista la "nuova alleanza" che Prigogine ha proposto, si debba imperniare su questa capacità dell'uomo di camminare storicamente nella natura, perché la natura, essendo storica, consente questo cammino storico della conoscenza nella natura. Il concepire la natura non più come chiusa in maniera ferrea in alcune leggi ad essa imposte, il concepirla quindi non più come un cosmo legiferato, fissato legislativamente in un qualcosa che non può essere altro che fatto, fatto ripetuto in maniera assolutamente non innovativa, il superare questo concetto apre evidentemente una rispondenza armoniosa tra il mondo della vita, che ciascuno di noi sente essere continuamente in trasformazione e in formazione, che continuamente sente essere incompiuto, vissuto nella finitudine ma con le incompiutezze che sono proprie di questo e con le novità, e con le avventurosità proprie di questa vita, con il resto del mondo; non ci si sente più esiliati come esseri viandanti in cammino in un mondo che non cammina, in un mondo che è estraneo a questo cammino, anzi ci si sente proprio connessi con questo mondo. 

Quando dicevo prima come proprio la storicità del conoscere la sua trasformazione della realtà, della sua trasformazione continua ci consente di conoscerlo, dicevo qualche cosa che a prima vista può apparire affermato così un po' retoricamente, ma come sempre invece queste posizioni di Storicismo scientifico hanno un riscontro preciso in qualche cosa che non è retorico ma che è strutturato in maniera estremamente rigorosa e con una sua formalizzazione matematica anche precisa. Infatti si può dire questo dicendo che il mondo è una vicessitudine, che dipende da alcuni avvenimenti energetici che comportano delle rotture di simmetria. Orbene, senza rotture di simmetria, si può dimostrare molto bene, e lo hanno dimostrato sia Prigogine che un fisico italiano che si è molto dedicato a queste ricerche, Calioti, che senza rotture di simmetria non avremmo nemmeno delle strutture mentali capaci di avere percezione e quindi di avere acquisizione di informazione. 

C'è tutta una dimensione energetica all'interno dell'attività conoscitiva, e di processi di rottura di simmetria che rendono possibile la conoscenza, che appunto fanno vedere la solidarietà strettissima tra il fatto che il mondo è storico e che l'uomo lo può conoscere, l'uomo in quanto proprio creatura nata dall'evoluzione del mondo stesso, per cui i processi conoscitivi del soggetto operatore, dell'uomo soggetto naturale che opera nella sua autopoiesi con questa capacità di scrutare il mondo, di leggerlo con delle chiavi opportune; direi che c'è proprio una solidarietà tale che fa sì che anche l'impresa conoscitiva finalmente diventa non una espugnazione della natura, come spesso è stata così significata, ma un'avventura in cui la natura cammina al nostro fianco. E' evidente che la natura ha degli aspetti di estraneità nei confronti dell'uomo: l'uomo è una creatura fragile, debole, appunto anche in questo la storia lo aiuta a capire quali sono le sue nicchie di rifugio, quali sono le sue capacità di sopravvivenza molto ridotte; ma è certo che in qualche cosa la natura ci è solidale, ci è solidale nel fatto che anche lei corre le sue avventure e che anche lei si lascia conoscere, questo è il fatto fondamentale, e credo che questo sia un punto molto importante, senza tra l'altro abbandonare l'uomo a una ceca fatalità, e questo è un altro aspetto che a me interessa molto mettere in evidenza. Le scienze oggi, le scienze naturali intendo, si sono fatte storiche anche attraverso una vicenda teorica molto importante, che è il riconoscimento della caoticità del mondo. Vale la pena dire una cosa: che il caos non ha nulla a che vedere con l'arbitrio cieco del caso; quindi ci liberiamo sia della fatalità cieca del mondo legalistico del cosmo antico, sia del fatto che un'altra cecità è l'arbitrio, l'arbitrio di assenza totale di regole, perché la caoticità non è affatto l'arbitrio del caso, la caoticità è qualche cosa che ha che fare con la determinazione, ma è un determinismo la cui regola non è precostituita, è un determinismo che tiene conto degli effetti moltiplicativi che si possono ottenere da fatti che sembrano insignificanti all'inizio (l'effetto farfalla). Ora, la caoticità permette una questione di seguito di turbamenti di situazioni, nei quali l'uomo può ragionare il proprio intervento e quindi può anche capire questo gioco antico tra virtù e fortuna, tra condizioni necessarie e innovazioni, che già Machiavelli aveva elevato essere una delle strutture fondamentali dell'uomo in rapporto alla natura, Machiavelli concepiva il mondo politico come vincolato da condizioni naturalistiche ben precise. 

Credo che anche questo aspetto sia molto importante: l'uomo non è né più schiavizzato da leggi ferree, né più buttato in una cecità assolutamente arbitraria di qualche cosa che non lascia nessuna regola;no, le regole ci devono essere. Il fatto che si faccia storia della natura non significa che siamo di fronte a una natura irrazionale, a una natura che assolutamente ci sfugge da ogni lato senza alcuna regolarità; avrà regolarità parziali, avrà regolarità in cui le strutture della regola emergono dal processo stesso e si innovano, perché la novità fondamentale, di nuovo parlo con le parole di Prigogine, è che il tempo, irreversibile, in questa natura è un tempo creativo, è un tempo che determina novità; e allora ecco che c'è questa continua partecipazione, in una vicenda di solidarietà dove, a mio modo di vedere, è molto importante per l'uomo uscire da alcuni schemi della razionalità antica, ma con una nuova razionalità, non cadendo nell'evasione irrazionale, nel misticismo, in questa solitudine lirica del vissuto; il vissuto è una delle grandi esperienze dell'uomo, della sua esistenza, della sua coscienza, ma è certo che è connesso in perfetta armonia con tutta questa vicenda naturalistica, che è della natura stessa e che è dell'uomo nella natura come creatura di questa natura. Credo che quindi si debba dire che, se proprio volessimo fare un riferimento al grande passaggio, alla grande mutazione che sta avvenendo nell'aspetto cosmologico, nella concezione del mondo che l'uomo ha, che, se un tempo abbiamo avuto l'idea che il mondo fosse leggibile in termini matematici, la grande proposta di Galileo tradotta poi in sistema cosmologico da Newton, dobbiamo oggi dire che il mondo è certamente scritto in termini matematici ma anche in caratteri storiografici; ecco, questo è il punto fondamentale. Bisogna capire che il lessico con cui si legge il mondo è sia matematico sia storiografico, ed è quel lessico che poi ha che fare con quelle operazioni estremamente precise che abbiamo prima elencato.

 

7. E come vede il rapporto tra lo storicismo scientifico e gli storicismi tradizionali? 

Credo che il rapporto con gli storicismi tradizionali sia, a dirla in breve e magari insieme grossolanamente, un rapporto abbastanza rivoluzionario; c'è un distacco notevole nei confronti dello storicismo di un tempo, al punto che uno si potrebbe chiedere perché mai si mantiene ancora il termine "storicismo" in questa formula.Io credo che, nonostante la lontananza evidente che c'è tra questo storicismo e gli storicismi di un tempo, si debba mantenere la parola "storicismo" per varie ragioni: anzitutto perché lo Storicismo è la grande tradizione culturale che ha fatto della storicità un principio costitutivo della conoscenza umana, e quindi va proprio riconosciuto a questa tradizione questo grandissimo merito, e quindi credo che per questa ragione sia doveroso mantenere il termine "storicismo". 

Ma c'è qualcosa di più: c'è anche il fatto che lo Storicismo si è sempre fatto carico di una concezione che nella storicità dell'uomo cercasse di ricomprendere anche la storicità del mondo. Abbiamo visto che oggi il problema è da porsi in termini radicalmente nuovi, in un certo senso rovesciati, in un certo senso con una naturalizzazione della storia, che cammina di pari passo con la storicizzazione della natura, però l'idea è sempre quella di concepire la storia come un qualche cosa in cui i due elementi camminano insieme, quindi di nuovo Storicismo mi pare il termine adeguato per designare questa cosa. Poi non va dimenticato un altro punto: che le scienze della natura, le scienze non storicizzate della natura, quindi la tradizione delle scienze della natura, tende a fare di queste scienze qualche cosa in cui il risultato, l'esito teorico, viene staccato decisamente da chi lo ha fatto. La caratteristica specifica della tradizione storica e degli storicismi è di aver sempre ribadito che bisogna, qualsiasi esito di conoscenza, ricondurlo al soggetto che lo fa; questo non è soggettivismo, è tutt'altro che soggettivismo, questo è relativismo al soggetto, nello stesso modo in cui la teoria della relatività è relativa al soggetto conoscitivo, senza con ciò soggettivizzare un bel nulla insomma, ma raggiungendo una uguale razionalità. 

Ora qui è la stessa cosa, si tratta di mantenere un'evidente connessione tra l'esito teorico e il soggetto che lo produce, con tutta la storicità che è implicita a questo nesso; e quindi di nuovo questa è una ragione per cui il termine "storicismo" può essere tenuto in evidenza come appropriato a significare questa cosa, facendo si che ci sia un monito sempre: che tutte le verità umane sono verità, come dicevo prima, cioè verità ricostruttive; dipendono dalla memoria, dal ricordo, dalla prospettiva ricostruttiva del passato e quindi sono sempre semantiche, aperte, sono sempre sintassi aperte, sono sempre strutture aperte, non c'è mai qualche cosa che è definito al di là del continuo operare che può fare il soggetto da questo punto di vista, continuamente in rettificazione, quindi il concetto di scienza che continuamente si rettifica, che continuamente si aggiusta, che ha la sua scientificità nel saper imparare dagli errori, nel saper quindi rettificare gli errori e continuare attraverso un cammino che può anche sbagliare. 

Tutto questo evidentemente vuol dire riportare l'uomo, in qualsiasi suo esito scientifico, a se stesso, e quindi a ridare anche un senso da questo punto di vista non inserito e materializzato, incorporato nell'esito, ma inserito nella propria capacità di continuare culturalmente questo cammino; ecco quindi che questa grande questione che giustamente continuamente si ribadisce, che bisogna che l'uomo non diventi schiavo delle sue scienze, viene risolta da questo fatto continuo di riportare le scienze alla storicità del soggetto che le costituisce. E quindi quando si dice che tramite la cultura l'uomo deve muoversi attraverso le varie scienze, in livello interdisciplinare, che è un ideale assolutamente irrinunciabile di umanismo nella scienza, che è l'ideale che è stato ribadito in questo secolo da Husserl e da tanti altri, che viene ribadito dagli scienziati stessi, ecco, questo è un'ideale che, se si vuole realizzare concretamente con delle operazioni, bisogna che facciamo storiografia, che operiamo storiograficamente, cioè che storicizziamo questa scienza. Da questo punto di vista è giusto mantenere il termine "storicismo" nel manifesto Storicismo scientifico; per altro invece bisogna staccarsi nettamente da alcune posizioni, che ho già criticato precedentemente. Se lo Storicismo deve essere la pretesa di conoscere qual'è l'unica ed assoluta e ripetitiva legge dello spirito umano, io credo che veramente sia una cosa che ormai più nessuno possa credere, l'idea ancora di riportare lo Storicismo a una vicenda dello spirito che si dissolve in ciascun singolo momento di attuazione, pur nella convergenza di universale e particolare, vissuta intuitivamente, vissuta in una esistenza che da questo punto di vista diventa veramente soggettivismo lirico e incomunicabile a questo punto, allora questo non è uno Storicismo con cui si possa avere alcun rapporto. 

Credo che non sia questo però lo Storicismo che preme nella nostra tradizione e da questo punto di vista bisogna dire che lo stesso Storicismo per esempio crociano può essere apprezzato per tanti altri aspetti ben diversi da questi, che non sono certo quello di questo individualismo direi quasi futurista, in cui il criterio fondamentale non è più la verità ma è l'autenticità, l'autenticità del vissuto che sostituisce la verità; questo è uno dei momenti modernistici più esagerati, esasperati, che c'è anche in Croce, ma non è quello che in questo momento di Croce può valere e, secondo me, anzi rischia di occultare gran parte invece dell'enorme lavoro di cultura, di strategia culturale, che ha portato avanti Croce nel senso della storicizzazione concreta, precisa, attenta al particolare, per esempio la capacità di Croce non di evadere verso figure di un universale che per sua nobiltà se ne va al di sopra del particolare, ma questo richiamo continuo all'esattezza del particolare, al momento filologico, alla necessità di fare storia della storiografia; ecco queste sono due, tre caratteristiche del pensiero crociano che, secondo me, sono tesori assolutamente irrinunciabili che vanno ricordati di Croce, che purtroppo oggi non vengono più riportati in primo piano come dovrebbero; ma è questo il Croce però con cui io vorrei confrontarmi, che è lo stesso Croce con cui bene o male si confrontava anche Ludovico Geymonat, per esempio. Ludovico Geymonat, a cui io credo si debba moltissimo, perché ha avuto, più di molti altri filosofi della scienza, a livello internazionale non solo a livello italiano, il merito di rivendicare la storicità della scienza, delle scienze "dure", non delle scienze "molli", cosiddette, della sociologia, dell'etnologia, dell'antropologia, dell'economia ecc..,. ma delle scienze "dure", cioè della fisica, della chimica, addirittura della matematica, dei linguaggi matematici. 

Ecco, Geymonat che aveva questa attenzione fondamentale, questo impegno a storicizzare la scienza, credo abbia sempre dovuto combattere con la visione antiscientifica che aveva Croce, perché tra l'altro sempre si stupiva, lo ricordo, io ho avuto molte conversazioni, che assolutamente ricordo con vivissimo affetto, con Geymonat su questi argomenti, del fatto che Croce, che aveva a sua portata di mano, agli inizi di questo secolo, l'emergenza di una scienza che stava facendosi storica, con i suoi stessi passi stava diventando storica, con la termodinamica di allora, con le vicende della relatività, della meccanica quantistica ecc.., non ha capito invece che si poteva dire che anche le scienze erano storiche, e ha creduto di dover combattere in nome della storia contro le scienze, quando invece erano le scienze che ormai si facevano storia. E Geymonat stesso continuava dicendo che Croce invece andrebbe riconsiderato e riacquisito per la grande capacità di filologo che ha sempre avuto. Credo che questo sia un aspetto molto importante da dire, nel prendere le distanze da Croce, ma portando con sé il tesoro che Croce ci può lasciare.

 

8. Benissimo. E in quali termini, per concludere, un tale diverso modo di intendere il rapporto tra uomo e natura, quello che Lei auspica, potrà influenzare le nostre visioni etiche e politiche e i valori stessi che sono alla base della nostra cultura? 

Se in pochissime parole si può ridurre il significato di questa posizioni in termini di valore, io credo che si debba anzitutto dire che una tale concezione, che riporta la finitudine umana, quindi anche il problema della morte, anche il problema esistenziale del trovarsi gettati al mondo, in termini heideggeriani, secondo una progettualità che non si conclude mai, cito, ha da questo punto di vista una sua rispondenza con un mondo naturale in cui questa vicenda si situa all'interno di una ricerca, di un orizzonte di senso che è condiviso con altri, che non è chiuso nella solitudine coscienziale, perché anzi sta di fatto che gli uomini tra loro comunitariamente riescono a evidenziare la storia di questa loro stessa formazione di coscienza, e riescono a ricondurre la finitudine stessa all'interno di un mondo che è fatto soltanto di finitudine. Credo che, da questo punto di vista, la nuova dimensione della fattualità, dell'irreversibilità, ma concepita nei termini che dicevamo prima, con la possibilità di un concorso, nelle vicende, contro ogni fatalismo, contro ogni azzardo senza senso, dia una nuova dimensione senz'altro di valore alla esistenza umana. Ma soprattutto credo ci siano degli aspetti nuovi molto importanti: alcuni criteri, propri della storicità, per esempio l'individualità, nella passata concezione tradizionale dello Storicismo venivano riferiti esclusivamente all'uomo, alla sua straordinaria e miracolistica apparizione nel mondo naturale. Credo che se, come dicevamo prima, gli individui sono frutto di una costruzione operativa, che noi facciamo nella nostra conoscenza, con certe tecniche e certe logiche che nulla hanno a che vedere con l'utilizzo di risorse coscienziali, allora possiamo estendere il concetto di individualità, con tutti i valori che esso ha, che connette variamente, naturalmente, non si tratta di ripeterli tali e quali, anche alla "animalità" cosiddetta, anche alla soggettività animale. Io credo che l'animalismo oggi abbia una capacità di valore nel rapporto tra uomo e natura, uomo e animali, in termini di soggettività molto nuova che viene aiutata da questo tipo di approccio culturale, per far vedere che l'individuo non è nulla di misterico, è qualche cosa che possiamo riconoscere come individualità, da noi costruita conoscitivamente, in tanti oggetti, anche nelle piante non solo negli animali; una singola pianta è passibile di storia, di storia individuale. Ci sono, non possiamo diffonderci ora ma ci sono delle tecniche di costruzione dell'individualità che sono estremamente precise, che sono tecniche di messa a fuoco, di ricalco, di ricorso interattivo, ci sono delle cose che non possono essere tradotte in brevi parole, ma che mostrano chiaramente come costruiamo una significazione individuale; i processi di individuazione vengono in evidenza, non più l'individualità data, e questo si può estendere appunto anche ad una concezione del rapporto con la natura, con gli animali, con le piante, ben diversa e mi pare che questo sia un valore importantissimo: questo mondo, o noi riusciamo a concepirlo in modo nuovo, facendo una cultura della natura in cui noi riscontriamo nella natura gli stessi valori che abbiamo riconosciuto e riscontrato negli uomini, oppure non credo che riusciremo molto ad andare in là nella nostra civiltà, quindi direi che questo è molto importante. L'ultimo valore che vorrei mettere in evidenza è il fatto che dobbiamo essere coscienti che non possiamo avere nessuna idea di una nostra responsabilità del modo di dove stiamo andando se non abbiamo anche una coscienza precisa di da dove stiamo provenendo, e di come siamo liberi di intervenire sul nostro destino. Da questo punto di vista io sono decisamente antinietzscheano: se noi abbiamo la capacità di dire che la storia non è un peso di cui dobbiamo liberarci, e comunque che la storia non è qualche cosa che noi dobbiamo reinterpretare con un Superuomo, con una vita al di là della vita, ma abbiamo la coscienza invece che è qualche cosa che comunque ci riapre le chances probabilistiche in ogni situazione, ci riapre una situazione dove noi possiamo responsabilmente intervenire, in questo modo, caricandoci sulle spalle una dimensione aperta nel passato, ci apriamo un orizzonte futuro, che io credo ci è, appunto, frutto di senso di libertà, e quindi come tale di creatività, ecc..., che mi pare debba essere fissato come un valore. Quindi la storia diventa matrice di valori a livello anche esistenziale.



Biografia di Luigi Zanzi

Aforismi derivati da quest'intervista

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