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Interviste

David Pears

Il linguaggio nelle Ricerche Filosofiche di Wittgenstein

21/11/1989
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  • Professor Pears, nelle Ricerche filosofiche il problema dell'essenza della proposizione è in qualche modo tralasciato e con esso l’intera impostazione ed i risultati cui era giunto il Tractatus logico-philosophicus. Per quali motivi Wittgenstein ha abbandonato l’idea di un rapporto speculare della proposizione con gli stati di cose? (1)
  • Professor Pears, qual è il significato della dottrina di Wittgenstein esposta nelle Ricerche filosofiche, secondo la quale il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio? (2)
  • Professor Pears, negli scritti di Wittgenstein si trova spesso il confronto fra il linguaggio ed il gioco degli scacchi. Cosa c'è di simile fra i due tanto da rendere possibile questo confronto ed in che modo questo paragone spiega la nozione di "gioco linguistico"? (3)
  • Professor Pears, una nozione molto importante nelle Ricerche filosofiche è quella di "forma di vita". Wittgenstein afferma che ciò che è originario, ciò che è dato, sono le forme di vita. Cosa sono le "forme di vita"? (4)
  • Professor Pears, un argomento fondamentale nelle Ricerche filosofiche è quello del linguaggio privato. Perché Wittgenstein ha concepito un argomento contro il linguaggio privato? (5)
  • Che ruolo gioca nella filosofia della mente di Wittgenstein il principio secondo cui un processo interiore ha bisogno di criteri esteriori, come egli scrisse nelle Ricerche filosofiche? (6)
  • Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein sottolinea che non è possibile parlare di regola se questa viene osservata in una sola occasione. Obbedire ad una regola, fare un rapporto, dare un ordine, giocare agli scacchi, tutte queste sono usanze, costumi. Può spiegare il significato di questa tesi? (7)
  • Professor Pears, in una conversazione con Moritz Schlick nel 1929, Wittgenstein alluse ad Heidegger e al suo concetto di angoscia (Angst). Richard Rorty sostiene che vi sono importanti analogie fra il lavoro di Wittgenstein e quello di Heidegger. Qual è la sua opinione al riguardo? (8)
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INTERVISTA

1 Professor Pears, nelle Ricerche filosofiche il problema dell'essenza della proposizione è in qualche modo tralasciato e con esso l’intera impostazione ed i risultati cui era giunto il Tractatus logico-philosophicus. Per quali motivi Wittgenstein ha abbandonato l’idea di un rapporto speculare della proposizione con gli stati di cose?

Quando scrisse il Tractatus, Wittgenstein pensava che la mappa della realtà, da lui elaborata costruendo un linguaggio perfetto, dovesse avere una struttura completamente uniforme, del tutto omogenea. Doveva trattarsi di una struttura estremamente semplice, una volta afferrati i principi della quale si poteva comprendere perfettamente come altre proposizioni potessero essere aggiunte e combinate. Egli usava la metafora dello spazio logico. Una volta capito un gruppo di proposizioni, ovvero una parte dello spazio logico, si aveva un'idea dell'intero. Egli abbandonò questa idea perché si trovò a constatare che tipi diversi di proposizioni non potevano essere analizzati tutti in modo uniforme. Perciò, nella filosofia successiva al Tractatus, ci troviamo di fronte una varietà molto maggiore nella spiegazione delle diverse forme di proposizioni: non c'è più il tentativo di ridurle tutte alla stessa forma essenziale, ponendo tutte le altre in un'altra categoria, vale a dire in quella del mistico. Nella tarda filosofia di Wittgenstein, c'è una tolleranza molto maggiore e c’è un rispetto superiore per le abitudini individuali di pensiero. E’ utile ricordare un passaggio tratto dal Libro blu, in cui Wittgenstein descrive lo sviluppo intervenuto nella sua "seconda" filosofia. Egli afferma che il peccato originale dei filosofi è l'ossessione per la generalità ed il disprezzo per il caso particolare. Ciò che intende ce lo spiega riferendosi al suo stesso lavoro nel Tractatus, anche se poi in realtà prosegue citando il Socrate dei primi dialoghi platonici, che discute di questioni quali: "Cos'è il coraggio?", sforzandosi di trovare una unica definizione che risponda a qualsiasi esempio di coraggio. E questo è qualcosa che, probabilmente, non è lecito fare. L'idea di Wittgenstein è che il pensiero (preso nella sua generalità) non sia più il modo corretto di fare filosofia: egli pensava che si dovesse prendere ciascuna branca del pensiero umano per sé, espressa nel suo proprio particolare linguaggio. Adduceva degli esempi che chiamava "giochi linguistici" e che andavano esaminati ciascuno per proprio conto per comprenderne il significato, senza pregiudizi, senza l'idea preconcetta che dovessero essere costretti tutti dentro lo stesso schema. Questo è un mutamento, un enorme mutamento nella sua teoria del linguaggio. Connesso a questo ce n'è un altro: il fatto che egli non perseguisse più un'analisi profonda della proposizione per coglierne il senso. Pensava di aver avuto torto nel supporre che l'analisi, che è una forma di decodifica, fosse il modo corretto di spiegare alcune specie di proposizioni. Il suo completo ripensamento, riguardo alla questione del linguaggio, lo portò all’abbandono dell’analisi delle proposizioni, per osservarne il comportamento superficiale nella vita quotidiana, ovvero, per meglio dire, ad osservare il modo in cui la gente usava le proposizioni nella vita di tutti i giorni. Ed abbandonò quella specie di griglia che aveva imposto all'intero linguaggio sino ad allora. Questi due mutamenti sono enormi. Uno consiste nell'aver abbandonato l'idea che tutto è omogeneo; il secondo consiste nel non analizzare, ma osservare semplicemente il modo in cui le frasi sono usate nella vita ordinaria.

2 Professor Pears, qual è il significato della dottrina di Wittgenstein esposta nelle Ricerche filosofiche, secondo la quale il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio?

Nella filosofia del primo periodo, interrogandosi sul significato di una parola o di una frase che fosse problematico, Wittgenstein, nello stile di Russell, avrebbe tentato di analizzarla per produrne una versione più chiara, un'interpretazione. Egli avrebbe cercato di analizzarla sino al livello fondamentale: questa era l'idea sviluppata nel Tractatus. Nella filosofia tarda, invece, Wittgenstein si dedicò piuttosto ad osservare come la parola venisse usata nella vita reale, poiché, maturando un’impostazione diversa rispetto al Tractatus, egli pensava che fosse questa la via per arrivare a capire il significato delle parole del linguaggio. Tuttavia, lo slogan, per cui il significato di una parola rimanda al suo uso, non è considerato una teoria applicabile ad ogni parola, per lo meno non sempre nello stesso modo. Egli non pensava di dare una soluzione completa del problema: "Qual è il significato della parola?", ma indicare un diverso approccio al problema del significato. Anziché analizzare, si può osservare semplicemente il modo in cui concretamente la parola viene usata. Gli esempi in tal senso sono numerosi. Prendiamo un caso importante: il significato della parola "Io", "Ego", "Soggetto". Nella filosofia classica, la filosofia postrinascimentale, intendo, questo termine è trattato come il nome di qualcosa molto speciale, molto elusivo, molto difficile da capire. Le conseguenze di questo modo di considerare il termine "Io" sono state: il solipsismo, l'idealismo e simili concezioni circa il soggetto. L'idea è, invece, secondo l’impostazione di Wittgenstein, che si osservi l'uso della parola: si prenda la parola "Io", un normale pronome, e si esamini quindi come è usata. L'idea è di non assumerla come il nome di qualcosa di speciale, ma di valutare come essa venga usata in un modo molto complicato che può essere spiegato. Ma si rimane sempre alla superficie, la parola è spiegata in modo tale da non condurre ad alcuna teoria metafisica. Intendo dire che egli certamente non approda alla teoria che l'Io o il Sé siano una specie di sostanza mentale. L'intera riflessione è effettuata prendendo come metro la vita reale. Questa è la autentica soluzione del problema dell'Ego, qualcosa che può essere spiegato ad un fanciullo intelligente, diciamo di dieci anni. Basta spiegare la grammatica della parola e come la gente abbia l'illusione che si riferisca a qualcosa di speciale, relativo al privato della persona, cercando di dissipare una tale illusione. Questo è senza dubbio un esempio molto importante, centrale e difficile. Il significato della parola è il suo uso, ed è in questo modo che il principio viene applicato a questo caso. Tale procedimento è mostrato nel capitolo sesto delle Osservazioni filosofiche, che è un tentativo di prendere la parola "Io", e spiegare il suo uso in modo da rimuovere quella specie di mistero che circonda la parola stessa.

3 Professor Pears, negli scritti di Wittgenstein si trova spesso il confronto fra il linguaggio ed il gioco degli scacchi. Cosa c'è di simile fra i due tanto da rendere possibile questo confronto ed in che modo questo paragone spiega la nozione di "gioco linguistico"?

La nozione di gioco linguistico è legata all'idea che il significato della parola risieda nel suo uso. Wittgenstein utilizza l'idea del gioco come un'analogia con una particolare parte del linguaggio: un buon esempio potrebbe essere rappresentato dallo stringere un accordo con qualcuno, dal firmare un contratto. C'è un numero limitato di mosse che si può fare in questo tipo di situazioni e l'insieme di queste mosse costituisce qualcosa di simile ad un gioco, o come Wittgenstein si è espresso talvolta, una pratica, per cui le mosse sono soggette a regole determinate. Quando una persona afferma di essere d'accordo su una certa proposta o pone la sua firma in calce ad un contratto, ciò è soggetto a regole comprese da entrambe le parti ed in ciò consiste l'analogia con il gioco. L'idea, contenuta nelle Ricerche filosofiche, è che la gente agisce con le parole, che l'uso delle parole, sia una parte della vita umana e che il modo in cui gli uomini le usano distingue aree differenti: firmare un contratto potrebbe essere una di queste aree, dare istruzioni a qualcuno potrebbe esserne un'altra, esaminare uno studente per verificare quanto sappia, un'altra ancora. Sono tutte aree differenti e non devono assolutamente essere trattate tutte allo stesso modo. I giochi linguistici di Wittgenstein sono, in parte, descrizioni fattuali - egli descrive una particolare procedura, come prendere accordi con qualcuno - ed in parte sono versioni semplificate di quelle cose, modelli molto semplici che mostrano al lettore la struttura del gioco senza dargli tutti i dettagli. C'è un esempio di ciò all'inizio del Libro marrone, dove egli spiega come si possa avere un linguaggio molto semplice e primitivo, con il quale un uomo che costruisce una casa chiede ad un altro uomo, ai piedi di una scala, di passargli mattoni, pietre e calce. Un gioco linguistico è quindi una parte del linguaggio usato nella vita, o un modello semplificato di una parte del linguaggio, un modello usato a scopo illustrativo nelle Ricerche filosofiche.

4 Professor Pears, una nozione molto importante nelle Ricerche filosofiche è quella di "forma di vita". Wittgenstein afferma che ciò che è originario, ciò che è dato, sono le forme di vita. Cosa sono le "forme di vita"?

Una "forma di vita", Lebensform in tedesco, non evoca quella suggestione di mistero ed importanza che essa ha in inglese. Una "forma di vita" è un'istituzione, un costume, una pratica all'interno della quale il linguaggio ha un ruolo speciale da giocare. Si consideri una persona che riporti le proprie sensazioni, diciamo, dopo aver subito un incidente, dopo essere stata investita da un'automobile. E' in ospedale ed ovviamente deve dire al dottore dove sente dolore. Questo riportare, localizzare e descrivere il dolore è, secondo Wittgenstein, un'attività, un gioco linguistico. E lo si gioca in un contesto determinato: questo contesto più l'attività stessa costituiscono una forma di vita. Il punto importante, nella concezione di "forma di vita", è che il linguaggio ha un posto preciso in una situazione della vita reale ed è usato in quella situazione. Immaginiamo, infatti, che un filosofo dimentichi quale sia l'uso di una descrizione, o di una localizzazione del dolore, che dimentichi come sia effettivamente usato in una determinata situazione della vita reale. Immaginiamo che egli arrivi a pensare che la cosa fondamentale sia la relazione della persona con il proprio dolore - naturalmente questa persona sa di provare un dolore -: in questo caso, potrebbe chiedersi il filosofo, come si arriva a sapere che un'altra persona prova veramente dolore? E' quindi estremamente facile diventare scettici circa le sensazioni degli altri esseri umani. Ora, la reazione di Wittgenstein a questa obiezione sarebbe: un tale scetticismo può svilupparsi solo se le reazioni e le descrizioni del dolore vengono collocate non nel loro contesto - nel contesto della vita reale, come per esempio in un ospedale -, ma vengono invece considerate isolatamente e osservate separatamente dal loro posto nella vita concreta. Si perviene allora ad un modo di vedere assai differente, un modo di vedere puramente intellettualistico di fronte alla descrizione del dolore e alla reazione che essa provoca negli altri. Wittgenstein corregge questo atteggiamento dicendo: si deve tornare alla situazione primitiva degli animali sociali, nella quale l'animale che prova dolore urla, mentre gli altri lo soccorrono. Un eccellente esempio di questo è che fra gli animali di una mandria, fra gli animali sociali, esiste una naturale simpatia. Guardando un filmato di uomini che sparano a degli elefanti, si può osservare che essi scatenano una reazione automatica di simpatia, perché anche gli altri animali, non colpiti, mostrano dei segni di sofferenza: questo è un fatto fondamentale fra gli animali sociali, come pure fra gli uomini. E ciò è alla base del nostro linguaggio del dolore. Quello che Wittgenstein avrebbe detto è che se si vuole comprendere il linguaggio del dolore, bisogna porlo al suo posto proprio nella vita umana e prendere le mosse di lì, senza intellettualizzarlo partendo da un uomo che sa tutto del proprio dolore e che non è affatto certo del dolore degli altri.

5 Professor Pears, un argomento fondamentale nelle Ricerche filosofiche è quello del linguaggio privato. Perché Wittgenstein ha concepito un argomento contro il linguaggio privato?

Quando sviluppa il cosiddetto argomento contro linguaggio privato, Wittgenstein sta in realtà rispondendo ad una tradizione della filosofia occidentale: la tradizione per la quale il problema della conoscenza del mondo esterno e degli altri viene impostato supponendo di muovere da uno stato di completo isolamento. Secondo questa impostazione, in partenza esisteremmo soltanto noi con le nostre sensazioni. A partire da questa condizione di isolamento, si costruirebbe poi una rappresentazione del mondo esterno e delle altre persone facendo uso esclusivamente di questo materiale. Questo è ciò che si potrebbe chiamare una ricostruzione puramente intellettualistica della situazione umana nel mondo. Tale ricostruzione si trova in Descartes e fra i contemporanei di Wittgenstein, come Bertrand Russell, che in La conoscenza del mondo esterno pose il problema esattamente in quei termini. Wittgenstein mette in dubbio la legittimità di questa impostazione del problema. Egli sostiene che, porre il problema in questo modo, equivalga a capovolgerne i termini, perché nessuno parte dalle proprie sensazioni isolate per poi descriverle usando un proprio linguaggio, indipendentemente dal mondo fisico. Le cose stanno all'inverso. Si comincia con il linguaggio che descrive al tempo stesso le cose del mondo fisico e le sensazioni. Il cosiddetto argomento contro il linguaggio privato è stato concepito per mostrare che sarebbe impossibile sviluppare un linguaggio in questa condizione originaria di isolamento completo che viene ipotizzato da Descartes e da Russell. Ovviamente, ci si può domandare se sia veramente un argomento valido, ma questa è una questione estremamente complessa. Invece, questa è la sua valenza: è un’argomentazione sviluppata in opposizione a quella lunga tradizione che imposta la questione della percezione e del mondo esterno a partire da una posizione minimalista, tale per cui noi stessi siamo soli con le nostre sensazioni e dobbiamo costruire il mondo esterno partendo soltanto da queste. L'argomento del linguaggio privato è concepito per dimostrare che questo non è un modo ragionevole di concepire la nostra posizione originaria. Prendiamo l'esempio del dolore. Wittgenstein pensa che ciò da cui si parte è la situazione sociale, la situazione familiare, nella quale non si pone la questione del dolore altrui: tuo figlio grida e tu reagisci immediatamente, non c'è alcuna sofisticata questione intellettuale dietro. Ed il bambino, secondo Wittgenstein, apprende nello stesso modo, apprende contemporaneamente ciò che riguarda lui e ciò che concerne gli altri. L'argomento contro il linguaggio privato è concepito per mostrare che il modo cartesiano di considerare tutto ciò è sbagliato perché separa il linguaggio delle sensazioni dalla vita reale. Wittgenstein dice, infatti, che, in tal modo, si mette "il carro davanti ai buoi".

6 Che ruolo gioca nella filosofia della mente di Wittgenstein il principio secondo cui un processo interiore ha bisogno di criteri esteriori, come egli scrisse nelle Ricerche filosofiche?

Non si può costruire un linguaggio pubblico a partire dalle nostre sensazioni private, poiché anche il nostro linguaggio per descrivere le esperienze interiori è collegato a fenomeni sociali pubblici. È vero infatti, secondo Wittgenstein, che quando si dice: ""Ha dato un nome alla sensazione", si dimentica che molte cose devono essere già pronte nel linguaggio, perché il puro denominare abbia un senso. E quando diciamo che una persona dà un nome a un dolore, la grammatica della parola "dolore" è già precostituita; ci indica il posto in cui si colloca la nuova parola".
Non possiamo, quindi, avere un linguaggio privato: anche il linguaggio che descrive le esperienze vissute interiori è fatto di termini il cui uso è stabilito da regole sociali pubbliche. Senza un legame con criteri esterni, come l’espressione, il comportamento del dolore e le parole del linguaggio valide pubblicamente che vi si connettono, i cosiddetti "stati interni" non sarebbero identificabili e riconoscibili. Abbiamo regole linguistiche e criteri sociali pubblici per le nostre esperienze interiori e, quindi, possiamo avere un linguaggio per descriverle.
Se nella mente, cioè, accade qualcosa che si è in grado di descrivere, questo può verificarsi soltanto in quanto esiste una qualche connessione fra ciò che accade nella propria mente ed il mondo esterno, connessione dalla quale è possibile ricavare un criterio di verità per ciò che avviene nella propria mente. Per esempio, se una persona prende la decisione di fare qualcosa, formula un'intenzione, chiaramente questo processo di deliberazione ha delle connessioni con il mondo esterno. Tra il momento in cui decide di fare qualcosa e quello in cui agisce, esiste un intervallo in cui pensa, riflette, progetta il da farsi, e questo è un tipico processo mentale. Ma se tale processo mentale fosse completamente disgiunto da qualsiasi riscontro esteriore, allora non si avrebbe alcun criterio e la sua descrizione non farebbe parte del linguaggio.

7 Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein sottolinea che non è possibile parlare di regola se questa viene osservata in una sola occasione. Obbedire ad una regola, fare un rapporto, dare un ordine, giocare agli scacchi, tutte queste sono usanze, costumi. Può spiegare il significato di questa tesi?

A differenza del Tractatus, alla base del significato non c’è più un rapporto speculare della proposizione con gli stati di cose, ma piuttosto certe regole d’uso delle parole e delle espressioni in determinati ambiti di comportamento. Un linguaggio è un gioco linguistico; un sistema di regole definisce un gioco, quindi, anche il linguaggio è retto da regole.
"Seguire una regola" è, secondo Wittgenstein, una prassi. Egli scrive nel paragrafo 202 delle Ricerche: "credere di seguire la regola non è seguire la regola. E perciò non si può seguire una regola privatim; altrimenti credere di seguire la regola sarebbe la stessa cosa che seguire la regola".
Parlare un linguaggio è un'attività, una pratica, ma non solo. Essa è inoltre una pratica acquisita, che si apprende. Parlare un linguaggio è una forma di abilità. Chiunque sostenga di aver acquisito una certa perizia in un'unica occasione fa un'affermazione priva di senso. L'intero concetto dell'acquisire una abilità e del mantenerla implica una pluralità di occasioni, e questo è il punto che egli solleva qui. Per esempio: se immaginiamo che qualcuno, che non ha mai usato un fucile, veda un'anatra volare sopra la propria testa e che, semplicemente posando l'arma sopra la propria spalla e premendo il grilletto, colpisca il bersaglio, si tratterebbe di una fortunata coincidenza e non certo di un esercizio di abilità. Wittgenstein sottolinea il punto che, per il linguaggio, si può fare un discorso analogo. Obbedire ad una regola è una prassi sociale e noi ci comportiamo con la regola proprio nel modo in cui siamo stati abituati a farlo. Possiamo immaginare che l’intero processo dell’uso delle parole sia uno dei giochi mediante i quali i bambini apprendono la loro lingua materna. Il linguaggio, nel suo uso concreto consiste, dunque, secondo Wittgenstein, nell’apprendere certe regole applicandole.

8 Professor Pears, in una conversazione con Moritz Schlick nel 1929, Wittgenstein alluse ad Heidegger e al suo concetto di angoscia (Angst). Richard Rorty sostiene che vi sono importanti analogie fra il lavoro di Wittgenstein e quello di Heidegger. Qual è la sua opinione al riguardo?

Esiste una certa relazione, assai complicata, ma la cui essenza è questa: nei primi lavori di Heidegger, in special modo in Essere e tempo, c'è una forte enfasi sulla vita vissuta dalla gente ordinaria. Il tratto comune tra filosofia di Wittgenstein e quella di Heidegger è un tentativo di strappare le questioni filosofiche dalla speculazione astratta e di riportarle nella vita reale. Penso che lo si potrebbe considerare una sorta di pragmatismo. Il riferimento alla vita ed alla prassi sembra caratterizzare tanto Essere e Tempo quanto le Ricerche filosofiche. Le cose sono in quanto inserite nel progetto dell’uomo, illuminato, a sua volta, da altro, vale a dire dal linguaggio e da una certa cultura che costituiscono la precomprensione di cui il soggetto non dispone, ma che costituisce l’orizzonte inaggirabile di ogni interpretazione. Questa "ermeneutica dell'essere-nel-mondo", contenuta nell’opera di Heidegger, si incontra, per certi aspetti, con l’analisi dei giochi linguistici quotidiani portata avanti dal secondo Wittgenstein. Nelle Ricerche filosofiche, egli, infatti, scrive: "È interessante confrontare la molteplicità degli strumenti del linguaggio e dei loro modi d’impiego, la molteplicità dei tipi di parole e di proposizioni, con quello che sulla struttura del linguaggio hanno detto i logici (E anche l’autore del Tractatus logico - philosophicus)".
La molteplicità dei giochi linguistici nel contesto delle diverse forme di vita, l’attenzione al linguaggio considerato una tecnica retta da regole pubbliche è un attacco alla tradizionale logica del linguaggio da Aristotele in poi fino ad arrivare al modello del Tractatus. Ed in questo è possibile, per esempio, vedere un parallelo della distruzione de inconscio.


ABSTRACT

Pears indica nell'abbandono della teoria speculare del linguaggio il tratto determinante delle Ricerche filosofiche rispetto al Tractatus (1). Questo cambiamento di prospettiva porta il filosofo a elaborare una diversa teoria del significato, non più come analisi, ma come uso della parola (2, 3). Il gioco linguistico è definito da Pears come una parte del linguaggio usato nella vita, mentre per "forma di vita" si intende una pratica nella quale il linguaggio ha un ruolo speciale da giocare (4). Per quanto riguarda il linguaggio privato, questo viene criticato da Wittgenstein perché separa il linguaggio dalla contingenza (5), e quindi nega la necessaria connessione tra la mente e il mondo esterno (6). All'idea che il linguaggio implichi un'attività è collegata la nozione di regola d'uso (7). Secondo Pears infine il tentativo di rendere concrete questioni filosofiche astratte accomuna il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche ad alcuni motivi di Essere e tempo di Heidegger

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Intervista realizzata il 21 novembre 1989


Biografia di David Pears

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