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Interviste

Francesco Barone

Scienza e filosofia in una nuova prospettiva

11/12/1992
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  • Professor Barone, il nostro è il secolo della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, che sempre di più incidono sulla vita individuale e sociale. E’ convinzione abbastanza diffusa che l'autentico sapere sia quello scientifico-tecnologico in grado di accomunare popoli di tradizioni diverse, mentre altri elementi delle loro culture paiono dividerli e contrapporli. D'altra parte, invece, sembra in declino l'immagine antica, tradizionale, che identificava nel filosofo la figura autentica del sapiente. E’ giustificato questo ribaltamento?     (1)

  •  Se è vero che c'è un rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia, questo tipo di rapporto ha forse qualcosa a che fare con quella che una quarantina d'anni fa fu chiamata la polemica tra le due culture? Quali sono le radici di questa concorrenzialità?(2)

  •  Lei sostiene che le radici della concorrenzialità tra scienza da un lato e filosofia dall'altro trovino la loro origine nella tradizione culturale occidentale. Però è anche vero che oggi la scienza, la ricerca scientifica, si presenta come qualcosa di comune e di unico in tutto il mondo, quali che siano le diversità culturali dei popoli che la praticano. (3)

  •  Per Lei la filosofia e la scienza, almeno nella forma in cui noi le conosciamo, sono espressioni culturali tipiche della cultura occidentale. Questo pone il problema di come sia possibile il loro riconoscimento in altre culture?(4)

  •  Può descriverci come, nella tradizione occidentale, questo momento originario di visione del mondo si distingue nei due concetti di scienza e filosofia?   (5)

  • E’ nella concezione greca della scienza, di cui la filosofia è l'espressione più alta, che nasce quel rapporto di concorrenza tra la scienza e la filosofia di cui si parlava all'inizi (6)

  •  Non è pensabile l’instaurarsi di un altro tipo di rapporto tra filosofia e scienza nella nostra tradizione culturale (7)

  • In che senso per Lei è auspicabile una filosofia della scienza? (8)

 

 

1. Professor Barone, il nostro è il secolo della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, che sempre di più incidono sulla vita individuale e sociale. E’ convinzione abbastanza diffusa che l'autentico sapere sia quello scientifico-tecnologico in grado di accomunare popoli di tradizioni diverse, mentre altri elementi delle loro culture paiono dividerli e contrapporli. D'altra parte, invece, sembra in declino l'immagine antica, tradizionale, che identificava nel filosofo la figura autentica del sapiente. E’ giustificato questo ribaltamento?           

Il ribaltamento indubbiamente c'è stato, però io non generalizzerei dicendo che c'è stato un unico ribaltamento. Il quadro per cui il sapere scientifico e tecnologico è il vero sapere, quello che può portare non solo al miglioramento delle nostre conoscenze, ma anche al miglioramento morale dell'umanità, dei rapporti sociali, è legato a un determinato periodo dell'età moderna. Direi che può essere sintetizzato nell'immagine della coreografia del famoso ballo Excelsior, che fu messo in scena alla Scala nel 1881. Qui effettivamente la ragione, che poi era rappresentata da un'avvenente ballerina, vinceva, trionfava sull'oscurantismo, sulle superstizioni. L'idea che la scienza sia l'elemento motore di tutto il perfezionamento, di tutto il progresso umano, non soltanto conoscitivo, ma anche morale e sociale, è una convinzione che ha dominato perlomeno fino alla Prima guerra mondiale. Ma con la Grande guerra quest'immagine della scienza come l'autentico sapere che migliora l'umanità entrò in crisi, e la crisi peggiorò specialmente quando, con la Seconda guerra mondiale, ci fu lo scoppio delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Allora all'umanità parve che la scienza non fosse più la garanzia del progresso continuo, ma potesse essere addirittura la minaccia della distruzione dell'umanità.

Se il ballo Excelsior rappresentava la concezione degli entusiasti delle capacità della scienza, dopo la Seconda guerra mondiale ci fu il timore che la scienza minacciasse l'umanità nella sua stessa esistenza. E allora chi controlla la scienza? Intendo dire che la scienza non è più, di per se stessa, garanzia di progresso continuo. Quando il pericolo atomico per le vicende politiche diventò meno pesante e meno urgente, i progressi scientifici sollevarono tuttavia i fantasmi di altre minacce. Pensiamo per esempio a tutte le bioingegnerie. Anche qui la capacità della scienza di operare nelle strutture genetiche dell'uomo è qualcosa che può essere molto utile, può dominare certe malattie ereditarie, ma a qualcuno è anche sembrato che potesse essere una minaccia, perché un Grande fratello avrebbe potuto manovrare, plasmare il genere umano in maniera tale da avere, da una parte gli schiavi, dall'altra i dominatori.

Allora, di nuovo, come nel controllo dell'energia atomica, chi deve controllare la bontà, la non pericolosità delle bioingegnerie? Si ripropone il problema etico, cioè il problema morale del controllo della scienza. Sarà molto arduo dire chi deve controllare la scienza, ma non è più la scienza che garantisce il progresso; ci sarà il progresso quando ci sarà un controllo morale della scienza, un controllo filosofico della scienza. Allora è vero che c'è stato un ribaltamento rispetto all'immagine tradizionale.

Non è più soltanto il filosofo l'autentico sapiente; in effetti, lo scienziato può sembrare colui che possiede il sapere che accomuna l'umanità; però le minacce, che sono state intrinseche allo sviluppo della scienza, fanno sì che di nuovo compaia il bisogno di un controllo della ricerca scientifica, e questo potrebbe essere un compito proprio della filosofia.

 

2. Se è vero che c'è un rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia, questo tipo di rapporto ha forse qualcosa a che fare con quella che una quarantina d'anni fa fu chiamata la polemica tra le due culture? Quali sono le radici di questa concorrenzialità?       

Sì, indubbiamente la concorrenza tra scienza e filosofia è un esempio di quella che nella polemica sulle due culture, cominciata da Charles Snow nel 1959, veniva presentata come la contrapposizione fra la tradizione della cultura umanistica, in cui si vedeva l'indicazione dei valori, l'indicazione delle regole di vita, e la cultura scientifica, molto più concreta, che non si muoveva in campi vaghi, in alternative di valori, ma doveva condurre a verità accettate da tutti. Dopo qualche anno di accanito dibattito intorno a questo tema ci si accorse che la polemica tra le due culture in realtà è fondata su un equivoco verbale. Certo, questa polemica tra umanisti da una parte e scienziati dall'altra può avere un senso se gli umanisti dicono: "Noi sappiamo veramente quelli che sono i valori che devono guidare la vita, " e gli scienziati, dall'altra, ribattono: "Voi siete un po' astratti. Chi dà all'uomo gli strumenti concreti per viver meglio siamo noi, con le nostre scoperte, con le nostre applicazioni tecnologiche". Ora, questa specie di dibattito corporativo tra i gruppi degli umanisti e i gruppi degli scienziati può avere un senso quando si tratta di avere dei fondi, siano pubblici o privati perché, evidentemente, se uno vanta di esser più utile alla società può avere più fondi.

In realtà, se si prescinde da quest'aspetto corporativo, i rapporti tra le due culture non sono affatto in contrasto perché, se noi guardiamo lo sviluppo della cultura a partire dall'antichità fino ad oggi, ciò che si chiama cultura è una formazione armonica dell'uomo che consente a tutte le capacità dell'uomo, a tutte le sue attività, di coordinarsi in maniera tale da dare dei risultati positivi.

Quindi la contrapposizione non ha senso e, da questo punto di vista, non avrebbe senso nemmeno la contrapposizione, la concorrenza, tra la scienza e la filosofia. Se la scienza è l'espressione tipica della cultura scientifica, la filosofia è un momento fondamentale della cultura umanistica.

La polemica sulle due culture, dicevo, è fondata su un equivoco, perché la parola "cultura" è ambigua, significa cose diverse. Un senso è questo, relativo alla formazione unitaria dell'uomo. E’ certo che, dall'antica humanitas dei Latini, dalla paideia dei Greci, l'ideale dei componenti di questa sintesi armonica può variare.

>E’ certo che, in alcuni momenti della storia, degli elementi della formazione armonica prevarranno su altri, ma sarà sempre una sintesi armonica. Da una parte, quindi, la cultura significa questa formazione spirituale dell'individuo; d'altra parte, però, la cultura ha anche un significato, per così dire, antropologico: mi riferisco a quella disciplina che si chiama antropologia culturale. Serve a indicare i modi di pensare, le istituzioni, le forme di vita di determinate comunità, sicché noi possiamo parlare, per esempio, della cultura dell'antica Grecia, della cultura di una qualsiasi tribù africana o indiana dell'America meridionale, della cultura della Francia del periodo del Re Sole e così via; cioè intendiamo, non più la formazione dell'individuo, ma quella che è invece l'espressione, attraverso le forme di pensiero, le istituzioni, anche i modi d'educazione, di una determinata società. Allora ha senso parlare di culture diverse; ma non ha senso parlare di una cultura umanistica e di una cultura scientifica, perché qui la distinzione non è di natura antropologica, ma tra elementi che devono servire unicamente alla formazione del personaggio individuale. Quindi, sotto un certo aspetto, se noi accostiamo la contrapposizione da una parte di scienza e filosofia e dall'altra di cultura scientifica e cultura umanistica, le considerazioni che abbiamo fatto ci mostrano come questa contrapposizione non sia placidamente accettabile.

>Però, di fatto, c'è; allora bisogna chiedersi quali siano le radici di questa singola, particolare contrapposizione della scienza e della filosofia. Io ritengo che questa contrapposizione sia radicata in una maniera particolarissima, in quella che, dal punto di vista dell'antropologia culturale, possiamo chiamare la cultura occidentale, cioè la tradizione culturale nostra, dell'Occidente che, partita dall'antica Grecia, subisce la mediazione del pensiero cristiano e giunge fino ai giorni nostri. Se non ha senso la contrapposizione tra le due culture in generale, ha invece un senso storico specifico e in questo senso va chiarita la contrapposizione tra scienza e filosofia.

 

3. Lei sostiene che le radici della concorrenzialità tra scienza da un lato e filosofia dall'altro trovino la loro origine nella tradizione culturale occidentale. Però è anche vero che oggi la scienza, la ricerca scientifica, si presenta come qualcosa di comune e di unico in tutto il mondo, quali che siano le diversità culturali dei popoli che la praticano.

           

Questo è verissimo. Però, se parliamo delle radici comuni a tutta l'umanità di quelle che poi nella tradizione della cultura occidentale diventeranno scienza e filosofia, è verissimo che c'è qualche elemento comune in tutte le culture, anche nelle più diverse, tra alcuni elementi ed altri, che poi nella cultura occidentale diventeranno da una parte filosofia e dall'altra scienza. Ma l'origine di ciò che noi chiamiamo scienza è tipica della tradizione occidentale. Noi non troviamo, per esempio, nella tradizione culturale cinese, una delle tradizioni più antiche e direi anche più nobili, qualcosa d'analogo a ciò che noi chiamiamo scienza.

>I motivi di questa situazione sono molto complessi: alcuni hanno visto, nella stessa struttura della lingua cinese, la difficoltà di poter formulare quei concetti di oggetti, di qualità di oggetti, che sono tipici della struttura di base della nostra ricerca scientifica. In realtà i Cinesi, tutti quanti lo sappiamo, dal punto di vista delle scoperte tecniche hanno anticipato invenzioni come la polvere da sparo o la bussola, quelle che poi furono le conquiste tecnologiche dell'Occidente; ma, dal punto di vista della ricerca scientifica non c'è una conoscenza scientifica in Cina. Oggi abbiamo degli scienziati cinesi che sono premi Nobel per la fisica, ma non c'è stata una ricerca scientifica indigena, perché la visione del mondo della cultura cinese era di carattere più che altro morale, i rapporti erano di natura politica, c'era un rapporto di convivenza tra le varie componenti, ma non c'era l'interesse per capire le strutture del mondo. Tutto questo è tipico del pensiero greco.

>C'è un mondo che ha una sua struttura, che si deve cercare di penetrare, di capire per poter avere anche la possibilità di dominare questo mondo.

>Il mondo, basti pensare per esempio a un famoso dialogo platonico, il "Timeo", è concepito come strutturato matematicamente, geometricamente. Se noi usiamo, per esempio, la geometria euclidea, riusciamo a penetrare il segreto del mondo, perché il mondo è strutturato geometricamente. Quest'idea in Cina non c'è. Il mondo è un rapporto di elementi che non hanno carattere matematico. Il pensiero greco a un certo punto fu ripreso dal pensiero cristiano e noi troviamo in molti autori del Medioevo e del periodo moderno, l'affermazione che Dio nel creare il mondo ha geometrizzato, cioè ha creato il mondo secondo peso, numero e misura. Se ci appropriamo degli strumenti della matematica, del peso, della misura, del numero, delle forme geometriche, riusciamo a capire i segreti delle cose del mondo. Perché? Perché il mondo ha un ordine, è un kòsmos, è qualche cosa di ordinato (per i cristiani è ordinato da Dio) e, se riusciamo a penetrare il segreto di quest'ordine, di quest'armonia, allora riusciamo a capire il mondo.

>C'è un episodio significativo che illustra la differenza tra le altre culture, per esempio quella cinese, di cui parlavo prima, e la cultura occidentale. Intorno al 1500, in una città della Svizzera fu mandato al rogo un gallo, il quale aveva una colpa: aveva covato delle uova. A noi sembra che tutto questo sia privo di senso, ma uno scienziato, Joseph Needham, studioso della scienza occidentale ma anche di tutta la tradizione culturale cinese, si è soffermato su quest'episodio per dire che è rivelatore della diversa mentalità della cultura occidentale e della cultura cinese.

>Se l'episodio della condanna del gallo fosse stato raccontato ai Cinesi, essi non l'avrebbero capito: non avrebbero compreso la ragione per cui il gallo aveva violato, per gli occidentali, una legge naturale, giacché il gallo di solito non cova le uova: la cova, di solito, è affidata alla gallina. Ma una legge naturale, per gli occidentali, è anche una legge divina, perché Dio ha creato il mondo in maniera ordinata: perciò quel gallo aveva peccato contro l'ordine divino, quindi meritava il rogo. Un Cinese tutto questo non l'avrebbe capito. Si sarebbe contentato di mettere il gallo allo spiedo, perché avrebbe detto che, se c'era stato qualche fatto inconsueto, probabilmente la colpa era del mandarino che governava il distretto o addirittura dell'imperatore, ma non poteva avere un'idea di legge naturale voluta da Dio.

>Needham conclude che l'idea che aveva portato al rogo il gallo era la stessa che portava Keplero a studiare le armonie celesti. Questa è effettivamente una diversità profonda, una diversità radicale. Ecco perché, anche se oggi la scienza è l'elemento che unifica il mondo, questa scienza ha un'origine occidentale ed è radicata nella cultura occidentale.

4. Per Lei la filosofia e la scienza, almeno nella forma in cui noi le conosciamo, sono espressioni culturali tipiche della cultura occidentale. Questo pone il problema di come sia possibile il loro riconoscimento in altre culture?         

Se, ad un certo punto, alcuni risultati di una determinata cultura possono essere fatti propri anche da altre culture, vuol dire che c'è qualche elemento di fondo che, nonostante la diversità delle espressioni culturali, presenta tuttavia delle radici comuni, che permettono la comunicazione. Quali sono queste radici comuni? Quali che siano le culture varie dei popoli, tutti questi popoli sono formati da quella specie che ormai, in termini biologici, si chiama homo sapiens sapiens: cioè sono formati da uomini, da individui umani, quali che siano il colore della pelle e le tradizioni culturali.

>L'uomo è sì un animale come tutti gli altri, ha una vicenda, deve adattarsi all'ambiente, deve lottare per poter sopravvivere, ma è un animale culturale, cioè è un animale che parla.

>E’ significativo, per esempio, che in tutte le favole in cui ci sono degli animali che hanno dei caratteri antropomorfi, ci siano sempre degli animali parlanti. Noi siamo degli animali, non dobbiamo mai dimenticarlo, con bisogni del tutto simili a quelli degli altri animali: abbiamo la necessità, per sopravvivere, di adattarci all'ambiente, ma oltre a tutto questo siamo degli animali parlanti, che esprimono le proprie concezioni con un linguaggio verbale, si fanno un'immagine del mondo e la descrivono.

>Noi abbiamo bisogno, in qualsiasi momento originario della nostra attività, per poter vivere di quella che i Tedeschi chiamano Weltbild, cioè di un'"immagine del mondo". Come tutti gli altri animali, oltre ad avere un'immagine di esso, per poterci adeguare all'ambiente, abbiamo anche un vissuto emotivo dell'ambiente, lo viviamo emotivamente. Molti animali superiori, come cani e gatti, si comportano in questa maniera: cercano, cioè, di sopravvivere adattandosi all'ambiente, ma non parlano. Noi invece parliamo, descriviamo le immagini.

>Ma anche gli animali reagiscono emotivamente all'ambiente, cioè hanno dei sentimenti nei confronti di quest'ambiente, o di piacere o di dolore. Anche gli uomini hanno queste reazioni emotive ma, siccome l'uomo è un animale parlante, anche queste espressioni emotive vengono oggettivate, quasi messe di fronte a noi. Andiamo alla ricerca di un senso di quel mondo di cui ci facciamo un'immagine e del senso della nostra vita in questo mondo.

>Al momento originario, l'uomo ha bisogno di farsi un'immagine del mondo, perché altrimenti non potrebbe sopravvivere; ma, nello stesso tempo, prende posizione rispetto a questo mondo e, proprio perché è un animale parlante, quella reazione emotiva che l'uomo ha di fronte al mondo, si puntualizza in quello che è il senso della morte. Noi abbiamo il senso della finitezza, il senso della precarietà: sappiamo di nascere e vediamo che gli altri muoiono e, ad un certo punto, capiamo che anche noi moriremo.

>Che senso ha questo mondo in continuo divenire? In tutte le culture noi abbiamo questo momento originario, che è, se vogliamo, un precorrimento di quella che sarà la scienza, perché dobbiamo pur farci un'immagine del mondo. Ma la cosa importante non è tanto farci un'immagine del mondo, ma dare un senso a questo mondo di cui ci formiamo un'immagine, e qui c'è il momento originario, aurorale di quel che poi diventerà la filosofia. Nella vita di ogni uomo è fondamentale l'immagine del mondo e la presa di posizione rispetto a esso. I tedeschi hanno un termine per indicare questo momento originario del guardare il mondo e chiedersi che senso ha: la parola Weltanschauung, che potremmo tradurre con "intuizione del mondo", "visione del mondo", ma quest’ultima è una traduzione che accentua il momento della formazione dell'immagine, mentre "intuizione del mondo" indica la presa di posizione, la donazione di senso a questo mondo.

 

5. Può descriverci come, nella tradizione occidentale, questo momento originario di visione del mondo si distingue nei due concetti di scienza e filosofia?       

Lei dice bene: si distingue, non c'è una separazione, proprio perché nella visione del mondo (Weltanschauung) i due momenti formano un'unità. C'è la possibilità di distinzione, ma non di separazione. Ecco perché si può parlare d'un antico rapporto tra scienza e filosofia, proprio perché potremmo distinguerle, ma tuttavia hanno una radice comune in quella che è la presa di posizione originaria di fronte al mondo. Come si distinguono nella tradizione occidentale? Non si separano, si distinguono. Ed è qui, in questa distinzione tipica della tradizione occidentale, che si radica anche quella particolare versione del rapporto che sembra di contrapposizione. La concezione che i Greci avevano della scienza E’ quello d'una conoscenza rigorosa.

>Per noi scienza è conoscenza rigorosa, controllabile, valida per tutti quanti, intersoggettiva e quindi anche con un valore oggettivo che non dipende semplicemente dai gusti di colui che vuol cercare di capire com'è fatto il mondo. Questa conoscenza rigorosa, quella che noi chiamiamo scienza, i Greci la chiamavano “epistéme” e, del resto “epistéme” noi lo traduciamo con la parola "scienza", tant'è vero che lo studio, la riflessione sulla scienza di solito s'indica anche in italiano con "epistemologia". Quali caratteristiche aveva l'“epistéme”? L’“epistéme” si distingueva dalla doxa, cioè da quella che era una semplice opinione, una conoscenza che non aveva la garanzia della conoscenza controllata. Un conto era avere un’opinione, un conto invece era conoscere effettivamente, avere “epistéme”. Il valore della scienza, per i Greci, è espresso dal famoso dialogo Repubblica di Platone, che contiene questo passo: "Solo ciò che è è perfettamente conoscibile, ciò che non è non è conoscibile".

>Ciò che è mescolanza d'essere e di non essere, cioè il divenire, ciò che è in una maniera, poi cambia, non è oggetto dell’“epistéme”, è oggetto della doxa, dell’opinione.

>Noi la pensiamo diversamente, perché la scienza si occupa anche delle leggi del divenire. Ma per i Greci la scienza, l'“epistéme”, era la conoscenza di ciò che aveva l'essere pieno e perfetto; più valeva la conoscenza che noi avevamo, più onticamente ricco, se vogliamo adoperare dei termini filosofici, più perfetto era l'oggetto a cui si riferiva la nostra conoscenza. La concezione della scienza dei Greci, quindi, commisurava il valore di una conoscenza alla natura dell'oggetto studiato. Quanto più l'oggetto era sottratto al divenire, come l'essere in sé, o l'essere dei moti circolari dei corpi celesti, quanto più l'essere aveva perfezione, tanto più allora abbiamo la possibilità di avere una scienza valida.

>Per esempio, per un greco che aveva questa concezione dell'“epistéme”, era certamente privo di valore scientifico lo studio dei vermi perché, a parte il fatto che possono essere per qualcuno ripugnanti (anche se oggi ci sono degli scienziati che studiano dei vermi), i vermi erano mescolanza d'essere e non essere, erano divenire. Soltanto ciò che è, che pienamente è, è oggetto di scienza. Che cos'è l'essere perfetto, l'essere che non muta mai? In Platone, è il mondo delle idee, cioè il mondo di quei valori, di quei rapporti matematici, dominato dall'idea del bene, il sommo valore, di cui il mondo del divenire, in quanto è, è una semplice imitazione, una semplice partecipazione. Quindi per Platone c'è una specie di gerarchia di scienze, che incominciano dalla matematica, perché la matematica si occupa di figure che non appartengono al divenire. Lo studio delle figure geometriche è qualche cosa che avviene al di fuori del tempo. La matematica, quindi, è il primo avvio: è il primo modello della conoscenza scientifica.

Ecco da dove nasce l'epistéme greca: su un modello della matematica, infatti le dimostrazioni matematiche sono dimostrazioni necessarie proprio perché riguardano figure sottratte al divenire. Matematica, geometria, astronomia sono tutte quante scienze per Platone, ma scienze in quanto il loro oggetto ha essere.

 

6. E’ nella concezione greca della scienza, di cui la filosofia è l'espressione più alta, che nasce quel rapporto di concorrenza tra la scienza e la filosofia di cui si parlava all'inizio?      

>In parte sì. Ma è tutta la tradizione occidentale che rafforza questo rapporto concorrenziale. Nella concezione greca (ho accennato a Platone, ma in Aristotele le cose non sono molto diverse); anche nel pensiero medievale, cioè al periodo in cui il pensiero greco viene a contatto con il pensiero cristiano e si forma quella che sarà poi la tradizione della cultura occidentale, noi troviamo delle forme analoghe. Nel pensiero cristiano la filosofia sarà vista come ancella della teologia, cioè della scienza di Dio, ma perché Dio sarà una scelta ancora più alta della filosofia, ma rimane sempre costante questa gradazione del valore delle scienze in base alla natura dell'oggetto studiato.

>Quindi la filosofia, salvo quando è ancilla theologiae, “ancella della teologia”, rimane la regina delle scienze. Tutte le altre scienze sono subordinate. Tutto questo subisce nel periodo rinascimentale, tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, un profondo sconvolgimento quando le scienze ancelle, che erano semplicemente preparatorie della filosofia e che dovevano ricevere dalla filosofia la loro stessa luce, rivendicano una certa autonomia; quando cioè le scienze vogliono costituirsi juxta propria principia: la matematica, lo studio della natura, lo studio del movimento e così via; allora si può dire che nasca la scienza moderna. Possiamo considerare iniziatori Copernico, Galileo, Keplero e, finalmente, Newton, che darà nei “Philosophiae naturalis principia matematica” la formulazione tipica della scienza moderna, a cui molti filosofi successivi continueranno a ispirarsi. Cartesio per esempio dice che è vera scienza ogni conoscenza chiara ed evidente. Chiarezza ed evidenza sono caratteristiche non dell'oggetto conosciuto, ma della maniera in cui noi conosciamo l'oggetto.

>Nel costituirsi della scienza moderna, prima di tutto viene l'importanza del metodo. E’ il metodo che garantisce il valore della conoscenza scientifica. Quali sono questi criteri del metodo? Possiamo prendere l'espressione usata da Galileo Galilei in una lettera del 1615 alla Granduchessa di Toscana, madama Cristina di Lorena, quando dice che è vero che noi abbiamo delle verità rivelate nelle Sacre Scritture, non vuole mettere in dubbio questo, perché la teologia è sempre importante; ma, nello studio della natura, siccome questa è opera di Dio ed è stata creata da Dio secondo peso, numero e misura, noi abbiamo delle vie sicure per procedere nella sua conoscenza.

>Se seguiamo quelle che Galileo chiama le sensate esperienze, cioè le esperienze sensibili, i dati di senso, ciò che "le sensate esperienze ci pongono di fronte agli occhi" da una parte e, dall'altra, le dimostrazioni della matematica, "siccome il mondo è strutturato matematicamente, è scritto in caratteri, che sono caratteri geometrici", come dice Galileo nel “Saggiatore”, noi non possiamo mettere in dubbio affatto le conoscenze che abbiamo. La garanzia, il valore della conoscenza scientifica sta nei suoi criteri metodologici: l'appello all'esperienza e l'interpretazione matematica dell'esperienza. Per i Greci era la filosofia la regina delle scienze. Ora il vero sapere diventa il sapere scientifico. Ecco dove nasce, direi dove si rafforza, quel rapporto concorrenziale.

 

7. Non è pensabile l’instaurarsi di un altro tipo di rapporto tra filosofia e scienza nella nostra tradizione culturale?      

Che cosa stabilisce il rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia, a partire dalla concezione dell'“epistéme” dei Greci fino alla concezione della scienza moderna? Teniamo presente che questi sviluppi della scienza portano, per esempio, agli inizi del Novecento, a dire addirittura che i discorsi filosofici sono privi di senso, cioè che non hanno più nessuna struttura. Ma che cosa porta a questo contrasto? E’ la convinzione che il sapere, sia filosofico che scientifico,  può aver valore soltanto se è un sapere assoluto, di cui ci sia la garanzia della certezza. La filosofia non è garanzia nel senso della tradizione occidentale. E’ nata prima come la suprema delle scienze poi, via via, è stata costretta a ricercarsi uno spazio, quando la scienza moderna occupava sempre di più il campo del sapere.

>Da molto tempo la filosofia ha riscoperto la sua radice, il suo originario senso di visione del mondo, di Weltanschauung, cioè quello della donazione di senso al mondo.

>Per riprendere un'immagine platonica, di un altro dialogo di Platone, il “Flebo”, le lotte, le discussioni tra i filosofi sono variazioni di quella che Platone chiamava "la lotta di giganti tra gli amici delle forme e i figli della Terra". Cioè tutte le filosofie, sia pure con varianti storiche e varianti culturali, sono di due tipi: da una parte ci sono le filosofie che ricercano un senso, un significato, un valore del mondo in un ultramondo, questi sono gli "amici delle forme", cioè gli amici del mondo delle idee, secondo la visione di Platone, di un mondo che è di là dal mondo del divenire; dall'altro, invece, ci sono dei "figli della Terra", gli atomisti, a cui alludeva Platone, i quali cercano di dare un senso a questo mondo, anche quando questo è un mondo puramente terreno, senza ultramondo.

>La filosofia occidentale si è resa conto che è sempre argomentativa, vuol tentare di essere persuasiva, ma è sempre l'espressione di un'opzione, d'una scelta originale sul significato del mondo e, quindi, ha finito con il perdere il mito della certezza, cioè non vuole più essere la suprema delle scienze. E’ vero che ancora oggi ci sono molti filosofi che ritengono che la filosofia sia metafisica e che la metafisica sia la dimostrazione scientifica di verità ultime ma, nel quadro generale della filosofia moderna, della filosofia contemporanea, questa convinzione è andata via via attenuandosi. Che cos'è capitato alla filosofia? Ha perso la pretesa alla certezza. Che cos'è capitato dal punto di vista scientifico? C'è qualcosa di analogo? Se noi guardiamo solo alla scienza moderna, evidentemente no. La scienza moderna aveva questa convinzione di costituire un sapere vero, necessario, che portava a conclusioni sempre più ampie; era, come diceva Laplace, una specie di magazzino in cui si accumulavano tante verità.

>Di qui nacque l'idea di progresso che ha dominato anche nella cultura occidentale, progresso non solo conoscitivo, ma sociale, politico, morale. Ma guardiamo alla scienza contemporanea, alla scienza degli ultimi centocinquanta anni. Pensiamo alla matematica, che per Galileo era la matematica euclidea, era la geometria euclidea. Pensiamo anche a tutti gli sviluppi delle geometrie non-euclidee, a tutti quanti gli sviluppi circa le strutture logiche delle dottrine matematiche che non sono diventate opinioni, ma hanno perso quella sicurezza di cogliere delle verità prime immutabili e di ricavarne delle conseguenze. Molto spesso i sistemi matematici sono visti come sistemi ipotetico-deduttivi. Da certe ipotesi si traggono certe conseguenze. Anche la scienza contemporanea ha perso la pretesa alla certezza.

>In questa situazione, il rapporto concorrenziale può venir meno, perché da un lato la filosofia non ha più la pretesa d'essere la regina del sapere e, dall'altro, anche la scienza riconosce d'essere un tentativo, del tutto umano, del tutto fallibile, del tutto rivedibile di capire come stanno le cose.

8. In che senso per Lei è auspicabile una filosofia della scienza?           

Per chiarire quel che voglio dire, ricorro a un esempio. Prendiamo il caso di un falegname che abbia deciso di dedicarsi alla costruzione di mobili artistici. E’ chiaro che questo falegname, prima di decidere di fare questa scelta professionale, ha avuto delle possibilità di riflettere sul valore di questa scelta e di compararne il valore con quello d'altre scelte. Ha deciso di fare il falegname, anziché prendere una laurea in filosofia, perché valeva meno professionalmente di quanto non valga imparare bene il mestiere di fare mobili d'arte. Possiamo stabilire una specie d'analogia tra questa scelta iniziale del falegname e la Weltanschauung, cioè la donazione di senso alla propria vita.

Il falegname, una volta che ha deciso di fare questo lavoro, deve imparare, deve andare a bottega, imparare dall'artigiano come si fa il lavoro, per poi mettersi all'opera ed anche lui incominciare a costruire. Impara così le tecniche e anche lui incomincia a costruire e a adoperare degli strumenti.

Gli strumenti sono lo scalpello, la sgubbia, la sega. Se è un bravo artigiano, a un certo punto si mette a riflettere se per caso non farebbe meglio i mobili se modificasse in qualche parte alcuni di quegli strumenti. Se poi è molto geniale, addirittura inventa qualche strumento nuovo per lavorare il legno. Il falegname non lo sa ma, nel momento in cui fa questa pausa di riflessione sugli strumenti che adopera, fa un'opera filosofica, con tutto il rispetto per il falegname e per i filosofi. E’ chiaro che mentre pensa agli strumenti, come modificare gli strumenti, non fa mobili; però, il pensare la modifica eventuale di strumenti gli permetterà in seguito di far meglio i mobili.

>Nel momento in cui non fa i mobili, ma riflette sugli strumenti, si potrebbe dire che si dedica alla “filosofia della falegnameria”  Non più nel senso della Weltanschauung: la scelta è stata fatta all'inizio, quando ha deciso che era meglio fare il falegname che laurearsi in filosofia. Ma in che senso, allora, fa della filosofia della falegnameria? In questo caso filosofia significa riflessione di qualcuno sull'attività che sta svolgendo.

E’ chiaro che la riflessione su quest'attività non è l'attività stessa, ma è qualche cosa di molto importante per l'attività, perché, per esempio, la riflessione sugli strumenti gli potrebbe permettere addirittura di far meglio i mobili. L'analogia tra il falegname e lo scienziato c'è ed è perfettamente soddisfacente.

Anche lo scienziato, una volta che ha deciso di far lo scienziato, sicché nella sua Weltanschauung c'è l'ammissione che ci sia qualcosa nell'ambiente che merita di essere compreso anche per poter vivere meglio; poi deve imparare le tecniche per fare lo scienziato. S'iscriverà all'università, imparerà i vari metodi e li metterà a sua volta anche in pratica.

Di fronte a certe difficoltà, a certi problemi che con i metodi appresi non riesce a risolvere, lo scienziato si metterà a riflettere, come faceva il falegname, sugli strumenti che adopera: ma stavolta gli strumenti non sono più materiali, non sono più lo scalpello e la sgubbia, ma sono concetti, strutture linguistiche.

Riflettendo su queste strutture linguistiche non fa scienza, perché la scienza ha sempre un'intenzione diretta verso la realtà per capire com'è fatta, ma fa come il falegname che faceva la filosofia della falegnameria, mentre lui fa filosofia della scienza, cioè fa epistemologia. Fa questo perché spera che, con tale riflessione, potrà fare meglio il lavoro che dovrà fare, cioè rivolgersi di nuovo alla realtà per capire com'è fatta.

 


Abstract

Secondo Francesco Barone la catastrofe nucleare che ha colpito Hiroshima e Nagasaki ha segnato la fine del mito del progresso scientifico e della fiducia cieca nella ragione scientifica e, soprattutto, ha posto il problema etico del controllo della tecnica, ridisegnando i rapporti tra filosofia e scienza. Respingendo ogni contrapposizione tra cultura umanistica e cultura tecnico-scientifica, Barone ne sottolinea l'equivoco linguistico, dal momento che cultura, nel senso di «paideia» e «humanitas», indica l'armonica e complessiva formazione dell'uomo, le cui componenti possono variare a seconda dei contesti storico-culturali. Dopo aver sottolineato il carattere tipicamente occidentale della scienza che si fonda sull'idea greca e cristiana di un kosmos trasparente alla ragione e comprensibile, idea estranea alle culture orientali , Barone spiega l'universale diffusione del sapere scientifico ricorrendo ad una costante biologica e antropologica, quella dell'homo sapiens che, al di là delle differenze storico-culturali, è portato ad elaborare una Weltanschauung, cioè una intuizione e visione del mondo con cui comprendere, adattarsi all'ambiente e conferirgli senso. da questa originaria Weltanschauung che si origina la distinzione tra scienza e filosofia, che Barone fa risalire alla gnoseologia platonica, fondata sulla simmetrica corrispondenza tra essere e conoscere - per cui solo ciò che è eterno e indiveniente è perfettamente conoscibile - e su una gerarchia delle scienze al cui vertice è posta la filosofia, che coglie l'essere intellegibile. Il rapporto concorrenziale tra scienza e filosofia istituito dai Greci si capovolge nell'età moderna quando le scienze naturali, con Keplero, Galilei e Copernico, rivendicano la loro autonomia rispetto alla filosofia e non commisurano più il loro valore sulla natura dell'essere conosciuto, ma sulle garanzie metodologiche elaborate dal soggetto conoscente. Negli ultimi anni, scienza e filosofia hanno superato il loro rapporto concorrenziale, perché entrambe si sono liberate della presunzione di essere un sapere assoluto e incontrovertibile e si avviano ad un rapporto di collaborazione, in quanto lo scienziato non può prescindere da una riflessione metodologica ed epistemologica sullo statuto e le competenze della sua disciplina e deve ricorrere alla filosofia in quanto analisi di strutture concettuali.


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Biografia di Francesco Barone

Aforismi derivati da quest'intervista

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