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Interviste

Charles Malamoud

I Veda

5/10/1990
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  • Professor Malamoud, che cosa sono i Veda ? (1)
  • Sotto il termine generale di letteratura vedica, quali altri testi ricadono oltre ai quattro Veda propriamente detti?(2)
  • Professor Malamoud, veda vuol dire "sapere". Di che sapere si tratta? (3)
  • Professor Malamoud, sull'India e sulla speculazione indiana spesso si hanno delle idee assai confuse. Qual è stata la sorte dei Veda nella storia dell'India(4)
  • Professor Malamoud, i Veda ci riportano costantemente alle origini, ma si può pensare anche che nei Veda sia formulata una dottrina del tempo?(5)
  • Che relazione sussiste tra i miti e i riti di fondazione vedici e la concezione del tempo contenuta nei Veda?(6)
  • Professor Malamoud, è vero che i riti vedici costituiscono una parte non secondaria della speculazione vedica?(7)
  • Esiste un rapporto diretto tra la ritualità vedica e la nascita del pensiero astratto?(8)

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1 - Professor Malamoud, che cosa sono i Veda ?

All'origine della cultura indiana ci sono i Veda. Affinché questa affermazione sia valida, occorre volutamente non considerare quella che si chiama civiltà dell'Indo, civiltà che appunto fiorì nel III millennio a.C. nella valle dell'Indo come provano gli scavi di Mohenjo Daro e di Harappa. Personalmente, ritengo sia legittimo fare tale astrazione in quanto questa civiltà ci è nota soltanto per le sue vestigia materiali, e per delle iscrizioni brevi e rare che non sono ancora state decifrate. Inoltre tra la fine della civiltà dell'Indo, che probabilmente fu catastrofica, e il principio di ciò che si potrebbe chiamare la storia dell'India propriamente detta, c'è uno iato che non siamo in grado di colmare. Al contrario, con i Veda, abbiamo l'inizio di una tradizione continua e cosciente di sé.
Ora, i Veda sono un insieme di testi. E già si può dire che è caratteristico della civiltà indiana che un momento essenziale del suo sviluppo, ovvero il suo principio, sia segnato da un insieme di testi, la cui costituzione è ripartita tra la metà del II millennio e la metà del I millennio a.C.. Questo insieme di testi è in contrasto notevole con quello che era la civiltà dell'Indo. Infatti, la civiltà dell'Indo, con Mohenjo Daro e Harappa, si può dire che sia rappresentata da un'archeologia senza testi, mentre dei Veda si può dire che siano dei testi senza archeologia. Non c'è, per esprimersi in modo schematico, alcun elemento materiale, alcun vestigio che denoti il periodo storico in cui si sono formati i Veda. Devo aggiungere tuttavia che i Veda ci hanno fornito una gran quantità di informazioni sugli uomini che li hanno composti, sui gruppi sociali da cui questi testi sono emanati: sul loro pensiero così come sulle loro strutture sociali. In compenso dai Veda abbiamo appreso assai poco sulla storia vissuta, e se è possibile dire che la costituzione dei testi vedici si estenda su un millennio è solo per motivi di coerenza interna, di verosimiglianza interna, in quanto manca qualsiasi punto di riferimento esterno che ci consenta di analizzare storicamente i Veda.
Ora, questo insieme di testi è composto da un nucleo antico, che si chiama Samhita. Il termine samhita in sanscrito significa "collezione", e infatti tale nucleo è formato da una collezione, dall'insieme di un migliaio di inni di carattere religioso, che non appartengono allo stesso periodo storico. Ci sono infatti inni molto antichi e altri più recenti. L'insieme che si chiama Mandala o "cerchio", rappresenta il gruppo di inni più antichi, poiché ne contiene alcuni la cui composizione è stata abbozzata ancor prima che gli Indo-ariani penetrassero in India, ovvero quando erano ancora una popolazione nomade, che circolava nell'Afghanistan. Invece gli inni più recenti sono stati composti quando gli Indiani vedici superarono i valichi del nord-ovest per venirsi a insediare nella regione dell'attuale Panjab. Occorre aggiungere inoltre che gli inni vedici presentano, sotto forme più o meno simboliche, la marcia di quelle popolazioni verso l'Est e verso il Sud, nella piana indo-gangetica.. La parte più antica dei Veda costituisce il Veda delle strofe, il Rgveda, così detto perché i poemi che costituiscono i dieci Mandala, i dieci cerchi, che formano la Samhita, la Collezione del Rgveda, sono fatti di strofe, e sono fortemente, vigorosamente poetici.
Esiste tuttavia un'altra collezione, un'altra Samhita, detta la Collezione dei saman, cioè delle melodie, o, più precisamente, il Samaveda, cioè il Veda delle melodie. Infatti si tratta di una parte dei poemi del Veda dotata di un accompagnamento cantato e di un accompagnamento musicale. La melodia è apposta alle strofe come elemento necessario ed efficace della liturgia.
A fianco del Veda delle strofe, o Rgveda, e del Veda delle melodie, o Samaveda, c'è un terzo Veda, detto Veda delle formule, e infatti lo Yajurveda tratta delle formule sacrificali. Una parte di queste formule è costituita da citazioni del Rgveda, un'altra da elementi in prosa, assai brevi.
Ci sono dunque tre Veda, tanto che la tradizione indiana parla di un "triplice Veda". Ma come accade spesso in India, ad una enumerazione di tre elementi se ne aggiunge un quarto, il cui statuto può variare notevolmente. Nel caso dei Veda esiste un quarto elemento costitutivo, detto Atharvaveda. Il termine atharvan, tuttavia, non rimanda a una forma testuale, ma a una famiglia di personaggi mitici ai quali è attribuita la paternità di questo insieme di testi. L'Atharvaveda è dunque il Veda degli uomini appartenenti alla famiglia degli Atharvan.
L'Atharvaveda, che è più recente degli altri Veda, è costituito principalmente, ma non interamente, da poemi e formule, a cui si attribuisce un carattere magico e che si usano a fini non direttamente sacrificali, ma appunto magici, nel senso non peggiorativo del termine. E' opportuno tuttavia aggiungere che, in tale raccolta, a fianco dei poemi e delle formule di carattere magico, si trovano inni di impronta speculativa, così come accade nel decimo Mandala del Rgveda.

2 - Sotto il termine generale di letteratura vedica, quali altri testi ricadono oltre ai quattro Veda propriamente detti?

Ai Veda seguono i trattati in prosa chiamati genericamente Brahmana. I Brahmana sono trattati del sacrificio, opere nelle quali sono esposti i principi, i metodi e il simbolismo degli atti sacrificali. La parte finale dei Brahamana, cioè la più recente e che si presenta come una sorta di appendice, è costituita dagli Aranyaka. Questo termine significa "forestale", "silvestre". Si tratta di testi che sono annessi ai Brahmana, ma si dice che l'insegnamento che impartiscono abbia una tale potenza, sia così carico di senso, che il loro studio e insegnamento debba aver luogo in disparte, lontano dai luoghi abitati, lontano dai villaggi, nella solitudine della foresta.
Infine, come ultimo elemento dei Veda, in ordine cronologico, abbiamo le Upanisad. Le Upanisad sono delle parti speculative dei Veda, in prosa, che si concentrano su quello che è stato chiamato "metaritualismo", cioè degli insegnamenti che, in ultima analisi, potrebbero essere qualificati come "metafisici", e che hanno come punto di partenza delle considerazioni sul rito, formulate nei testi più antichi.
L'insieme vedico, schematicamente è dunque costituito dai Veda propriamente detti, dai Brahmana, dagli Aranyaka e dalle Upanisad. Ma vorrei aggiungere che i Veda propriamente detti costituiscono quattro insiemi verticali, e ogni Veda possiede in ordine cronologico una o più Samhita, cioè collezioni di poemi, uno o più Brahmana, trattati del sacrificio, uno o più Aranyaka e infine delle Upanisad. Pertanto si può dire, a esempio, che una certa Upanisad appartenga a un certo Veda. Si hanno così delle scuole vediche o, come anche si chiamano, branche del Veda, cioè ramificazioni di ognuno dei quattro tronchi.

3 - Professor Malamoud, veda vuol dire "sapere". Di che sapere si tratta?

La parola veda è un termine sanscrito, che significa "sapere"; alla stessa radice verbale appartiene la parola femminile vidya che si impiega assai spesso come sinonimo. Si parla per esempio del "triplice Veda" oppure della trayvidya, della "triplice scienza" o del triplice sapere, per designare i tre Veda fondamentali, cui si aggiunge una quarta vidya, espressione che designa l'Atharvaveda. Il veda è dunque il sapere, ma vorrei precisare che questo termine non è limitato ai testi del Veda in senso stretto. In Occidente, per esempio, è noto l'Ayurveda, ovvero la scienza indiana dell'ayur, cioè della lunga vita, della longevità, che è semplicemente la scienza medica. Allora qual è la specificità dei Veda? In cosa consiste questo sapere? Innanzi tutto direi che i Veda in senso stretto si distinguono dagli altri, dai numerosi altri veda che la civiltà indiana ha dato alla luce, perché sono redatti in una lingua particolare, ovvero in sanscrito arcaico, lingua ben distinta dal sanscrito classico, che si è formato successivamente, verso il V secolo a. C.
Ma oltre le questioni linguistiche ci sono degli aspetti contenutistici che caratterizzano i Veda C'è infatti una formula che ricorre costantemente in tutti i testi vedici, "ya evam veda", "colui che sa così", colui che comprende l'insegnamento impartito. Nei Veda si tratta quindi di qualcosa che bisogna conoscere, di un sapere che deve essere appreso e che come tale si presenta. Ma qual è il contenuto di questo sapere? I Veda parlano fondamentalmente degli dèi, dei riti, della parola e in particolare di quella parola per eccellenza che è il veda stesso. I Veda parlano dunque di loro stessi e questo veda, questo sapere, costituisce appunto una scienza che l'India, e più precisamente l'India dell'ortodossia brahmanica e indù, considera un sapere sacro.
Questo è, in modo schematico, il contenuto dei Veda. Vorrei aggiungere che, parlando degli dèi, parlando dei riti e della parola, i Veda costruiscono una cosmologia, una dottrina del mondo e, in modo più discreto, ma anche reale ed efficace, un'antropologia, una dottrina dell'uomo. Una dottrina dell'uomo che non si presenta beninteso sotto la forma di una filosofia, ma sotto la forma di verità da comprendere, da indovinare, attraverso i discorsi vedici, che apparentemente parlano solo di miti e di rituali. Assai spesso infatti l'attenzione del lettore è richiamata dal carattere volutamente e ostentatamente enigmatico delle formule, sulle quali si è invitati a meditare.
L'utilizzo da parte mia del termine "lettore" necessita tuttavia di una esplicitazione. Infatti, quando parlo di "lettore", intendo il lettore moderno, ma occorre tenere ben presente che i Veda non sono stati concepiti per essere letti, ma per essere ascoltati e recitati. Nella tradizione indiana i Veda hanno un altro nome, ovvero sruti. Il termine sruti significa "audizione", ciò che si ascolta, ciò che è affidato all'ascolto, e non è un caso che i Veda, attraverso i secoli e fino ai nostri giorni, siano stati trasmessi in gran parte per via orale. Questo merita di essere preso in attenta considerazione. L'India è da lunghissimo tempo, almeno dalla fine dei tempi vedici, una civiltà basata sulla scrittura. L'India antica, infatti, conosceva e utilizzava la scrittura, ma, ben presto, la scrittura venne in un certo senso relegata a usi pratici, amministrativi o politici, e i Veda, come d'altra parte tutti i testi ai quali si attribuiva grande importanza spirituale, furono invece affidati essenzialmente alla tradizione orale, alla memoria.
Ora, nella trasmissione orale dei Veda vi è un'attenzione particolare all'aspetto sonoro del sapere. La sonorità, il fatto che si abbia a che fare con dei suoni, è un tratto essenziale dei Veda. Nei testi vedici infatti, c'è un invito costante a meditare su ciò che sono le parole, in quanto pronunciate, sulla parola detta, sulle sillabe e i suoni, in quanto materia indistruttibile della parola e, si potrebbe aggiungere, dell'universo stesso. Quando ho usato il termine lettore, ho fatto dunque allusione alla ricerca moderna, alla scienza moderna dell'indologia. E a questo proposito bisogna notare che non c'è alcun divieto o interdetto concernente la messa per iscritto dei Veda. In India si sono certo moltiplicati da lunghissimo tempo i manoscritti e, da parecchi secoli, anche le edizioni a stampa dei Veda, ma è sempre viva l'idea che i Veda, per essere veramente efficaci, debbano essere imparati a memoria, o meglio debbano costituire una parte essenziale della memoria di colui che li recita.

4 - Professor Malamoud, sull'India e sulla speculazione indiana spesso si hanno delle idee assai confuse. Qual è stata la sorte dei Veda nella storia dell'India?

I Veda rappresentano l'origine della cultura indiana nel senso che le più grandi creazioni di cui va orgogliosa la civiltà indiana procedono in un modo o nell'altro da quel vasto insieme che sono i Veda, che inaugurano la storia intellettuale e spirituale dell'India. I Veda persistono nell'India, nel senso che, fino ai nostri giorni, non si è mai smesso di impararli. I Veda non hanno mai cessato di essere i testi religiosi per eccellenza del Brahmanesimo e dell'Induismo, e ancora oggi uno strato molto esiguo, ma anche molto importante, della società indiana continua a impararli e ne mantiene viva la tradizione. In quello che si chiama Induismo, molte cerimonie religiose, quali quelle nuziali, funebri, o in generale legate ai cicli dell'esistenza sono accompagnate obbligatoriamente dalla recitazione di testi vedici.
Tuttavia, occorre sottolineare che il mondo religioso cantato nei Veda non è lo stesso di quello che ha nei Veda la sua origine, ovvero il mondo della religione brahmanica e indù. La religione vedica comportava un pantheon, un insieme di dèi, un insieme di concetti, una dottrina concernente i riti e le speculazioni, che si è progressivamente modificata, trasformata, spesso assai profondamente. Infatti, attualmente la religione indù, che si è costituita nei secoli immediatamente precedenti l'inizio della nostra era, è, sotto molti aspetti, differente dalla religione vedica. Tuttavia non c'è mai stata rottura, non c'è mai stato in verità un movimento di riforma, e nell'affermare ciò lascio da parte, beninteso, il Buddhismo e il Jainismo, religioni e sistemi di pensiero che fanno storia a sè, che non rientrano nel campo dell'Induismo, benchè abbiano con esso rapporti evidentemente assai stretti.
Per meglio chiarire le differenze sussistenti tra religione vedica e Induismo è possibile portare a esempio una facile constatazione: la religione vedica è una religione senza immagini, gli dèi di cui parla sono privi di effigi, essa è dunque una religione senza idoli. Al contrario, la religione indù, di cui è possibile seguire la storia dal III o IV secolo a.C., dà un posto centrale al culto delle immagini, dal che si deduce quanto la concezione della divinità sia del tutto diversa nel Vedismo e nell'Induismo post-vedico. In quest'ultimo, poi, fanno la loro comparsa nuovi testi, che non appartengono che all'Induismo e ne costituiscono un elemento essenziale, quali, per esempio, le grandi epopee del Mahabharata e dei Purana, che sono largamente post-vediche e che parlano di una religione in gran parte diversa, ma che, tuttavia, spesso si richiama ai Veda. D'altra parte i Veda propongono una religione che non ha templi e che, generalmente, è estranea a tutto ciò che è fissazione in un luogo, a tutto ciò che è territorialità. Inversamente l'Induismo non è concepibile senza santuari e senza grandi templi, che rappresentano il mondo della spazialità religiosa.
Ma soprattutto vorrei far notare che, se i testi dei Veda si sono conservati in un modo che agli occhi degli occidentali ha qualcosa di prodigioso, è perché degli uomini per millenni hanno saputo preservare, mediante la trasmissione orale, migliaia e migliaia di versi, di strofe, di testi in prosa, straordinariamente difficili. Tuttavia, anche se è vero che ancora ai giorni nostri è possibile trovare degli uomini capaci di recitare per intere giornate i testi vedici, non soltanto nel loro ordine di successione, ma talora all'inverso e mediante complicatissime e arbitrarie combinazioni di frasi, e se è vero che conosciamo il testo vedico fin nei minimi particolari della sua pronuncia, dobbiamo anche constatare che la comprensione del contenuto dei testi vedici si è in gran parte smarrita. Infatti si è continuato a tramandare i testi senza veramente comprenderli. A riprova di questa situazione si può addurre il fatto che nel corso dei secoli sono sorti in India trattati di fonetica che spiegano come devono essere pronunciati i Veda, in ossequio alla tradizione, mentre dall'altra parte sono stati fatti dei commenti letterali dei testi vedici, che spiegano il significato di ogni termine, spesso in un modo che oggi giudichiamo erroneo o non soddisfacente, soltanto nel XIV secolo d.C., cioè assai tardi.
I Veda quindi, una volta passato il periodo propriamente vedico, durante il quale erano dei testi vivi, applicati nel rito e nella meditazione sul rito, non sono stati più capiti e la comprensione ha avuto una sorta di rinascita solo nel momento in cui l'Occidente ha riscoperto questi testi, vi si è interessato e ha costituito quel sapere indologico, che, dall'inizio del XIX secolo, si è, del resto, considerevolmente arricchito dei contributi di ricercatori indiani, che combinavano il sapere tradizionale con le tecniche di ricerca occidentali. La scienza o il sapere sui Veda, è il frutto oggi, di uno sforzo combinato di filologi e linguisti occidentali e di pandit, o studiosi, indiani, che si sono messi, a loro volta, a riflettere su ciò che da sempre sapevano.

5 - Professor Malamoud, i Veda ci riportano costantemente alle origini, ma si può pensare anche che nei Veda sia formulata una dottrina del tempo?

I Veda non soltanto sono all'origine della cultura indiana, ma parlano continuamente delle origini, o meglio parlano di ciò che era in principio. Ne consegue che, parlando del principio, ci orientino verso ciò che potrebbe essere uno svolgimento che avesse come punto di partenza quell'origine. D'altra parte la composizione stessa dei Veda si è estesa assai nel tempo, coprendo circa un millennio, per cui ben si comprende come mai i Brahmana, a esempio, possano contenere dei commenti a testi più antichi, quali il Rgveda. Tutto ciò implica dunque un prima e un poi. E nonostante questo, c'è nei Veda una dottrina del tempo che rappresenta un rifiuto del tempo lineare e che consiste nella ricerca dell'origine, in una meditazione sull'origine, ma che è al tempo stesso uno sforzo per ricreare costantemente l'origine e abolire il vettore temporale. Sebbene non vi manchi la coscienza del flusso temporale, vi è al contempo un evidente sforzo teorico teso a ricollocare continuamente l'origine in una sorta di presente.
La tradizione indiana, appoggiandosi su elementi formulati dai Veda stessi, ritiene che questi non siano stati composti veramente nel tempo. Sono gli storici, i filologi, gli uomini che si pongono fuori del sistema religioso, che dicono che i Veda hanno cominciato a essere composti da una certa data, per essere conclusi verso la metà del primo millennio a.C.. Per i pensatori vedici, infatti, vi è una sorta di acronia dei Veda, secondo la quale non soltanto i Veda non sono stati composti a poco a poco, ma non sono stati composti affatto, in quanto eterni e increati. A partire da questo punto di vista, gli uomini cui si attribuisce la paternità di una parte o di un'altra dei Veda - quali, per esempio, gli Atharvan, gli "autori" dell'Atharvaveda - sono considerati dalla tradizione come dei rsi, o veggenti, che hanno avuto la rivelazione dei testi, e non come dei veri creatori. In altre parole, il fatto che dei veggenti abbiano avuto la rivelazione a poco a poco, cioè per frammenti, non rimanda in nessun modo a una cronologia. Per la tradizione, dunque, i Veda sono stati sempre e si presentano, in definitiva, come fuori del tempo. E del resto, proprio perché sono increati, e perché non hanno, in senso proprio, autore, la tradizione indiana pensa che i Veda, puramente e semplicemente, sono. E poiché sono, puramente e semplicemente, non c'è alcuno scarto tra ciò che un autore ha voluto dire e ciò che ha effettivamente detto. Questa mancanza di scarto tra intenzione e realizzazione fa sì che i Veda siano considerati integralmente veri e, almeno in linea di principio, integralmente comprensibili, in quanto si presume non nascondano alcuna intenzione e quindi alcuna differenza tra ciò che si ritiene vogliano dire e ciò che effettivamente dicono.
Tuttavia ciò non significa che sia facile cogliere l'evidenza dei Veda, perché questi, benché integralmente veri e intelligibili, si presentano assai spesso sotto forma di enigmi, sotto forma di combinazioni e concatenamenti di senso, validi ognuno al proprio livello, ma che possono essere colti solo quando si è preso coscienza appunto della molteplicità dei livelli su cui i Veda si sviluppano.
Ora, non soltanto i Veda sono fuori del tempo, ma ritengo anzi che si possa dire che insegnino una sorta di tempo acronico o più precisamente di tempo non lineare. Per ciò che concerne la celebrazione delle origini, i poemi vedici, che assai spesso sono una autocelebrazione, ovvero parlano della parola vedica stessa per esaltarla, ci dicono che le parole dei Veda sono alla ricerca della "Parola originaria". Lo sforzo dei poeti vedici, che attualizzano la rivelazione dei Veda, ci rende sensibile il rapporto che intercorre tra la parola che si monetizza in frasi e discorsi in atto, e la forza originaria di quello che noi chiameremmo il linguaggio e che gli autori vedici chiamano "Parola prima" e che è una forma dell'assoluto.

6 - Che relazione sussiste tra i miti e i riti di fondazione vedici e la concezione del tempo contenuta nei Veda?

I Brahmana, i trattati del sacrificio, parlano dei riti e insegnano che questi sono destinati a riprodurre la costituzione del cosmo. Ora, usando il termine "riprodurre", non intendo dire "dare un'immagine", ma effettivamente "rifare". Secondo la tradizione vedica infatti il mondo costantemente si rifa o, se si preferisce, la costruzione del mondo deve essere costantemente ripresa e l'origine costantemente riattualizzata. Poiché non c'è stata una genesi una volta per tutte, i riti permettono agli uomini di rimettere continuamente in movimento il sistema, lo rta, il buon ordine cosmico. Ora il buon ordine cosmico è l'accordo armonioso dei diversi elementi, in quel tutto che costituisce il cosmo, e gli uomini, celebrando i riti, riattivano la forza che permette alle varie parti di accordarsi armoniosamente nel tutto. I riti, sotto questo aspetto, sono un perenne ricominciamento della costituzione del mondo e sono strettamente legati a un tempo che non scorre, che non passa, ma è fatto di unità, costitutive a loro volte di unità più grandi, che si trovano inserite in unità ancora più grandi, fino a quella più alta, che è la forma di un cerchio, che eternamente ritorna.
Secondo la tradizione vedica, dunque, occorre rimettere in moto l'alternanza dei giorni e delle notti con i riti quotidiani, l'alternanza delle quindicine chiare e delle quindicine scure e viceversa, con i riti concernenti le fasi lunari, i riti cioè legati a quel movimento per cui si va dalla luna nuova alla luna piena e dalla luna piena alla luna nuova, e l'alternanza delle stagione con i riti celebrati nei momenti di passaggio da un periodo all'altro. Tuttavia i riti più grandiosi, più importanti, sono quelli della totalità dell'anno, la cui funzione esplicita è quella di creare l'anno stesso. Il corpo del creatore, che, secondo i testi, nel tempo della genesi, si è sparpagliato in modo da costituire gli elementi che formano il cosmo, è ricostituito in occasione di un rito particolarmente complesso e carico di simboli, ma che in ultima analisi si riduce alla ricostruzione di un edificio di mattoni, dove i diversi mattoni rappresentano i momenti del tempo, i vari accostamenti dei mattoni rappresentano gli elementi della durata e la totalità dell'edificio rappresenta l'anno. Ora, l'anno è fatto di rtu, cioè di stagioni, e personalmente sono convinto del fatto che la parola rtu derivi dalla stessa radice r, che, modificata, dà origine al termine rta, o cosmo, e che dunque l'articolazione del tempo, il passaggio da un tempo a un altro, sia l'articolazione essenziale del cosmo. Il cosmo è innanzi tutto rotazione del tempo e ha la sua realtà sensibile nel ritorno dei giorni e delle stagioni che si completano nel cerchio dell'anno.
Questa è dunque la concezione vedica del tempo: ovvero un tempo acronico, perché fondato sul ritorno, senza degradazione né evoluzione, e in ogni caso senza un cambiamento determinato dalla successione irreversibile delle unità temporali. Ma d'altra parte, se si vuol cogliere la concezione di un tempo acronico, bisogna insistere sul fatto che la genesi, che farebbe pensare a un inizio assoluto cui seguirebbe un tempo articolato in una durata e suscettibile forse di essere diviso in ere successive, è un'idea estranea ai Veda, mentre è molto importante nella concezione indù. La genesi vedica in effetti si impegna a sconcertarci, se immaginiamo una successione temporale, perché ci mette davanti a un genitore, che si disfà e che ha bisogno di essere continuamente rifatto, sicché la genesi è fin dall'inizio la storia di questo rifacimento. D'altra parte dai Veda apprendiamo che gli dei stessi sono stati creati ma che danno origine a genealogie reversibili. Ci viene detto, per esempio, che un dio ne ha generato un altro e che quindi ne è il padre, ma nella strofa successiva dello stesso poema, si afferma che quello che era il figlio adesso è il padre, sicché troviamo sempre non solo genealogie reversibili, ma anche sequenze temporali reversibili.
Una preoccupazione costante del pensiero vedico è rompere l'idea di un tempo che scorre in modo storico o gravido di storia. Ciò non toglie che all'interno dei Veda ci siano miti di origine dove si stabilisce un prima e un poi. Ma quello che caratterizza la speculazione indiana è che ogni volta che viene introdotta la nozione di prima e di poi, un indice mostra che ciò non comporta una cronologia coerente e che quelle sequenze temporali sono frammenti oscillanti in un tempo non orientato.

7 - Professor Malamoud, è vero che i riti vedici costituiscono una parte non secondaria della speculazione vedica?

I riti occupano un posto importante non soltanto nei Veda ma in tutta la religione vedica. E' vero che nella concezione ordinaria che si ha della religione, i riti appaiono come qualcosa di fattuale, di materiale e in fin dei conti meccanico, poiché chi li celebra fa dei gesti, recita delle parole, ma non si può essere certi che sappia esattamente quello che sta facendo. Tuttavia personalmente non credo che questo criterio possa essere applicato alla religione vedica, poiché in questa il rituale riveste una parte molto importante, come si evince dal fatto che sono stati composti interi trattati di liturgia, mentre non esistono, all'interno dei Veda, trattati o anche semplicemente cataloghi di miti. I trattati di liturgia, i trattati del sacrificio sono così importanti perché è sul rito che si basa il pensiero speculativo vedico e forse proprio in questo consiste l'originalità dell'India antica.
Sebbene all'interno della tradizione vedica gli dèi abbiano sicuramente un ruolo importante e vi sia un pantheon ben strutturato e cicli mitologici complessi, tuttavia si manifesta l'idea che gli dèi siano esseri senza personalità stabile, che tendono a fondersi gli uni con gli altri, tanto più che anche nei Veda più antichi compare una sorta di critica delle divinità. Occorre infatti tener presente che nei Veda le divinità non sono immortali, se non in quanto si sono procurate da loro il mezzo per la conquista del cielo. Ora tale mezzo non consiste altro che nel sacrificio, e spesso si parla di una sorta di rivalità tra dèi e uomini, per sapere chi tra loro reggerà sul sacrificio.
D'altra parte, mentre molti inni sono consacrati all'esaltazione della potenza divina e al racconto delle grandi imprese degli dèi, si assiste al tempo stesso a una specie di svalutazione degli dèi, nel senso che ciò che è veramente esaltato nei Veda è la parola vedica stessa. La parola vedica infatti trascende il mondo intero ed è superiore anche agli dèi. Inoltre si assiste a un'autofondazione dell'efficacia del rito, infatti, almeno nelle parti più recenti dei Veda, si intravede l'idea, che sarà poi dominante nella filosofia della Mimamsa, secondo la quale gli dèi sarebbero necessari soltanto a titolo di elementi subordinati al rito. Al limite si potrebbe dire che, secondo tale idea, da un lato il rito genera gli dèi, ma dall'altro il rito stesso non sarebbe completo se gli dèi non ci fossero. In altri termini, ci vuole un complemento di attribuzione al dativo per il verbo che significa "fare un'offerta". Ma questa svalutazione degli dèi, che è una procedura complessa e d'altronde non generalizzabile, si accompagna in tutti i casi a una riflessione straordinariamente approfondita sull'organizzazione degli atti rituali. In tal modo l'atto rituale, a causa della sua complessità e della sua purezza, assurge, in ultima analisi, a modello dell'atto in generale.
Si arriva così all'idea centrale di quella che si potrebbe definire l'antropologia vedica. Ora l'uomo è di tutti i viventi il solo che sia al tempo stesso suscettibile di essere vittima sacrificale e sacrificatore. Movendo da questa definizione è possibile rendersi conto di come, al centro del pensiero sul rito, si collochi il pensiero sulla riflessività. Che cosa è l'uomo? Nei Veda l'uomo non è, come in Aristotele, l'animale razionale, o l'animale che parla, o l'animale politico, ma è piuttosto l'essere che ha questa doppia capacità di essere vittima e sacrificatore.

8 - Esiste un rapporto diretto tra la ritualità vedica e la nascita del pensiero astratto?

Lo sforzo speculativo prodigioso che fecero gli autori vedici per pensare il rito, segna in India la nascita del pensiero, se non razionale, almeno autenticamente astratto. In altre culture il pensiero astratto ha preso come punto di partenza e come terreno di esperienza la natura. In India invece il pensiero astratto, classificatorio e raziocinante, si è costituito a partire da quella materia che erano i dati del rito. In effetti fu perché si rifletté sul rito che ci si cominciò a interrogare seriamente e approfonditamente sulla parte e sul tutto, a partire dal fatto che un determinato rito si scomponeva in elementi mobili, che potevano prestarsi a essere variamente connessi. Muovendo dalla riflessione sul rito, ci si impegnò anche in una interrogazione sui rapporti tra ciò che è principale e ciò che è secondario, tra il prototipo e le diverse copie dello stesso prototipo. E fu sempre il rito che suscitò una profonda riflessione sull'unicità dell'atto e sulle diverse forme della ripetizione, intendendo come buona la ripetizione feconda e come cattiva quella che era mera ridondanza.
Ecco dunque perché quando si studiano i Veda si è indotti ad annettere tanta importanza ai precetti rituali, nei quali, malgrado il loro dogmatismo, o forse a causa proprio del loro dogmatismo, si trova l'avvio ai più complessi sviluppi del pensiero speculativo; in altre parole vengono qui apprestati gli strumenti di ciò che potrebbe diventare un pensiero logico e scientifico. D'altra parte bisogna dire anche che la riflessione sul rito non sempre, ma spesso, consistette nell'elaborare corrispondenze tra le parole, che dovevano essere pronunciate in occasione del rito, e i gesti che dovevano essere compiuti. La ricerca di quelle corrispondenze, di quelle relazioni, fu anche occasione di esegesi e prese spesso l'andamento di affermazioni che, per la loro arditezza, trovarono in molti casi accenti di grande poesia.
Ecco perché bisogna prestare molta attenzione ai riti, quando si studia l'India. Evidentemente gli dèi passano certe volte in secondo piano e ci si può domandare se dietro l'insistenza, dietro il piacere con cui gli autori vedici parlano dei riti, gli dèi non facciano in fin dei conti la figura degli importuni. Ci sono infatti molti passaggi che ci presentano gli dèi nella loro molteplicità e nelle imperfezioni che li caratterizzano, come una specie di schermo o, addirittura di ostacolo, che si pone tra lo sforzo al tempo stesso poetico, rituale e mistico dell'uomo e l'unità originaria, verso cui tende la parola poetica.


Abstract

L'antica civiltà dell'Indo ci è assai poco nota, i Veda rappresentano invece secondo Charles Malamoud l'inizio della tradizione indiana, anche se mancano riferimenti esterni per un'analisi storica di questa raccolta testuale. Malamoud descrive quindi la struttura dei Veda per ordine cronologico (1), facendo anche alcuni cenni ai Brahamana, Aranyaka e alle Upanisad, testi che non appartengono ai Veda propriamente detti (2). Malamoud spiega come i Veda raccolgano il "sapere sacro" dell'induismo e come devono essere letti; Malamoud ricorda l'importanza che la cultura indiana dà alla sonorità della parola e alla memoria, nonostante l'India conosca la scrittura da tempi antichissimi (3). Il Veda è all'origine della cultura indiana; Malamoud distingue tra religione vedica ed indù, la prima senza immagini e non fissata ad una territorialità, la seconda ricca di divinità e strettamente connessa alla spazialità religiosa del tempio; i testi vedici sono stati conservati attraverso uno sforzo prodigioso di memorizzazione e trasmissione orale, ma nel corso dei secoli se ne sarebbe in gran parte smarrita la comprensione, rifiorita a partire dalla riscoperta occidentale e filologica di questa tradizione (4). Nel Veda si ha anche una riflessione sul tema dell'origine basata sul rifiuto del tempo lineare, nella collocazione acronica in una sorta di presente eterno, in cui la verità è rivelata ai profeti per frammenti; si tratta della parola originaria che è forma dell'assoluto e che permette di riordinare il cosmo, rinsaldato nella sua armonia attraverso il rito(5); la concezione del tempo cosmico rimanda alla rotazione e al ritorno circolare, perciò anche le genealogie degli dei risultano reversibili e le sequenze temporali sono in realtà frammenti di un tempo non orientato (6). I riti hanno una funzione fondamentale nel Veda e nella religione vedica: è il rito stesso, in un certo senso, che genera gli dei. Malamoud spiega le conseguenze di questa visione sulla concezione dell'uomo, unico ad essare sia vittima sacrificale che sacrificatore (7). Dagli aspetti logico-speculativi di una tale riflessione sul rito prende le mosse lo stesso pensiero astratto indiano (8); al fine di mostrare l'intreccio tra la riflessione sul rito, sugli dei e sulla parola (solo in parte esplicita ed intellegibile, il che fonda il privilegio della classe dei Brahmani, detentori del segreto e delle parti occulte del linguaggio), Malamoud illustra un passaggio dei Brahmana sul sacrificio del soma una pianta allucinogena il cui succo viene offerto agli dei all'interno di un rito carico di valenze simboliche (9).


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Biografia di Charles Malamoud

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