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Interviste

Piama Gajdenko

La scienza antica e moderna

24/8/1993
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  • - Professor Gajdenko, Lei sostiene che ci sono state due rivoluzioni nella scienza, una nel V secolo a.C. e un’altra nel XVII secolo. Quali sono, secondo Lei, i tratti comuni di queste due rivoluzioni. (1)
  • - In che cosa si distingue, secondo Lei, la scienza greca dai tentativi precedenti di pensare il mondo in concetti, in un certo senso di concettualizzarlo? Sappiamo bene che gli Egiziani, i Babilonesi, gli Indiani, i Cinesi, hanno tutti sviluppato, in modo diverso, l’astronomia e la matematica. Tuttavia la scienza greca è diversa per principio da tutte le altre. Qual è la differenza fondamentale? (2)
  • - Nei Greci non esisteva soltanto una scienza ma anche una riflessione su che cosa fosse la scienza, cioè una metodologia della scienza. Interrogandosi su come fosse possibile la scienza in generale, i Greci avevano elaborato una propria filosofia della scienza molto originale. Ci sono, certo, approcci diversi a questo tipo di problematica, ad esempio quelli di Platone e Aristotele. In cosa si distinguono esattamente? (3)
  • - Di solito il Medioevo viene considerato il periodo della decadenza della scienza. Lei ritiene che questa sia un'opinione corretta? Ci sono stati profondi progressi nella scienza medievale, e in che modo si può affermare che essa sia legata alla scienza dell’età moderna? (4)
  • - Quali sono, secondo Lei, i momenti fondamentali che caratterizzano la nuova scienza, in cosa consiste la caratteristica della scienza del XVII secolo? (5)
  • - La scienza dell’età moderna si è liberata in misura considerevole del concetto di teleologia. Perchè, secondo lei, avviene questo, e quali sono le tappe fondamentali di questo processo? Quali sono le conseguenze dell' eliminazione del concetto di scopo oggettivo per la nostra concezione del mondo e di noi stessi (6)
  • - Giambattista Vico riteneva che in realtà noi possiamo conoscere solo ciò che facciamo noi stessi, ciò che noi volenti o nolenti creiamo, costruiamo. Questo principio viene da lui definito verum factum. Questo pensiero era già stato espresso prima di Vico, ad esempio nelle opere di Niccolò Cusano. Perchè, secondo lei, questo principio si può considerare l’espressione dell’essenza della nuova scienza e, forse, l’espressione in generale di tutta la concezione scientifica moderna? (7)
  • - La fusis greca e il concetto moderno di "natura" in realtà non sono due concetti pienamente sinonimi. Perchè? Che ruolo ha nella nuova scienza la concezione per cui la natura può essere espressa in una descrizione puramente quantitativa e non qualitativa? (8)

 

1. Professor Gajdenko, Lei sostiene che ci sono state due rivoluzioni nella scienza, una nel V secolo a.C. e un’altra nel XVII secolo. Quali sono, secondo Lei, i tratti comuni di queste due rivoluzioni?

Sarebbe più corretto non parlare di rivoluzione, riferendosi al V secolo a.C., ma piuttosto di genesi della scienza antica. Il concetto di rivoluzione viene impiegato sempre, invece, in riferimento al XVII secolo. Può anche essere corretto parlare di rivoluzione per il V secolo a.C., perchè la scienza orientale che esisteva precedentemente, egizia e babilonese, aveva già raggiunto dei risultati sia nel campo dell’astronomia che della matematica. Ciò nonostante sappiamo che la scienza antica cambia in modo essenziale una serie di presupposti del sapere scientifico in generale. Avviene, quindi, una importante trasformazione nell’approccio alla conoscenza scientifica che, probabilmente, può essere definito anche rivoluzione. Quali sono i punti di contatto di questi due momenti storici così distanti tra loro temporalmente? Innanzitutto il fatto che si chiariscono le premesse filosofico-teoretiche dello stesso sapere umano, e il problema di cosa sia la scienza come tale, perchè in entrambi i periodi ci si rivolge alle origini, ai presupposti della conoscenza. Per questo motivo, sia nell’uno che nell’altro periodo, la scienza è legata in modo strettissimo alla filosofia. In generale questo avviene nel corso di tutto il suo sviluppo, ma ci sono periodi in cui questo rapporto è molto stretto, quando uno stesso personaggio è sia scienziato che filosofo, come, ad esempio, nell’antichità Pitagora o Aristotele; in altri momenti, invece, non si verifica un tale accostamento. La caratteristica di rivolgersi ai fondamenti, alle origini, è ciò che accomuna questi due momenti storici. Ciò, secondo me, è legato ai mutamenti significativi che avvengono in questo periodo non solo nella mentalità dell’uomo, ma nella società e nella cultura in genere. In questo senso la scienza, sia nell’antichità che nell’età moderna, alla fine del XVI secolo e nel XVII, è legata alla distruzione di alcuni capisaldi, delle impostazioni, delle concezioni e dei valori tradizionali che esistevano prima nella società. Perciò la formazione della scienza antica e della scienza moderna è legata ad un periodo di fortissimo criticismo, alla critica della coscienza precedente, tradizionale. Incontriamo questo tipo di critica nella filosofia antica, ai primordi della filosofia, in particolare negli Eleati, in Platone, e in altri filosofi, e la incontriamo nella tradizione medievale, in Galileo, Bacone, Cartesio e negli altri fondatori del pensiero scientifico moderno. Questo è, a mio parere, un importantissimo elemento in comune. Ma c’è anche un altro elemento. La nascita stessa del sapere scientifico mi sembra che sia, in una certa misura, il tentativo di superare quello scetticismo originato dalla distruzione dei principi e delle concezioni tradizionali della coscienza precritica.

Osserviamo, ad esempio, il fenomeno che accompagna la nascita della scienza antica: il sofismo. I sofisti criticano la mentalità e il modo di pensare tradizionali che si rivolgono a ciò che è immediato. I sofisti cercano, invece, di mediare e di dimostrare ogni cosa. Allo stesso tempo, per un breve periodo, c’è il tentativo di superare questo relativismo e, in una certa misura, lo scetticismo di queste impostazioni critiche, scettiche. Socrate cerca di trovare qualcosa di stabile, duraturo su cui fondare il sapere. In modo analogo, gli atteggiamenti scettici alla fine del XVI secolo e al principio del XVII determinano l’aspirazione di Cartesio di trovare un fondamento che fosse veramente incrollabile per tutta la scienza. Anche in questo vedo un punto di contatto. Molto in generale direi che questi elementi possono considerarsi caratteristici di entrambi i periodi, della genesi della scienza antica e della genesi delle scienze naturali, sperimentali, matematiche dell’età moderna.

 

2. In che cosa si distingue, secondo Lei, la scienza greca dai tentativi precedenti di pensare il mondo in concetti, in un certo senso di concettualizzarlo? Sappiamo bene che gli Egiziani, i Babilonesi, gli Indiani, i Cinesi, hanno tutti sviluppato, in modo diverso, l’astronomia e la matematica. Tuttavia la scienza greca è diversa per principio da tutte le altre. Qual è la differenza fondamentale?

Secondo me la scienza greca, e questo si può vedere molto bene, ad esempio, nella matematica, si distingue dalle conoscenze antico-orientali perchè cerca di fondare il sapere come un sistema unico fondato teoreticamente, atteggiamento assente nella matematica antica babilonese ed egizia. Tra l’altro le acquisizioni di queste forme orientali di matematica sono state molto importanti, ma esse fornivano solo delle ricette, degli esempi pronti per risolvere compiti determinati. Questi esempi avevano già la funzione di paradigmi, di modelli per risolvere problemi di un certo tipo. In questo senso essa aveva un carattere pratico-applicativo. Bisognava risolvere, ad esempio, il problema del calcolo delle superfici, dei volumi, il calcolo del compenso, della quantità di grano, del peso e così via. Venivano risolti questi problemi che nascevano da esigenze pratiche, quotidiane.

La matematica greca a questo proposito è molto interessante perchè sembra, in un primo momento, allontanarsi dalle esigenze pratiche quotidiane, in quanto si pone il problema della sua purezza e autonomia teoretica. In base a questo si presenta la possibilità di costruire un sistema teorico di dimostrazioni, in cui ogni singolo esempio non è più necessario; prendiamo, ad esempio, la dimostrazione del teorema per cui la somma degli angoli del triangolo è uguale a due angoli retti. Questa dimostrazione ha una sua validità, una sua forza, in relazione alla quantità infinita dei triangoli, quindi si dà subito la soluzione per tutti i casi. Se noi dovessimo esaminare ogni singolo caso non potremmo giungere a questo tipo di soluzione. Questo sistema di dimostrazioni, la trasformazione della matematica in sapere teoretico, il cui esempio classico finora è costituito dai famosi Elementi di Euclide, è ciò che contraddistingue la matematica antica. Ma le sue premesse costituiscono un problema particolare che avrebbe bisogno di ulteriori chiarificazioni.

La scienza greca antica, come anche quella moderna, ha attraversato momenti diversi. Credo che i più importanti possano essere tre. Premetto che quando parlo di scienza antica mi riferisco soprattutto alla matematica, perchè proprio questa rappresenta, in misura maggiore, il suo prodotto più perfetto e compiuto. Il primo periodo è quello della formazione della scienza antica, che coincide all’incirca con il VI, forse con l’inizio del V secolo a.C. Poi c’è il periodo classico, molto produttivo, quella che chiamiamo la scienza ellenica classica, ossia il V e il IV secolo a. C.. Già alla fine del IV secolo forse si può parlare dell’inizio del periodo successivo, anch’esso molto ampio dal punto di vista temporale e molto fertile, ma già ellenistico.

Quali sono i rappresentanti più importanti della scienza ellenica che possono essere nominati, anzi, della scienza del periodo di formazione, poi ellenica ed ellenistica? In primo luogo citerei i matematici, gli astronomi, ma non vanno dimenticati i medici. Al primo periodo riferirei figure importanti come Talete di Mileto, che ha stabilito i primi modelli di elaborazione teorica della geometria, nel VI secolo a.C., e Pitagora (anche se da noi, molto spesso, viene confermata la teoria per cui Pitagora sia soltanto una figura mitologica, in Russia esiste una scuola che sostiene questo punto di vista, ma io non sono d’accordo con questa tesi). Talete di Mileto e Pitagora appartengono al periodo di formazione e di cristallizzazione della scienza ai suoi primissimi esordi. Il periodo successivo, quello classico ellenico, è molto ricco. Tra i matematici e gli astronomi si possono ricordare Archita di Taranto, amico di Platone, e un famoso matematico molto fecondo, allievo di Archita, Eudosso di Cnido, ma anche Teeteto e Menecmo; voglio ricordare che Eudosso di Cnido non era solo un famoso geometra ma anche un illustre astronomo che ha creato una delle prime concezioni omocentriche dell’astronomia antica. Passiamo ora al periodo seguente, l’ultimo, quello ellenistico. Si tratta di un momento particolare della scienza antica, perchè si indebolisce la tensione filosofica e compare un elemento che si potrebbe definire, in un certo senso, empirico-positivista, ma solo relativamente, perchè continuano ad esserci brillanti scienziati che costruiscono vere e proprie teorie. Qui io citerei, innanzitutto, il famoso matematico e fondatore della meccanica e della statica antica, Archimede, e il noto matematico Pappo, poi, certamente, Euclide che ha elaborato i notissimi Elementi, secondo i quali noi ricostruiamo le acquisizioni fondamentali della matematica antica; bisogna ricordare anche i famosi medici Ippocrate e Galeno, ed includerei anche il fondatore della fisica antica Aristotele, che apparteneva piuttosto all’inizio dell’epoca ellenistica, poi il suo allievo Teofrasto, che ha posto le basi dell’antica biologia. Ecco i nomi principali che citerei .

Quali sono le scoperte più interessanti della scienza antica? Certo di questo si potrebbe parlare molto a lungo; vorrei solo ricordare le scoperte nel campo della matematica e della geometria. Alla scienza antica appartiene la creazione di ciò che chiamiamo aritmogeometria dei primi pitagorici, e l’algebra geometrica che, fondamentalmente, è esposta nei Elementi di Euclide. Si creano i sistemi astronomici, e, a questo proposito, non ho ancora nominato, tra i più importanti astronomi dell’epoca ellenistica, Tolomeo; alla scienza antica bisognerebbe attribuire anche la fondazione della fisica, di cui vorrei parlare a parte perchè spesso alcuni storici della scienza hanno l’impressione che nell’antichità sia stata elaborata la matematica, l’astronomia, la meccanica, in particolare la statica e l’idrostatica di Archimede, ma non la fisica. Penso che la teoria aristotelica, esposta nella Fisica, debba essere considerata come la prima fisica della scienza antica, elaborata in modo veramente sistematico e fondata teoricamente. Proprio in base ad essa sono nate le elaborazioni fisiche medievali, come anche la "fisica dell’impetus", quindi possiamo considerare Aristotele il creatore della prima teoria fisica. Infine nell’antichità vengono creati i primi sistemi biologici di botanica, di fisiologia, derivanti anch’essi dalla scuola di Aristotele, il quale, in particolare, come Teofrasto, dedica molte opere a questo argomento. Così la biologia si fonda su di esse non solo nel Medioevo, ma anche nel XVI e nel XVII secolo, e addirittura molti scienziati del XVIII secolo si basano ancora sulla teoria classificatoria di Aristotele.

 

3. Nei Greci non esisteva soltanto una scienza ma anche una riflessione su che cosa fosse la scienza, cioè una metodologia della scienza. Interrogandosi su come fosse possibile la scienza in generale, i Greci avevano elaborato una propria filosofia della scienza molto originale. Ci sono, certo, approcci diversi a questo tipo di problematica, ad esempio quelli di Platone e Aristotele. In cosa si distinguono esattamente?

Indubbiamente nell’antichità è nata non solo la scienza ma anche il suo fondamento filosofico, ossia la riflessione su che cosa fosse in genere la conoscenza scientifica, su come fosse possibile e con quale metodo dovesse essere costituita e, in questo senso, potremmo certo affermare che si trattasse di una metodologia della scienza. Inoltre, la scienza antica, in particolare nel periodo della sua formazione, il periodo classico, è così strettamente legata alla filosofia che, a volte, è addirittura difficile distinguerle. Questa è appunto la caratteristica del periodo della rivoluzione nella scienza. Citerò alcuni esempi, abbastanza noti: uno dei più brillanti matematici, Archita di Taranto, era amico di Platone, senza parlare del fatto che il più importante matematico dell’antichità, Pitagora, era un filosofo. Tra gli scienziati che si occupavano di filosofia costantemente era Eudosso di Cnido, il quale frequentava l’Accademia di Platone e, per quanto ne so, conosceva anche i lavori di Aristotele. Inoltre vorrei ricordare che la maggioranza dei medici antichi, ad esempio il famoso Ippocrate, non era estranea alla filosofia, come anche Galeno, noto medico dell’epoca ellenistica, che scrisse delle opere puramente filosofiche. Quindi, la filosofia e la scienza, in particolare nel periodo classico, erano molto legate tra loro. E’ anche vero, però, che cominciano ad allontanarsi nel periodo ellenistico. Riguardo alle riflessioni scientifiche più elaborate, ciò che chiamiamo filosofia della scienza, troviamo riflessioni molto importanti in Platone e in Aristotele. Ma i loro approcci al problema dei fondamenti della scienza sono molto diversi, anche se sappiamo che Aristotele era allievo di Platone, si era formato all’Accademia e che molte tesi aristoteliche sono legate al suo maestro Platone; le concezioni di Platone e Aristotele sulla scienza, sui suoi compiti e i suoi metodi, sono molto diverse. Mi viene in mente, a questo proposito, uno straordinario quadro di Raffaello, "La scuola di Atene", in cui al centro c’è Platone che indica il cielo, mentre Aristotele tende la mano in avanti e indica il mondo terreno. Il pittore ha colto in modo chiarissimo la differenza tra i due filosofi. Platone pensava che il compito della scienza, ma anche della filosofia, fosse innanzitutto la comprensione di ciò che chiamiamo, in generale, il mondo delle idee, cioè del mondo celeste, perchè, nonostante nel Teeteto già parlasse della fisica, era convinto che il mondo contingente, mutabile e in movimento, il mondo empirico, non potesse essere oggetto della conoscenza scientifica esatta, l’episteme, ma dell’opinione, la doxa. In questo senso Platone ci orienta verso la comprensione di ciò che si può conoscere in modo esatto e adeguato, ed è identico a se stesso, eternamente in sè e immutabile, il mondo delle idee. Per questo Platone riteneva che la matematica fosse la scienza prima e il suo orientamento verso questa scienza determina anche i tentativi dell’ultimo periodo di tracciare i confini della fisica, esposti nel suo ultimo dialogo, il Timeo. In quest’opera Platone stabilisce le premesse della fisica matematica. Il fisico contemporaneo Werner Heisenberg crede che sia molto più vicino alla fisica matematica moderna Platone con i suoi triangoli, che Democrito con i suoi atomi. Nonostante ciò, anche se Platone ha stabilito i confini della fisica, afferma che in verità solo la matematica può essere una scienza esatta. Aristotele, invece, si chiede se possiamo afferrare in modo esatto e scientifico, con certezza, il mondo del mutamento, del movimento e della formazione, come veniva definito, e quindi orienta la scienza non verso lo studio del mondo celeste, nè solo degli oggetti elevati, ma di tutti gli oggetti esistenti. Ogni oggetto esistente nel mondo, dalle costellazioni nel cielo al verme sulla terra, risulta essere un oggetto degno di studio da parte dello scienziato. Questa è la caratteristica del programma aristotelico. Questa concezione è legata, inoltre, ad un altro fattore importante: Aristotele cerca di trovare qualcosa di costante e immutabile, nel mondo mutevole e transeunte. Le ricerche di questo elemento costante e immutabile lo portano alla creazione del suo grandioso progetto, che si può definire fisico e biologico. Aristotele perciò ritiene che non sia la matematica il fondamento di tutte le scienze, come pensava Platone, ma la fisica, la prima delle scienze naturali; tutte le altre scienze, compresa la matematica, devono basarsi su di essa.

 

4. Di solito il Medioevo viene considerato il periodo della decadenza della scienza. Lei ritiene che questa sia un'opinione corretta? Ci sono stati profondi progressi nella scienza medievale, e in che modo si può affermare che essa sia legata alla scienza dell’età moderna?

In Europa, ma non solo, è stato a lungo diffuso il pregiudizio, formulato nel periodo dell’Illuminismo, secondo cui il Medioevo fu un periodo oscuro. Negli ultimi tempi questo pregiudizio è stato eliminato grazie agli storici e ai filosofi della scienza. Adesso possiamo accostarci a questo problema nel modo più corretto. Effettivamente nel primo Medioevo l’attenzione si sposta dai problemi strettamente scientifici ai problemi, direi, etico-morali, perchè il cristianesimo, determinante la visione del mondo di questo periodo, pone di fronte all’uomo e all’umanità nuove questioni. Innanzitutto, il problema della salvezza dell’anima sposta l’attenzione non tanto sul mondo esterno, sulla conoscenza della natura, ma sulla propria anima e sulle vie della salvezza. Questo, però, nel primo Medioevo, perchè il Medioevo è un’epoca molto ampia, eterogenea, e già nell' XI-XII sec. appare un grande interesse per i problemi della matematica, dell’aritmetica, in particolare, della logica e della fisica; nel XIII e XIV secolo, il Medioevo maturo, già è sviluppata non solo l’elaborazione dei problemi logici e matematici, ma anche parte delle scienze naturali. Credo, comunque, che anche agli inizi del periodo medievale ci siano stati dei progressi in quella concezione del mondo che poi ha costituito il fondamento della formazione di un modello completamente nuovo di scienza e di nuovi compiti per gli scienziati. Voglio dire che ci sono degli spostamenti che cambiano alla radice il quadro del mondo caratteristico dell’antichità, preparando, così, già a partire dal V, VI, VII sec., la rivoluzione scientifica del XVII secolo. Quali sono queste trasformazioni?

La scienza greca, in particolare la matematica, aveva una caratteristica molto importante che viene rielaborata in seguito e che costituisce una delle tappe della rivoluzione del XVII secolo. Nella matematica greca non esisteva il concetto di "infinito". Il concetto moderno di infinito non veniva riconosciuto dagli antichi matematici. La paura dell’infinito, caratteristica della scienza antica, ha portato anche nella matematica, e in modo corrispondente, nella cosmologia e nella fisica, alla creazione di un quadro dell’universo che in Aristotele è un universo finito. Il suo cosmo è finito, limitato e non illimitato perchè, come già sosteneva Platone, l’anima abbraccia il cosmo dall’esterno, lo coglie dall’esterno, e così gli dà una forma. Nel Medioevo, invece, appare un rapporto molto particolare con l’infinito in relazione al tipico dogma dell' onnipotenza divina. A partire da questa tematica, sul piano logico-ontologico, si giunge al problema dell’infinito. E’ un tema molto interessante. Vorrei citare un esempio molto curioso. All’alba del Medioevo, ancora nel periodo ellenico, uno dei Padri della Chiesa, Origene, afferma che pur essendo cristiano, il suo pensiero è ancora vincolato ai concetti dell’antichità. Noi non possiamo parlare dell’infinità della onnipotenza divina, sostiene Origene, essa deve essere limitata, perchè in caso contrario non conoscerebbe se stessa, dato che l’infinito è inconoscibile. Perciò il concetto di infinito, che si introduce insieme al dogma cristiano dell' onnipotenza divina, non viene accolto dal pensiero antico, ma respinto, come vediamo in Origene. Nel Medioevo, invece, l’idea dell' onnipotenza divina pone sempre più gli uomini di fronte alla riflessione sul problema del significato costruttivo, costitutivo dell’infinito. Questa è la novità senza la quale, credo, sarebbe stata impossibile la nascita della scienza moderna e la creazione delle premesse su cui si è basata. Un’altra caratteristica della scienza antica era l’esistenza di una differenza radicale tra il mondo terreno e il mondo celeste. Il mondo sublunare e il mondo lunare per Aristotele sono completamente diversi. Nel mondo lunare, celeste, regnano le pure leggi della matematica. Il mondo sublunare è, invece, il mondo dei fenomeni empirici, il mondo dell’essere, del mutevole e così via. La teoria dell' incarnazione divina, dell’unione in Cristo della natura umana e divina, rende possibile la soppressione, un certo superamento di questo limite, invalicabile per l’antichità, tra il terreno e il celeste. Anche questa è una delle importantissime premesse della formazione della scienza moderna. C’è, infine, una terza tappa molto indicativa, che si sviluppa proprio nel Medioevo, il periodo in cui si prepara il terzo presupposto della scienza moderna: la scienza antica pone un grande spartiacque tra la conoscernza e la tecnica come arte. La scienza come sapere e la tecnica come arte hanno oggetti e metodi diversi. La conoscenza coglie ciò che è, mentre la tecnica crea ciò che non c’è, ciò che è necessario all’uomo per la sua organizzazione in questo cosmo. Così la scienza antica non rende possibile la nascita della meccanica, il settore centrale delle scienze nel XVII secolo. Ecco quali sono i momenti più significativi, tenendo presente che proprio il pensiero medievale ha preparato i presupposti per la svolta che si è realizzata alla fine del XVI e nel XVII secolo.

 

5. Quali sono, secondo Lei, i momenti fondamentali che caratterizzano la nuova scienza, in cosa consiste la caratteristica della scienza del XVII secolo?

A differenza della scienza antica, che ha creato la matematica e la fisica nella forma della teoria aristotelica, la scienza moderna europea è innanzitutto scienza naturale, sperimentale, matematica, cioè meccanica. La meccanica era la scienza fondamentale e centrale nel XVII secolo, perchè proprio in essa erano confluiti quei metodi e quei principi, che nella scienza moderna si sono sviluppati nei diversi tipi di conoscenza. Perciò ritengo che proprio la combinazione tra matematica ed esperimento costituisca la peculiarità della nuova scienza. Ma può sorgere una questione: anche nella scienza antica c’era l’esperimento, l’osservazione, la descrizione dei fenomeni e una forte base empirica. Contrariamente alla concezione secondo cui la scienza antica era troppo speculativa, noi sappiamo che la scuola aristotelica ha accumulato una grande quantità di dati empirici che sono stati poi elaborati nel corso di molti secoli. Ma il punto è che l’esperimento e l’esperienza, o l’osservazione, sono cose molto diverse. L’esperimento è la costruzione di uno schema ideale dell’ oggetto che, in seguito, deve essere collegato alla descrizione matematica del suo comportamento e posto alla base di tutte le conoscenze che riguardano questo oggetto. L’esperimento, in quanto costruzione, è molto lontano dalla conoscenza empirica della natura. Rispetto all’esperienza proprio la scienza antica, la scuola aristotelica, ci ha dato molto, mentre l’esperimento ci porta piuttosto all’oggetto idealizzato della matematica. Questo è il primo punto. Il secondo, invece, riguarda il fatto che grazie all’esperimento nasce la possibilità di stabilire uno stretto legame tra la conoscenza e la tecnica. La tecnica, a cominciare dal XVII secolo, attraverso le impostazioni sperimentali, anche la stessa superficie inclinata su cui Galileo ha fatto scivolare una sfera per dimostrare il suo teorema della meccanica, irrompe nel corpo stesso della scienza, della conoscenza, e diventa uno dei fattori più importanti per ottenere questa conoscenza. Questo è ciò che contraddistingue la nuova scienza europea che, per la sua stessa essenza, direi che è stata, fin dal principio, tecnica. Nella nuova scienza, perciò, scompare molto della concezione della natura che caratterizzava il periodo precedente, sia nell’Antichità che nel Medioevo. Il terzo punto riguarda una circostanza che noi spesso perdiamo di vista. La nuova scienza europea, attraverso Galileo, si pone non tanto l’obiettivo di spiegare i fenomeni della natura, quanto di descrivere matematicamente le leggi del suo comportamento. Si tratta, infatti, di due atteggiamenti diversi. Questa impostazione, offerta da Galileo e sviluppata, poi, da Cartesio, Newton e altri scienziati dell’età moderna, contraddistingue in modo essenziale la nuova scienza rispetto a quella precedente, antica. Un ultimo aspetto si lega al fatto per cui la nuova scienza è essenzialmente tecnica: il precisarsi della distinzione tra soggetto e oggetto. Il soggetto si contrappone all’oggetto, gli dà una forma e lo costruisce. Nel Rinascimento gli esperimenti sulla natura, della magia e dell’alchimia, hanno creato un particolare atteggiamento che è entrato a far parte della scienza moderna, ossia l’idea della conquista della natura e anche, come amava dire Bacone, la conquista della sua forza. Perciò la conquista della forza della natura da parte del soggetto, il suo sottoporla a torture e tormenti per scoprire i suoi segreti, crea un' enorme distanza tra il soggetto e l’oggetto, che poi vediamo espressa nelle costruzioni filosofiche di Cartesio, Malebranche e Spinoza, e in tutta quella tradizione della filosofia moderna, che, sappiamo, si è in seguito sviluppata a partire da queste impostazioni.

6. La scienza dell’età moderna si è liberata in misura considerevole del concetto di teleologia. Perchè, secondo lei, avviene questo, e quali sono le tappe fondamentali di questo processo? Quali sono le conseguenze dell' eliminazione del concetto di scopo oggettivo per la nostra concezione del mondo e di noi stessi?

Alle origini della nuova scienza c’è una fortissima battaglia contro la categoria di scopo. Lo scopo è ciò che deve essere eliminato senza riserve dalle scienze naturali. Su questo concordano tutti i creatori della scienza del XVII secolo. Galileo, Cartesio, Bacone, i razionalisti e Leibniz, sono tutti convinti che la vera conoscenza scientifica della natura sia possibile solo nel caso in cui eliminiamo da essa la rappresentazione teleologica. Questo atteggiamento è strettamente connesso alla convinzione degli scienziati moderni, a cominciare da Galileo, che il linguaggio della natura sia la matematica e che il libro della natura sia scritto nel linguaggio della matematica. Ho dimenticato di dire una cosa molto importante: la matematica, così come veniva concepita dalla scienza moderna, è una matematica particolare che deve studiare il movimento e il mutamento, il calcolo differenziale e integrale, che nasce in questo periodo. Proprio perchè la matematica non è legata al concetto di scopo, in sostanza, la lotta di chi costruisce la nuova scienza, viene condotta contro la concezione teleologica della natura, che esisteva sia nella scienza antica che in quella medievale. In primo luogo contro Aristotele, perchè proprio la sua fisica ha una impostazione teleologica, il mondo naturale è considerato una totalità in cui il rapporto tra le parti ha un valore finalistico. L’eliminazione del concetto di scopo dalla natura procede in un modo molto interessante. Nella metafisica del XVII secolo lo scopo viene eliminato non totalmente, ma solo dalle scienze naturali, e la metafisica diventa l’ambito in cui si studiano i processi teleologici. Da qui la classica frase di Leibniz: il nostro corpo è soggetto all’azione di forze meccaniche, mentre la nostra anima all’azione di cause finalistiche. Anima, intelletto, ragione, Dio, sono oggetti della metafisica, mentre le cause meccaniche, le leggi della meccanica, sono oggetto della fisica, della meccanica. Gradualmente, soprattutto nel XVIII secolo, in cui inizia la lotta contro la metafisica in quanto tale, appaiono i germi del positivismo, e la metafisica viene dichiarata una scienza falsa, in questo periodo, cruciale per lo sviluppo della coscienza europea, non c’è semplicemente posto per il concetto di scopo. Solo così può svilupparsi una teoria così unilaterale come il materialismo, ad esempio il materialismo francese del XVIII secolo di La Mettrie, d' Holbach e altri. Essi non vedono da nessuna parte un posto per l’applicazione della teleologia. Certo questo ha conseguenze molto gravi e, secondo me, tutta l’impostazione del XVII secolo, in particolare lo sviluppo che ha ricevuto successivamente, nel XVIII secolo, ha gravi conseguenze per il nostro tempo. La crisi ecologica, quel rapporto empio e del tutto estraniante rispetto alla natura, solo come strumento per la soddisfazione delle nostre esigenze umane, ha la sua origine in questa eliminazione della teleologia, perchè la teleologia osservava la natura come un insieme organico, mentre le scienze naturali come un insieme meccanicistico, diviso in un sistema di blocchi, trasformato in una macchina. Così dicevano nel XVII secolo: "machina mundi". Questa concezione è entrata a far parte in modo radicale della coscienza degli studiosi del XVII secolo, impostazione che ha avuto gravi conseguenze che scontiamo ancora oggi.

 

7. Giambattista Vico riteneva che in realtà noi possiamo conoscere solo ciò che facciamo noi stessi, ciò che noi volenti o nolenti creiamo, costruiamo. Questo principio viene da lui definito "verum factum." Questo pensiero era già stato espresso prima di Vico, ad esempio nelle opere di Niccolò Cusano. Perchè, secondo lei, questo principio si può considerare l’espressione dell’essenza della nuova scienza e, forse, l’espressione in generale di tutta la concezione scientifica moderna?

Ciò che ha affermato Vico, "verum factum", che è vero solo ciò che l’uomo ha prodotto, si può apporre come motto, come epigrafe non solo alla scienza, ma in generale alla coscienza moderna, a cominciare dal XVII fino al nostro secolo. Io credo che questo principio costitutivo, che si trova alla base delle scienze naturali sperimentali matematiche e in cui l’uomo stesso costruisce il modello della natura, dei fenomeni e dei processi naturali, sia estremamente importante per comprendere sia la natura che l’uomo e, in generale, la struttura dei rapporti sociali. Più tardi Kant ha esaminato a fondo questo principio, formulandolo come la tesi più importante della filosofia critica; egli afferma, seguendo Vico, che noi conosciamo solo ciò che abbiamo creato noi stessi, e questo stesso principio, continua Kant in sostanza, è stato stabilito già da Galileo che solo perché era riuscito a capire le leggi del movimento aveva fatto scivolare la sfera su un piano inclinato, aveva costruito questo piano inclinato e tutti gli altri suoi concetti, creando, in questo senso, una seconda natura che era la soluzione e la chiave per comprendere la natura reale, la natura prima. Credo che questo principio costitutivo per conquistare la natura, dominarla, è stato cruciale per l’età moderna. Quando Bacone afferma che la conoscenza è la forza, egli esprime con un altro linguaggio lo stesso principio, ossia che la conoscenza è ciò che ci offre la possibilità di conquistare un oggetto, di dominarlo, di diventarne il padrone. Mi sembra che anche nella filosofia moderna questo principio costitutivo sia molto importante. Osserviamo il problema della immaginazione, la facoltà più importante dello spirito umano, che si pone in questa forma per la prima volta proprio nella filosofia moderna, ma che già era nata in parte prima di Kant confermandosi definitivamente in tutta la sua forza con Kant e poi con Fichte, con l’idealismo tedesco, e con i romantici; l’immaginazione, come facoltà centrale dello spirito, la kantiana facoltà produttiva, è legata proprio al porre la costruzione al di sopra della speculazione, perché la costruzione, in quanto creazione di un certo modello è sempre il modo per ricorrere anche all’immaginazione. L’immaginazione viene posta in primo piano proprio perché retrocede quello stesso nous antico, la ragione, che veniva considerata l’istanza superiore della conoscenza. Mi sembra che qui, in questo aforisma formulato da Vico, troviamo la chiave per la soluzione di molti segreti della filosofia moderna europea e, indubbiamente, della scienza, e della nostra cultura nel complesso.

 

8. La "fusis" greca e il concetto moderno di "natura" realtà non sono due concetti pienamente sinonimi. Perchè? Che ruolo ha nella nuova scienza la concezione per cui la natura può essere espressa in una descrizione puramente quantitativa e non qualitativa?

In effetti, noi traduciamo "fusis" con "natura", ma il termine greco, che deriva dal verbo fuo, ossia "generare", "far crescere", veniva percepito e concepito dagli scienziati e dai filosofi greci come un certo essere vivo, un insieme, in cui trovano posto sia gli elementi inorganici, i minerali, i metalli, gli elementi, acqua, aria, terra, fuoco, che gli organismi e, infine, l’essere umano animato, vivo, e anche razionale. La natura veniva considerata nell’antichità come un insieme vivo strutturato in conformità ad uno scopo. Addirittura moltissimi filosofi antichi pensavano la natura e il cosmo nell’insieme come una totalità animata, dotata di un’anima. Nel XVII secolo nasce un' immagine della natura completamente diversa. Ho già ricordato la famosa frase sulla macchina del mondo. In questo ha avuto un ruolo determinante, per la nascita di una nuova immagine della natura, paradossalmente, la teoria cristiana della creazione. La teoria della creazione concepisce la natura non come qualcosa di pienamente autonomo, che vive di se stessa e che nasce da se stessa, ciò che, come diceva Aristotele, in se stessa racchiude le leggi del suo movimento e del suo mutamento, ma come ciò che è stato creato da una certo essere superiore, dal Dio-Creatore trascendente. Nel Medioevo questa concezione ancora non aveva posto le basi per l’osservazione della natura come un sistema di meccanismi. Nel Rinascimento appaiono i presupposti per l’osservazione della natura come un sistema di macchine. In questo periodo nasce il tentativo di esaminare la natura dal punto di vista degli strumenti, come dire, delle viti, dei dadi con cui Dio ha costruito questa natura. Quindi, ad esempio, Cartesio tende ad osservare la natura come un sistema di meccanismi, che noi possiamo in generale "svitare" e ricostruire da soli allo stesso modo. In Cartesio, in verità, c’è un altro elemento molto interessante, ossia il motivo del probabilismo; egli sostiene che in fin dei conti per noi non è importante come sia fatto un orologio, un artigiano può farlo con alcune viti, un altro, con delle molle, ma per noi è importante che l’orologio funzioni. Se noi riusciremo a trovare il modo per far funzionare l’orologio, allora in fondo, non è importante se useremo le stesse viti, le stesse molle, che l’eterno Creatore ha usato per creare la natura, o se useremo altri strumenti completamente diversi, accessibili a noi, più rozzi, per noi l’importante è il risultato. Questa concezione della creazione della natura da parte di Dio, come un grande e perpetuo artigiano, crea un'immagine della natura come un sistema di parti meccaniche, che può l'uomo, artigiano mortale, può ricostruire, e qui, effettivamente, la natura perde il suo carattere di organismo animato finalistico. Io vedo proprio in questo una differenza essenziale. Non a caso nel XVII secolo, il tema più significativo per la descrizione della natura, e, in generale, per la conoscenza scientifica, era costituito dall’attenzione verso gli orologi, il meccanismo dell’orologio. L’immagine dell’orologio è molto tipica. La natura comincia ad essere osservata seguendo questa analogia. La concezione della natura come meccanismo, che, certamente, non è rimasta immutata fino al XX secolo, in quanto vi sono state inserite molte cose e ci sono stati molti tentativi di rivedere il quadro meccanicistico del mondo, fino ad oggi non è stata completamente superata. Il fatto che noi ci rivolgiamo alla natura come un deposito inestinguibile di strumenti per la soddisfazione dei nostri bisogni, è legato proprio a questo paradigma. L’uomo osserva se stesso sostanzialmente come prima, ad esclusione, certo, di alcuni importantissimi approcci di altro tipo, ma fondamentalmente, come signore e padrone della natura, che egli deve sottomettere a sè, cambiare; c’è un famoso aforisma di Marx: noi non dobbiamo più spiegare la natura, il nostro compito consiste nel cambiarla, nel cambiare il mondo, e non spiegarlo. Anche questo è l’atteggiamento delle scienze naturali dell’età moderna, ed esso ha in sè una enorme carica distruttiva. L’uomo vede se stesso come un essere al di fuori e al di sopra della natura, mentre, egli è in realtà un essere naturale. Distruggendo, come vediamo oggi, la natura egli distrugge il proprio corpo, divora se stesso, e in questo senso prestare attenzione alla scienza antica per noi oggi è assolutamente necessario. La scienza antica è per noi l’esempio di un rapporto tenero, di venerazione verso la natura. Mi sembra che la scienza antica potrebbe dare una risposta a questo nostro aforisma: il compito dell’uomo non consiste nel cambiare la natura ma nel capirla, nello spiegarla e comprenderla, non nel traumatizzarla, cambiarla, costruirla. In questo senso, mi sembra, lo studio della scienza antica, in particolare di Aristotele, offre un' immensa riserva di strumenti per superare la nostra crisi ecologica attuale, perchè le radici di questa crisi, non sono tanto nel sistema delle macchine, delle fabbriche, dell’inquinamento dell’aria di tutti i possibili apparati, ma nella nostra mentalità. Finchè non riusciremo a cambiare la nostra mentalità, il nostro approccio verso la natura, il nostro rapporto con essa, e verso noi stessi, come esseri comunque corporei, e non incorporei alla cogito ergo sum, noi non potremo uscire dalla crisi ecologica.


Abstract

Secondo Piama Gajdenko ci sono state due rivoluzioni nella scienza, una avvenuta nel V secolo a.C. e l'altra nel XVII secolo: entrambe pongono il problema dei fondamenti del sapere e sono precedute da un periodo di forte critica alla tradizione (1). Spiega in cosa si distingua la scienza greca dalle conoscenze antico-orientali, come quella babilonese ed egizia, e la suddivide in tre periodi: la scienza del periodo antico i cui rappresentanti più importanti sono Talete di Mileto e Pitagora; quella del periodo classico con Archita di Taranto, Eudosso di Cnido, che ha creato una delle prime concezioni omocentriche dell'astronomia antica, Teeteto e Menecmo; e, infine, quella del periodo ellenistico con Archimende, fondatore della meccanica e della statica antica, Pappo, Euclide creatore dell'algebra geometrica, Aristotele cui si deve la fondazione della fisica, Teofrasto e Tolomeo creatore dell'omonimo sistema astronomico . La scienza greca, ai suoi inizi, era una riflessione su cosa fosse la scienza, era una metodologia della scienza strettamente legata alla filosofia: diversi furono i contributi che alla scienza diedero Platone e Aristotele . Piama Gajdenko ritiene che il medioevo abbia posto le basi per la seconda rivoluzione scientifica, quella del XVII secolo. Al pensiero medievale si deve il concetto di infinito, l'eliminazione della radicale differenza tra mondo celeste e mondo terreno e il legame tra scienza e tecnica, che rese possibile la nascita della meccanica. Insieme a quest'ultima, la combinazione tra matematica ed esperimento, la distinzione tra soggetto e oggetto e l'obiettivo di descrivere matematicamente le leggo della natura caratterizzano la scienza moderna . La scienza moderna è inoltre contraddistinta dall'eliminazione del concetto di teleologia dalla considerazione della natura  e dalla convinzione che possiamo conoscere solo ciò che abbiamo costruito noi stessi, secondo il principio di Vico "verum factum" . Da ciò deriva la differenza tra il concetto greco di "physis" e il concetto moderno di "natura": la natura veniva considerata nell'antichità come un insieme vivo, strutturato in conformità a uno scopo; in epoca moderna si parla di "machina mundi", e la metafora più usata per descrivere la natura è quella dell'orologio. Questa mentalità è causa, secondo Piama Gajdenko, dell'attuale crisi ecologica: l'uomo deve imparare dalla scienza antica a considerare la natura come qualcosa da comprendere e non da traumatizzare, violentare e cambiare. L'uomo non è signore e padrone della natura, al di sopra della natura: è anch'egli un essere naturale corporeo.


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Biografia di Piama Gajdenko

Aforismi derivati da quest'intervista

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