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Interviste

Richard Lewontin

Critica al riduzionismo genetico

2/6/1992
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Lei disse in occasione di una conferenza, e cioè che mentre per secoli i naturalisti si sono stupiti davanti alla varietà delle forme di vita, negli ultimi quaranta, cinquanta anni ci si è invece stupiti molto e si è riflettuto molto sul fatto che il sistema della vita è piuttosto semplice ed è uguale sia negli animali microscopici sia negli organismi pluricellulari più grandi e complessi. A cosa è dovuto, secondo Lei, questo cambiamento di atteggiamento? (1 - 2)

 Prima Lei ha detto che molti biologi ritengono che con il DNA si sia raggiunto il fondamento universale e ha citato le parole di Brenner secondo le quali, disponendo di un computer molto potente, è possibile determinare, a partire dal DNA, gli organismi che ne deriveranno. Quali sono i motivi delle sue obiezioni a questa idea? (3)

 Potremmo quindi dire che il programma genetico stabilisce che, in quanto essere umano, avrò un cervello suddiviso in due emisferi e ciascun emisfero sarà composto da centinaia di milioni di milioni di cellule. Ma il modo esatto in cui una cellula si collega all'altra, il modo in cui viene stabilito il circuito è probabilmente, come accennava Lei, il risultato di eventi epigenetici, ossia di eventi che si verificano nel corso dello sviluppo. (4)

Professor Lewontin, come mai si è arrivati a pensare che nel DNA si nasconda addirittura l'essenza dell'essere umano? Cos'è il DNA, cosa sono i geni? (5)

Perciò, secondo Lei, l'affermazione secondo cui il DNA si replica da sé e quella secondo cui il DNA produce le proteine invece di essere semplicemente l'informazione necessaria per la produzione di quelle è di per sé un'interpretazione ideologica del DNA? (6)

Le metafore impiegate per descrivere il cervello, che naturalmente è un'entità superiore, l'organo superiore del nostro corpo, sono ora quella di una macchina a vapore, ora quella di un centralino telefonico, ora quella di un computer. Quindi, negli ultimi centocinquant'anni abbiamo avuto un'idea di macchina. (7)

Quello che Lei dice si riallaccia a un recente discorso di Ernest, secondo cui lo sviluppo della biologia ci costringerà a un ripensamento su certe questioni classiche della filosofia della scienza. (8)

1- Vorrei cominciare da qualcosa che, se ben ricordo, Lei disse in occasione di una conferenza, e cioè che mentre per secoli i naturalisti si sono stupiti davanti alla varietà delle forme di vita, negli ultimi quaranta, cinquanta anni ci si è invece stupiti molto e si è riflettuto molto sul fatto che il sistema della vita è piuttosto semplice ed è uguale sia negli animali microscopici sia negli organismi pluricellulari più grandi e complessi. A cosa è dovuto, secondo Lei, questo cambiamento di atteggiamento?

A mio avviso c'entra l'atteggiamento reverenziale nei confronti della fisica. Con questo voglio dire che secondo me i biologi sono affetti da qualcosa che si potrebbe definire invidia della fisica. Il modello dell'essenza di una scienza è la fisica, e non semplicmente la fisica in generale, non la fisica degli oggetti piccoli, bensì la fisica degli oggetti infinitamente grandi e di quelli infinitamente piccoli. E questi presentano delle regolarità, delle regolarità universali semplici. Di qui un'inclinazione per l'universale. Non si può fare scienza sul serio se non si è in grado di capire gli universali del mondo. Il particolare sembra poco interessante. I biologi si sono messi in testa che l'aspetto interessante della scienza è costituito dagli universali, e naturalmente il problema in biologia è che gli universali non esistono. Il codice genetico non è universale, le leggi di Mendel non sono universali. L'unico universale di cui disponiamo attualmente è che tutta la vita proviene dalla vita e, poiché un tempo ciò non era vero, si tratta di una constatazione storica contingente. Se non lo fosse stato non saremmo qui. I biologi hanno un'inclinazione per l'universale, ma i fenomeni biologici continuano a presentare la stessa varietà di sempre. E allora cos'è successo? E' successo che il denaro, il prestigio e l'ambizione hanno spinto verso quegli aspetti del mondo della biologia che sono più generali che sembrano coprire il territorio più vasto e il fatto è che gli organismi particolari vengono considerati solo come una sorta di nesso tra tre o quattro fenomeni universali che danno luogo al particolare. Quali sono, allora, gli universali che esercitano un fascino così grande? Uno è la convinzione secondo cui ogni aspetto degli organismi è insito nei loro geni e che gli organismi sono prodotti esclusivamente dai loro geni. Un altro è l'idea che la base molecolare dell'eredità è il codice DNA e che perciò, se arriviamo a comprendere il DNA, comprendiamo i geni, e se comprendiamo i geni comprendiamo anche l'individuo, fino ad arrivare ad affermare, come ha fatto Sydney Brenner a Cambridge durante la commemorazione del centenario della morte di Darwin, quando ha detto: «Se avessi a disposizione un computer abbastanza grande e la sequenza completa del DNA di un organismo, riuscirei ad elaborare quell'organismo». Quest'idea, secondo cui tutto quello che esiste al mondo è contenuto nel DNA, fa parte del dogma della biologia moderna e, secondo me, ha a che fare sia col desiderio di determinare le cose in maniera semplice sia col desiderio dei biologi di arrivare a un fenomeno universale, a una sostanza universale, a qualcosa che sia la base di tutto, proprio come la base particellare della fisica. Ripeto, i fisici hanno cercato la particella base, sono partiti dalle molecole e dalle molecole sono arrivati agli atomi, e dagli atomi ai nuclei, e dai nuclei ai nucleoni, e dai nucleoni ai quark e Dio solo sa dove andranno a finire. Così anche i biologi si sono spinti verso elementi sempre più piccoli. Hanno cominciato dagli organismi e poi, quando la teoria cellulare è diventata importante, tutto ha cominciato a ruotare intorno alla cellula: tutti gli organismi erano costituiti da cellule ed era possibile interpretare tutti gli organismi solo come delle ricombinazioni di diversi tipi di cellule. Poi hanno guardato dentro la cellula e hanno detto che la cellula era costituita da poche parti elementari: il nucleo, i mitocondri, l'apparato del Golgi e così via. Poi hanno guardato dentro questi e hanno scoperto un'altra base: i geni, il DNA. Questo modo di procedere fa parte del desiderio schiettamente ideologico di trovare la base di tutto, l'elemento basilare su cui si fonda il mondo intero. E secondo me i biologi hanno mutuato questo desiderio dalla fisica.

 

2 -  Lo si potrebbe addirittura definire un bisogno, a seconda dei casi determinato biologicamente o ideologicamante, di trovare una soluzione facile, di semplificare le cose.

Non vi è dubbio che si tratti di un atteggiamento ideologico determinato storicamente. In fondo, fino a tre, quattro, cinquecento anni fa in Europa ce la si poteva cavare dicendo che le cose non avevano una causa, che Dio le voleva così e basta, che i miracoli avvenivano davvero, che le cose potevano essere trasformate in altre cose, che i vivi potevano diventare morti e i morti vivi. Il concetto di semplicità razionale e della suddivisione del mondo in particelle basilari molto semplici è una tendenza storica recente, e spiega il desiderio umano di avere spiegazioni semplici - anche se io proprio non capisco cosa significa "semplice". E’ una spiegazione "semplice" del mondo dire che quello che c'è è così perché Dio vuole che sia così? Immagino che si possa definire semplice una spiegazione del genere. Invece a me sembra alquanto complessa. Secondo me, per semplificare le spiegazioni non bisogna ricercare un qualche desiderio umano universale. Vero è che di frequente gli esseri umani sono affascinati dalle cose più complesse possibili. Basta pensare alla popolarità che i quadri di Hieronymus Bosch hanno ai nostri giorni. Perché questo tipo di pittura è popolare? Con tutte quelle migliaia di figurine, ognuna occupata a fare una cosa diversa? Il fascino del dettaglio e della complessità sta fianco a fianco al desiderio di semplicità. Credo che sia un fenomeno determinato dalla storia, dalla cultura e dal ceto sociale.

 

3 -  Prima Lei ha detto che molti biologi ritengono che con il DNA si sia raggiunto il fondamento universale e ha citato le parole di Brenner secondo le quali, disponendo di un computer molto potente, è possibile determinare, a partire dal DNA, gli organismi che ne deriveranno. Quali sono i motivi delle sue obiezioni a questa idea?

Si dà il caso che gli organismi non si formino così. O, per meglio dire, anche se avessi la sequenza completa del DNA di un organismo, se non conoscessi la sequenza degli ambienti in cui l'organismo si sviluppa, non potrei sapere quale aspetto avrebbe quell'organismo. Se, per esempio, si prendono dei moscerini della frutta geneticamente identici e li si fa crescere a temperature diverse avranno dimensioni diverse, diversa forma degli occhi, un numero di peli diversi. Avranno caratteristiche completamente diverse anche se i loro geni sono identici. Ma le cose sono ancora più complesse, dal momento che, anche se l'ambiente in cui vivono due organismi è identico e i geni sono identici, non per questo lo saranno anche gli organismi. Per esempio, i gemelli umani monozigotici non hanno le stesse impronte digitali. Invero, le impronte digitali della nostra mano sinistra non sono uguali a quelle della mano destra. Ebbene, perché non sono uguali? I geni della mano sinistra sono uguali a quelli della mano destra. In qualsiasi senso prendiamo la parola ambiente, l'ambiente in cui si è sviluppata la nostra mano sinistra, l'utero di nostra madre, era lo stesso in cui si è sviluppata la mano destra, eppure ci sono differenze tra sinistra e destra. Ogni organismo simmetrico non è perfettamente simmetrico. Ogni gatto ha un numero diverso di vibrisse sui due lati, ogni moscerino della frutta ha un'ala leggermente diversa dell'altra. Qual è la causa di questa variazione? Durante lo sviluppo di un organismo probabilmente accade qualcosa a livello di movimenti evolutivi casuali, divisioni di cellule che si verificano per caso, su un lato piuttosto che sull'altro, e che non sono determinati né dai geni né dall'ambiente nell'accezione comune del termine, ma che incidono in maniera rilevante sull'aspetto finale dell'organismo. Questo fatto potrebbe essere molto importante nella spiegazione delle differenze dello sviluppo mentale e delle capacità cognitive tra gli individui. Sono sicuro al cento per cento che anche se avessi imparato a suonare il violino all'età di due anni, non sarei in grado di suonare come Salvatore Accardo: sarebbe semplicemente impossibile. Questo però non dimostra che i suoi geni siano diversi dai miei, perché non sappiamo quanto la crescita casuale dei neuroni incida sullo sviluppo del cervello. I suoi collegamenti cerebrali sono diversi dai miei, ma forse questo non è dovuto al fatto che i suoi geni sono diversi dai miei, e neanche al fatto che è stato allevato in modo diverso. Può darsi che fin dalla nascita i nostri collegamenti neurali foossero diversi, ma non a causa di differenze genetiche, bensì degli schemi di crescita causali dei neuroni. Come senz'altro saprà, esiste oggi una teoria dello sviluppo del cervello legata all'idea che i neuroni crescono secondo una sorta di schema casuale e che alcuni vengono selezionati dall'esperienza e altri no. Quindi, ciò che si chiama il «rumore di crescita» potrebbe essere una causa molto importante per quanto riguarda la variazione tra gli organismi e, fatto curioso, non è né di natura genetica né di natura ambientale.

 

4  - Potremmo quindi dire che il programma genetico stabilisce che, in quanto essere umano, avrò un cervello suddiviso in due emisferi e ciascun emisfero sarà composto da centinaia di milioni di milioni di cellule. Ma il modo esatto in cui una cellula si collega all'altra, il modo in cui viene stabilito il circuito è probabilmente, come accennava Lei, il risultato di eventi epigenetici, ossia di eventi che si verificano nel corso dello sviluppo.

Il problema è che in realtà non sappiamo quali aspetti sono, per così dire, determinati dai geni. Non c'è dubbio che uno scimpanzè non apparirà mai alla televisione italiana impegnato in quello che stiamo facendo noi due in questo momento, perché i geni di uno scimpanzè non lo permettono, e questo è chiaro. Per contro, non possiamo essere più precisi di così, non possiamo dire quali sono i limiti e le caratteristiche delle possibilità date dai geni. Sicuramente incidono in qualche modo, ma è tutto quello che so. Nessuno è in grado di dirmi quali geni impediscono allo scimpanzè di dedicarsi alla filosofia, anche se forse un giorno qualche esemplare riuscirà a farlo. E' questo il problema. Il problema sta nel fatto che tra le diverse specie ci sono differenze importanti, per esempio tra ciò che possono e non possono fare. Per quanto io possa agitare forte le mani, non riesco a volare, però volo lo stesso. L'anno scorso ho volato fino in Italia, però per farlo uso una parte diversa del mio corpo, il mio cervello, che permette a me o alla mia specie di inventare gli aerei, il carburante, gli aeroporti, i governi, eccetera. E così, anche se mi impediscono di volare muovendo le braccia, i miei geni mi permettono di volare in un altro modo, per mezzo delle interazioni sociali. Naturalmente a volare non è la società; affermare questo sarebbe un errore filosofico. Gli individui volano, mentre la società non può farlo. Così gli individui sono in grado di negare le evidenti limitazioni imposte dai geni ricorrendo ad altri meccanismi ancora. Quindi, a mio avviso, se prima non facciamo qualche tentativo non siamo pronti a stabilire cosa è impossibile per ciascun organismo.

5  - Professor Lewontin, come mai si è arrivati a pensare che nel DNA si nasconda addirittura l'essenza dell'essere umano? Cos'è il DNA, cosa sono i geni?

Dobbiamo chiederci cosa sono i geni, di che cosa sono fatti realmente, in senso materiale. In ognuna delle nostre cellule ci sono due copie di una molecola chimica lunghissima, chiamata DNA. Una di queste copie l'abbiamo ricevuta da nostra madre, e l'altra da nostro padre. Si tratta di una molecola estremamente lunga costituita da basi distinte. Ogni base può essere di uno di questi quattro tipi: adenina, guanina, citosina e timina, che vengono di solito abbreviate rispettivamente con A, G, C e T. Questi quattro tipi, dunque, sono allineati in una lunga fila, da un'estremità all'altra ce ne sono ben tre miliardi. Quindi, il DNA è come una lunga parola senza senso che suona AGGCTAAAGTC, e così via sino alla fine. Ebbene, questo lungo codice, come si chiama, viene tradotto dal meccanismo della cellula in tutte le componenti della cellula stessa, in tutte le proteine e nelle altre componenti della cellula. Viene tradotto nel seguente modo: il codice di AGCTTT eccetera si legge tre basi alla volta, AGT - CTA - TAA, in terne che non si sovrappongono. Quindi le prime tre, poi le successive tre e poi ancora le successive tre. Ciascuna di queste terne viene poi decifrata dalla cellula, con un sistema simile a quello di una macchina, in uno dei venti diversi aminoacidi che sono legati l'uno all'altro a formare le nostre proteine. Quindi, una proteina è una lunga molecola composta da una stringa di aminoacidi, i quali sono di venti tipi diversi, e ciascuno di questi aminoacidi è cifrato da una delle terne di basi AGT - CTA, eccetera. Il meccanismo di questa decodificazione è già contenuto nella cellula-ovulo che viene fecondato dallo spermatozoo all'inizio della vita. Questo significa che il DNA non può essere trasformato in informazioni sulle proteine, a meno che non esistano già le proteine che rendano possibile questa trasformazione. Di per sé, il DNA non ha alcuna capacità di informazione, può essere letto soltanto da un meccanismo preesistente. Perciò, quello che ereditiamo dai nostri genitori è una cellula che contiene tutto il meccanismo di decodificazione, l'intero meccanismo di produzione. Questo meccanismo legge il DNA tre basi per volta e poi, basandosi su queste informazioni, fabbrica le proteine di cui siamo fatti. Il DNA è come un progetto esecutivo e il meccanismo somiglia ai macchinari di una fabbrica dove gli operai prendono la materia prima, leggono il progetto esecutivo e poi dispongono la materia prima in una particolare maniera, realizzando il prodotto. Spesso si dice che il DNA si replica da sé, ossia che Lei e io riceviamo una copia del nostro DNA da un genitore e una copia dall'altro, ma nel nostro corpo ci sono milioni di cellule, e ognuna di queste cellule possiede una copia del DNA. Da qualche parte la copia che abbiamo ricevuto dai nostri genitori è stata duplicata affinché ce ne fosse una in ogni cellula del nostro corpo. Poi, naturalmente, quando produco lo sperma, metto il DNA in tutti quei milioni e milioni di spermatozoi. Quindi deve essere possibile fare delle copie, dal momento che miliardi di copie del DNA vengono fatte in ciascun individuo. Com'è possibile? A volte si dice che il DNA si replica da sé perché, partendo da un'unica copia, vengono prodotte moltissime altre copie, ma questo non è vero. Il DNA non può replicarsi da sé. Nessuna molecola può replicare se stessa. Il DNA viene prodotto. Viene copiato del meccanismo della cellula nello stesso modo in cui questo produce le proteine leggendo il DNA; leggendo il DNA, il macchinario della cellula produce altro DNA. Quando si invia una foto al laboratorio per farla duplicare, per prima cosa fanno un negativo di quella foto e poi utilizzano il negativo per fare delle nuove copie. Ma non diremmo mai che il laboratorio è un posto in cui le foto si duplicano da sé. Per il nostro corpo vale la stessa identica cosa. Riceviamo un'immagine, la stringa di DNA, dai nostri genitori, poi c'è un laboratorio che produce nuove copie di quel DNA dal vecchio DNA, e più che replicarsi il DNA viene copiato. Niente può replicarsi da sé. Forse può farlo una cellula perché è dotata di tutto il macchinario, ma un organismo intero non ne è di certo capace. Insomma, non possiamo realizzare un altro organismo tutto da soli.

6 -  Perciò, secondo Lei, l'affermazione secondo cui il DNA si replica da sé e quella secondo cui il DNA produce le proteine invece di essere semplicemente l'informazione necessaria per la produzione di quelle è di per sé un'interpretazione ideologica del DNA?

La concezione che vuole questa molecola capace di autoprodursi e di produrre qualsiasi le attribuisce un potere prodigioso e mistico che in realtà non possiede. E' un esempio della fede nella superiorità dell'elemento mentale rispetto a quello fisico e della convinzione che il lavoro mentale sia superiore a quello fisico. Quindi, il DNA è il progetto esecutivo e in un certo senso è superiore al macchinario ordinario del corpo che si limita a produrre quantità ulteriori. Ma il punto è che il DNA dipende totalmente dal macchinario di questa cellula per moltiplicarsi e per fare qualsiasi altra cosa. Ho riflettuto su questo problema in rapporto alla visione riduzionistica contrapposta a quella olistica o alle visioni dialettiche. Pensi a parole come "organismo" e "organico", che etimologicamente contengono l'idea del "messo insieme", per così dire. Non mi stancherò mai di dire che la metafora più efficace e più esplicita della biologia moderna è quella dell'orologio che si trova nella quinta parte del Discourse di Cartesio, dove egli propone un'idea che è l'esatto contrario di quello che si sosteneva comunemente, ossia che se si fa a pezzi un oggetto lo si distrugge. Al contrario, secondo la metafora dell'orologio, lo si può smontare completamente conservando tutte le sue parti. Ebbene, non so se questo concetto derivi dalla fisica o da dove, e, in quanto filosofo, lei ne sa più di me a proposito di questo indirizzo ideologico generale che propende per un atteggiamento riduzionista, anatomico nei confronti del mondo, secondo cui, cioè, sarebbe possibile ridurre il mondo in pezzettini minuscoli e capire ogni sua minima parte. Dopo tutto, prima di questa metafora dell'orologio, vedevamo il mondo come un organismo piuttosto che come un orologio, e avevamo la metafora del mondo come organismo. E oggi ci capita di ritornare a quella metafora, per esempio, con l'ipotesi di "Gaia". E' la metafora per eccellenza del mondo visto come un organismo con tanto di retroazione e caratteristiche, e il motivo per cui la gente ne ride è che questa metafora di per sé va contro tutta la tendenza a vedere il mondo come un orologio della concezione scientifica. Personalmente, riconduco tutto a questo fondamento, non tanto come un problema linguistico quanto come un fenomeno legato al linguaggio che è come il riflesso di una concezione che considera il mondo sezionabile oppure no. O vediamo il mondo come una macchina oppure come qualcosa di diverso da una macchina. Sono propenso a credere che la popolarità di questa concezione del mondo è nata insieme al sorgere del capitalismo industriale e agli inizi del potere delle macchine. Se le macchine sono le cose più importanti della nostra vita, allora anche il mondo sarà una macchina. Quindi, non è soltanto una questione linguistica, bensì una questione del nostro modello del mondo. Sa che Colin Turbane, nel suo libro "The Myth of Metaphor", dice: «Immaginate cosa sarebbe successo se a mo' di metafora del mondo anziché quella dell'orologio di Cartesio, avessimo scelto la metafora della lingua di Berkeley: il mondo è come un linguaggio. Sarebbe un mondo completamente diverso e naturalmente avremmo a disposizione una serie diversa di parole per descriverlo.» Ma è impossibile concepire il mondo come una lingua, perché nel mondo in cui viviamo le nostre vite sono governate da macchine, una conseguenza, questa, dello sviluppo delle forze di produzione, se mi si concede un termine tanto impopolare.

 

7 -  Le metafore impiegate per descrivere il cervello, che naturalmente è un'entità superiore, l'organo superiore del nostro corpo, sono ora quella di una macchina a vapore, ora quella di un centralino telefonico, ora quella di un computer. Quindi, negli ultimi centocinquant'anni abbiamo avuto un'idea di macchina

Secondo me è senza dubbio successo questo: quello che è cominciato come una metafora, cioè il mondo visto come un orologio, come una macchina, ormai non è più una metafora: il mondo è un orologio, il mondo è una macchina e tutti credono che il mondo sia una macchina. A mio avviso questa è l'idea epistemologica che sta alla base di tutta la scienza moderna. Prenda il concetto di causa ed effetto, che è il motivo per cui la fisica moderna ha dato tanti problemi alla gente, dal momento che un mondo in cui ci sono due oggetti identici in tutto e per tutto è inammissibile, e perciò uno deve essere diverso. Prendiamo per esempio due nuclei: uno si disintegra e l'altro no. Bene, avrebbero dovuto essere diversi già prima che succedesse questo, ma sostengono che non lo fossero. Questa è una sfida alla metafora della macchina che provoca un disagio indescrivibile nelle persone. Ma solo perché hanno questo pregiudizio della metafora della macchina.

8  - Quello che Lei dice si riallaccia a un recente discorso di Ernest, secondo cui lo sviluppo della biologia ci costringerà a un ripensamento su certe questioni classiche della filosofia della scienza.

Solo se la biologia fosse lasciata libera di svilupparsi in quella direzione. Se la biologia è costretta a svilupparsi in conformità alle metafore che già abbiamo, allora cosa succederà nella vita reale? Il mondo è limitato, il tempo è limitato, lo sforzo umano è limitato, i soldi sono limitati, perciò la maggior parte delle questioni della biologia veramente interessanti non verranno mai risolte. Non perché siano insolubili, bensì perché il mondo e il tempo non bastano. Il punto è quale morale la gente trarrà da questo fatto. Si limiterà a dire: «Beh, abbiamo agito nella maniera giusta, solo che non avevamo tempo e denaro a sufficienza». Oppure dirà: «Beh, se avessimo agito in maniera diversa forse saremmo riusciti a trovare la soluzione». Per esempio, dobbiamo affrontare la possibilità, non dico la certezza, ma la possibilità che non arriveremo mai a capire il sistema nervoso centrale dell'uomo nel modo che ci siamo riproposti. Non è che sia teoricamente impossibile, ma poniamo che non succeda. Ebbene, c'è chi sostiene che non ci riusciamo perché partiamo da una concezione del mondo completamente sbagliata. Dovremmo smettere di considerarlo un centralino telefonico o un computer o una qualsiasi di queste macchine sostituibili. Dobbiamo riconsiderare la questione secondo ottiche completamente nuove. Altri invece dicono: «No, se continuiamo a seguire la strada di sempre, se ci impegnamo abbastanza a lungo, ci riusciremo». Ma se gli si fa presente che non ci sono riusciti, allora rispondono: «Beh, non avevamo abbastanza soldi, non abbiamo abbastanza tempo, è un problema troppo grande, ecco perché». Dubito che trarremo la morale giusta o questa morale da questa storia. Attualmente non vedo nessuna grande forza nel campo biologico. Dopo tutto, l'evento più popolare del momento è il "Progetto genoma" umano che è il non plus ultra del riduzionismo. Si pansi anche agli studi sullo sviluppo. Ci sono due branche della biologia che hanno sfidato a più riprese l'orologio e una di queste prende in esame appunto lo sviluppo. Quasi ogni eminente biologo dello sviluppo del diciannovesimo secolo che iniziò all'insegna della Entwicklungsmechanik, la convinzione che si potesse comprendere lo sviluppo come una qualsiasi macchina, alla fine morì per una crise du foi. Poi cominciarono a credere nei fantasmi e negli spiriti e nelle entelechie e nelle cause ultime e seguirono tutti quella strada perché lo sviluppo resisteva a quella semplice analisi meccanica. Questo però non significa che la gente abbia abbandonato questo metodo di analisi. Solo, si è convinta che non lo stavano effettuando al livello giusto. Perciò adesso abbiamo l'analisi meccanica del DNA e tutta la biologia dello sviluppo dei nostri giorni è concentrata sull'azione dei geni. E' meccanica e riduzionista come sempre perché c'è chi è convinto che riuscirà a risolvere il problema. L'altra branca è rappresentata dal cervello. Ovviamente il problema è lo stesso. A quel che mi risulta non è stato dato un nuovo indirizzo alla ricerca sullo sviluppo o sul cervello che si discosti dalla meccanica semplice del diciannovesimo secolo. E' solo che continuano a dire: «Non abbiamo guardato abbastanza a fondo, non abbiamo una base sufficiente. Quando arriveremo alla base, il meccanismo funzionerà».

 

 

ABSTRACT

Al centro della biologia come scienza non sono gli universali, ma il particolare; a questo proposito Richard Lewontin esprime le sue perplessità sull'assunzione del DNA come sostanza universale, esigenza questa mutuata dalla fisica nella ricerca di elementi fondamentali (1). Al desiderio di indagare strutture sempre più semplici si affianca la ricerca e il fascino del dettaglio e della complessità (2). Non solo esistono differenze considerevoli tra organismi geneticamente identici cresciuti in ambienti diversi, ma anche tra organismi geneticamente identici cresciuti nello stesso ambiente, e addirittura all'interno dello stesso individuo, per esempio tra destra e sinistra, il che sarebbe da attribuire al cosiddetto «rumore di crescita», del tutto casuale e di natura né genetica, né ambientale (3). Il programma genetico determina il numero delle cellule ma non sappiamo quali altri aspetti siano determinati dai geni, anche se essi hanno certamente influenza anche nel senso della limitazione (4). Lewontin spiega quindi i geni, le basi della molecola del DNA e i suoi diversi tipi; là si trova il codice decifrabile da parte di un meccanismo che legge le basi tre per volta e fabbrica proteine; il DNA non può replicarsi da sé ma solo essere copiato (5), e a questo proposito Lewontin ritorna sull'uso ideologico degli studi sul DNA; la metafora che meglio caratterizza la biologia moderna è quella dell'orologio di Cartesio, il modello della vita è invece piuttosto l'organismo (6). Lo schema della macchina è l'idea epistemologica e il pregiudizio di base della scienza moderna (7). Per concludere Lewontin considera le difficoltà della ricerca biologica e l'insufficienza del riduzionismo attualmente in voga per comprendere ad esempio il sistema nervoso, il cervello e lo sviluppo (8).

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Biografia di Richard Lewontin

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